sabato 30 novembre 2019

Il tram numero 14


Il tempo si era messo al brutto. Grosse nuvole grigie cariche d’acqua rovesciavano pioggia sulla città, lavavano il verde nuovo delle foglie rendendole ancora più lucide. Sui marciapiedi ombrelli come funghi variopinti si muovevano sotto gli scrosci tra i palazzi bruttati di smog. Stanislao Sottocornola sedeva su uno dei sedili verdi del jumbotram numero 14 per il Cimitero Maggiore. Era un ottantacinquenne ancora arzillo e stava andando a fare visita alla moglie, sepolta al Monumentale ormai da dieci anni. Ogni martedì, che piovesse o nevicasse, che ci fosse il sole o la nebbia, immancabilmente lui compiva quel viaggio. Saliva alla fermata di Via Montevideo, proprio davanti a casa sua, e attraversava la città con lentezza antica, rapportando la fatica dei suoi anni al tempo da trascorrere. Non riusciva a capire quei ragazzi sempre di fretta, per i quali la vita sembrava un continuo mordi e fuggi: non sentivano il sapore di niente, ci avrebbe giurato.

Adesso il tram era fermo in Via Torino, poco dopo Via della Palla, nel traffico che portava a Piazza del Duomo. Stanislao stava pensando a quanto rimpiangeva i vecchi tram, quelli arancioni, con le panche di legno poste lateralmente e le barre d’acciaio con le maniglie cui aggrapparsi: niente a che vedere con la tecnologia di questo bruco verde dai sedili simili a quelli di un autobus. Il progresso… stava maledicendo. Poi all’improvviso rimase a bocca aperta, il fiato corto… Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, pulì le lenti e inforcò di nuovo gli occhiali. L’apparizione era ancora là, seduta in diagonale un paio di sedili davanti. I capelli scuri, gli zigomi arrossati che davano al viso perfetto e rotondo l’aria di una bambola di porcellana. Indossava uno spolverino blu, poteva essere anche un impermeabile. Ninetta…

Quanto aveva amato quella ragazza: un amore puro, allora c’erano vincoli che… non come i giovani d’oggi che praticano l’amore libero e non conoscono remore, non hanno regole, non hanno limiti né freni. Ninetta… Cos’era? C’era la guerra, sarà stato il 1942, il 1943. Una sartina, una ragazza di bottega: sedici anni lei, diciassette lui. Solo tenersi per mano e qualche bacetto. Lavoravano nella stessa via. La sera Stanislao arrivava con la tuta da meccanico e rimanevano a parlare nella bottega. Non da soli, naturalmente… Le convenzioni, le stupide convenzioni. C’era anche la signora Irma, la sarta. Chissà che fine avrà fatto, sarà morta da un pezzo, anche lei. E c’era Ida, la sorella di Ninetta, più esile e minuta di lei, di un anno o due più giovane.

I ricordi si affollavano, entravano e uscivano dalla memoria, quasi che una porta girevole li mischiasse e li facesse apparire e sparire. Stanislao guardava la ragazza e ricordava. Il tram effettuava le fermate e lui neanche se ne accorgeva, non vedeva i passeggeri salire e scendere. Passarono Piazza Cordusio e Lanza, passò l’Arena. In Via Bramante si riscosse, come da un sogno. Anche la ragazza scendeva al Monumentale: si stava avvicinando alla porta. Stanislao si alzò e si sistemò davanti alla porta centrale del tram. La ragazza che assomigliava a Ninetta era invece all’apertura davanti, vicino all’autista. Scesero nel vasto piazzale.

Ninetta… Quanto tempo era passato, tutta una vita, quasi settant’anni: si era sposato con Maria, che aveva conosciuto nel 1947, avevano avuto due figli, erano riusciti a festeggiare le nozze d’oro; aveva lavorato alla Falck, era andato in pensione, tutte le estati andava al mare in Liguria, qualche volta era stato anche sulle Dolomiti. Lui. Ninetta no, non ne ebbe il tempo, poverina. Rimase sotto le bombe nell’agosto del 1943, quando gli Alleati, caduto Mussolini, provarono ad accelerare la resa dell’Italia bombardando Milano. La notte che Ninetta morì furono distrutti Porta Venezia, Porta Garibaldi, Corso Sempione, Corso Magenta. Stanislao ricordava i danni al Castello, al Corriere della Sera, al Fatebenefratelli. Fu quella notte che il Teatro Filodrammatici fu raso al suolo. Gli veniva da piangere ancora adesso. Quell’8 agosto credette di impazzire: vagava tra le macerie e la polvere, la città non era più la stessa, non sarebbe mai più stata uguale. Anche perché il suo amore era andato distrutto, cancellato dagli ordigni sganciati da un Lancaster britannico: Ninetta non c’era più, come uno splendido fiore reciso dalla falce.

Aveva gli occhi lucidi Stanislao, quando varcò il cancello del cimitero. Aveva comprato dei fiori all’ingresso quasi meccanicamente, come faceva ogni martedì. Passando sulla strada solita, vide la ragazza ferma davanti a un loculo. Deviò, curioso come un gatto: il nome sulla tomba era Giovanna Stoppani… Ninetta! Ma quella ragazza non era un fantasma, non era uno spettro. Non osava fermarla, chiederle chi fosse, gli sembrava di essere importuno. Ma un’altra persona – una donna sui quarant’anni – ora parlava con lei: “Sabrina” la chiamava, le chiedeva “Che cosa ci fai qui?” e lei spiegava che stava compiendo una commissione per la sua bisnonna, immobilizzata su una sedia a rotelle. Indicò il vecchio loculo: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno, ha voluto che portassi i fiori a sua sorella…”

2011



DIPINTO DI DARIA PETRILLI

sabato 23 novembre 2019

Stregata dal tramonto

 
Si è fatto buio. Ormai la sera scende prima, avvolge la valle come un foulard posato su un abat-jour. Michela Soncini siede al computer nel suo comodo studio che ha arredato con grazia ricavandolo da una stanza della casa. Sta correggendo le bozze di un libro che l’editore le ha mandato qualche giorno fa, ma quel buio l’ha sorpresa: per tanto tempo non aveva dovuto accendere le luci a quest’ora. Lavora a casa, indipendente, ma si è sempre data un metodo, un preciso orario da seguire scrupolosamente. È della Vergine e non le riesce difficile adeguarsi all’ordine. Ha ancora un quarto d’ora, poi potrà abbandonarsi al resto del programma: il bagno con le candele profumate, la cena da preparare e da consumare con un bicchiere di Pinot nero vinificato in bianco, la pay-tv – stasera danno quel film romantico con Jennifer Aniston che avrebbe tanto voluto vedere al cinema.

Si alza per accendere le luci, ma si ferma incantata davanti allo spettacolo che le mostra la finestra. Il tramonto si è acceso sulla corona dei monti lontani, divampa come un incendio che dilaga per tutte quelle terre. I colori si mescolano, tingono le nuvole di sfumature incredibili: c’è l’oro, il pesca, il rosa, persino il magenta. Qua e là sfilacciature fumose si disperdono nell’aria simili a lunghe gale di medusa. L’emozione è fonte di un ricordo lontano, dell’amore di quando aveva diciassette anni: allora la sera si metteva davanti al tramonto e pensava a lui che abitava in un paese sul colle, proprio dove il sole cadeva. Potevano vedersi soltanto il sabato e la domenica, il resto della settimana si parlavano al telefono – i cellulari si dovevano ancora diffondere, Internet pure... era il 1986.

Quell’emozione la stordisce, dimentica ogni suo programma: rimane lì, dall’alto dei suoi quarant’anni, innamorata come una ragazzina. E il ricordo confuso del volto di un ragazzo assume contorni sempre più ben definiti: ne conosce ogni lentiggine, ogni imperfezione, potrebbe tracciarne un disegno, una mappa. Chissà che fine avrà fatto Ivan, si trova a pensare all’improvviso. È come se il suo cervello avesse innestato il pilota automatico, la conduce sempre più a ritroso nel tempo, attraverso i meandri degli anni: i giorni e gli eventi si riavvolgono come un nastro, l’Italia mondiale del 2006, l’11 settembre, il muro di Berlino… quella volta che si è lasciata convincere a volare con il deltaplano, il viaggio in India, la prima volta che si è seduta a correggere un libro, la relazione a tira e molla con Paolo che ha concluso definitivamente tre anni fa. Un enorme caleidoscopio di immagini. E adesso è la ragazza di allora, quella che, stregata dal tramonto, rimaneva sognante a guardare i colori mescolarsi pensando all’amore…

2011

Tramonto
IMMAGINE © TUMBLR


sabato 16 novembre 2019

La Dea

 
Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…

Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.  Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.

“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.

D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.

Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.

Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.

2011

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”





sabato 9 novembre 2019

La nuova forma dell'amore


Le luci gialle dei lampioni ai vapori di sodio riverberano sul fogliame autunnale, ne incendiano il rosso e l’arancione, il giallo della livrea dei tigli. Il lago si scioglie in un azzurro glaciale dove muoiono le luci della costa e le anatre galleggiano malinconiche tra le foglie secche. È il nostro ultimo incontro. Così ha stabilito Kate, e del resto l’ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato. Indossa una gonna corta e  la giacca di pelle, mi fa rabbia adesso la sua bellezza, mi pugnala al cuore la sua eleganza.

Mi è venuta a prendere alla stazione di D., come al solito, e ha guidato con destrezza la piccola Aygo per le stradine della città fortificata. Pioveva già e la sera breve di ottobre si andava affacciando sugli spalti del castello disegnando il suo fantastico caleidoscopio di luci nell’acqua del fossato. Siamo rimasti a parlare nel salotto della sua casa affacciata sul Garda in un giardino di oleandri. Dalla finestra potevo osservare i turisti imbacuccati nelle cerate, appena sbarcati dal battello si andavano disperdendo per le vie del centro come un variopinto gregge. Lei sedeva sul divano, le gambe accavallate, e mi raccontava di quello che era capitato nel mese in cui sono stato lontano. Il vento agitava i rami delle buganvillee, strappava le ultime campane violacee ormai secche. “Torno in America” mi ha detto infine come se fosse la cosa più normale del mondo, “ho accettato l’offerta di Cambridge di cui ti avevo parlato, non posso più sostenere questa situazione. Pietro, voglio dire, tua moglie ha tentato di ammazzarsi a causa della nostra storia”. È vero, Margherita si è tagliata le vene nella vasca da bagno, ma è stato più che altro un atto dimostrativo. E io mi sono riavvicinato a lei. Ma Kate resta sempre in me, è la musica che risuona nella mente, il colore che la tinge, che genera le aurore e i tramonti, è la vita che scoppietta come un allegro fuoco nel camino, la chiave che infilata nella toppa del mistero consente di aprire la porta e vivere.

Abbiamo fatto l’amore, con foga, con rabbia, consci che era per l’ultima volta. Poi siamo rimasti a parlare più di un’ora, ma l’atmosfera era già di due che non si sarebbero visti più. Il dolore antico è uscito dall’anima, è finalmente trasbordato dai territori che ci ferivano, le acuminate lance si sono ritirate per lasciare posto alla consapevolezza dell’assenza. Il suo corpo rosa ormai rivestito entrava con grazia nel dopo, nel futuro fatto di giorni senza di lei.

Così, aspettando che giunga l’ora di tornare alla stazione di D., siamo venuti a passeggiare lungo il lago, sotto lo stesso ombrello. E quel vuoto che sento dentro, quel dolore acuto è la nuova forma del mio amore.



LEONID AFREMOV, “VIALE D’AUTUNNO”


sabato 2 novembre 2019

Una foglia


È il tramonto ormai. Siedo al belvedere del santuario, a questo tavolo di pietra inciso dalle piogge e guardo la strada scorrere laggiù, le automobili e i camion che si susseguono sulla fettuccia d’asfalto tra le case. Quello infatti pare essere da quassù. Più lontano si adagiano i monti, come grigi sauri preistorici che bruchino nel pianoro verde di colline: la Grigna innalza il suo dente aguzzo, il Resegone ha ancora un po’ di neve, Valcava è uno spelacchiato altipiano dove spiccano i ripetitori delle televisioni. Là, da qualche parte c’è il lago con le sue acque azzurre, qui serpeggia l’Adda, invisibile tra i boschi: se ne può intuire il corso dallo spazio vuoto tra le piante. La mia vista è sul nord-ovest: il sole sta scendendo dall’altro lato, oltre la collina, non lo posso vedere, ma ne scorgo i riflessi sulle creste del Resegone, sui vetri di qualche casa che fanno la gibigiana, sulle facciate giù nella vallata.

C’è pace e tranquillità, il tempo sembra immobile, e invece le campane lo scandiscono ogni quarto d’ora. Dai miei pensieri mi distoglie una foglia staccatasi dai rami ancora nudi del platano: è caduta planando sul tavolo di pietra con un rumore secco, di carta. L’azzurro della sera è sembrato dileguare in quel momento, ma forse non è che un altro minimo abbassarsi del sole al tramonto. È bastato per ritornare a pensare allo scorrere dei giorni: ho risentito la voce di Paola dire “Come il vento, scorre come il vento il tempo” mentre dal pugno lasciava scendere un filo di sabbia. Tanti anni fa. Una vita fa.

Una ragazza risale leggera la lunga scalinata che dalla strada porta al Santuario: ogni gradino un’Ave Maria. Chissà per che cosa prega, chissà quali tormenti avrà. I suoi passi cadenzano il mio cuore, salgo con lei rimanendo qui seduto. E invece vorrei volare libero, lassù, nel cielo dove i gabbiani risalgono con eleganza verso il lago dopo aver banchettato a qualche discarica. Si librano, si lasciano portare dalle correnti.

La ragazza ha concluso il suo percorso, ora probabilmente è nella cappella del miracolo, accenderà una candela. Un anziano prete esce dalla chiesa, si avvia verso le stanze dei religiosi. Non c’è che il silenzio: prende vita dal crepuscolo e disegna la tranquillità in questo mio eremo dove salgo ogni tanto per sentirmi in armonia. Mi alzo, prendo delicatamente la foglia dal tavolo e la abbandono al vento, che la porti a disciogliersi nel fiume.

2011

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 26 ottobre 2019

La strada non presa


Sarebbe bello poter ritornare indietro nel tempo, ripercorrere a ritroso i propri passi ed eliminare gli errori, inseguire gli sbagli con una enorme gomma e cancellarne la stupidità. Chi non ne ha commessi? Chi non si è reso ridicolo? Chi non si è umiliato? Il fatto è che quando ci rendiamo conto di avere compiuto quegli errori ormai il tempo è trascorso e abbiamo intrapreso una via sulla quale non possiamo più tornare – come in quella famosa poesia di Robert Frost: “Divergevano due strade in un bosco / ingiallito, e spiacente di non poterle fare / Entrambe essendo uno solo, a lungo mi fermai / Una di esse finché potevo scrutando / Là dove in mezzo agli arbusti svoltava”. Ora abbiamo il doloroso bagaglio dell’esperienza, un inutile fardello che se da un lato ci permette di valutare diversamente le scelte di adesso, non ci consente tuttavia di modificare il passato: possiamo soltanto immaginare di quelle strade non prese che cosa avrebbe potuto essere, come la nostra vita sarebbe potuta cambiare se ad un bivio avessimo scelto diversamente.

E gli errori più stupidi sono quelli che commettiamo per amore: è come se l’innamoramento ci ottenebrasse le facoltà mentali, come se stravolgesse la ragione e ci lasciasse in una condizione di pazzia temporanea, affidando il governo delle nostre decisioni al cuore, ai sensi, alla passione. Anche i più saggi, persino i più prudenti, cadono nelle trappole che tende Cupido, si lasciano abbindolare da quell’amorino volante armato di frecce. Un giorno di settembre degli Anni ’80, per esempio, commisi un errore gravissimo andando a cercare quella che all’epoca ritenevo la mia ragazza, anzi qualcosa di più – ricordate: l’amore altera le facoltà mentali, forse allora quella ragazza l’avrei definita “ragione della mia vita” o “l’universo intero” o “il sole cui intorno gravitare” e non era che una ragazza, una dolce e avvenente ragazza, affettuosa e simpatica, ma pur sempre una ragazza, il cui amore non era così intenso come il mio.

In quel tempo lei lavorava nella ditta di famiglia, in Veneto, io studiavo a Milano, all’Università. Presi alloggio in un hotel della sua cittadina di provincia, una località sul mare: di giorno lei lavorava e io andavo in spiaggia – un errore, ripeto: languivo tutto il giorno e il mio cuore languiva con me, una rosa che appassiva nel bicchiere di Coca Cola che avevo davanti al tavolino di un bar. Avevo una sete che non riuscivo a estinguere: era la sete di lei, un’arsura che non avevo provato così forte neppure quando ero lontano e ci sentivamo solo per telefono. Più era vicina e più era irraggiungibile: ci incontravamo soltanto la sera, quando andavamo a cena e poi ci immalinconivamo nella sera triste – avete mai provato ad essere al mare di settembre?

Il vento cavernoso che soffiava dalla costa ribolliva in noi, ci allontanava come quel buio che scendeva sempre prima. Eravamo già divisi, pur essendo insieme, pur tenendoci per mano, pur baciandoci e abbracciandoci. Le parole cozzavano con schianto, pur essendo semplici banali parole: cadevano al suolo come i pianoforti nelle vecchie comiche, si sfasciavano, andavano in mille pezzi. Era l’amore che andava in frantumi, il nostro amore fragile come cristallo: potevamo scorgerne i resti taglienti sugli scogli sotto di noi. Se il naufrago aveva voluto affidare al mare la bottiglia per il suo salvataggio aveva sbagliato mira e le sue speranze oramai erano vane. Finì così quella storia, si spense nel vento che soffiava da Levante e che portava la sabbia nelle vie, che straziava i rami degli oleandri e faceva ondeggiare le tende sui balconi.

Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato di quell’amore se in quella settimana di settembre invece di andare nella sua città fossi rimasto a Milano, andando al cinema con gli amici, passeggiando tranquillo lungo i Navigli, ascoltando i dischi appena usciti alle Messaggerie Musicali, giocando a pallone al Parco Sempione. Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato se di fronte a quel bivio non avessi scelto la strada sbagliata.

2011


MARIOLINA DE PALMA, “NOTTE MILANESE”

sabato 19 ottobre 2019

Donna in bottiglia


Chi l’avrebbe mai detto? Le certezze adesso mi fanno paura... Saperti diversa dall’immaginazione, dalla dolce illusione nella quale ho vissuto come in una bolla, nella quale mi sono crogiolato comodo come un gatto disteso al sole, saperti irrimediabilmente perduta potrebbe distruggere i miei fragili sogni: si spezzerebbero in mille schegge al pari di uno specchio e sarebbe impossibile riaggiustarli. E sono io, proprio io, che voglio evitare l’incontro, io che ti ho tanto cercata, che tante volte per la strada mi sono fermato a indagare se fosse per caso te quella ragazza che mi aveva colpito per l’andatura, per l’acconciatura, per un gesto tuo disegnato nell’ombra. Sono io, proprio io, che non voglio riallacciare rapporti per non pagare il prezzo del disinganno.

Così resti sospesa nel limbo dei miei pensieri, una donna in bottiglia sullo scaffale: quello che ho di te sono parole a mala pena percettibili, come la voce del mare udita nel dormiveglia o un suono esterno mascherato da sogno poco prima del risveglio. Ti perdo e ti ritrovo ad ogni istante e ti ricreo com’eri e come non sei, ti contamino con altre donne, con altre idee, ti mischio con i desideri dell’inconscio, con le sue proiezioni. E finisce che metti in mostra il lato di te che mi è rimasto dentro, quello della memoria, quello dell’intuito: appari con una verosimile figura che ti illustra ma che è sicuramente falsa, per quanto io mi convinca del contrario. E questa iperbole di te continua a elaborarsi, a modificarsi da sé, si eleva a potenza su una base veritiera ma senza più controllare l’esattezza dei calcoli, e ad ogni errore da te si allontana, come chi, intrapresa una strada piena di bivi, a una biforcazione scelga la via sbagliata e prosegua diritto, convinto di essere sul giusto percorso: chiaro che, dopo il primo errore, tutti i suoi dati risultano sballati e le scelte di conseguenza fallaci.

Eppure credevo di agire con la ragione e non con il cuore. Pensavo di essere in grado razionalmente di venire a capo di tutto e non era che una narcisistica contemplazione della dea. Volerti ridurre a pura formula matematica mi sembrava un’ottima intuizione e non era che un’indecorosa viltà, dirò di più: un’anima di vile metallo rivestita di una menzognera doratura. Il mio cercare non era che ipocrisia. Insomma, il sogno che si è andato intarsiando con la realtà si è ridotto a pura farneticazione, è divenuto una tentacolare piovra che divora i rari sprazzi di lucidità e presenta come inossidabili convinzioni le illusioni meno sensate, fa credere vere le immagini sfuocate impedendo al contempo il contatto con la realtà. Giocoforza ci si ritrova a commentare un accaduto che non è mai accaduto, senza riconoscere l’indubitabile cesura tra la realtà e il sogno.

Per questo motivo, ora che si prospetta un punto fermo, una boa attorno alla quale girare, io lascio da parte le utopie perché la mia illusione non cada come cristallo, perché il mio amore non vada in mille pezzi impossibili da incollare. Tiro sulla testa il lenzuolo liso e sbiadito del ricordo e mi rintano perché la memoria, si sa, ha grandi spazi vuoti dove talora irrompe all’improvviso il sogno a galoppare senza briglie.

2011


DISEGNO DI DINO BUZZATI