sabato 28 dicembre 2019

La ninna nanna di Maryàm


La voce della ragazza era dolce come la carezza di una piuma tra i colpi di martello e il ritmico correre della pialla, o il trascinare di assi. Cantava una nenia antica e dondolante spingendo una cesta di vimini in una povera casa dai muri a secco. Sul tavolo alcuni fiori azzurri a ingentilire una brocca scheggiata, fuori la polvere del giorno avvolgeva gli ultimi contrafforti dei monti. Presto sarebbe scesa la sera e migliaia di stelle si sarebbero accese nel cielo. La ragazza cantava e ninnava la culla; dentro un bambino di sei-sette mesi.

La ragazza, capelli neri e un viso angelico di adolescente, avrà avuto diciassette o diciotto anni, smise di cantare e si alzò per accendere una lucerna: vi aggiunse dell’olio e poi avvicinò allo stoppino un tizzone dal braciere dove suo marito forgiava i metalli. La luce subito dilagò per la camera, danzando qua e là come curiosa di conoscerne ogni segreto. Illuminava anche il viso del bimbo, che ora dormiva placidamente indossando quell’espressione un poco corrucciata che sovente hanno i bambini piccoli quando dormono. La ragazza tornò a sedersi, le piaceva restare a contemplare il sonno di suo figlio: rimuginava i tempi trascorsi, quel figlio non voluto ma amato come solo una madre può fare, lo sposalizio nel tempio, il travaglio del parto, gli eventi inspiegabili che seguirono, la necessità di fuggire braccati come criminali, prima ad Askalon e poi a Hebron, e poi chissà dove ancora, chissà quando… Il volto dolce si velò di un’ombra, gli occhi diventarono lucidi. Così la sorprese il marito, entrando attraverso la tenda che faceva da porta: non disse nulla, solo si passò una mano nella barba scura ed entrò nella luce. «Yoseph…» la ragazza gli disse, come ad invocare una parola. Lui la rassicurò più con il tono calmo della voce che con lo sguardo: «Dio è al nostro fianco, Maryàm: non devi avere timore». Detto questo si sedette al tavolo e cominciò a tagliare fette da una toma di formaggio di pecora e iniziò a mangiarle insieme a delle olive e ai primi fichi della stagione.

La ragazza guardava il bambino, si chiedeva che cosa avesse in serbo per lui la sorte. Si domandava quando l’avrebbe lasciata, quando se ne sarebbe andato per le strade del mondo, per qualche guerra, per qualche donna. Il bambino si svegliò, aveva fame. Lo prese in braccio, si sedette e gli porse il seno. Continuava a guardarlo, il suo piccolo Yehosua. Le ombre, passando attraverso le travi,  disegnavano una croce dietro di lui, che subito si dissolse quando Yoseph avvicinò la lucerna.
 
  Joseph-and-Mary
Una scena dal film Nativity di Catherine Hardwicke




sabato 21 dicembre 2019

Il fantasma dei Natali passati


Era una strana figura, un che tra il bambino ed il vecchio.
CHARLES DICKENS, Canto di Natale
No, non è stato un sogno, come per Ebenezer Scrooge. Avevo gli occhi aperti, anche se probabilmente un eventuale osservatore mi avrebbe visto con lo sguardo perso nel vuoto, il gomito sul tavolo, il capo poggiato sul palmo. Eppure, anche a me è apparso il fantasma dei Natali passati: non era un essere orrendo e spaventoso, tutt'altro, casomai aveva le vesti un poco polverose della nostalgia, qua e là ammuffite come vecchi ricordi.

Così, senza paura, mi sono lasciato prendere per mano e portare a ritroso nel tempo, in una cavalcata serrata verso le Vigilie e le giornate di Natale. E io intanto diventavo giovane uomo, poi ragazzo, poi bambino, andavo ad abitare case arredate come nelle fotografie che conservo negli album in un armadio. E rivedevo quei presepi, quegli alberi di Natale sempre diversi, rivedevo le statuine - l'acquaiolo, l'erbivendolo, la donna al pozzo, Gesù Bambino posto nella mangiatoia la mattina del 25, i laghetti fatti con gli specchi, i fiumi di carta stagnola. E rivedevo le decorazioni degli abeti, le luci colorate, il puntale, i pacchetti colorati e infiocchettati che contenevano i regali.

"Ma dove sono tutti?" chiedevo al fantasma dei Natali passati. Non vedevo né mio papà né mia mamma, né i nonni, né gli zii. Ero solo, solissimo in questo retrocedere nei miei anni. "Non l'hai ancora capito?" mi domandò il fantasma, e allora come se qualcuno finalmente mi avesse aperto gli occhi togliendo lo strato di fango che mi causava la cecità, compresi: quello che lo spettro mi mostrava era il vero senso del Natale. Sì, sono cose bellissime le tradizioni: il panettone, l'albero, le tovaglie rosse, le candele profumate, il vischio, i rami di agrifoglio, ma non sono il Natale, non contano davvero niente. Non è Natale se non ci sono le persone che ami...

A quel punto mi sono riscosso. Sono andato ad aprire l'armadio e ho tirato fuori la scatola con gli album di fotografie, ne ho trovati un paio di vecchi Natali dei primi Anni Settanta e li ho sfogliati. C'erano tutti, nelle foto. E c'ero anch'io, con loro. La lacrima che mi rigava il viso allora è caduta proprio sull'immagine di un vecchio presepio. Sembrava davvero una stella...



VIGGO JOHANSSEN, “GLADE JUL”

sabato 14 dicembre 2019

Gli orizzonti perduti


Sulla tavola apparecchiata con una tovaglietta all’americana c’è una scodella con insalata, pomodori e pezzettini di feta greca. Angela mangia da sola, una volta di più, con il televisore acceso sulle solite facce che oramai non le danno neanche più il voltastomaco: se ne stanno lì con il volume al minimo a sproloquiare dell’ultimo delitto, a inseguire il particolare morboso con la scusa del diritto di cronaca. Sono pesci nell’acquario del 20 pollici a LED della cucina. Potrebbe spegnerlo, ma sarebbe lo stesso: continuerebbe comunque a porsi domande, a chiedersi perché anche stasera mangia da sola. Come ieri. Come l’altro ieri. E l’altro ieri ancora. Sembrano passati mesi dall’ultima uscita e non sarà neanche una settimana, quando si è trovata con qualche amica a bere Pink Mojito e a sbocconcellare le patatine e i tramezzini di un happy hour. Che poi forse per via dell’alcol comincia a parlare di cose che la fanno stare ancora più male, dell’hotel di Londra dove è stata tra Natale e Capodanno, del volo per Barcellona di due estati fa. Finisce sempre che torna a casa e si dà della stupida davanti allo specchio, considerando che troppo tempo è passato ormai da quella vacanza. E poi si scopre una ruga invisibile all’angolo di un occhio. E comincia a pensare a Mauro, all’ultimo uomo di cui è stata seriamente innamorata.

Angela beve un sorso di acqua minerale naturale direttamente dalla bottiglietta da mezzo litro, e guarda fuori: dalla finestra di questo appartamento al quinto piano, nelle giornate di vento, si possono vedere anche le Alpi, là, a nord. Oggi no, oggi la cappa di smog copre Milano di grigio, all’orizzonte solo palazzi e i grattacieli di Porta Garibaldi avvolti da una nebbiolina appiccicosa. Malinconia si aggiunge a malinconia adesso che guarda i gerani sul davanzale e pensa che avrebbero bisogno di essere annaffiati, per rifiorire. Un po’ come lei... Ma di quale miracoloso fertilizzante necessita? Possibile che tutto il mondo giri sul perno dell’amore? E lei niente, lei schiava di questo presente che non ha sbocchi mentre il tempo passa inesorabile e non aspetta più. Lei finita nel tritarifiuti delle occasioni perdute. “Nuove possibilità per conoscersi e gli orizzonti perduti non ritornano mai” si sorprende a canticchiare Battiato sorridendo quando stona “La stagione dell’amore torneràààà”. Meno male che c’è la musica a tirarla su, pensa spegnendo il televisore sulla faccia abbronzata di Carlo Conti impegnato a prendere in giro bonariamente una concorrente che avrà sì e no vent’anni e un ragazzo al seguito che la riempie di coccole. Accende l’iPod collocato nel suo dock bianco sul mobile svedese e parte subito un brano di Enrico Ruggeri: “Le ragazze di quarant’anni amanti dell’amore che hanno conosciuto tempo fa ne conservano il sapore, vogliono cambiare e la paura di sbagliare le allontana dall’immensità...”. È la mia vita, pensa, sono i miei giorni, sono tutti gli errori che ho compiuto e che ho pagato, dal primo all’ultimo. Sono tutte le lettere che non ho mai spedito, sono le telefonate che non ho fatto. E sono tutte le volte che ho detto la parola sbagliata, che non ho fatto quello che ci si attendeva da me. “Prendi al volo questi mutamenti dentro te, segui ancora il corso degli eventi perché c’è così bisogno d’amore...”

La lacrima che scende calda raggiunge il labbro, ne sente il sapore salato. Con una mano se la asciuga, le sembra di vedersi come se fosse in un film, rannicchiata sul divano con i pantaloni da jogging e il cardigan di cotone che le piace tanto. Un po’ come Jennifer Aniston, perché no? In tanti le hanno detto che un po’ le somiglia, e sono anche coetanee. Prende il telefono, compone un numero che da tanto non chiama. “Pronto, Mauro? Sono Angela... Sì, è passato un bel po’ di tempo. Niente, volevo solo sapere come stavi...”


Lehrer
AVI LEHRER, “DONNA CON TAZZA DI TÈ”

sabato 7 dicembre 2019

Un pugno di sabbia

 
Nella luce color rame del tramonto solo il rumore del mare e le stridule grida dei gabbiani. Un'altra estate finisce nel ricordo dei giorni passati, di un amore perso e ritrovato in continuazione, di un'amica di un giorno solo che è appena ripartita, è tornata a Trieste e fra poco riprenderà il suo lavoro. Ha puntellato il vuoto lasciato da Paola, ha consentito alla mia anima ferita di non affondare, mi ha consolato.

Ogni addio lascia un sapore amaro. In un giorno diverso questo tramonto sarebbe stato dolce, infinitamente dolce, e io avrei bevuto gli occhi di Paola. Ma oggi vedo solo il grigio abbraccio della malinconia: è settembre ormai: non ci sono che pochi ombrelloni, i pattìni li hanno già portati via per il sonno dell'inverno. Non voglio che anche il mio cuore cada in letargo. Ormai non c'è più nessuno che si spalma di olio di cocco, nessuno che cerca conchiglie, nessuno più ascolta musica banale dalle radio private. Non ci sono più ragazze alte e magre vestite di Lastex scollato e sgambato, occhiali scuri e sexy-girl, turisti stranieri con cui parlare in inglese. Non ci sono più le pizze di mezzanotte dopo una passeggiata romantica in riva al mare. E non c’è più lei, andatasene senza neanche sbattere la porta. 

Una radiolina accesa sussurra i risultati della prima giornata di campionato: la mia squadra ha perso ma che importa se io ho perso Paola? Non riesco a decidermi e continuo a guardare il mare arrossato dal tramonto e i gabbiani che scendono sempre più bassi. Scende la sera piano piano e con lei era così dolce sentirla arrivare. Due pescatori raccolgono le canne e i cefali e si incamminano verso la strada. Li seguo e li sento parlare di donne. Raccolgo un pugno di sabbia: è tutto quel che resta del nostro amore: il ricordo.

1984

 
Simon
T.J. SIMON, “SPIAGGIA ASSOLATA A FÉCAMP”





sabato 30 novembre 2019

Il tram numero 14


Il tempo si era messo al brutto. Grosse nuvole grigie cariche d’acqua rovesciavano pioggia sulla città, lavavano il verde nuovo delle foglie rendendole ancora più lucide. Sui marciapiedi ombrelli come funghi variopinti si muovevano sotto gli scrosci tra i palazzi bruttati di smog. Stanislao Sottocornola sedeva su uno dei sedili verdi del jumbotram numero 14 per il Cimitero Maggiore. Era un ottantacinquenne ancora arzillo e stava andando a fare visita alla moglie, sepolta al Monumentale ormai da dieci anni. Ogni martedì, che piovesse o nevicasse, che ci fosse il sole o la nebbia, immancabilmente lui compiva quel viaggio. Saliva alla fermata di Via Montevideo, proprio davanti a casa sua, e attraversava la città con lentezza antica, rapportando la fatica dei suoi anni al tempo da trascorrere. Non riusciva a capire quei ragazzi sempre di fretta, per i quali la vita sembrava un continuo mordi e fuggi: non sentivano il sapore di niente, ci avrebbe giurato.

Adesso il tram era fermo in Via Torino, poco dopo Via della Palla, nel traffico che portava a Piazza del Duomo. Stanislao stava pensando a quanto rimpiangeva i vecchi tram, quelli arancioni, con le panche di legno poste lateralmente e le barre d’acciaio con le maniglie cui aggrapparsi: niente a che vedere con la tecnologia di questo bruco verde dai sedili simili a quelli di un autobus. Il progresso… stava maledicendo. Poi all’improvviso rimase a bocca aperta, il fiato corto… Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, pulì le lenti e inforcò di nuovo gli occhiali. L’apparizione era ancora là, seduta in diagonale un paio di sedili davanti. I capelli scuri, gli zigomi arrossati che davano al viso perfetto e rotondo l’aria di una bambola di porcellana. Indossava uno spolverino blu, poteva essere anche un impermeabile. Ninetta…

Quanto aveva amato quella ragazza: un amore puro, allora c’erano vincoli che… non come i giovani d’oggi che praticano l’amore libero e non conoscono remore, non hanno regole, non hanno limiti né freni. Ninetta… Cos’era? C’era la guerra, sarà stato il 1942, il 1943. Una sartina, una ragazza di bottega: sedici anni lei, diciassette lui. Solo tenersi per mano e qualche bacetto. Lavoravano nella stessa via. La sera Stanislao arrivava con la tuta da meccanico e rimanevano a parlare nella bottega. Non da soli, naturalmente… Le convenzioni, le stupide convenzioni. C’era anche la signora Irma, la sarta. Chissà che fine avrà fatto, sarà morta da un pezzo, anche lei. E c’era Ida, la sorella di Ninetta, più esile e minuta di lei, di un anno o due più giovane.

I ricordi si affollavano, entravano e uscivano dalla memoria, quasi che una porta girevole li mischiasse e li facesse apparire e sparire. Stanislao guardava la ragazza e ricordava. Il tram effettuava le fermate e lui neanche se ne accorgeva, non vedeva i passeggeri salire e scendere. Passarono Piazza Cordusio e Lanza, passò l’Arena. In Via Bramante si riscosse, come da un sogno. Anche la ragazza scendeva al Monumentale: si stava avvicinando alla porta. Stanislao si alzò e si sistemò davanti alla porta centrale del tram. La ragazza che assomigliava a Ninetta era invece all’apertura davanti, vicino all’autista. Scesero nel vasto piazzale.

Ninetta… Quanto tempo era passato, tutta una vita, quasi settant’anni: si era sposato con Maria, che aveva conosciuto nel 1947, avevano avuto due figli, erano riusciti a festeggiare le nozze d’oro; aveva lavorato alla Falck, era andato in pensione, tutte le estati andava al mare in Liguria, qualche volta era stato anche sulle Dolomiti. Lui. Ninetta no, non ne ebbe il tempo, poverina. Rimase sotto le bombe nell’agosto del 1943, quando gli Alleati, caduto Mussolini, provarono ad accelerare la resa dell’Italia bombardando Milano. La notte che Ninetta morì furono distrutti Porta Venezia, Porta Garibaldi, Corso Sempione, Corso Magenta. Stanislao ricordava i danni al Castello, al Corriere della Sera, al Fatebenefratelli. Fu quella notte che il Teatro Filodrammatici fu raso al suolo. Gli veniva da piangere ancora adesso. Quell’8 agosto credette di impazzire: vagava tra le macerie e la polvere, la città non era più la stessa, non sarebbe mai più stata uguale. Anche perché il suo amore era andato distrutto, cancellato dagli ordigni sganciati da un Lancaster britannico: Ninetta non c’era più, come uno splendido fiore reciso dalla falce.

Aveva gli occhi lucidi Stanislao, quando varcò il cancello del cimitero. Aveva comprato dei fiori all’ingresso quasi meccanicamente, come faceva ogni martedì. Passando sulla strada solita, vide la ragazza ferma davanti a un loculo. Deviò, curioso come un gatto: il nome sulla tomba era Giovanna Stoppani… Ninetta! Ma quella ragazza non era un fantasma, non era uno spettro. Non osava fermarla, chiederle chi fosse, gli sembrava di essere importuno. Ma un’altra persona – una donna sui quarant’anni – ora parlava con lei: “Sabrina” la chiamava, le chiedeva “Che cosa ci fai qui?” e lei spiegava che stava compiendo una commissione per la sua bisnonna, immobilizzata su una sedia a rotelle. Indicò il vecchio loculo: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno, ha voluto che portassi i fiori a sua sorella…”

2011



DIPINTO DI DARIA PETRILLI

sabato 23 novembre 2019

Stregata dal tramonto

 
Si è fatto buio. Ormai la sera scende prima, avvolge la valle come un foulard posato su un abat-jour. Michela Soncini siede al computer nel suo comodo studio che ha arredato con grazia ricavandolo da una stanza della casa. Sta correggendo le bozze di un libro che l’editore le ha mandato qualche giorno fa, ma quel buio l’ha sorpresa: per tanto tempo non aveva dovuto accendere le luci a quest’ora. Lavora a casa, indipendente, ma si è sempre data un metodo, un preciso orario da seguire scrupolosamente. È della Vergine e non le riesce difficile adeguarsi all’ordine. Ha ancora un quarto d’ora, poi potrà abbandonarsi al resto del programma: il bagno con le candele profumate, la cena da preparare e da consumare con un bicchiere di Pinot nero vinificato in bianco, la pay-tv – stasera danno quel film romantico con Jennifer Aniston che avrebbe tanto voluto vedere al cinema.

Si alza per accendere le luci, ma si ferma incantata davanti allo spettacolo che le mostra la finestra. Il tramonto si è acceso sulla corona dei monti lontani, divampa come un incendio che dilaga per tutte quelle terre. I colori si mescolano, tingono le nuvole di sfumature incredibili: c’è l’oro, il pesca, il rosa, persino il magenta. Qua e là sfilacciature fumose si disperdono nell’aria simili a lunghe gale di medusa. L’emozione è fonte di un ricordo lontano, dell’amore di quando aveva diciassette anni: allora la sera si metteva davanti al tramonto e pensava a lui che abitava in un paese sul colle, proprio dove il sole cadeva. Potevano vedersi soltanto il sabato e la domenica, il resto della settimana si parlavano al telefono – i cellulari si dovevano ancora diffondere, Internet pure... era il 1986.

Quell’emozione la stordisce, dimentica ogni suo programma: rimane lì, dall’alto dei suoi quarant’anni, innamorata come una ragazzina. E il ricordo confuso del volto di un ragazzo assume contorni sempre più ben definiti: ne conosce ogni lentiggine, ogni imperfezione, potrebbe tracciarne un disegno, una mappa. Chissà che fine avrà fatto Ivan, si trova a pensare all’improvviso. È come se il suo cervello avesse innestato il pilota automatico, la conduce sempre più a ritroso nel tempo, attraverso i meandri degli anni: i giorni e gli eventi si riavvolgono come un nastro, l’Italia mondiale del 2006, l’11 settembre, il muro di Berlino… quella volta che si è lasciata convincere a volare con il deltaplano, il viaggio in India, la prima volta che si è seduta a correggere un libro, la relazione a tira e molla con Paolo che ha concluso definitivamente tre anni fa. Un enorme caleidoscopio di immagini. E adesso è la ragazza di allora, quella che, stregata dal tramonto, rimaneva sognante a guardare i colori mescolarsi pensando all’amore…

2011

Tramonto
IMMAGINE © TUMBLR


sabato 16 novembre 2019

La Dea

 
Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…

Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.  Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.

“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.

D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.

Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.

Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.

2011

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”