sabato 15 settembre 2018

Primo giorno di scuola


È il primo giorno di scuola in molte regioni. Ricordo il mio primo giorno al liceo classico, o meglio al ginnasio: era il venti settembre del 1978. “Sei vecchio! Sei vecchio!” sento voci alzarsi da chi sta leggendo questo mio scritto. Non sono vecchio... era un’altra epoca. Infatti quello era il primo anno in cui le scuole cominciavano a settembre: le lezioni prima di allora iniziavano invariabilmente per tutti il primo giorno di ottobre. E non era quella l’unica differenza: per esempio, non c’erano i cellulari né Internet (“E come facevi a copiare durante i compiti in classe?” la solita vocina chiede; non ti preoccupare, c’erano mezzi molto efficienti e più difficili da scoprire, tipo scrivere in miniatura tutte le regole grammaticali greche in parti nascoste del vocabolario, e il Liddell-Scott aveva una magnifica appendice sui nomi geografici che sembrava fatta proprio apposta). Poi la televisione: trasmetteva a colori regolarmente da un anno o poco più e c’erano solo pochi canali, i due della RAI, la Svizzera, Capodistria, Telemontecarlo, qualche tivù privata agli albori. E non c’erano i videogiochi (“Oddio, e come passavate il tempo?”, passava, passava, te lo assicuro... e meglio di adesso: libri, amici, passeggiate, partite a pallone, a tennis, le ragazze...)

Comunque, è il mio primo giorno alle superiori, il 20 settembre 1978: prendo il treno e raggiungo Bergamo, a piedi risalgo dalla stazione verso l’istituto, un po’ intimorito dall’essere per la prima volta solo in città, ma anche imbaldanzito per esserlo. Arrivo all’ingresso, dove già ci sono decine e decine di studenti. Indosso un paio di jeans e una camicia bianca, sopra ho un gilè verde scuro lavorato a maglia (non fare quella faccia: stavano quasi finendo, ma erano pur sempre gli Anni ’70). Ho una borsa anch’essa verde scuro di velluto a costine. Una borsa, sì: la moda degli zaini che uniforma ormai tutti gli studenti allora non c’era e ognuno aveva qualche cosa di originale: chi la borsa, chi la tracolla militare, i ragazzi di II e III liceo classico, già maggiorenni o quasi, osavano addirittura delle ventiquattro ore. Molti avevano la borsa che regalavano i negozi di articoli sportivi: praticamente un cubo di tela plastificata con le maniglie. Goggi Sport, essendo a Bergamo, andava per la maggiore. Quel primo giorno però non c’erano ancora libri a gonfiarla: solo qualche quaderno e un diario. Avviso ai naviganti del nuovo millennio: la Smemoranda non esisteva, c’era un normale diario, oppure qualcosa con i fumetti. Non ricordo bene come fosse, è andato perso nel corso degli anni; so che la scuola ci fornì di un piccolo libretto con tanto spazio vuoto e qualche pensiero: comunque, pochissimi lo usavano, preferendo diversificarsi e non appartenere alla massa – tutto il contrario di adesso, lo so.

Dunque, entrai nell’istituto, chiesi al bidello – un omone quasi obeso e dall’aspetto buono come il pane – dove potessi trovare la quarta ginnasio e lui mi indirizzò al secondo piano. Salii le scale con la sensazione timorosa e curiosa che prova Alice nel Paese delle Meraviglie. In cima alle scale, sulla destra, si apriva un’aula: sul cartellino c’era scritto “Classe IV Ginnasio”. La mia. Avrei scoperto dopo l’intelligenza della disposizione: le aule erano disposte in ordine crescente, solo i bagni intervallavano la I e la II liceo classico. Nello stesso atrio c’erano anche un paio di classi dello scientifico. La porta, una spessa lastra di vetro o simile materiale satinato, era aperta: entrai e potei fare conoscenza con i miei primi compagni di classe. Mi sedetti in silenzio in un banco vuoto; dall’ampia vetrata si vedevano i tetti della città, qualche campanile svettava. Rimasi a guardare fuori finché non arrivò un ragazzo a sedersi nel posto vuoto accanto al mio. “Francesco” si presentò. “Daniele”, risposi. “Di dove sei, da dove vieni” e suonò subito la campanella. Arrivò la professoressa di Lettere, una signora ormai sul limite della pensione – era il suo ultimo anno, infatti – precisa identica a una zia di mia madre. Si sedette, ci salutò, disse qualcosa a proposito del nuovo corso che avrebbero preso le nostre vite e cominciò un lungo appello. Fu così che venni a sapere i nomi dei miei compagni: molti di loro avrebbero condiviso cinque anni della mia vita, altri si sarebbero persi per strada già nei primi giorni e nei miei primi mesi, anche Francesco, che fu costretto a trasferirsi a Torino per impegni di lavoro del padre. E Luca, che era da solo nel banco dietro di noi, scalò avanti. Non ci saremmo più separati fino alla maturità, condividendo compiti, appunti, penne, discutendo dei nostri affari, delle nostre ragazze, aiutandoci durante i compiti in classe, che a Bergamo si chiamavano, chissà perché, “esperimenti”.

Questo dunque fu il primo giorno al ginnasio, senza conoscere nessuno, in una città che è sì la mia, ma che non conoscevo allora così bene. Quando, a mezzogiorno e mezzo, salii sul treno che mi avrebbe condotto a casa, avevo gli orari delle lezioni dell’indomani e una litania che già mi ronzava in testa: rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa... rosae, rosarum, rosis, rosas, rosae, rosis...


Scuola

FOTOGRAFIA © L’ECO DI BERGAMO



sabato 8 settembre 2018

Osteria “Il Bocconcino”


Nel taschino della camicia c’è qualcosa che mi da fastidio: lo tolgo, un pezzettino di carta deteriorato dal lavaggio. Riesco a ricostruirlo, a leggerne la scritta, per quando sbiadita e gualcita: “Osteria Il Bocconcino”. E i ricordi iniziano a sgorgare come acqua da una fonte di montagna. Roma. Un caldo lunedì di maggio, la camicia a maniche lunghe proteggeva la mia pelle sensibile scottata dalla permanenza al sole il giorno prima sulla spiaggia di Latina. Fuori, a duecento metri, il Colosseo…

Un localino raccolto con tavoli all’aperto oltre i vasi con i pitosfori. Una tipica osteria romana, con le tovaglie a quadri e luci soffuse. Fuori, oltre la porta aperta, la gente che passava per Via Ostilia nel chiarore della primavera romana. Nella tranquillità del ristorante il primo pomeriggio passava languido e indolente con il trascorrere delle portate: l’antipasto di salumi, corallina, bruschette di coratella, poi i tagliolini con verdure e pecorino, l’arista con prugne, l’agnello con scarola e uvetta. La ragazza dietro il banco portava la sua eleganza di gazzella qua e là per la sala.

Dopo il caffè, il sole caldo della Capitale, la luce viva e abbagliante che accompagnava il traffico nella strada che corre intorno al Colosseo. Passeggiare lentamente per Via Capo d’Africa e poi per Via dei Santissimi Quattro verso San Giovanni in Laterano fu un’impagabile emozione. Come se nell’aria risuonassero “I pini di Roma” di Respighi… Le pietre stesse parlavano della grandezza della città, raccontavano aneddoti di condottieri antichi e di gente qualunque, il vetturino, il tassinaro, Commodo e Nerone.

Quel bigliettino da visita lacero e consunto è stato la chiave che ha aperto un mondo di ricordi…


sabato 1 settembre 2018

Piano-bar


Inseguendo una libellula in un prato un giorno che avevo rotto col passato quando già credevo di esserci riuscito son caduto… Il pianista, un tracagnotto sui trentacinque anni con i blue-jeans e una camicia bianca dalle maniche rivoltate picchiava sui tasti e cantava al microfono atteggiandosi come se si trovasse sul palco del Teatro Ariston per il Festival di Sanremo. Ma non era che il Mojito Bar, un locale della riviera con panche a ferro di cavallo che accoglievano i tavoli e lampadari bassi in stile liberty intonati ai posacenere di vetro della Coca-Cola.

Era stata Anna a condurre lì la compagnia, eravamo in cinque, arrivati stretti sulla vecchia Fiat di Vincenzo, l’amico di Terni che era venuto a villeggiare: oltre a noi tre, c’erano suo fratello Luca e Miriam, un’amica di Anna. L’estate era ormai al suo colmo, luglio si avviava alla fine e il caldo era insopportabile. E l’uomo del piano suonava e suonava e sudava e ogni tanto sbagliava qualche parola. Non esistono leggi in amore: basta essere quello che sei. Lascia aperta la porta del cuore e vedrai che una donna è già in cerca di te.

Ci portarono da bere: in spregio al nome del locale, Luca e Vincenzo avevano chiesto un calice di spumante italiano, io avevo un Cuba Libre e le ragazze due frappé alla banana. La sera scivolava via leggera sotto le pale del ventilatore, scherzavamo e ci raccontavamo… Anna rideva e mi parlava del futuro, mi diceva parole che non riuscivo a far combaciare, come tessere di un puzzle che non trovavano posto. Forse mi diceva anche “Amore mio”, esprimendosi però con diverse parole e io che ritenevo potesse essere la donna della vita, non riuscivo a comprenderle, non mi capacitavo. Suddenly, I'm not half to man I used to be, there's a shadow hanging over me. Oh, yesterday came suddenly.

Quell’attimo si confuse, divenne subito ricordo. Anna, che teneva la testa appoggiata alla mia spalla, si alzò, o almeno provò a farlo. Sembrava quasi ubriaca, come se in quel suo frappé qualcuno avesse messo della vodka. Non seppi spiegarmi quella sua ebbrezza, non riuscii a capire se fosse un’emozione che voleva frustrare o un modo di nascondere qualcosa. Finalmente, Anna riuscì a mettersi in piedi, rischiando di battere la testa nei bassi lampadari in stile Liberty. Disse: “Vado a vedere se il pianista può suonarci qualcosa di Battisti”. Intanto lui continuava a pestare sui tasti e a cantare nel microfono: Scopare bene, scopare bene, questa è la prima cosa, cercare un'altra donna, un'altra donna che non sia troppo vuota, per ritornare di sera e non sentirsi ancora soli, ancora più soli.

Anna aspettò che l’uomo terminasse il pezzo di Venditti, poi confabulò con lui qualche secondo e quando tornò a sedersi già cominciavano a diffondersi nell’aria le note di “Emozioni” e le prime parole: Seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi ritrovarsi a volare e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare un sottile dispiacere… Sentirla lì al mio fianco, seduta, mi infuse coraggio. Aveva la mano appoggiata sulla panca ricoperta di velluto, cominciai ad accarezzarla con delicatezza, mentre gli altri non vedevano. Lei lasciò fare per un po’, poi la strinse e mi guardò. Il suo sguardo era radioso, la sua bellezza promanava come una fosforescenza nella luce soffusa del locale. Il pianista finiva di stonare un’altra canzone: Ed io non ci credevo io e ti tenevo stretta io coi vestiti inzuppati… stare lì a scherzare… poi fermarci stupiti… io vorrei cioè… ho bisogno di te… ho bisogno di te… dammi un po' d'amore...

Uscimmo sotto un diluvio di luci in una notte di mare che sapeva di sale e di umido. L’auto di Vincenzo era parcheggiata lungo il viale, duecento metri più in là del Mojito Bar. Stavamo per avviarci quando Anna mi prese per la mano. “Andate pure”, disse agli altri “noi torniamo a piedi lungo la spiaggia”. Nessuno ebbe nulla da obiettare, probabilmente avevano visto la mano di Anna che tratteneva la mia come una bambina può stringere il filo del palloncino perché non scappi. “Buona notte” ci dissero.

Il lungomare era lì, cento metri oltre: attraversammo la strada e varcammo l’ingresso sella spiaggia. Gli ombrelloni incappucciati erano file e file di soldatini. La mano nella mano ci incamminammo. Erano almeno tre chilometri da fare: pregai che non finissero mai. La luna piena che accendeva il mare di riflessi d’argento ingigantiva il sogno.


2010


Piano bar

IMMAGINE © EL GAUCHO


sabato 25 agosto 2018

Al mare, quando piove


La mattina mi svegliai avvolto nel grigiore. Ci volle qualche istante in più per capacitarmi, per ricordarmi che mi trovavo in una camera d’hotel. Nuvoloni minacciosi arrivavano da nord-ovest, presto si sarebbe scatenato il fortunale. Scendendo per la colazione incrociai Claudia. Da qualche giorno avevamo legato: in spiaggia eravamo vicini di ombrellone e in breve avevamo realizzato una larga “casa comune” per i nostri due lettini. Quella mattina però il litorale sarebbe certo rimasto deserto.

Claudia, tra un morso e l’altro del suo croissant, chiese: “Oggi che si fa, con questo tempo?”. Giocare a scala 40? Risolvere parole crociate? Chiudersi in camera a guardare il soffitto? “Io una mezza idea ce l’avrei...”

Prese la sua borsa e partimmo. La temperatura si era notevolmente abbassata ed era piacevole viaggiare. Ci immettemmo sull’A4 e in un’ora fummo a Venezia. Lasciammo l’auto al parcheggio di Fusina, l’unico indicato libero dai semafori sul cavalcavia dell’auto­strada, e in vaporetto raggiungemmo San Marco attraverso il Canale della Giudecca. Claudia era stupita nel vedere le navi ormeggiate, così grandi sopra di noi. Sentivo come un groppo in gola. Non tornavo a Venezia da allora, da quel luglio di tre anni prima che aveva segnato una svolta nella mia vita. Lei se ne accorse, forse c’era anche una lacrima nei miei occhi. “Qualche cosa non va” disse con voce infinitamente dolce. Non era una domanda, ma una constatazione che Claudia faceva con femminile intuito. Fu una liberazione per me raccontare a qualcuno - ed era la prima volta che lo facevo - quella storia che mi aveva lasciato l’amaro nel cuore per molto tempo.

Dissi tutto di Bibiana, delle sue dita da pianista che mi avevano stregato, dei suoi modi gentili, della sua dolcezza. “Sì, ti assomigliava, c’eravamo incontrati in un caffè, la sera facevamo lunghe passeggiate in centro, a vedere i negozi. Fu il classico colpo di fulmine. I giorni con lei passarono in fretta poi ci dovemmo separare: i miei impegni e i suoi esigevano strade diverse. Il giorno dell’addio era un mattino nuvoloso come questo. Non facevo altro che piangere e pensare a lei. Il giorno dopo ero a Venezia per presentare una mia mostra: nascosto dietro un paio di occhiali a specchio, vagavo per le calli in cerca di serenità. Le cupole, i monumenti, il sole, rimarginarono la ferita solo superficialmente. Poteva forse sembrare che io fossi allegro ma dentro morivo in continuazione. Solo il tempo a fatica è riuscito a guarirmi ma ora sento che il male è ancora nel mio cuore e cerco qualcuno che lo possa definitivamente estirpare...” Avevo parlato e mi sentivo molto meglio. “Marco, lei deve aver contato molto per te, vero?” commentò Claudia. La vedevo stranamente indecisa, combattuta, come se fosse preda di un’inquietudine.

Il vaporetto attraccò in Piazza San Marco. Turisti giapponesi fotografa­vano la basilica e il Palazzo Ducale. Vidi una smorfia sul viso di Claudia tramutarsi in un sorriso e cominciò a parlare: “Devo dire che anche tu conti molto per me. Sai, sono partita per sfuggire ai miei problemi. Oh, non è che siano problemi molto gravi. Volevo solo vedere se è questa la mia dimensione, valutare l’amore, il senso della vita. I primi giorni mi chiedevo cosa fossi venuta a fare in quel posto, non sapevo cosa fare, cosa dire... poi ho conosciuto te e sono riuscita a tornare serena. Sì, avevo paura di cadere in un altro amore senza senso, tanto per dire che sei innamorata e invece ho trovato un vero amico”. Mi abbracciava e piangeva lacrime di gioia. “Su, non piangere. Se piangi quando sei felice, cosa farai quando le cose non ti andranno bene?”

Pranzammo in una pizzeria nella Salizzada San Lio e ci incamminammo verso Rialto. Si stringeva a me, io avevo il braccio sulle sue spalle, sembravamo due innamorati. Glielo dissi. La sua risposta fu un bacio da innamorata. Sul ponte di Rialto una ragazza suonava la chitarra seduta sul suo sacco a pelo e un capannello di turisti la stava ad ascoltare. Di tanto in tanto qualcuno andava via, qualcun altro arrivava. Seduti sulla spalletta del ponte ci tenevamo per mano. Era tornato il sole e i vaporetti lasciavano scie d’oro sulla laguna. La ragazza cantava “… e tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d'amore fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai, fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai…”

* * * * * * *

Cose che capitano al mare quando piove. Io invece mi chiudo in camera a immaginare storie e scrivo racconti…


2010


Green

STEFF GREEN, “HONEYMOON IN VENICE”




sabato 18 agosto 2018

Un cuore di panna


Mangio un “cuore di panna” per ritrovare il gusto della mia gioventù. Come il sapore della madeleinette intinta nel tè rammenta a Marcel Proust i giorni dell’infanzia trascorsi nella casa di Combray. È un periodo più avanzato quello che io vado cercando, quello dell’adolescenza: i giorni del liceo, della compagnia del treno, i pomeriggi passati a studiare, a scrivere poesie o su un campo da tennis. Gli amici del mare, i lunghi pomeriggi di spiaggia a giocare a bocce e a pallavolo, a nuotare, a passeggiare sul bagnasciuga. Alla fine qualcuno diceva: “Andiamo al bar”. Era già la bella stagione e prendevo un “cuore di panna”. Forse inconsciamente speravo di vivere una storia romantica come quella che mostrava la pubblicità del cornetto Algida: baci, tenerezze, amore e mare.

Così, dopo aver mangiato la granella e lo sciroppo di cioccolato, ecco che morso dopo morso la panna viene a contatto con le papille e il ricordo prorompe: la stanza, i mobili scompaiono e d’improvviso mi trovo fuori da quel campo da tennis, con la racchetta e la borsa, appoggiato alla Vespa di Danny con il cornetto e uno sguardo attento alle ragazze che pattinano sulla pista. Saliamo sull’ET3 Primavera bianca e andiamo a una festa: si suona musica dance, si balla. Io, come sempre, mi siedo sul divano, faccio conversazione con Claudia, con Benedetta. Beviamo quella mistura rossa che sa leggermente di alcool, sospetto che il colore sia dato dal ginger. Poi esco in giardino, mi siedo sul dondolo, aspetto che venga il momento di andare via…

O ancora spuntano come funghi gli ombrelloni verdi e il pavimento diventa sabbia, laggiù è ormeggiata la barca rossa del salvataggio e il bagnino aspetta all’ombra con una maglia a righe. Sono qui sulla sdraio e accanto a me siede Paola: mangiamo i nostri cornetti e lei con le dita di un piede disegna un cuore sulla sabbia… Nel ricordo tutto è vivido: il dolce rumore delle onde, i pattìni che galleggiano al largo come ninfee in uno stagno, il sole che splende altissimo, la tela sbiadita dell’ombrellone, i raggi di metallo, la sua borsa di paglia appesa, i suoi shorts color kaki, la canottiera, le ciabatte bianche, la mia Lacoste rossa, i pantaloncini, il tavolino rotondo arancione infilato nel sostegno in plastica, la radio che suona. E riconosco anche la canzone: “A flash in the night” dei Secret Service. Vividi sono anche il viso di Paola, il sorriso, il suo corpo, le sue gambe affusolate, i capelli raccolti a coda, il bikini turchese.

Non resta ormai che la punta del cono, una croccante cialda ripiena di cioccolato. La mangio, l’estate fuori continua a splendere, rigogliosa nel verde di agosto. Ancora non si notano i primi segni dai quali è possibile riconoscere l’arrivo dell’autunno: non ci sono foglie gialle né si è fatta più fredda la brezza; le cicale continuano a frinire tra l’erba alta, le rondini compiono la loro sarabanda nel cielo. Presto la bella stagione finirà, ma l’anno prossimo ritornerà. La gioventù invece se n’è andata per sempre…



Algida

PUBBLICITÀ DEL “CORNETTO ALGIDA” - 1977

sabato 11 agosto 2018

La fine dei giorni


Stavo guidando sulla G-Street NW all’altezza della Jacob Burns Law Library quando la radio lanciò la notizia di vasti incendi che stavano devastando la Russia. I danni erano ingenti, le città colpite molto numerose: Mosca, San Pietroburgo, Samara. Il giornalista ricordava che qualcosa del genere era successo parecchi anni fa, nella rovente estate del 2010. Allora non ero che un ragazzo: ricordo vagamente qualcosa, ma ero più impegnato a correre dietro alle ragazze e a pensare a quale college scegliere. La radio passò poi ad altre notizie: un incidente ferroviario in Nicaragua, sommosse in Africa centrale, i risultati del campionato di baseball… e i White Sox avevano vinto ancora! Non lo sapevo, ma quella notizia che avevo udito alla radio – gli incendi in Russia, non il baseball – avrebbero cambiato per sempre la faccia del mondo e la storia dell’umanità. Era il 2 agosto del 2035.

Un paio di giorni dopo ero davanti alla televisione a seguire la CNN: ancora le immagini della devastazione russa: Kazan, Nižnij-Novgorod, Ekaterinburg, Cheliabinsk non esistevano più, intere città rase al suolo dalla furia del fuoco. Molti erano fuggiti e lunghe colonne di profughi si ammassavano in direzione della frontiera ucraina. Le vittime si contavano a centinaia di migliaia. Ero già abbastanza scioccato, ma non mi aspettavo di cadere nel delirio più puro quando apparve il presidente russo Vladislav Mindijatov: con faccia scura e sguardo accigliato quasi urlò che la colpa di tutto quello che stava accadendo nel suo paese, e che contagiava ormai il vicino Kazakhstan e minacciava la Mongolia, era colpa nostra, colpa degli Stati Uniti d’America. Mindijatov asseriva che il satellite supersegreto X-97K lanciato una settimana prima dalla base “George W. Bush” di Sarasota aveva innescato tutto questo. Diceva con veemenza che quel satellite possedeva una qualche arma in grado di incendiare la Russia dalla stratosfera. Credevo che le vene del collo gli scoppiassero tanto era adirato e rubicondo: stavolta non c’entrava la vodka di cui il nostro presidente Peter Tagliaferro raccontava Mindjatov fosse grande appassionato.

Il 6 agosto, triste giornata, si ricordava il 90° anniversario dello scoppio della prima bomba atomica ad Hiroshima. Per un buffo ricorso storico, quel giorno le fiamme, nonostante il febbrile lavoro dei soldati russi attorno all’impianto, divorarono la centrale nucleare di Mayak, negli Urali. Gli effetti furono catastrofici, un insieme di bombe atomiche lanciate all’unisono: milioni di vittime nel raggio di centinaia di chilometri, poi la nube radioattiva si spostò sull’Asia Minore e devastò i paesi arabi. Il mondo era attonito, incredulo, terrorizzato.

Passarono cinque giorni e Mosca – ma in realtà i vertici si trovavano nella città di Vorkuta, nell’estremo nord – decise che era giunta l’ora di passare al contrattacco. Mindjatov premette il pulsante rosso e ordinò l’attacco nucleare contro l’America. Ne fummo informati quasi in tempo reale. Il presidente Tagliaferro si rifugiò nel bunker sotto la Casa Bianca, il suo vice Alan Kawasaki fu portato in un luogo sicuro e segretissimo. Piangeva Peter Tagliaferro quando sibilò l’ordine di rispondere all’attacco. “Dio mi perdoni” disse.

Sono trascorsi sei mesi: le piogge radioattive hanno reso sterile e inabitabile il pianeta, o meglio il deserto che un tempo chiamavamo Terra. Tecnicamente sarebbe primavera. Ma noi non siamo più usciti da questo bunker: abbiamo scorte per decenni e quel che resta di un paese da governare. Il presidente Tagliaferro è invecchiato di anni in questo breve lasso di tempo. Ancora non si dà pace. Ogni tanto mi fa chiamare e mi dice: “Jonathan, mio consigliere, non era che un satellite-spia, non serviva che a carpire fotografie dall’alto. Perché? Perché?”. Ho l’impressione che giorno dopo giorno il nostro leader stia diventando pazzo.


2010


IMMAGINE © WINDOWS 8 WALLPAPERS

sabato 4 agosto 2018

Wile E. Coyote dopo aver catturato Beep Beep


Sta scendendo la notte sul deserto. Qua e là tra i cactus e i cespugli ballerini svolazzano via piume azzurre, altre blu si impigliano ai saguari. Restano solo le braci del fuoco, i due rami a Y su cui è stato posto lo spiedo. In quella luce rossastra Wile E. Coyote ripulisce l’ultimo cosciotto con i denti aguzzi.

“Non è nemmeno buono” sta pensando, “carne dura, coriacea. Eh be’, tutte quelle corse hanno bruciato il grasso, hanno lasciato solo muscoli”. Appoggiato a uno scatolone dell’ACME, sta riflettendo che quello che più desideriamo, quello cui pensiamo notte e giorno, non sempre vale la pena, che il desiderio soddisfatto ha perso gran parte del suo fascino. Lo dicono anche i poeti. Lo dice Montale: “In attendere è gioia più compita”. Lo dicono i filosofi come Lessing: “L’attesa del piacere è essa stessa piacere”. Forse di più, direbbe Wile E. Coyote, se conoscesse Lessing.

Così, ora che restano solo ossa del roadrunner, e qualche piuma colorata, il coyote si sorprende a guardare le stelle e riesce finalmente a formulare la domanda che gli gira in testa da ore senza riuscire ad essere compiuta: “E adesso, adesso che finalmente l’ho catturato, adesso che l’ho cucinato e mangiato, adesso che cosa farò?


DG coyote