sabato 12 ottobre 2019

Blade Runner in bianco e nero


«Ué, Pascà!”»

L’uomo si volge sotto il cielo cupo di periferia che sembra gareggiare in grigiore con i locali sporchi di smog e fumo, coperti di graffiti sbiaditi. Qua e là vetri rotti, segni del passaggio di qualche sbandato: stracci, siringhe, cumuli di immondizia. Il suo sguardo tirato improvvisamente si apre anche se non completamente, permane un’ombra di paura in quegli occhi che osservano il nuovo arrivato. Aveva temuto fosse qualcuno mandato dalla malavita, un tirapiedi di don Gaetano, detto “Tano Sarvietta” per l’enorme fazzoletto nel taschino del completo. Gli deve un sacco di soldi per i debiti di gioco. E i soldi non li ha. Quelli che aveva sono finiti nelle macchinette del videopoker.

Invece a salutarlo è Salvatore. Gli tende la mano, se la stringono pollice contro pollice come fanno i giocatori delle squadre di calcio. È il suo amico d’infanzia, quello con cui ha condiviso ogni esperienza, dalle donne allo stadio, dal fumo ai piccoli scippi. «Come butta, Pascà? È un bel po’ di tempo che non ci si vede…» Pasquale gli racconta tutti i suoi guai: gli dice che ha perso il lavoro al cantiere, che per questo sua moglie lo ha lasciato, che il suo matrimonio è ormai morto e sepolto, che se va avanti così probabilmente perderà anche la casa. Gli racconta che ha pensato di mettere a posto le cose giocando e che invece così si è rovinato, si è strangolato da solo mettendosi nelle mani di Tano Sarvietta.

Salvatore ascolta, mentre già comincia a cadere una pioggerellina sporca e minuta che rende ancora più grigi gli stabili di quel vicolo isolato. Quel tempo gli fa pensare a Blade Runner, anche per via dei neon che si sono accesi: ma è un Blade Runner girato in bianco e nero. E questo povero cristo gli sta raccontando la sua vita. Sembra un Rutger Hauer barbuto e stazzonato nell’ultima scena: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”…

Non ce la fa più. Non riesce più a starlo a sentire Salvatore: un nodo allo stomaco lo stringe come una cravatta. Teme di non riuscire a fare quello che deve. Si sforza di sorridere, poi riesce a dire con una voce dal tono più alto del normale che gli fa pensare a un attore che reciti impostato «Mi ha fatto piacere vederti, Pascà… però… tu lo conosci Tano Sarvietta, sai come è fatto. Scusami, Pascà…”
E così dicendo, con un gesto fulmineo estrae la pistola dalla cintola e spara all’amico d’infanzia, un colpo solo, preciso, che Pasquale non si rende neanche conto di morire. Poi corre via e sente l’acqua fredda sferzargli la faccia, entrare nel collo del giubbetto. Non sa dove finisca la pioggia e dove comincino le lacrime.


Fiveprime
FOTOGRAFIA © FIVEPRIME

sabato 5 ottobre 2019

Il lungo crepuscolo


L’amore è tutto nel suo nascere, nella scintilla che origina l’incendio. Talvolta capita che cada su un terreno già predisposto, come se la paglia non attendesse altro: così arde alto come le stoppie secche che i contadini bruciano d’autunno per liberare il campo. Talora invece si origina come un Big Bang: due vite che fino a quel momento si ignoravano entrano in collisione e subito divampano le fiamme. La passione è il vento torrido che le alimenta, che le propaga celermente come nei roghi d’estate.

Quello è l’amore, allora. Ma poi le cose cambiano, la routine subentra alla novità, ci si conosce, ci si frequenta, si vive in simbiosi. E allora l’amore diventa nei casi migliori armonia, piacevole abitudine, oppure si trasforma in tolleranza, in sopportazione, in continua lite per rivendicare il possesso e lo spazio. O ancora quell’incendio innesca bombe e granate e l’amore implode su se stesso proprio come quegli enormi edifici che vengono demoliti con le cariche. Non c’è una regola, nessuno la può indicare: neppure i saggi, nemmeno i filosofi, tanto meno gli psicologi.

Ci sono anche amori che continuano a vivere anche se sono morti: la loro forza splende ancora proprio come la luce del giorno che non vuole finire e si attarda a colorare i crepuscoli. Il sole dell’amore è sorto nell’alba, è salito sui cancelli, sui giardini, si è levato alto nel cielo di mezzogiorno e poi si è via via affievolito fino a cadere sull’Occidente. Un gesto, una parola, e l’amore è finito, ma il suo riflesso ancora scintilla leggero, è un tremulo e vago ricordo che emana la sua flebile luce...

Tutto questo preambolo per raccontare il mio amore. Ebbe inizio come il vagito di un bimbo che nasce – ricordo che guardai il cielo sereno per vedere da quale nuvola fosse partito il fulmine che mi aveva colpito. O forse credevo di vedere Cupido allontanarsi con l’arco a tracolla e la faretra ormai vuota. In realtà era stata una ragazza a colpirmi: la incrociai per strada e ne rimasi tramortito, un pugile andato ko, centrato da un diretto al mento. Non succede per tutti così? Per molti, almeno, se escludiamo quelli che ho citato nell’esempio della paglia: amici, compagni di scuola, gente che sta insieme e che lentamente incappa in quella scintilla. Poi però il percorso è identico: vedi il suo sorriso ovunque, lo incolli negli specchi, chiudi gli occhi e ancora sei affascinato dal suo sguardo, dalla sua andatura, dalle cose che dice e dal modo in cui le dice. Ma l’amore che sale sulla sua parabola si inerpica inesorabilmente verso l’apice, il punto in cui, senza nemmeno renderti conto, è cominciata la curva di discesa. Ed è così che si arriva, o almeno che io sono arrivato allo strazio: precipitando nel vuoto lentamente. Ricordo delle fotografie in cui una modella è ritratta da sotto un vetro spesso: angolando la camera in modo diverso, sembra che stia cadendo e resti aggrappata alla cornetta di un telefono rischiando di finire sul letto di chiodi che c’è sull’orlo inferiore dell’immagine. Mi sono sentito così. Cadere è più lacerante dell’impatto, ancora più che morire.

Per questo ieri mattina, quando l’ho vista avanzare tra la gente – un’immagine arancione di schiena nella folla – non l’ho seguita, non l’ho rincorsa. Era il fiume che fluiva, l’acqua che finalmente scorreva sotto il ponte. L’ho lasciata andare, ho lasciato che il tempo sfuggisse dalle mie mani. Ed è scesa la notte – no, non su quel mattino, su quell’amore. Si è chiuso il conto con il dolore e una nuova alba si è accesa, una luminosa alba di pace in cui ricominciare a vivere.
 
2011


IMMAGINE © COLOURBOX.COM





sabato 28 settembre 2019

Una donna sola


Davanti alla sua casa vigila un pino atlantico come una sentinella nella sua uniforme grigio-azzurra. Un'acacia dal muro di cinta allunga la sua chioma come una giraffa che tenda il collo per brucare teneri germogli. Bassi cespugli tozzi e corpulenti fanno corona al vialetto di cotto. La sua casa è bassa, si estende su un solo piano nell'erba ben rasata. Il camino sovrasta le tegole come uno spillo puntato su una bacheca di sughero e le imposte di legno laccato sono chiuse per la maggior parte del giorno: sembrano occhi, La porta è alla loro sinistra: se fosse in mezzo alle due finestre potrebbe essere il naso; così invece dà l'impressione di un dipinto di Picasso. Dietro la casa c'è solo il cielo: ogni sera vi si inscena lo spettacolo del tramonto.

Lei è una donna giovane e volitiva, ama vestire con abiti attillati che mettono in mostra le forme curate del suo corpo. Raccoglie sempre i capelli ramati sulla nuca fermandoli con uno spillone di cuoio. Quando la sera li scioglie davanti allo specchio, guardandoli scivolare sulle spalle nude ama paragonarli a onde. Si compiace del fatto che solo a se stessa consente di vedersi con i capelli sciolti, come un piccolo segreto. Preparandosi per la notte, guarda fuori: le luci del vialetto di accesso, che lascia accese fino all'alba, le danno sicurezza. Sta lì con la maglietta e i calzoncini e rimira i globi luminosi e i loro aloni. D'estate vi sfarfallano insetti e falene, d'inverno talvolta roteano i fiocchi di neve.

È rimasta sola, tradita da un amore sbagliato che aveva ritenuto quello giusto, quello per l'eternità. Si ingannava. La solitudine è il pegno che paga a quel suo giovanile errore. Con il passare del tempo si è abituata a quella solitudine, non lo avrebbe mai ritenuto possibile. Ne aveva orrore! La rifuggiva con numerose amicizie - troppe, si dice adesso, e troppo occasionali. Eccola lì sola, che guarda dalla finestra aperta il giardino illuminato nella calda notte estiva, i capelli sciolti sulle spalle e la maglietta degli U2. Alla tenue luce dei globi legge prima di andare a dormire. Legge i tormenti di un'altra donna, le sue inquietudini. Legge il Diario di Katherine Mansfield e confronta la sua vita con quella della scrittrice neozelandese. La comprende, la disapprova, si immedesima, partecipa.

La sua casa è illuminata a festa. Sopra il tetto splende la luna.

1994


sabato 21 settembre 2019

Il fiasco

 
È un giorno di giugno del 1946. La guerra è finita da poco e la tranquillità sembra prendere possesso delle nostre regioni, ora che è tempo di ricostruire, di ricominciare. Ma nelle campagne continua a essere la solita vita di sempre, la lotta contro la povertà, la battaglia quotidiana per strappare anche un solo granello alla terra.

Anche i bambini sono arruolati a combattere questo antico conflitto: Martino ha sette anni ed è con il nonno Luisìn nel campo di grano: con la roncolina taglia gli steli, ben attento a non perderne neppure uno – “La terra impiega un anno a fare questa cosa” gli ha detto una volta il nonno “vedi di non sprecare il suo lavoro”, e lui ha sempre prestato la massima diligenza nel riporla nel cesto.

“Martino, ho sete, vai a prendermi l’acqua”: nonno Luisìn gli porge il fiasco e il bambino lo prende per uno dei due manici e si incammina verso la cascina. C’è tanta strada da fare, saranno almeno due chilometri sulla strada polverosa dove gli insetti non danno tregua. Martino va, con il suo passo trotterellante e intanto fischietta e canterella. Arriva alla fontana e trova i bambini che giocano con le biglie: sono i suoi compagni della cascina, loro non lavorano nei campi – magari avranno già munto le vacche o aspettano di portare la paglia. Martino appoggia il fiasco dove non può rompersi e pensa che ha tempo anche lui per giocare un po’. Dalla tasca dei calzoncini consunti toglie una manciata di biglie ed entra in gioco: vince chi si avvicina di più al muro e si porta a casa tutte le sfere di coccio.

Dopo un po’ raccoglie le sue biglie, beve una lunga sorsata d’acqua e poi riempie il fiasco alla fontana. È davvero giunto il momento di tornare al campo di grano. Adesso corre meno, per timore di cadere e rompere il suo carico. Arriva e vede nonno Luisìn che lo aspetta: sta guardando il sole. Lo sa che sta calcolando il tempo trascorso con grande precisione basandosi sul movimento dell’astro nel cielo. Nonno Luisìn non dice niente. Prende il fiasco, lo stappa e rovescia tutto il suo contenuto per terra, tra i fuscelli. Poi lo porge di nuovo a Martino e gli dice: “Vai a prendermi l’acqua”. Il bambino ha capito: ora corre, incespica, si ferisce i piedi con le pietre. È di nuovo alla fontana, non guarda neppure i suoi amici: riempie la bottiglia impagliata e torna più veloce che può. Al campo allunga il fiasco a nonno Luisìn, temendo che reagisca come poco prima. Invece il nonno beve e si allontana soddisfatto.

Martino si inginocchia e riprende a tranciare le spighe. Gli brucia il taglio che si è fatto sulla pianta del piede contro una pietra aguzza. Ma dentro, dentro qualcosa gli brucia ancora di più: avere deluso nonno Luisìn.

2011

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VINCENT VAN GOGH, “CHAMP DE BLÉ DERRIÈRE L’HOSPICE”




sabato 14 settembre 2019

La ragazza

Era da qualche giorno ormai che cercava di abbordare la ragazza. Aveva sedici anni, uno in meno di lui, ed era la figlia maggiore dei proprietari dell’hotel in cui soggiornava. Si chiamava Anna ed era bellissima: lo ammaliava particolarmente quel largo sorriso che le illuminava il viso quando parlava con i clienti, quando s’ingarbugliava in un colloquio in tedesco.
Era il terzo giorno da quando era arrivato e si disse: “Giovanni, ora o mai più”. La stava osservando dal balcone al terzo piano: lei era seduta sul dondolo nella veranda riservata ai clienti e stava risolvendo un cruciverba. Sentì che quella volta si doveva proprio decidere: non voleva convivere con il rimpianto di non avere agito, di avere rinunciato per timidezza.

Come morso da una tarantola, rientrò nella stanza e ne uscì dalla porta - fermo, convinto, come forse mai ancora gli era capitato nella vita - si precipitò per le scale ignorando l’ascensore e in un volo percorse le tre rampe. Non si era preparato neanche una frase da dire per rompere il ghiaccio: si accorse solo al pianterreno di avere ancora in mano il libro che stava leggendo prima di vedere comparire Anna sulla veranda. Nella hall rallentò, si ricompose - a quell’età non si ha il fiatone neppure dopo essersi scapicollati per tre piani - e infine uscì tra i tavolini. Indicò il posto libero sul dondolo e disse “Posso sedermi?”. Non aveva pensato nemmeno un secondo che ai tavolini bianchi non c’era nessuno e avrebbe potuto sedersi ovunque volesse, ma non lì… Anna rispose “Ma certo” con la bella voce e Giovanni si sedette con il suo libro tra le mani e l’orgoglio di avere finalmente aperto una breccia.

In effetti fu lei a prendere l’iniziativa: “Come avrai sentito, mi chiamo Anna” disse, riferendosi al fatto che il suo nome veniva gridato e invocato spesso tra i tavoli della sala da pranzo, dove portava bottiglie di vino o di acqua minerale, o tappi di plastica, posate e tovaglioli. Gli porse la mano, lui la strinse, sorrise e riuscì infine a pronunciare “Io sono Giovanni”.

Erano le due e mezzo del 25 giugno 1982, un pomeriggio afoso con il cielo grigio, perlaceo, coperto e pesante. Ma lui si sentiva leggero, solare, udiva trombe dentro che intonavano l’”Exsultate”.  Si era prefisso uno scopo e l’aveva ottenuto, era riuscito a vincersi, a dominarsi, e ora stava parlando con lei. Erano banali scambi di notizie anagrafiche: dove abitava, la scuola, le idee. Sapere che entrambi frequentassero il liceo classico fu il punto comune che li legò ancora di più.

Anna ora gli parlava del libro che lui aveva appoggiato sul cuscino a righe del dondolo: l’aveva anche lei e lo stava leggendo proprio in quei giorni, ma era alcuni capitoli più indietro. Il pomeriggio passò veloce mentre si raccontavano, mentre si aprivano alle loro affinità che potevano preludere all’amicizia o anche all’amore. Giovanni era già innamorato, lo era segretamente da quando l’aveva vista la prima volta.

Erano quasi le cinque. Anna Abbandonò la “Settimana Enigmistica” dove, conversando, avevano risolto insieme qualche gioco - lui le aveva insegnato gli anagrammi, i cambi di consonante, i lucchetti, le zeppe; lei era più portata per i giochi logici. “Devo andare a comprare un paio di scarpe” gli disse alzandosi, “ci vediamo stasera”. Aggiunse “Esci con noi?”, riferendosi al gruppetto che componeva con il fratello e un’amica che era ospite sua, forse una compagna di classe. Giovanni disse subito di sì, non aspettava altro. “Allora ciao, ci troviamo qui fuori dopo cena”.

La guardò allontanarsi per i portici, verso i negozi del centro. Rimase ad osservare il suo vestito azzurro a fiori finché non divenne un punto indefinito nell’ombra. Poi si alzò e andò nella saletta della televisione: stava per cominciare Austria-Germania Occidentale, partita dei Mondiali di Spagna.  Seduto in una poltrona scozzese, pensava ancora ad Anna. Era innamorato.

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DIPINTO DI LEONID AFREMOV

sabato 7 settembre 2019

Le grotte sono chiuse

 

Fuori il lago si versa azzurro come un mare di Sardegna nel catino limitato dalla penisola di Sirmione. Appena oltre le vecchie mura uomini e donne sdraiati sulla spiaggetta sassosa, alcuni sono nell’acqua chiara del lago, lasciano che le onde gli passino addosso. È domenica e barche e motoscafi bianchi galleggiano al largo, sullo sfondo la sponda veronese con Peschiera e Lazise. Le vie del centro invece pullulano di turisti tedeschi e olandesi, austriaci e francesi, spagnoli e inglesi; ci sono anche i nuovi ricchi russi. E poi i pensionati delle più svariate congregazioni: dopolavoro, cooperative, pro loco, sindacati: sono scesi dal battello e attendono tra gelaterie, bar e negozi di souvenir che venga l’ora di risalire sul traghetto per Desenzano, Salò, Bardolino o Riva. Li si riconosce dal cappellino.

Ne approfitto per rendere omaggio a uno dei miei maestri, Catullo. Quasi certamente le rovine sulla punta della penisola, in posizione davvero invidiabile, non sono la sua villa, se anche risalgono al periodo romano. Percorro tutta la cittadina, dal mio hotel presso il Castello Scaligero alle Terme e da lì sulla strada tra gli oliveti che sale appena affiancando una veduta mozzafiato del lago, sullo sfondo il Monte Baldo e una quinta di altre basse montagne. Ogni tanto passa il trenino elettrico su gomma che trasporta una dozzina di persone. Ma, ahimè, ho fatto i conti senza l’oste: le Grotte di Catullo sono inspiegabilmente chiuse, i cancelli impediscono il varco e i quattro euro per il biglietto restano in tasca. Con me qualche coppia di turisti stranieri, una professoressa di latino e greco napoletana, una agguerrita signora della provincia veronese che interpella la custode. “Oggi restiamo chiusi per disposizione ministeriale” chiosa lei, una donna bionda sui trentacinque anni ma non riesce a dare una spiegazione plausibile. Il cartello indica chiaramente che la domenica le Grotte sono aperte dalle 9.30 alle 18. Però si lamenta che deve comunque rimanere lì con due colleghi invece di andare a sguazzare nel Garda dove esce lo scarico solforoso delle terme. La professoressa si altera un po’, tira in ballo il ministro, la signora veronese le dice che non vale la pena. Ma mi fa male quando, deluso, vengo via e sento il commento dei tedeschi: “Italien...” Per fortuna dal piazzale si gode una vista meravigliosa sull’altra metà del Garda, decine di natanti galleggiano sotto il sole del pomeriggio. Lame di luce scintillano, si riverberano sugli oleandri.

Torno in città gustandomi la dolcezza del giorno di fine agosto, l’aria buona del lago che fa fiorire le buganvillee e i limoni, che accarezza con mano leggera. Dove partono i battelli della Navigarda c’è la statua di Catullo: dopo tanti anni il suo busto è diventato verde. Eccoci qui, Gaio Valerio: odio e amo anch’io, non Lesbia come te, non la mia ragazza che ha preferito stendersi al sole nella spiaggetta davanti all’hotel. Odio e amo questo splendido paese che si chiama Italia.


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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 31 agosto 2019

Nell’attraversare il ponte

Aspettavo la sera per passare il ponte, quando il fiume mulinava verde di giada e i sassi del greto erano indeterminate forme chiare. Nell'ultima luce la corona dei monti vicini appariva nera, le cime aguzze più lontane invece erano chiare, come se fossero coperte di neve. Si accendevano le stelle, il disco o la falce della luna.

Attraversavo il ponte più lontano, solitario, non il ponte grande che usavano tutti, pieno di traffico e di automobili tanto che c'era anche un semaforo a regolarne il transito. Quel ponte aveva un che di plebeo, di sciatto, con la ringhiera lavorata verde e gli ampi marciapiedi dove si poteva sostare e guardare l'acqua correre via tra le rocce. E poi c'erano troppe luci: i fanali, i fari delle auto, l'illuminato imbocco della Piazza del Teatro.

Non attraversavo neppure il ponte delle Poste, vicino all'antica chiesa di Santo Spirito, dove si aprivano la zona ricca, le colline, il Grand Hotel, con i bandieroni bianchi e rossi svolazzanti sui pennoni i giorni delle feste e lo stemma civico a mosaico sulla spalletta. Da lì la città appariva in tutto il suo barocco ridondare: le costruzioni in stile Liberty, le cupole tondeggianti, il Duomo con l'orologio, la Porta, il lusso della fontana e della Banca subito dopo il ponte.

No: amavo attraversare nel buio il ponte pedonale, largo due metri, illuminato da pochi lampioni dalla luce fioca. Lì lentamente finiva il viale alberato per far posto ai negozi dei turisti e una via altrettanto oscura riconduceva al centro della città sotto la chioma di immensi ippocastani.

Non so perché prediligessi quel ponte, al quale si arrivava con un cammino un poco tortuoso, deviando dalla strada principale e passando dietro i campi da tennis e il supermercato: passavo di lì perché nell’attraversare il ponte, guardando l'acqua, i monti e le stelle, provavo un'emozione.

1994

FOTOGRAFIA © TRIPADVISOR