sabato 20 luglio 2019

Un piccolo passo


Il pomeriggio del 21 luglio del 1969 i televisori, quei vecchi televisori bombati, con un paio di manopole e senza telecomando, trasmettevano naturalmente l’evento del secolo, forse del millennio: il primo uomo aveva messo piede sulla luna. Nel bianco e nero molto sgranato il pianeta di polvere grigia riempiva tutto lo schermo e un ometto vestito come un pupazzo, con mosse da pupazzo, scendeva una scaletta e posava il piede goffamente sulla superficie.

Un bambino di neanche cinque anni quel pomeriggio aveva la febbre e non poteva uscire a giocare in giardino come sempre. Avrebbe voluto vedere i cartoni animati, ridere delle malefatte di Bugs Bunny, di Duffy Duck, di Wile Coyote, di Porky Pig. Non era come adesso che le televisioni riempiono centinaia di spazi nella lista del digitale terrestre: i canali erano soltanto due, il Nazionale e il Secondo. C’era anche la Televisione Svizzera, in Lombardia. E le trasmissioni iniziavano solamente alle 17 in inverno e alle 18 in estate. Quel bambino dunque, verso le sei del pomeriggio, era molto deluso perché invece dei Looney Tunes c’era un signore con gli occhiali spessi e il ciuffo biondo che con entusiasmo mostrava di continuo quella scena con l’ometto che scendeva da una scala.

Rincasò il padre del bambino. Aveva lavorato tutto il giorno a Milano ed era tornato in treno. Era un po’ stanco perché alle quattro del mattino era ancora lì attaccato al televisore a guardare quel “piccolo passo per l'uomo ma un gigantesco balzo per l'umanità”. Aveva pensato spesso a Neil Armstrong durante il giorno, a quella bandiera a stelle e strisce ferma nell’aria lunare senza vento. Rincasò dunque, e vide il bambino un po’ deluso davanti al televisore. Capì subito il motivo di quella delusione. Toccò la fronte al bambino, gli spettinò dolcemente il ciuffo, poi lo prese sulle ginocchia e gli disse: «Quella è la luna. Questa notte tre uomini partiti dalla Terra sono arrivati fino lassù. Pensa, un giorno forse ci potrai andare anche tu». Quel bambino avrebbe poi letto Jules Verne e la storia di Cyrano de Bergerac, si sarebbe appassionato ad Astolfo e all’Orlando Furioso, alle Cosmicomiche di Italo Calvino. Ma quel pomeriggio, ancora ignaro di tanta letteratura, quella luna dopo che suo padre gli aveva parlato così, non gli sembrava poi tanto lontana. Quando si mise a tavola per la cena disse alla mamma: «Sai, forse un giorno andrò anch’io sulla Luna...»

Quel bambino di neanche cinque anni ero io. Non sono andato sulla Luna. Non ci andrò mai. Ma ho imparato il valore che può avere un sogno. Qualunque sogno.

2013



sabato 13 luglio 2019

Alchimie


Alchimie che alterano le nostre deduzioni, interagire di ormoni e di processi chimici che alla fine chiamiamo amore. Anche i ricordi, certo: una molecola, che funge un po’ come il deus ex machina degli antichi tragediografi greci, li fissa nel nostro cervello come se li incidesse su una pellicola. Immagine di cui ho sempre abusato, questa dei ricordi come un film: evidentemente, nell’inconscio già c’era il germe di questa intuizione che non è mia ma di dotti scienziati. Questa molecola, che si chiama N-metil-D-aspartato, a contatto con il glutammato fissa eventi elettrici ma soltanto nel caso in cui la membrana della cellula sia depolarizzata e quindi passibile di attivazione. In pratica è come se si girasse una chiave o se si accendesse un interruttore consentendo di riconoscere come importanti gli eventi che vogliamo ricordare: soltanto questi infatti fissiamo nel cervello.

Il giorno in cui lessi questo articolo, subito dopo riflettei che tutto ciò in fondo non aveva alcuna importanza, che i ricordi che mi si affollavano nella memoria, dei quali lei era protagonista assoluta – “la signora della mente” amavo chiamarla – non mi interessava davvero come si erano formati. Il perché invece già lo sapevo: perché lei era importante per me. Certo la notte in cui le dissi “Se tu volessi, se tu soltanto mi amassi” e ricordo alla perfezione ogni dettaglio, dalle altalene che ancora si muovevano cigolando lungo la spiaggia al colore di burro della luna piena, dalla cantilenante nenia del mare che si frangeva sugli scogli al fresco contatto della sabbia umida sotto i piedi nudi, quella notte non stavo certo a pensare alle molecole e al glutammato.

Adesso forse posso interessarmi a questi articoli scientifici, a questi meccanismi astrusi che spiegano quello che in realtà a noi accade e che è accaduto per secoli e secoli, che è disceso nel corso dei millenni da amanti sumeri a innamorati egiziani, da madri romane a figli barbari e giù giù per gli evi fino ai nostri giorni, fino a me, fino a lei. Adesso lascio che la parola “ricordo” attiri la mia attenzione quando la trovo su una pubblicazione scientifica o in un libro di poesie o costellata qua e là in una raccolta di aforismi. E questo accade perché quella sera famosa lei non rispose “Sì” ma chiese tempo. E il tempo, si sa, ti frega sempre...

2011

sabato 6 luglio 2019

Afa

Dalla finestra socchiusa entrava il caldo della prima estate. Il rumore lontano di una trebbiatrice persisteva pesante nell’aria. Sdraiato sul letto, Cesare contemplava il soffitto bianco; immaginava che i propri pensieri fossero acrobati e che volteggiassero intorno al lampadario.

Nella strada passò una motocicletta. L’immobilità assoluta era l’unico modo di vincere l’afa, restare fermi come un sasso sul greto di un fiume, perfettamente immobili. Una mosca volava nella stanza e il suo ronzio si confondeva con il rumore della trebbiatrice lontana. Cesare pensò a Teresa: l’altro giorno, insieme agli altri ragazzi, era stato alla gita lungo il fiume. E c’era anche lei.

Teresa aveva lunghi capelli scuri e un’aria molto furba. Ciò che più gli piaceva in lei era la voce, quella voce calda e dolce. Erano stati insieme tutta la giornata eppure lui non le aveva rivolto neanche una volta la parola, se non nel saluto corale, quando a sera ognuno aveva ripreso la via di casa. E pensare che si era immaginato tante volte il giorno in cui sarebbero stati insieme lui e Teresa in una delle famose gite degli amici. Come quando erano stati in montagna e avevano detto che sarebbe venuta anche Teresa ma poi lei non c’era e lui quante volte aveva pensato a lei quel giorno...   

Cesare meditò sul fatto che non solo con Teresa si era comportato così ma con tutte le ragazze. Proprio tutte no: c’era Lucia, che lui considerava ormai come una sorella, con lei parlava anche per ore. Poi c’era Maria, così sensibile, così simile a lui. Forse era proprio quella compatibilità di carattere che lo aveva spinto a parlarle. Cesare pensò ancora una volta a Teresa, così dolce, così desiderabile. Si voltò su un fianco e fantasticò su come fare per dichiararsi a lei… Con la sua immagine negli occhi e nei pensieri, si addormentò.

(Maggio 1989)



ASHA CAROLYN YOUN, “RAGAZZO CHE DORME”

sabato 29 giugno 2019

Il giorno in cui elessero Nixon


Era il 21 maggio 2011. Il ghiaccio era ovunque tutto intorno a noi: l’Antartide con il suo vento incessante e i suoi territori inospitali, con le sue temperature impossibili – all’ultima misurazione il termometro segnava -79,4 gradi Celsius. Il nostro team era impegnato in uno studio di climatologia in collaborazione con scienziati britannici. Stavamo scherzando io e Lizzy sulla rivalità con noi americani. Le stavo dicendo qualcosa a proposito dell’orribile accento impostato che alcuni di loro continuano a mantenere, e Lizzy rideva con quel suo modo tutto particolare che mi strazia il cuore per la sua bellezza. La bellezza e il fatto che è fidanzatissima con il dottor Albert Pitt, il paleoclimatologo sempre alle prese con i carotaggi. “Quel dottor Phillips” stavo dicendo “poi sembra sempre in procinto di andare alle corse di Ascot…” e fu allora che lo notammo. Un vortice, come un tornado, però immobile, in continuo movimento su se stesso, ma fermo nell’aria. Un mulinello statico e avvolto da una nebbiolina luminosa, fermo nel vento che ci spingeva di lato ostacolando i nostri movimenti. No, non era una tempesta: su quello eravamo tutti concordi, anche il professor Phillips, che era arrivato con la sua consueta eleganza nonostante l’ingombrante abbigliamento termico.

Sembrava di trovarsi in un film di fantascienza, ma il vortice non aveva un’aria pericolosa, anche se ci tenevamo a debita distanza. Un grosso imbuto, ecco, quello sembrava, un immenso cono. Phillips vi lanciò dentro una pietra. Scomparve. Avevamo un pallone sonda per i nostri esperimenti: Lizzy propose di lanciarlo all’interno e di ritirarlo poi grazie alla corda. “Mettiamoci anche qualche oggetto tecnologico” suggerii. Il chimico scozzese McIntyre approntò un argano, vi legammo il pallone meteo con inserite sonde per la misurazione di pressione atmosferica, temperatura, velocità del vento e umidità relativa. Ci mettemmo anche un cronometro, in modo da poter registrare i tempi di lettura. Rilasciammo il pallone e in breve venne risucchiato dal vortice.

Dopo alcuni minuti ritirammo il pallone e iniziammo a esaminare i dati. Non era un tornado e non era una tromba d’aria: i dati non erano compatibili. Ma tutti sobbalzammo quando leggemmo il cronometro. Segnava la data del 7 novembre 1972, quasi quarant’anni prima. “Sembra impossibile che un uomo pronunci queste parole” disse con enfasi il professor Phillips, con la solita flemma però con un’ombra di stupore nella voce, “ma quello a cui ci troviamo di fronte è un tunnel temporale”. Lizzy, più pratica, disse “Una porta del tempo. Dobbiamo esserne certi, ripetiamo l’esperimento”. Lo ripetemmo più volte e sempre ottenemmo lo stesso risultato. Lizzy, che è l’esperta in questo campo, cominciò a spiegare la teoria del “Ponte di Einstein-Rosen”, secondo la quale esisterebbe un wormhole, cioè una galleria gravitazionale che collega come una scorciatoia un punto dell’universo ad un altro e che permetterebbe di viaggiare tra di essi a una velocità superiore a quella della luce.

Tornammo alle nostre stanze molto scossi ma anche molto affascinati da questa scoperta. Il responsabile del campo, il professor Stanwick, telefonò addirittura al Pentagono per segnalare la presenza del vortice. Chissà che è successo dopo, chissà i militari cos’avranno trovato… Noi tutti lo ignoriamo: nella notte il vortice si deve essere allargato perché al mattino, quando ci siamo svegliati, le apparecchiature nella base erano obsolete e il datario segnava l’8 novembre 1972. La radio ci disse quello che sapevamo già, avendolo studiato sui libri di storia: Richard Nixon era stato eletto presidente.

2011



FOTOGRAFIA © NASA



sabato 22 giugno 2019

Insieme

Adesso che il sole sta tramontando e tinge di rosa i palazzi di marmo di Piazza della Repubblica, il cielo visto attraverso le catenarie dei tram sembra un enorme dipinto di Mondrian steso sulla città. Camminiamo senza meta tra le vetrine e i muri grigi mentre le luci ormai si accendono e disegnano un altro volto di Milano, quello notturno, quasi che la metropoli stessa si rifacesse il trucco per la sera. Andiamo nel traffico, finalmente insieme e mi ripeto quella poesia di Diego Valeri: “Corso Venezia rombava e cantava / come un giovane fiume a primavera. / Noi due, sperduti, s’andava s’andava, / tra la folla ubriaca della sera”. Sì, perché è davvero così: la primavera è finalmente arrivata e dipinge le piante, colora di rosa le magnolie e i peschi, di bianco i pruni e gli albicocchi. Anche qui in città: la magnolia bianca in Piazza Duomo, per esempio, o gli alberi davanti a San Bernardino alle Ossa o i cespugli del Parco Sempione. E lei, che ho inseguito per tanto tempo, è qui al mio fianco, infine e ascolto il suono dei suoi tacchi sul pavé e sento in quel ritmico rumore la musica del tempo perduto. È come se, compiendo un circolo, io sia ritornato allo stesso punto dove la mia circonferenza si incontrava con la sua. E stavolta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione.

Abbiamo ormai raggiunto Corso Buenos Aires, la bassa cupola del Planetario si staglia davanti a noi, nei Giardini: il piccolo polmone verde odora di primavera. Sediamo su una panchina, ci abbracciamo mentre il crepuscolo avvolge la città. È bellissimo rimanere così, stretti, sentire il calore l’uno dell’altra, senza parlare, senza muoversi. “Vorrei non finisse mai” le dico e lei sorride, mi bacia. Gusto la delicatezza delle sue labbra, la morbidezza. Ma è ormai tardi, dobbiamo andare.  Scendiamo le scale della metropolitana a Porta Venezia: saliamo nel vagone tenendoci per mano, vincendo il nuovo imbarazzo di dimostrare alla gente che stiamo finalmente insieme, che non temiamo più che il destino o il caso o chi per essi scompigli i nostri baci e li dissipi. Le tengo la mano e sento rifluire finalmente la vita in questa nuova primavera. Le tengo la mano come un bambino che regga il palloncino, trattenendolo forte perché non gli sfugga un’altra volta.

2011

FOTOGRAFIA © LIFE

sabato 15 giugno 2019

Decadenza


I.

L’impero è ormai nella fase discendente sulla parabola della decadenza. Tra nani e ballerine a corte langue in una miasmatica palude, il circo del potere si rivolta nel suo fango, ché i maiali nel brago non fanno diversamente, se non per quel loro naturale essere animali. Le amanti prezzolate percorrono i corridoi delle ville, sfilano senza veli passando da una stanza all’altra, si lasciano stringere e toccare con violenza e a loro volta si avvinghiano e si muovono su corpi di uomini che il giorno dopo ritrovi sugli alti scranni, su corpi di donne che riempiranno i postriboli e le suburre.

È una tranquilla notte di questa decadenza, la luna taglia a fette il cielo, riversa sui palazzi la sua luce fredda, incapace di purificare il lerciume che colma le strade. I savi, gli onesti si rintanano nelle loro case, leggono alla fioca luce, cercano risposte alle domande più irrisolte, scaldandosi alla fiamma del genio. Rari passanti scolpiscono le loro ombre nei vicoli, avanzano con l’aria di congiurati. Ma tutti sanno quello che accade nelle alte sfere, tutti conoscono gli sfarzi esagerati, i lussi sfrenati che i senatori si concedono, le connessioni segrete tra le milizie e gli affari sporchi. Nessuno fa niente, nessuno può denunciare quello che è sotto gli occhi tutti: lo fanno i guitti nei cantoni dei teatri, ma nessuno può credere a chi indossa una maschera, a chi ghigna e non prende sul serio la vita.

Le scolte si aggirano sulle mura mentre a palazzo le odalische agitano i loro ombelichi. Dicono che l’imperatore brucerà Roma, che ne farà una catasta di legna annerita. Niente di più facile. Adesso sarà avvinghiato alle reni di qualche danzatrice o di una suonatrice di flauto, o forse avrà voluto provare il brivido di una schiava nubiana. Ma intanto, perso ad inseguire questi pensieri di lussuria e di potere, sono arrivato alla mia meta. Il portone è sprangato, i grossi cardini arrugginiti sembra impossibile che possano girare su se stessi. Busso con il segno convenzionale e attendo, guardandomi intorno se mai qualcuno mi avesse seguito. La porta si apre cigolando: sembra che non ci sia nessuno, ma so che nell’ombra scura c’è un gigantesco pescatore pronto ad assalire un centurione o un sicario mandato dall’imperatore.


II.

Dentro, nel ricco palazzo, le solite facce, sempre più impaurite. Caio Licinio Scrofola sta narrando l’ultima trovata dell’imperatore: si fa imbandire la tavola su una schiava nuda e prende a piene mani dal suo corpo le pietanze. “Mai si era visto un triclinio simile” commenta a metà tra l’indignato e il sorridente Giunio Tranquillo Vatinio. Lo schiavo intanto gli versa il Falerno nella coppa, quello stesso Falerno che scorre a fiumi nelle feste dell’imperatore. Voci incontrollate dicono addirittura che ci fanno il bagno le amanti più prestigiose.

Ma adesso è il tempo di abbandonare le facezie e le dicerie, è l’ora di mettere a punto la strategia. Adesso che ci siamo tutti, Lucio Nonio Bestia dice che è meglio parlare di cose serie. Come salvare Roma, come salvare l’impero da questa corruzione di costumi che infanga ogni cosa, che travolge porci e colombe, che colpisce colpevoli e innocenti allo stesso modo. Ci sarebbe il fratellastro dell’imperatore: possiamo contare su di lui? Lo possiamo sostenere? Publio Valerio Gavio dice di no, se poi somiglia a sua madre, che fu voluttuosa amante dell’imperatore e del padre di questi contemporaneamente, allora c’è poco da farci assegnamento. Il filosofo Marco Bruto Rufino disquisisce di forme alternative di governo, ma è lui il primo a sapere che non è possibile sbaragliare l’impero, le connessioni tra potere politico e militare. Bisognerebbe tornare ai tempi di Cincinnato, ai consoli dell’età repubblicana.

La notte si è fatta ancora più silenziosa, se tendi l’orecchio puoi sentire la voce delle cascatelle del Tevere. Non si conclude niente, neppure questa sera: queste riunioni di intellettuali si vanno trasformando sempre più in una consorteria dove si rovesciano vane e belle parole. Poi giunge un messo, è allarmato, affaticato. Porge il suo dispaccio al padrone di casa, a voce bassa, a occhi bassi. Gaio Cornelio Agrippa lacera il sigillo rosso, svolge il rotolo, muove rapidi gli occhi sul testo, poi mi guarda e sbianca in viso. “Siamo perduti”. Non riesce a dire altro. Con la daga estratta dalla toga gli taglio la gola. Poi, rapidamente, passo a fil di spada gli altri cinque. Era da tempo che sospettavo ci fosse qualche spia a palazzo. Lo stesso mio mestiere, guarda che combinazione... L’imperatore stanotte mi ricompenserà: vorrà ripagarmi con una schiava della Pannonia, ma io voglio sesterzi, solo sesterzi...

(2009-2011)



FOTOGRAFIA © PERMANENTLY SCATTERBRAINED

sabato 8 giugno 2019

Ballata in quattro quarti


1.

Basta con le domande, basta con le liti furibonde. Se lei aveva orrore di quello che siamo diventati, se lei si doveva limitare sacrificandosi per seguire i miei desideri, se lei finiva sempre con il chiedere «Tu cosa vuoi?» come un mantra che mi lasciava un’ombra di colpa su ogni discussione, ora è finalmente libera. Libera di fare quello che più le pare e piace. E libero sono io, libero come forse mai sono stato. Libero di costruirmi un futuro senza vincoli, di andarmene al mare a inseguire la mia passione di fotografare. Senza più quei riti che facevano della nostra storia una specie di messa cantata. Senza più quei compiti e quegli impegni obbligati che per compiacerla mi incatenavano sempre più.

Libero di tornare agli amici che erano troppo poco per lei – o forse era gelosia del mio tempo passato con loro, tanto che sempre meno li potevo frequentare e mai insieme a lei. La vedevo storcere il naso quando per caso ne incontravo uno per strada o – Dio ne guardi – uno veniva a cercarmi a casa… Luca, per esempio, con il quale avevo condiviso le elementari e le medie e tutte le feste comandate di quei tempi, comunioni e cresime, l’amico di cui sono stato consolatore nei momenti bui. Luca, con il quale ho deciso di condividere questa vacanza d’estate da “single”.

Abbiamo scelto Lignano, in nome dei bei vecchi tempi, delle spensierate vacanze senza limiti della nostra adolescenza e della prima gioventù. E ora eccoci qui in un tramonto da favola che incendia la laguna di luce riflessa a fotografare i casoni con i tetti di paglia. La mattina, appena dopo l’alba, lasciamo la casa che abbiamo affittato nella pineta e andiamo a correre al Parco Hemingway e poi sulla spiaggia. Poi di giorno fotografiamo, l’altro ieri siamo stati ad Aquileia, ieri a Venezia. Abbiamo in programma anche un workshop a Portogruaro, anche se il mare si lascia fotografare molto bene… La sera andiamo a letto presto, verso mezzanotte: facciamo i bravi, rientriamo da una passeggiata in centro tra turisti austriaci e tedeschi e restiamo sul balcone a parlare e a bere una birra gelata.


2.


È tempo di cambiamenti. È tempo di prendere la nostra vita tra le mani, una volta per tutte. Questo mi sta dicendo stasera Luca. Una luna piena si sta alzando dai pini, un occhio giallo che attraversa il cielo. “Ho deciso di chiedere a Giulia di sposarmi” mi dice. Giulia, la sua fidanzata storica, quella che gli avevamo affibbiato alle elementari con il sadismo dei bambini, quella che ha ritrovato donna nei giorni della prima gioventù, delle compagnie che bivaccavano nelle piazzette. “Come una folgorazione, l’altra settimana, quando mi hai detto che avevi rotto con Paola. Il giorno dopo Giulia è partita per il suo stage a New York e sono rimasto lì solo a pensare a lei, alla fortuna di averla”. Guarda verso la pianura, laggiù sopra i pini. Guarda oltre le colture di mais, oltre i campi di peschi, oltre Milano e Lione, oltre Barcellona e Madrid. Guarda al di là dell’oceano, dove adesso è Giulia. E gli leggo l’ansia dell’attesa: lo so com’è fatto: aspetterà che lei torni per farle quella proposta importante, loro due soli, probabilmente a casa di lei. Altro che godersi il mondo, tornare all’infanzia, alla spensieratezza! Siamo uomini, ora, e dobbiamo assumerci le responsabilità. Io lo so che Giulia gli dirà sì, è da tempo probabilmente che si aspetta qualcosa del genere da lui. Sono convinto, ma Luca è sulla corda, irrequieto come un ballerino di flamenco. Va a finire che sarò io a dovergli fare da balia in questi giorni, calmarlo, rassicurarlo.



3.


“Sì”.

Eccola lì la parolina magica. Ora si scambiano gli anelli in questa piccola chiesa di provincia mentre fuori l’estate biondeggia sui campi di grano e dipinge di verde le colline brianzole, le gonfia di viti e di castagni. Giulia e Luca, oggi sposi, come c’è scritto sui fogli appiccicati qua e là lungo il tragitto verso la chiesa. E li guardo con tenerezza: un anno dopo la domanda di lui, si sono sposati. Io, nell’abito scuro, sembro un po’ un notaio: del resto certifico il loro amore, sono il testimone dello sposo e qualche cosa dovrò pure garantire. Mi trovo a fianco di Luana, la testimone di Giulia: sono giorni che condividiamo l’esperienza di questo matrimonio, i preparativi, i dettagli. Potrebbe essere la donna giusta: l’affinità tra di noi è subito risaltata, da quando i piccioncini ci hanno presentato e ci hanno spiegato quello che avremmo dovuto fare. Faceva un caldo pazzesco quel giorno sul lago o forse era solo il mio cuore che pompava a mille. Heartbeat, come dicono gli inglesi, batticuore. Dio com’è bella oggi con quel vestitino color panna, con quel fiore nei capelli…

La messa è finita, ora tocca a noi: il parroco ci invita in sacrestia per le firme.

Al ristorante siamo allo stesso tavolo, con le poche amiche di lei e i pochi amici di lui. Io e Luana fianco a fianco, gomito a gomito adesso che la giacca è finita sulla spalliera della sedia e le maniche della camicia bianca sono rimboccate. Ridiamo come due bambini, abbiamo cominciato a prendere in giro gli sposi raccontando aneddoti su di loro e siamo finiti con il parlare di noi, delle nostre speranze, delle nostre aspettative, delle gioie e dei dolori del nostro passato. Siamo come due alpinisti che iniziano a scalare un picco: è il momento di legare le corde prima dell’ascensione, il tempo di riporre fiducia l’uno nell’altra. Detta in altro modo, è l’ora di gettare le fondamenta, di posare la prima pietra, per costruire la casa e quella casa è l’amore. Il primo passo viene da sé, ci sfioriamo le mani casualmente per prendere io la mia giacca e lei la sua borsetta da cerimonia: è lo sguardo a domandare prima delle parole. “Ci vediamo domani?”…


4.

Con Luana tutto è diverso. Lei non è come Paola: capisco che l’isteria dell’altra in lei non albergherà mai, che il suo carattere è tutto l’opposto, che non ha alcun bisogno di controllo. È stimolante stare con lei: mi sento come l’acrobata che salta sicuro sul trapezio, consapevole che troverò le sue mani. Perché l’amore, fondamentalmente, è composto di fiducia.


ILLUSTRAZIONE DI MARCO CAZZATO