sabato 13 gennaio 2018

La mattina, sul balcone


La mattina, quando mi alzo, amo uscire sul balcone e rimanere lì a lungo a osservare la gente, il traffico, le nuvole che cambiano forma e colore nel cielo dell'alba.

Questa mattina, ad esempio, pioveva. Sono uscito sotto un cielo grigio che andava schiarendosi già verso sud, dove l'azzurro a grandi passi si faceva strada lasciando bioccoli di nuvole. Il cielo si rifletteva nelle pozzanghere che riempivano la strada, i cirri sembravano fuggire verso il prato. La gente se ne andava frettolosa verso la stazione sotto gli ombrelli. C'era una ragazza che ne aveva uno meraviglioso, con un grosso fiore rosso stampato. I fari delle automobili si disperdevano in linee gialle sul cellofan bagnato dell'asfalto. Fantastico! Un'aria frizzantina si diffondeva tutto intorno nell'aprile fiorito. La respiravo a pieni polmoni.

Poi, come ogni mattina, quando mi sono stancato di osservare il mondo dal balcone, sono salito sulla balaustra e ho spiccato il volo, mi sono librato a lungo sulla strada, sono andato a curiosare alla stazione. Be', che c'è di strano? Perché quelle facce? Sono un piccione...


2009


cote-d-azur

PABLO PICASSO, “COTE D’AZUR", 1957



sabato 6 gennaio 2018

La targa sul muro


Fu lo scorso anno, d’inverno. C’era la nebbia e faticavo a orientarmi per le vie cittadine. Il tergicristalli dell’automobile non faceva in tempo a lasciare pulito il parabrezza che già minuscole goccioline lo riempivano. Era sera ed era già buio, avevo appuntamento di lì a pochi minuti in Via della Palla, ma dove mi trovavo lo sapeva il diavolo. L’ultima volta che ero riuscito a orizzontarmi ero in Viale Beatrice d’Este, poi tra un senso unico e una strada sbagliata, chissà dov’ero…

All’improvviso – avevo spalancato il finestrino per vedere meglio - udii distintamente una scarica di fucili non lontano. Strano, mi dissi. Cosa sarà mai? Nella nebbia mi parve di scorgere un gruppo di persone in divisa con lunghe armi a tracolla. Pensai che fossero delle guardie giurate e che ci fosse in corso un tentativo di rapina. Rimasi acquattato in auto, fermo. Con la coda dell’occhio, un momento che il nebbione si era un poco rarefatto, scorsi l’insegna di una via: Piazza Bertarelli. Ero vicino ormai a Via della Palla, parcheggiai lì e me ne andai all’appuntamento.

Due ore dopo la nebbia non era svanita del tutto, ma era talmente debole che si era trasformata in una sottile pioggerellina. Ritrovai l’auto. Nell’aprire la portiera mi saltò agli occhi una targa sul muro di una casa. Avrei giurato che non ci fosse prima, non l’avevo mai vista. Mi avvicinai per leggere il testo: “Qui, il 26 novembre 2049, cadeva fieramente davanti a un plotone nemico l’eroico ventenne Mattia Alinari Sbriz: il suo sacrificio riaccese la fiamma della speranza, rinvigorì la fede nella lotta all’oppressore, infuse coraggio alla patriottica resistenza”.

2049! Impossibile! Ma la lapide era lì, quella targa commemorativa simile ad altre migliaia sparse per Milano e per ogni città del globo. Ovunque hanno martiri da piangere ed eroi da elogiare. Ne sfiorai la fredda superficie di marmo, levai la sottile condensa. Poi mi venne un’idea prodigiosa: presi il cellulare e scattai una foto. Eccola lì, nello schermo a colori, archiviata nella memoria interna dell’apparecchio come testimonianza.

Il giorno seguente al solito bar di Via Meravigli incontrai Alighiero Ramponi, l’amico giornalista che scrive per il “Metropolitano”. «Ho una cosa interessante da mostrarti» gli dissi e presi il cellulare. Cercai nell’album la fotografia della targa, ma non c’era che una porzione di muro, gialla e scrostata come è adesso. Della targa nessuna traccia. A Ramponi mostrai l’ultima trovata di Paris Hilton…


2009


Nebbia

ILLUSTRAZIONE DA LONDON BY GASLIGHT


sabato 30 dicembre 2017

Il gioco era quello


Nel gioco io mi chiamavo Guy, lei Karla. Le ore passavano lente come i tram che sentivamo sferragliare nella piazza. Ci pareva di essere personaggi di un romanzo di Kundera, persi in un teorema psicologico, avversati dagli avvenimenti. Fuori poteva anche essere Praga e i carri armati sovietici pronti a sparare sulla folla della rivoluzione. Oppure la vivacità di Parigi, il bianco e nero delle fotografie di Doisneau, di Cartier-Bresson, di Ronis. Bambini con la baguette sotto il braccio, innamorati allacciati sui ponti della Senna, mercatini sui boulevards. O ancora la banale tranquillità della Svizzera, bandiere quadrate e laghi che riflettono un cielo di cobalto.

Sedevamo lì con le nostre facce stropicciate, la luce esterna colava nella stanza come un fluido grigio. Probabilmente tra poco sarebbe scesa la pioggia, se ne avvertiva l’odore di umido e foglie. Ogni tanto dicevamo qualcosa – il gioco era quello – e le parole si disperdevano rimbalzando sui muri, o forse attraversavano le pareti e si scioglievano liquide nell’aria, svanendo per la tromba delle scale, per il balcone dove i pini nani e i vasi di erbe aromatiche contendevano al cielo il poco ossigeno cittadino. Di tanto in tanto ci guardavamo negli occhi – il gioco era quello – con innocenza, con indecenza. Le pupille che si sfioravano erano magneti dello stesso polo, subito si allontanavano per ricercare altrove un punto di vista: il grande dipinto con un vaso di fiori dal quale traboccavano rose e i petali si disperdevano su una tovaglia di stoffa indiana, il soprammobile di ferro battuto che raffigurava un airone, le poltrone di stoffa cremisi, il vaso di cristallo dove smorivano sette tulipani gialli e i riflessi nell’acqua disegnavano piccole iridescenti stelle.

Io, “Guy”, riuscii a dire: «Karla, sei come un rapace notturno che mi impedisce di dormire, sei il grido della nottola che mi sveglia e infrange i miei sogni». Lei, “Karla”, rimase sorpresa, arricciò le labbra prima di rispondere che lo sapeva, che questa è la condizione della vita e che se mi sembrava crudele, ebbene avrei dovuto farmene una ragione. La sua voce era un’armonia anche mentre diceva – il gioco era quello – parole spiacevoli. Il passo successivo era una porta chiusa, un volo di colombi spaventati da una presenza. Ma ancora restavamo lì nella stanza calda. Il mio cappotto, quello di Guy, rimaneva posato sullo schienale di una sedia, ripiegato come una tovaglia da usare di lì a poco. Le mani di Karla sbriciolavano un biscotto rimasto sul piattino, indugiavano come la padrona di casa, si crogiolavano nel tormento di un addio. «Adesso è ora che tu vada» disse dopo un tempo che sembrò interminabile. Il suo viso tradiva l’emozione, una lacrima nasceva sull’orlo della palpebra. Pietà, bontà, dispiacere, rimorso. Chissà che cos’era…

Il cappotto si spiegò come le ali di un corvo, fu sulle spalle. Milano ingrigiva come la Parigi di Doisneau, la pioggia ora scendeva copiosa sugli ombrelli, sulla spalletta del Naviglio. Guy si incamminò con le mani in tasca e il bavero rialzato. Vincitore o vinto? Felice o infelice?


2009


Kertész

ANDRE KERTÉSZ, “CHEZ MONDRIAN”, PARIS, 1926




sabato 23 dicembre 2017

Notte di Natale nella steppa russa


Il 24 dicembre 1942 la Divisione Julia era nei pressi del Don, nelle tane scavate sulla linea del fronte tra Krinitscnaja e Ivanovka. Il comando era stabilito a Nova Troitzkoije, i tedeschi del 24° Corpo corazzato, da cui ora la divisione dipendeva, erano invece alloggiati belli comodi in un kolchoz, lo Stalina. La Julia teneva duro, cercando di tappare la falla provocata dallo sfondamento sovietico iniziato con i combattimenti del 16 dicembre. Le perdite cominciavano a essere tante, il freddo era sempre più intenso.

La notte di Natale l’alpino Giobatta Francescon era di guardia appena fuori dai rifugi da talpe ricoperti da assi di legno di betulla. Il gelo era infernale, gli scolpiva candele di ghiaccio sulla barba, sul viso, gli pendevano strane decorazioni ghiacciate dal cappello, dal lungo pastrano bordato di pelliccia. E quel freddo gli penetrava nelle ossa, gli rendeva insensibili i piedi calzati da quelle strane scarpe inviate dal Comando: pezzi di legno ai quali erano cuciti degli stivaletti di tela. almeno avesse avuto uno di quei valenki di feltro che indossavano i russi!

Sparavano lontano, chissà dove lungo il Don, sulla linea del fronte, magari dove c’erano la Cuneense o la Tridentina. Quei dannati tedeschi erano più giù: si scansavano sempre, lasciavano fare tutto il lavoro agli altri, ma quando c’era da usufruire delle comodità erano in prima fila, come quando fecero buona parte del trasferimento in treno lasciando gli italiani a marciare sotto il sole della steppa. Quanta polvere! Ma almeno faceva caldo allora. Giobatta scuote i piedi, cerca di riattivare un po’ la circolazione al ricordo di quel luglio tra i campi di girasole.

All’improvviso un frullo d’ali. Pernici. No, fagiani. Ma no, a quest’ora di notte… Guarda verso il fiume, verso i nemici: ma il movimento è più vicino, appena oltre i reticolati. C’è una luce, sta per dare l’allarme, poi si ferma di colpo: dal chiarore compare un angelo bellissimo, vestito di azzurro, con i boccoli biondi e la fascia con scritto Gloria, come nelle incisioni che aveva visto sulla Bibbia di sua madre. L’angelo gli fa segno di seguirlo. Giobatta per prudenza non abbandona il fucile, si stringe ancora di più nella pelliccia del bavero e avanza con un residuo di diffidenza verso l’angelo. Ma ogni sua resistenza è vinta quando vede la fonte della luce: è la sua baita sulle montagne del Friuli, coperta di neve. Nella stanza brilla la fiamma allegra e calda del camino; si avvicina alla finestra e guarda: dentro c’è sua moglie con lo scialle e i bei capelli ramati mandano riflessi al bagliore del fuoco. Stringe al seno il bimbo piccolo, quello nato a maggio, che lui ha fatto in tempo solo a salutare prima di partire per la Russia. Che serenità immensa regna in quella casa, e lui qui nel gelo della steppa. Ma com’è possibile che riesce a trovarsi in due posti contemporaneamente?

Non fa in tempo a rimuginare questo pensiero che un colpo di katiuscia squarcia l’aria con un fragore lacerante e colpisce proprio il punto in cui si trovava per la guardia pochi minuti prima. Salta in aria un pezzo del reticolato, si leva una nuvola di ghiaccio e neve, volano qua e là brandelli di legno. Giobatta resta con lo sguardo fisso su quel vuoto, su quei pezzi anneriti, sul filo spinato contorto che adesso gli fa pensare alla corona di spine di Gesù... Torna a voltarsi verso l’angelo, verso la sua casa: c’è solo il buio, soltanto l’uniforme grigiore della steppa. Dall’altra parte del fiume cantano, le voci giungono sull’onda del vento gelido che si attacca alla pelle e fa bruciare gli occhi.

«Francescon!» gridano «Francescon, indove te xe finio». Come svegliandosi da un sogno, Giobatta si riscuote, barcolla nella neve ghiacciata, si avvicina alle tane scavate nel terreno. «Sono qui» risponde «che bòta!» ma ancora pensa all’angelo, pensa al miraggio della sua casa, di sua moglie, di suo figlio, che gli ha salvato la vita. «Un miracolo» ripete «un miracolo» e intanto beve il gavettino di brodaglia che chiamano caffè ma che per metà è grappa trovata chissà come. Il tenente gli dà una pacca sulla spalla, sorride e dice «Buon Natale, vecio».


Sentinella

sabato 16 dicembre 2017

Racconto di Natale


L’era quasi Natàl. Giuàn l’era tött intrösc in di sò pensér... questo racconto andrebbe narrato così, ma sono ben consapevole che pochi sarebbero in grado di leggerlo. Mi sforzerò quindi di rendere in italiano corrente la vicenda che si sviluppa in un tranquillo angolo di Lombardia, disteso tra collinette e pianure che coprono le province di Lecco, Como, Monza-Brianza e Milano, non lontano dal confine antico tra il Ducato e la Serenissima, segnato dal corso dell’Adda e noto alla letteratura per la fuga di Renzo verso Milano nei Promessi Sposi.

Era quasi Natale. Giovanni era tutto intento ai suoi pensieri. La neve che scendeva lenta lo aiutava a perdersi nei meandri della mente con il potere ipnotico dei fiocchi che si depositavano larghi come piccole piume. Gli ci volle più di un momento per capire che qualcuno gli stava rivolgendo la parola. Era Vincenzo il “Tedesco”, bardato con la sciarpa di lana scozzese, una enorme giacca a vento nera e il cappellino di lana con lo stemma della Juventus. Non che fosse davvero tedesco, anzi: il nome stesso tradiva le sue origini meridionali. No, aveva lavorato in Germania in tempi lontani, non si è mai capito quando, prima di trovare la sua collocazione sulle rive dell’Adda. Dell’antico idioma che aveva appreso ai tempi dell’infanzia e della gioventù gli rimanevano solo ombre, accenti chiusi in certe parole e stranamente aperti in altre. Ma talvolta si avventurava nei territori ostici del dialetto brianzolo senza peraltro troppo sfigurarvi.

E ora stava parlando di qualcosa che sarebbe accaduto presto. Giovanni non aveva colto le prime frasi, era come uno che si svegli e ci metta un poco a connettere, magari muove un po’ le braccia e le gambe, si stira per ridare tonicità ai muscoli. “Domani vincerò al Superenalotto”. Quello era il succo del lungo discorso di Vincenzo, parlato anche con i gesti: con le mani e le parole gli stava dicendo di essere andato a giocare la mattina presto alla ricevitoria del bar della stazione – aveva bevuto il cappuccino, mangiato la brioche, letto Tuttosport con il resoconto della vittoriosa partita della Juve a Verona e giocato; il “Tedesco” quando doveva raccontare qualcosa partiva sempre da Adamo ed Eva.

Giovanni tolse una mano di tasca, la passò sul mento: un vezzo che aveva talvolta quando doveva porre una domanda. Vincenzo, che lo conosceva bene, si apprestò ad ascoltare: in quell’atteggiamento sembrava un bambino che aspetti che arrivi la mattina di Natale. “Hai giocato al Superenalotto, va bene” disse Giovanni, “ ma che cosa ti fa pensare che sarai proprio tu a vincere, considerato anche che giocheranno in tanti perché il montepremi è alto, cos’è? 102 milioni?” “104 milioni, 127 mila e 258 euro” contabilizzò subito l’amico. “Ecco: 104 milioni e rotti, e sarai tu a vincerli? Proprio tu? Ma mi sai dire perché ne sei convinto?” Erano fermi sotto la tettoia del distributore. Vincenzo si guardò in giro, roteò l’ombrello chiuso e a bassa voce, tanto che Giovanni stentò a capire, disse: “Me l’ha detto un angelo...” “Cusè?”rispose stupito Giovanni, “cosa?” e Vincenzo lo azzittì, quasi gli metteva anche una mano sulla bocca. “Un angelo, vieni che te lo faccio vedere se è ancora là”.

Si incamminarono sotto la neve, che cadeva ancora più fitta. Sulle strade ce n’erano almeno dieci centimetri, ma rimaneva compatta, scrocchiava sotto le suole. Vincenzo condusse l’amico sul lato destro della chiesa parrocchiale. Lì, in una rientranza nel muro c’era una grotta con il presepio. Un bambino biondo infreddolito avvolto in una giacca a vento chiara che mostrava vaste tracce di sporco era lì seduto tra il bue e l’asinello, sul fondo. “Ossignùr, Tudèsch, ma t’é mea ciamàa i Carabinier?” sbottò Giovanni. “I Carabinieri? E perché? Non vedi che è un angelo? Ha anche le ali...” Come se fosse stato appositamente istruito, proprio in quel momento il bambino, che avrà avuto un cinque-sei anni, si voltò e dalla giacca a vento spuntarono due larghi tratti dell’imbottitura di piuma. “Vincenzo, ma l’è la piüma”. Giovanni spostò San Giuseppe chiedendogli mentalmente scusa per quel gesto barbaro, si inchinò davanti alla Madonna e si avvicinò al bambino, inginocchiandosi. “Ti sei perso? Dove sono il tuo papà e la tua mamma?” “Qui” rispose il bambino, indicando le due statue dei santi. Giovanni capì invece “qui, qui fuori” e così “Sei del paese?” gli domandò ancora. “No, io abito qui dentro”. E così dicendo, saltò nella mangiatoia, lasciata vuota fino alla sera della Vigilia, quando il parroco veniva a collocare la statua di Gesù Bambino e a benedire il presepio. Fu quando il bambino si sdraiò comodo nella mangiatoia che cominciò una musica bellissima e un coro iniziò a cantare. “Però, don Cesare quest’anno ha messo su un bel programma” pensò Giovanni, “fanno le prove del coro anche il venerdì mattina...” In quel momento comprese che non poteva essere il coro, dato che tutti probabilmente erano a scuola o al lavoro. Vincenzo era in ginocchio e guardava estasiato sopra la grotta. Guardò anche lui: una dozzina di angeli intonava “Gloria nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. La neve cadeva sempre più fitta, la grotta ora era illuminata, anzi la luce veniva dal bambino benedicente nella mangiatoia. “Ma, quella giacca tutta sporca e sbrindellata?” osò chiedergli Giovanni. “I peccati del mondo lasciano tracce” gli disse Gesù Bambino.

Ormai la neve era diventata una tormenta, il vento soffiava forte, il freddo era molto intenso. Giovanni sollevò Vincenzo e lo condusse all’interno della chiesa, attraverso la porticina laterale. Don Cesare stava pregando seduto su una panca. Vide entrare i due uomini coperti di neve. “Cos’è successo?” chiese allarmato. I due non riuscirono a parlare, ma indicarono la porta al prete, lo accompagnarono davanti alla grotta. Ora la neve cadeva meno fitta, ad aghi. Al centro della grotta, nella mangiatoia, c’era il Gesù Bambino di gesso, quello che metteva sempre il parroco. “Ma guarda” disse don Cesare, “è tornato. Ma non la riconoscete? È la statua del Bambino Gesù che ci avevano rubato l’anno scorso. Chissà chi l’avrà riportato... La provvidenza divina...” Così dicendo sollevò la statua, la ripulì dalla neve con la sciarpa di lana nera e rientrò in chiesa... “Questa la mettiamo la sera della Vigilia!” quasi gridò chiudendo la porticina. Giovanni e Vincenzo rimasero come due allocchi. Guardarono ancora una volta la grotta, fredda e buia tanto quanto era stata calda e luminosa pochi minuti prima. Il silenzio sembrava più forte adesso che il coro aveva smesso di cantare, la neve ovattava tutti quanti i rumori. Entrarono al Bar Centrale e ordinarono due calici di bianco spruzzato con il Campari.

Il giorno dopo, secondo la profezia dell’angelo, Vincenzo il “Tedesco” vinse al Superenalotto: 204 euro e 42 centesimi premiarono il suo quattro. Ci comprò una stufetta a barre di incandescenza e la notte di Natale, senza farsi vedere da nessuno, la pose nella grotta, vicino a Gesù Bambino, perché non patisse il freddo.


2010


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sabato 9 dicembre 2017

All’imbrunire


Come un'apparizione lei si mostrò sorridente nel suo vestito rosso, più intimidita da me di quanto io non lo fossi da lei. E osai, l'abbracciai cingendole la vita. La sua bellezza era in balia di me, indifesa. In un sussurro sospirò e chiese silenzio, si mise attenta ad ascoltare fuori e si divincolò dall'abbraccio, l'ardore e la furia in noi lentamente scemarono. Eppure tutto era così naturale fino a che il suo braccio sinistro non lasciò il mio braccio destro.

Sul suo volto nel silenzio spuntò un rossore come un nuovo sole a colorare l'alba: fuori non c'era nessuno, solo la sua timidezza. E con un balzo allora lei decisa la superò sapendosi così, con la volontà l'umana debolezza saltò a piè pari con un atto di coraggio. Tornò tra le mie braccia mormorando una frase di scusa e sentivo il suo corpo vivere nel cesto del mio petto, pulsare nel suo seno, prendere vita dalle narici e dalla bocca vivere.

Alla finestra silenziosa, dove prima quel rumore o quell'allucinazione in qualche luogo avvenne o si mostrò, imbruniva; la sera sopra i monti colava come vernice male amalgamata nei colori; nella stanza in compenso la luce naturale sempre più calava ma lei non volle accendere la luce artificiale, neppure un’abat-jour o una candela.

Così non si vedeva quasi nulla più se non una concessione di un quarto di luna quando lei tolse l'abito rosso e scoprì le gambe mentre tentavo di abituare gli occhi al buio come un gatto o qualsiasi rapace notturno, per distinguere in lei almeno il volto. Ogni suo gesto risaltava così dal movimento e nell'intuito si moltiplicava, di lei sapevo quel che ricordavo.


1994


Abbraccio


sabato 2 dicembre 2017

Verso l’India


Dicono che quando arriveremo al fiume - è talmente largo che non se ne vede la sponda opposta - e lo traverseremo sulle barche dei pescatori, troveremo sull'altra riva piante dalle larghe foglie, grandi e resistenti come uno scudo, dallo stelo alto e rigido come una picca. E alberi selvatici che non producono fiori, ma lana, una lana bianca come quella che si ottiene tosando il vello delle pecore. E ancora fonti stillanti del puro miele, e pascoli che danno sogni se ti ci sdrai, e laghi colore del sangue, e altre meraviglie...

Sono i rari pellegrini che incontriamo lungo il viaggio, magri e impolverati, a raccontare tutto ciò. Ci guardano con occhi spiritati che non lasciano vedere cosa si celi nel loro fondo. Alcuni parlano veloci, altri trattengono le parole e devi faticare a farti dire da dove provengano e dove siano diretti. Le loro vesti sono ormai ridotte a logori stracci, la loro pelle è coriacea per la lunga esposizione al sole.

Dicono che in quei territori le formiche fanno la guardia all'oro e che i pescatori spartiscono il bottino con i delfini, che vi siano belve striate che mangiano i bambini e uccelli in grado di risorgere dalle proprie ceneri, che in zone remote vivano uomini dalla testa di cane e donne giganti come dee, che nei templi brucino aromi tanto dolci da inebriare e da ingenerare visioni, permettendo di colloquiare con le divinità.

Giurano che sia così, ma qui c'è soltanto sabbia e il deserto si estende per stadi e stadi; di giorno è terribile marciare sotto il sole cocente, con la polvere che ti entra nel naso e si impasta sulla bocca, di notte è tremendo raccogliersi negli attendamenti accanto al fuoco: il freddo penetra nelle ossa, le belve emettono stridii e ululati che non lasciano dormire e seminano brividi lungo la schiena.

Dicono ancora che vi siano tribù che mangiano uomini e che dove le montagne prendono il posto della vasta pianura elevandosi fino a toccare il cielo, prima degli inarrivabili culmini bestie pelose simili a uomini di grande statura lascino le loro impronte sulle nevi. Raccontano che lassù le vacche siano vestite di peli come le capre e che nelle paludi invece abbiano delle ampie corna piatte.

In quelle estreme regioni la natura ha voluto esporre i suoi doni più belli, ma noi marciamo e marciamo, giorno dopo giorno, e non arriviamo mai. Siamo stremati e l'acqua che ci fermiamo a raccogliere alle fonti, riempiendone orci e otri, si fa sempre più rara. E l'armata persiana potrebbe saltarci addosso ogni momento...


2009


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VALERIE MAUGERI, “SUR LA ROUTE DES INDES I”