sabato 19 maggio 2018

Il filo


La luce gialla di un lampione tinge il lungomare. Un vento caldo soffia da Levante e sembra condurre fino a qui quella mezza luna che galleggia nel cielo come un palloncino sgonfio. Sa di sale e sabbia quel vento, sa della notte che scende e che ci ritrova seduti al bordo della piazza, dove l’ultimo caffè fissa i suoi confini e ruba metri alla spiaggia. Non ombrelloni, ma un verde pergolato ci difende dal buio, o ci nega la vista delle stelle. Pendono come lanterne le lampadine, le candele alla citronella fumano tra i tavoli.

Chi ci vedesse da fuori, chi gettasse uno sguardo distratto oltre la siepe che ci separa dalla strada vedrebbe una coppia felice seduta davanti a due frappè: noterebbe di sfuggita il liquido chiaro nei bicchieri appannati, la cannuccia a righe, l’ombrellino di carta sapientemente appoggiato sul bordo. E invece siamo due anime in pena sorprese nel momento in cui cercano il filo che li lega, quel filo che si è smarrito tra presente e passato, che si è allentato o meglio ancora si è spezzato quando la lontananza l’ha teso un po’ di più.

Così a noi che siamo dentro il bar, che sediamo a quel tavolino e siamo gli interpreti di questo film che è l’amore, che è la vita, alla fine ci manifestiamo come siamo davvero: due che si sono conosciuti, che si sono amati, che si sono allontanati e ora non sono che due estranei. Quel filo lo abbiamo ritrovato questa notte: i due capi erano ormai incompatibili, erano al pari di una spina e di una presa che non possono funzionare, e, come avvocati ad un processo, abbiamo preso atto.

Grandi cirri avanzano dal mare, oscurano la luna, e anche su di noi sembra calato il buio: restiamo muti, senza più dire una parola. I frappè sono finiti, il cameriere ha portato via i bicchieri, ho pagato il conto. Siamo perduti.

Il taxi che si accosta e poi ti porta via nella notte mi trova ormai quasi felice. Il mio saluto rimane nell’aria come un bianco fiore di magnolia. Abbasso la mano, la infilo in tasca e mi incammino nella direzione opposta. Il vento continua a soffiare forte sulle palme.


Caffè

ROBIN CHEERS, “SIDEWALK CAFÉ”


sabato 12 maggio 2018

Il fiume


Il fiume correva via tranquillo negli argini rinforzati dal cemento. Tra piccole chiazze d'olio dai colori iridescenti, ritta sulle zampe sottili galleggiava via veloce un'idra. Sembrava una miniatura di quelle immense gru per tagliare il marmo che punteggiavano le cave qua e là nel panorama.

Luca guardò Michela, seduta sul prato accanto a lui. Una ragazza esile e gentile, piccola nel golfino di lana azzurro che gareggiava con la tinta dei suoi occhi. Le teneva la mano quando riuscì finalmente a dire: "Me ne vado. Sono stanco di questo paese, sono stanco di non trovare opportunità. Dovunque, ma lontano da qui, ricomincerò". I gabbiani planavano lenti, il riflesso dei loro voli saettava nell'acqua, come volesse scomporre anche lo specchio dei pensieri. Luca sentì la mano di Michela irrigidirsi a quelle sue parole, vide il suo sguardo spegnersi e riempirsi di lacrime.

Quell'estate non trovò il coraggio di partire, forse non l'avrebbe trovato mai. Rimase al paese a lavorare saltuariamente nelle cave, a respirare polvere di marmo e amarezza. Continuava a uscire con Michela, ad amarla nei prati lungo il fiume. Facevano progetti: sposarsi un giorno di giugno con il canto dei grilli in una chiesa di campagna, il grano maturo nei campi, le rondini e i papaveri rossi mossi dal vento. Michela andò a comprare l'abito da sposa, bianco con tante rose ricamate.

A ottobre, in lacrime, la ragazza lo aspettava all'uscita della cava, tra i singhiozzi riuscì a dirgli "Sono incinta". Luca rimase tutta la notte a pensare al futuro, a pensare al suo futuro con Michela. Si spaventò e lo spavento gli diede il coraggio che in estate non aveva trovato. La mattina si fece liquidare e con la sua borsa di viltà scappò lontano, lasciò il paese che non gli piaceva, il lavoro che non apprezzava e la ragazza che credeva di amare.

Michela si trasferì con la madre in un paese un poco più lontano, sul lago: era triste e piangeva spesso, riteneva la sua esistenza un unico sbaglio mentre nel suo grembo fioriva una vita. Il bambino nacque a maggio e lei doveva impiegare tutto il suo tempo ad accudirlo. Le mancavano le feste, le nottate in discoteca, le mancavano i cinema, le domeniche lungo il fiume concluse con un gelato o una pizza. La giovinezza, con tutta la sua esuberanza, le era di peso.

Luca aveva trovato un lavoro che amava, lontano. Era un lavoro duro ma ne era appagato. Un giorno capitò un uomo che veniva dal paese: da lui seppe che Michela aveva avuto un figlio. Suo figlio. Il cielo sopra le ciminiere era grigio come metallo, sporco quanto il fumo che usciva dalla fabbrica. Il sole era una sfera rovente e lontana, una bianca particola. Luca lo guardò a lungo e giurò che non sarebbe tornato.

Un mattino di luglio Michela lesse sul giornale che una donna aveva immerso nel fiume il bambino che non desiderava, adagiato in una cesta di vimini, proprio come Mosè. Il piccolo era stato trovato da un pescatore e portato all'ospedale, dove le infermiere facevano a gara a coccolarlo. Quel giorno guardò suo figlio nella culla, rimase a lungo in ginocchio a osservarlo. Le ginocchia le facevano male sul duro pavimento, ma rimase lì a guardare il suo bambino e a pregare.

Finalmente lo prese in braccio e si incamminò con lui alla stazione, prese il treno e tornò al paese dove era cresciuta. Scese al fiume, proprio dove poco più di un anno prima Luca le aveva detto che sarebbe partito. Posò il bambino sulla sponda. La foschia penetrava nell'acqua, il sole dardeggiava...
Michela si sfilò dal dito l'anello di fidanzamento, tolse dal sacchetto di carta l'abito da sposa e li buttò nell'acqua verde. Guardò il fiume correre via, verso il mare. Prese il suo bambino e ritornò a casa, lo mise nella culla. La ragazza sorrideva, finalmente sorrideva.

NOTA: questo raccontino fa parte di una serie particolare: è in effetti la trasposizione del testo di una canzone. Gli appassionati di Bruce Springsteen avranno riconosciuto “Spare parts”, dall’album “Tunnel of love” del 1987.


Spratt

TINA SPRATT, “IL FIUME DEI SOGNI”

sabato 5 maggio 2018

La macchina

Il cielo era una macchia viola, la sua lucentezza era incredibilmente nitida, si perdeva verso le colline, diffondendosi là sopra in enormi variegati tentacoli di meduse, in falpalà di bizzarri vestiti, in veli screziati ricoperti di pietre preziose che riflettevano la luce. E le colline erano ammassi neri, enormi mastodonti spiaggiati, giganteschi capodogli arenati nella campagna: qua e là serpeggiavano strade bianche che avresti detto essere state disegnati con dei fili elettrici o dei grossi spaghi candidi. La campagna poi era un susseguirsi di appezzamenti che facevano pensare a un dipinto di Mondrian, rari contadini e macchinari si distinguevano in mezzo a un folto gruppo di spaventapasseri dalla stramba postura, addobbati con enormi cappelli e grandi sciarpe svolazzanti. Sopra di essi volavano grandi corvi di latta, sbattendo le ali con un cigolio di banderuola.

Il professor Tobia Buzzetti mi guardava ammirato: non riusciva a nascondere una punta di autocompiacimento, riuscivo a leggergli l’orgoglio e la fierezza negli occhi lucidi, nel sorrisetto che non riusciva a reprimere. Quando finalmente parlò, destandomi dalla visione, capii: “Quello che vedi non è. Questa stanza è solo l’estrema propaggine di un’enorme macchina che genera sogni e illusioni. Non fa altro che attingere al nostro subconscio e mescolare tutto quanto, ricreando universi che sono formati dai sogni, dai ricordi e dalle fantasie di chi si trova a transitare in questo luogo. I corvi di latta, per esempio, sono un mio ricordo d’infanzia: ne avevo visto uno muoversi a molla in una vetrina di Ortisei quando avrò avuto sei o sette anni. So di preciso che era una sera d’autunno con il cielo dai colori stranissimi”. I tentacoli di medusa dunque erano i miei, rimasti impigliati in qualche lato dei miei neuroni, attorcigliati nelle sinapsi. La grande medusa sulla spiaggia di Gabicce, un grande lampadario lattiginoso dal quale uscivano quei coloratissimi nastri. Mi sarebbe piaciuto incontrare il tecnico o l’operaio che aveva portato Mondrian in quell’insieme: ci avrei parlato volentieri di arte bevendo qualcosa alla caffetteria.

“Non è tutto” mi disse il professor Buzzetti: in effetti stiamo testando anche delle varianti”. Premette un pulsante sul telecomando che teneva in mano. “Ecco, adesso ti nascondo un pezzo. Un pezzo del tuo subconscio, intendo”. Guardai, ma nulla mi parve variato in quella scena. Però ebbi l’impressione che qualcuno mi nascondesse un pezzo, come se mancasse la tessera di un puzzle e proprio quella tessera sarebbe stata necessaria per rivelarne l’intero segreto. O meglio, sentivo che la tessera c’era, ma era celata ai miei occhi. Cioè, era venuto a mancare proprio l’unico frammento che dava il senso a tutto il resto. La visione per il resto era inalterata: il cielo viola, le meduse, i campi di Mondrian, gli spaventapasseri, le colline, i corvi... L’universo però risultava alterato: guardando meglio, i contadini indossavano grandi maschere bianche da bautte, le stradine erano divenute profonde incisioni nella pelle dei capodogli, il cielo aveva assunto una tinta più sanguinolenta. Come se l’asse su cui tutto quell’universo virtuale o fittizio girava si fosse inclinato di qualche grado, o se la rotazione avesse impercettibilmente rallentato o accelerato, in modo comunque da modificare seppure leggermente i particolari. Poi capii: “Ti nascondo un pezzo” quello indicava, non solo il mio subconscio, ma quello di tutti quanti concorrevano a formare quella visione. Il pezzo nascosto, la chiave di volta, toglieva quella pace che avevo avvertito di fronte al paesaggio fantastico, vi aggiungeva una sottile patina di inquietudine, non fosse altro che per quel segreto non rivelato, quell’elemento taciuto capace di cambiare le cose.

“Il ricordo che elabori, in questo caso non è” mi spiegò Tobia Buzzetti, “ovvero viene modificato e assume una diversa valenza, perde la caratteristica che te lo faceva ricordare così, con quell’intensa emozione, con quella appassionata dolcezza. Guarda i corvi, adesso...” Guardai. I corvi meccanici dell’infanzia di Tobia Buzzetti ora avevano uno sportellino sul ventre: di tanto in tanto lo aprivano disseminando piccole bombe che cadevano con contenuto fragore sugli spaventapasseri generando un ironico contrappasso. E la mia medusa? Guardai meglio: il cielo era diventato rosso perché i tentacoli avevano grosse spine lunghe e resistenti, come quelle delle acacie, e con quelle straziavano il cielo agitandosi come scudisci.

“La macchina è in grado di calcolare praticamente in diretta i nostri pensieri, di elaborare i ricordi e disporli all’interno dello scenario: li cambia e li risistema in base ai miliardi di combinazioni a cui accede” mi disse il professore. “Regolamentate anche il caos” commentai, e vidi disegnarsi ancora sul suo volto quel sorriso compiaciuto che non riusciva proprio a nascondere. Premette ancora un tasto sul telecomando: davanti a me ora si spalancava un immenso labirinto. “Proviamo un’altra funzione”, mi disse, “Il filo per uscire è in te...” Quando mi ritrovai nel buio, cominciai a maledire Tobia Buzzetti, poi gli occhi si abituarono a poco a poco: capii cosa intendeva il professore con quelle parole “Il filo per uscire è in te...” quando vidi Marta sorridermi nello splendore dei suoi sedici anni. Tobia mi aveva regalato un emozionante viaggio nei territori della mia gioventù: per uscire, semplicemente, dovevo riconoscere i miei errori e non commetterli di nuovo.


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IMMAGINE © GNOMES LIAR



sabato 28 aprile 2018

Notte di Sicilia


Sul lungomare soffia forte il vento: uno scirocco che viene dal buio e dall'Africa e gonfia le onde nella notte. Resto lì a osservarne le creste bianche apparire nella luce dei fanali di questa piazza circondata da altissime palme che agitano i grandi ventagli delle foglie con un suono di xilofono. Respiro l'odore della notte, che sa di sale e di alghe, come gli spruzzi che di tanto in tanto mi arrivano sul volto, sulle labbra. Mi stringo ancora più forte nella mia giacca blu, rialzo il bavero e resto come ipnotizzato a scrutare lontano, la luce del faro che ondeggia, una grossa nave ferma nel porto.

Sono partito all'alba per giungere qui. Ho preso il pullman per raggiungere l'aeroporto della Malpensa. C'era una primavera lussureggiante nei prati lungo l'autostrada, i papaveri tingevano di rosso i fossati, i terreni erano ancora umidi, pregni di pioggia. Poi l'aeroporto, con la sua moderna struttura. All'interno lo scorrere delle stagioni non c'era più. Con il lungo pullmino ho raggiunto l'MD-80 per Fontanarossa. È partito in orario ed è arrivato con pochi minuti di ritardo. Non ho potuto guardare dal finestrino scorrere l'Italia: troppe nuvole. Solo qui, dopo le Eolie e l'Etna, il sereno.

Un altro pullman mi ha condotto a Siracusa, dove ho pranzato e visitato la città: il Teatro Greco, Ortigia, il Tempio di Apollo, quello di Atena inglobato nel Duomo. C'erano le luminarie in onore della Santa e sul sagrato gente vestita a festa che si scattava fotografie. Mi sono seduto a un tavolino con una granita di caffè davanti e mi sono gustato da dentro quella Sicilia così diversa, così lontana. E ho sentito subito di amarla.

Ho ripreso il viaggio, stupito della differenza di questa terra con la mia, lasciata solo al mattino: i campi brulli, i muretti a secco, le siepi di fichidindia, le distese di serre, l'assoluta mancanza di traffico sulle strade. Finalmente, quattordici ore dopo essere partito, ho raggiunto la mia meta, questo albergo sul lungomare dove ho depositato la mia valigia, mi sono fatto una doccia e ho cenato.

Ora sono qui davanti al mare: è mezzanotte e non ho nessuna voglia di dormire. Desidero soltanto sentirmi parte di questo estremo lembo d'Italia, assaporarne i sapori e gli odori, bere avidamente ogni singolo momento. C'è un lungo viale illuminato che conduce da questa piazza al porto: vado a cercare un bar per bermi un caffè.


2002


Pozzallo

FOTOGRAFIA © FIORENZO PEPE



sabato 21 aprile 2018

La promessa


“Di ciò che fu rimane una voce sospesa.”
ALESSANDRO PARRONCHI

Ora lei scende verso la spiaggia, lentamente. La strada che porta al mare attraversa la pineta ed è un arco della grande spirale con cui gli architetti decisero un giorno ormai lontano di pianificare il percorso viario della città. Un enorme guscio di chiocciola o di conchiglia. In questa stagione dell'anno non c'è quasi nessuno. Poco fa è riuscita a sorprendere uno scoiattolo che addentava una grossa pigna: è fuggito con il suo bottino ben stretto alzando al cielo la folta coda.

Tanti anni fa aveva fatto quella promessa e ogni tanto ancora le capitava di pensarci, le prendeva la voglia in un giorno di tardo inverno di mantenerla. Un voto d'amore, come se ne fanno talora da ragazzi. Prestarvi fede, a distanza di tanto tempo, la faceva sentire ancora giovane.
I primi anni ci arrivava con il suo motorino, percorrendo chilometri nella campagna brulla. Era un Ciao blu. Faceva il pieno e via, senza casco - allora non era obbligatorio - ma bardata di sciarpa e cappello. Sceglieva sempre un giorno di sole caldo. "Salutami il mare" erano le parole che lui aveva detto, e lei lo aveva preso in parola. Una volta, un'altra. Un inverno dopo l'altro. Ci tornava anche d'estate, ma con tutta la gente non era la stessa cosa, le sembrava troppo facile.

Adesso è arrivata con la sua auto nuova e luccicante. Avrebbe potuto parcheggiarla nella grande piazza del mare. Invece, scelto uno dei raggi interni, l'ha lasciata in un parcheggio delimitato ed è scesa per camminare e respirare a pieni polmoni quell'aria che sa di salsedine e di resina.

I suoi stivali battono colpi attutiti sull'asfalto: il vento della notte ha depositato quella terra sabbiosa sulla strada. Ma nel ricordo ai piedi ha un paio di ciabattine bianche e quello è il suono che la sua memoria le propone. Non è la donna con il cappotto grigio e la gonna di lana ma la ragazza con gli short e la maglietta a righe. Invece della sacca di pelle ha una capiente borsa di paglia. E, sotto, naturalmente indossa un bikini, quello turchese con i fiori.

Si ferma: è uno dei santuari di quel pellegrinaggio. Ce ne sono molti disseminati lungo il tragitto, ma quello è sicuramente il più importante. Fu lì che si scambiarono il primo "ciao", il punto dove gli occhi si calamitarono e la scintilla d'amore sbocciò fatale. Il primo incontro. Ora ci hanno messo la campana per la raccolta della carta da riciclare. Poesia zero. La poesia è nella memoria, nelle mappe fotografiche che porta con sé: è un mezzogiorno di giugno che risplende dopo una notte di pioggia, l'asfalto si asciuga rapidamente, nell'aria vola una libellula, nella strada ci sono molte automobili parcheggiate, la maggior parte ha targa austriaca o tedesca.

Più avanti c'è il bar dove per la prima volta fu pronunciata la parola amore. Naturalmente è chiuso: ci sono assi a sprangare le vetrine. Riaprirà tra un paio di mesi. Chissà se dentro ci sono ancora quei tavolini rossi, quelle tovaglie plastificate a quadri. Certamente no. Quante cose sono cambiate da allora... Le mani si allacciarono su quella superficie rossa, si strinsero, giocarono. A lato c'erano le tazze con la cioccolata, le bustine dello zucchero. Fuori pioveva forte, un tipico acquazzone estivo. Ma lì dentro c'era caldo e odore di caffè. E lui disse: "Sono riuscito a dare un nome al sentimento che provo per te: è amore. Anna, io ti amo..."

L'immagine si scioglie come se fosse stata stampata su una cascata incredibilmente ferma per quei pochi istanti e poi rimessa in movimento. Da nord soffia un refolo di tramontana: freddo come quel ricordo svanito nel nulla. Ma è una scena che lei si è ricreata tante volte. Prosegue con un bacio dato attraverso il tavolino. Risente ancora adesso l'umido, se si concentra, l'aroma della cioccolata.

È arrivata all'imbocco della spiaggia. Sul bagno comunale sventola la bandiera rossa che sconsiglia di avventurarsi in mare. "Con questo freddo...", pensa lei e si stringe ancora un po' la sciarpa. Non ci sono ombrelloni né sedie a sdraio. È una deserta lingua di sabbia che si estende per chilometri. Il mare è un po' grosso.

Ha ancora un posto da visitare prima di raggiungere il bagnasciuga. Dietro le cabine: è lo spiazzo sabbioso dove di giorno i ragazzi giocavano a pallavolo. È tale e quale, qua e là qualche conchiglia, poi la siepe profumata e di là la passeggiata lungomare. Un altro importante santuario: il luogo dove per la prima volta fecero l'amore. Era una notte di agosto. Riesce a sentire sulla pelle della schiena ancora la sensazione della sabbia, il vento che asciugava le goccioline di sudore.

Prende una manciata di sabbia, la lascia scivolare piano dal pugno: il vento la porta via in direzione parallela al mare. Ne prende un'altra, ripete il gioco. "Il tempo che si fa visibile" diceva lui, che invece con la sabbia preferiva disegnarle righe sulle gambe mentre rimaneva distesa a prendere il sole leggendo un libro. "Scemo" gli diceva qualche volta. Risente la dolcezza allegra con cui la sua voce pronunciava quell'insulto.

Nuvole si radunano dalla costa, le vede avanzare dal golfo, distendersi sopra il pontile. "Ho scelto la giornata giusta" si dice "gli piacevano tanto le onde alte, diceva che gli sembrava di stare in California, sull'oceano”. La risacca è molto rumorosa, il vento si fa più consistente, ma ormai quello che doveva fare l'ha fatto. Si avvicina al mare cercando di non bagnarsi, riesce a tuffare una mano nell'onda. Con quella si tocca le labbra. Ne sente il gusto di salato... Le lacrime finalmente cominciano a scendere. "È per te" dice, rivolta verso il mare, verso il cielo che ora si è fatto cupo e minaccioso. "Ovunque tu sia, amore..."

2010

Schultz

PETER-T. SCHULTZ, “SEMPRE MARE!… ESTHER AL MARE!…”



sabato 14 aprile 2018

Casa contadina

Era una casa contadina, in una corte di paese. La chiamavano "la curt di scighèzz",il cortile delle falci. Era lì che abitavano i miei prozii, la sorella di mio nonno e suo marito. Il freddo di un giorno che portava febbraio alla fine era nell'aria e io ci arrivavo con la strafottenza dei miei diciott'anni e con la mia macchina nuova.

Entrai. La luce si fece buio e dopo un po' gli occhi si abituarono alla penombra: c'era una tinozza piena d'acqua, per lavare il bucato e naturalmente anche per farci il bagno; il pavimento di cotto scheggiato era bagnato sulle sue ruvide ombre di coccio. Dalle travi pendevano grappoli di pannocchie. Al centro della stanza una stufa ardeva legna, accanto erano ammonticchiati i ciocchi da ardere. Sul tavolo una bottiglia di vino, quel Barbera che stavo bevendo e che lasciava scuro il bordo del bicchiere che mi era stato riempito e messo davanti.

Appese alle pareti, accanto alla finestra, due gabbie: in quella metallica c'era un canarino giallo; in quella di bambù un merlo maschio con la sua bella livrea nera. In un angolo ronzava un vecchio frigorifero Minerva; sulla madia un vecchio televisore in bianco e nero. Sulla credenza le fotografie incorniciate: la figlia suora in un giardino di Torino, il figlio ora sposato, tutti più giovani, tutti con il vestito delle grandi occasioni. Più in alto, una mensola con il caffè nella sua scatola di latta e la bottiglia della grappa.

Lo zio, con il cappello e il gilè, le pantofole ai piedi, si scaldava nel parlare di concimi e trattori, di legna da comprare e di scope fatte con i rami di salice, di un contratto contadino negoziato per una notte intera. Lo faceva con quel dialetto brianzolo che intendo perfettamente ma che non parlo, neppure adesso, a distanza di tanti anni da quel giorno di febbraio.

La zia, lì vicino, rideva e lo frenava. Forse era così la felicità, mi venne da pensare vedendo la sua allegria. O forse no: i figli lontani, la solitudine, gli acciacchi. Meno male che ogni tanto arrivavano i nipotini ad allietare i nonni.

Poco oltre l'ingresso l'attaccapanni a muro: vi erano appese la tuta da lavoro, una sciarpa e una camicia insieme a tutti i dolori di una vita di campagna da indossare sopra i ricordi per uscire. Su un soppalco le scarpe, tutte in fila, e le mezze damigiane. Sulla porta il calendario, con tutti i santi da pregare e le lune per l'orto e per il vino. Uscimmo, era ora che concludessi la mia visita.

Fuori, nella piccola aia davanti all'uscio, il vecchio carretto pieno di legna e granturco e il trattore nuovo, il rimorchio che il vecchio trovava difficile da usare. Si poteva capirlo, abituato ad arare con l'asino e l'aratro. Incassato nel muro uno specchio rovinato rimandava i riflessi di quella vita contadina, i due piani con i balconi e i ballatoi che sovrastavano la casa, le travi di legno, vecchi zoccoli sfasciati, altre centinaia di pannocchie intrecciate a mazzi, sacchetti di concime e fertilizzanti, ceppi, piante grasse.

Più in là c'era la stalla: l'asino era rimasto solo, abbandonato dalle vacche. A fargli compagnia rimanevano l'erpice e i bastoni, aratri, zappe, paglia, qualche sedia rotta. Il progresso aveva rovinato anche lui, povero ciuco.

Quando salii in macchina, dopo aver già messo in moto, il vecchio mi fermò e riprese a parlare. Non voleva restare solo: il pomeriggio d'inverno era troppo lungo per lui. Mi sembrava di essere appena uscito da un libro di Pavese, di essere lì con il padre di Talino in "Paesi tuoi", con il Valino in "La luna e i falò". Lo salutai ancora e gli dissi "Torno presto, Carlìn, torno presto..."


1983


Heyyward

MARK STEWART, “SALOTTO DI CASA HEYWARD”



sabato 7 aprile 2018

Quando ha appena smesso di piovere


Capita, quando ha appena smesso di piovere, che molta gente continui a camminare con l'ombrello aperto. Anche se già spunta un esile raggio di sole, non si rende conto che lo scroscio è terminato. Ci incrociamo lungo la via e ci viene di dir loro che la pioggia è cessata, che non c'è più bisogno che reggano l'ombrello.

Edoardo Zennari Sanfilippo, professore di Economia Politica in pensione, sedeva sulla panchina del parco davanti all'Arena in un tipico giorno di primavera: dolcissimo nei suoi tepori che improvvisamente si trasformano in spifferi freddi quando il sole repentinamente si copre e le nuvole grigie fanno scemare l'intensità della luce.

Guardava passare persone che portavano a spasso i cani, si divertiva a osservare i boxer, i cocker, i pastori tedeschi zampettare. Ce n'era uno - un bastardino di taglia media - che aveva un fazzoletto rosso legato intorno al collo e stava benissimo, era pieno di vita e di energia.

Poi c'erano le belle donne, giovani e magre, che correvano con la cuffia dell'iPod nelle orecchie, inguainate in tutine aderentissime: erano la vita in persona, si notava che, solo avessero voluto, avrebbero potuto generare bellissimi figli biondi e in salute.

E ancora c'erano manager e professionisti con il soprabito leggero o il vestito elegante che portavano in giro con una sfrontatezza indescrivibile la loro costosissima cartella di pelle che conteneva chissà quali documenti importanti: atti di vendita, warrant, lettere di licenziamento, fusioni societarie, destini di Borsa. Ed erano così pieni di vita anche loro, con tutto il potere che gli usciva da ogni singolo poro.

C'erano gli studenti allegri e giocosi che avevano marinato la scuola: scherzavano tra di loro, spintonandosi e dandosi scappellotti. Indossavano vestiti improbabili di qualche taglia superiore al necessario e portavano zainetti pesantissimi e ingombranti. Tra loro c'era qualche coppietta che si isolava e, seduta su una panchina si ammazzava di baci. Come erano vivi, e come invidiava loro quell'esuberanza il professor Zennari Sanfilippo.

Come quella dei bambini nei passeggini che sfinivano a forza di strilli e di capricci giovani madri piacenti. Come quella dei corvi che gracchiavano e si precipitavano a frugare con il becco nei cestini dei rifiuti. Come quella dei piccioni che zampettavano impacciati e correvano a contendersi un pezzo di pane lasciato da una coppia di turisti olandesi. Come quella delle magnolie in fiore, delle nuvole bianche dei ciliegi, delle migliaia di piante che mettevano delle verdi foglioline tenere e minute. Dio, com'erano belle nel rigoglio di primavera! E com'erano vive!

Lo spazzino Igor Kanchelsky, un immigrato ucraino, come ogni mattina, armato della scopa di plastica dura e del carrello con il bidone della pattumiera, stava compiendo il suo giro. E, come ogni mattina, salutò il professore. Questi non rispose. Il netturbino lo scosse per un braccio, credendo si fosse appisolato. Solo allora si rese conto che Edoardo Zennari Sanfilippo era morto.


2010


Storey

FOTOGRAFIA © MILES STOREY