sabato 19 gennaio 2019

L’altro lato


Da qualche tempo Giovanni si è appassionato ad ascoltare le vecchie cassette audio della sua collezione. Lui dice che è un modo di riappropriarsi del passato, di recuperare i ricordi con un gusto di archeologo. Sono tutte cassette che ha acquistato o che si è registrato personalmente da 33 giri portatigli dagli amici o assemblando pezzi passati dalle radio. Coprono un arco di tempo che riveste essenzialmente gli anni Ottanta, quelli della sua adolescenza e della prima gioventù. L’altro giorno ha ascoltato “A kind of magic” dei Queen, ieri “Avalon” dei Roxy Music.

Ora sul piccolo stereo Panasonic gira “La voce del padrone” di Battiato, il suo album preferito, che ha ricomprato in compact disc. È l’unica cassetta che gli ha registrato un amico, il compagno di banco dei giorni del liceo. È una Denon DX-1 da sessanta minuti, l’album ne dura solo trenta. Giovanni sta lavorando alla scrivania mentre passano in sequenza le canzoni: ognuna gli ricorda qualcosa di quella splendida estate del 1982. A quel tempo era innamorato di una ragazza, follemente. Si chiamava Paola e, ad esempio, cantarono a squarciagola “Il sentimiento nuevo” andando a spasso in bicicletta nella sera che profumava di pini e di olea fragrans.
Si erano persi di vista, si erano allontanati, ma lei rimaneva l’amore della sua vita, la ragazza che ascoltava con lui “Segnali di vita” guardando il cielo azzurro e il mare lontano. La amava ancora. E non glielo aveva mai detto, non l’aveva nemmeno mai baciata.

La cassetta finisce e, grazie all’autoreverse, che il suo vecchio stereo degli anni Ottanta non aveva, il nastro passa sul lato B: silenzio.
Ora Giovanni è intento al lavoro che sta compiendo, non presta attenzione a quel vuoto di suoni nella stanza: c’è solo un rumore di auto lontane nella strada, intervallato da un tubare di tortore. A questo punto, se fossimo in un film, la macchina da presa, con effetto drammatico, inquadrerebbe, magari zoomando, il nastro che gira. Sarebbe impossibile qui, perché la cassetta del Panasonic di Giovanni è alloggiata in un compartimento nascosto - comunque il nostro interesse è ora tutto su quel nastro che gira, silenzioso…

Trascorrono circa dieci minuti, poi, all’improvviso, una voce riempie il silenzio e Giovanni, che la riconosce subito, sobbalza sulla sedia e si volta verso le casse dello stereo, come se, oltre alla voce, vi fosse anche quella persona, lì, nella stanza dove sta lavorando.
È la voce di Paola, giunta come per miracolo da un giorno d’estate del 1982. Giovanni pensa che è come una fucilata sparatagli nel petto - in realtà non è che il suo cuore, che ha preso a battere a un ritmo più sostenuto, lo stesso batticuore di allora, quando la vedeva comparire, lo stesso di quella prima volta che la vide avanzare nella strada assolata di mezzogiorno.

Ma è una coltellata quella che gli inferiscono le parole, che privano di significato un quarto di secolo della sua esistenza e lo lasciano come un otre vuoto, afflosciato sulla sedia girevole: nel nastro Paola gli dice, con un discorso preciso, al contempo piena di coraggio e di timidezza, che è innamorata di lui e che non sa come esprimere il proprio sentimento.
È la Paola del 1982, neanche un minuto, inciso sul lato B di una cassetta che Giovanni ha creduto vuoto per venticinque anni. È il suo amore che torna dal passato, come un fantasma.

Giovanni piange. Una lacrima gli raggiunge le labbra, ne sente il sapore amaro e salato nel silenzio della stanza. Non cantano più neanche gli uccelli… Il sapore amaro e salato del rimpianto…

2007


sabato 12 gennaio 2019

Il gioco del ricordo

Chi scrisse che anche l'Olimpo è deserto senza amore? Kleist, mi pare. Be’, aveva ragione. Leggi certe frasi e le trovi belle, interessanti, però non sai se sono vere. Ora che lei se ne è andata, posso testimoniare che la frase di Kleist è vera.

Nella grande sala che fu teatro del nostro amore c’è il vuoto: non c'è più il caminetto caldo per passare ore insieme davanti al fuoco a leggere o a parlare, non c’è più il pianoforte, non ci sono più la colonna di marmo che lei amava tanto, i dipinti dell'Ottocento, le stampe. Non ci sono più, anche se sono ancora lì: sono ombre prive di senso, vuote. E il vuoto è in me.

Mi sembra di vederla ancora lì con il vestito bianco che prediligeva, seduta a tentare la tastiera del pianoforte, suonare i Lieder tedeschi o il “Sogno d'amore” di Liszt. La vedo accomodare i fiori nel grande vaso di cristallo, è lì con le forbici a recidere i gambi troppo lunghi; sono rose, rose che le ho regalato io. E come brillano i suoi orecchini, ora anche il camino è acceso, in uno scintillio di faville riverbera sulle pareti, sulle tele. Ed ecco che balliamo, suonano i violini; fuori il vento impazza, sibila tra le persiane, ma qui dentro è una festa di colori: c’è lei. Si danzi, si balli: c’è lei. Si libi, si brindi: c'è lei!

Tutto è svanito, tutto è spento: il gioco del ricordo è finito senza lasciare cenere. La stanza è ritornata come prima: scialba, buia, anche il pianoforte sembra più piccolo, polveroso. Solo la malinconia e la tristezza pungono di più.

1994


IMMAGINE © PAINTING AND FRAME

sabato 5 gennaio 2019

Metropolitana


Sotterranea. Metropolitana, un pomeriggio sul tardi sulla linea verde, ma potrebbe essere qualsiasi ora: qui dentro il tempo non esiste se non nei grandi orologi al quarzo che ne scandiscono lo scorrere. Una fermata qualunque, si somigliano un po’ tutte: la grande fascia verde con il nome della stazione scritto in bianco, i cartelloni pubblicitari che inghiottono lo spazio dei muri. Luci notturne. Fredda musica di sassofono nell’aria come colonna sonora di un film.

Cammino sulla gomma nera, lentamente. Mi sento come se fossi sdoppiato, come se recitassi la mia parte in questo mondo che vive una sua esistenza indifferente nelle viscere oscure della città. Sopra pulsa il cuore di Milano, i tram e gli autobus avanzano lentamente nel traffico, pachidermi in un percorso obbligato di automobili, taxi e furgoni dell’ATM. I turisti si affollano in Piazza del Duomo, seguono le guide con l’ombrellino negli androni del Castello, tra i negozi della Galleria. Ma qui sotto nulla esiste, né il giorno né la notte, né dentro né fuori… Su una panchina una ragazza legge una rivista di moda. Bambini circondano il distributore rosso e bianco della Coca-Cola, giovani madri li assecondano discorrendo.

La musica. È la musica che dà la sensazione di essere in un film, quel jazz che fa di Milano Los Angeles e della mia vita un film, quel sassofono ossessivo che crea una magia. Quando arriva la metropolitana il sogno cessa: svanisce la musica, io torno io e il film non è mai stato.

1999


sabato 29 dicembre 2018

La bella amazzone


Nell’incendio dorato del tramonto rimane una lunga scia rossastra proprio dove l’orizzonte cede il passo alle piante spoglie oltre l’Arcivescovado. È la ferita sanguinante del mio cuore colpito dalla freccia scoccata da Cupido, centrato dal dardo piumato nell’ora d’oro che spegne il giorno d’inverno a secchiate di nebbia.

In quel velo di foschia l’apparizione si è dissolta, svanita come un etereo fantasma dove le colonne intersecano la via e nuove strade e nuove vite si spalancano. Come nella poesia di Frost per una via si è dileguata la bella amazzone che mi ha colpito pochi istanti prima con la sua bellezza, volata come fumo nel nulla del dicembre milanese, mischiata ad altre donne e ad altri uomini che si muovono frenetici con borse piene di pacchetti regalo in questo giorno oramai prossimo a Natale. Frost aveva meno dilemmi: due erano le strade. Qui le mie scelte sono disparate: ricercarla verso San Babila o verso il Duomo? Pensare di ritrovarla in Via Santa Radegonda o in Via San Pietro all’Orto? Pescarla in Santa Tecla o in Via Larga? Le strade di città sono intricate come un antico bosco, i negozi sono le pareti di un complicato labirinto illuminato: la bella è ormai perduta…

Rimpiango già il suo farsetto scuro e il cappellino, le lunghe gambe inguainate, gli stivali, i capelli color rame imbrigliati in una lunga treccia. Il suo riflesso arde ancora nell’aria…


2009


Milano

FOTOGRAFIA © LUIGI PETRAZZOLI

sabato 22 dicembre 2018

Un vecchio Super 8


C’è un vecchio filmino da qualche parte in un armadio, insieme ad altre bobine infilate in una scatola da scarpe. Se ci penso, mi immagino le lingue delle pellicole che fuoriescono appena dall’involucro, la maggior parte nere, alcune mostrano delle figure più chiare, quadratini che sembrano tutti uguali ma che impercettibilmente diversi, proiettati in velocità danno il senso del movimento. In quel vecchio filmino c’è la ripresa di un Natale lontano nel tempo: sembra ieri quando ci pensi, sembra che sia stato solo l’anno scorso o due, tre, cinque anni fa. Invece è un Natale dei primissimi Anni ’70, quando si cominciava a portare i pantaloni a zampa e a indossare camicie fiorate. No, non mio padre: lui in quel filmato non c’è perché reggeva la telecamera Pathé, un aggeggio piuttosto pesante con l’oculare di gomma e il galletto stampigliato su entrambi i lati, però ricordo com’era vestito. Indossava un abito grigio con una cravatta rossa a disegni dorati, la massima concessione estetica allo spirito natalizio.

Io sono a quattro zampe sul tappeto – uno di quei tappeti pelosissimi che andavano di moda allora – sotto l’albero di Natale, e scarto i doni che nella notte mi ha portato Gesù Bambino: Babbo Natale non si era ancora materializzato, avrebbe atteso qualche anno ancora, fiondandosi sull’onda delle pubblicità della Coca Cola e sui programmi delle televisioni commerciali. Eccomi lì, a sei anni, compitare le parole su uno dei libri dell’enciclopedia che mi è stata regalata – sono i famigerati Quindici, li sfoglierò a lungo durante la mia infanzia, imparando a costruire, a sognare, a viaggiare con la mia fantasia di figlio unico. “Sa…” ma la parola è ostica, me la sono scelta proprio bella, “Sa-ara”. “Bravo, Sahara”, giunge la voce fuori campo di mio padre “è il deserto più grande del mondo”. Intanto compare la mano di mia madre, che con la scusa di mettermi a posto il ciuffo e il cravattino, invece mi accarezza dolcemente. Appare anche lei nell’inquadratura, con un vestito blu. Com’erano belli quegli anni, quando la festa ci si vestiva appunto “della festa”.

Poi c’è uno scatto avanti: sono sempre sul tappeto e sto manovrando una macchinina rossa con delle righe gialle, è una Chevrolet Daytona e funziona a batterie. Infilando una scheda perforata si muove lungo un tragitto predefinito, che è quello di un famoso circuito: Montecarlo, Indianapolis, Monza. La seguo zigzagare sul pavimento di palladiana, passare tra un vaso di fiori e la piantana di una lampada. È un Natale felice, intarsio i ricordi con vecchie fotografie di gente che ho amato e che non c’è più: mio nonno con il cappello, mia nonna con il paletot dal collo di pelliccia che mi piaceva tanto restare ad accarezzare. C’erano anche loro in quel Natale dei primi Anni ’70 a fare festa con noi.

Basta… Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Questa nostalgia non solo mi bagna le palpebre di lacrime, mi sommerge come un’onda, mi strazia. Avevo idea di andare a cercare quel vecchio Super 8 e proiettarlo a Natale ma ora non se ne farà più niente. Mi siederò semplicemente a tavola con i miei, con gli zii, con i cugini e i loro bimbi. E il piccolo D. gattonerà sul tappeto rasato che usa adesso.

2011


FOTOGRAFIA © BLOGSAVENUE

sabato 15 dicembre 2018

Questa è la mia strada


Guardate. Questa è la mia strada, il mio piccolo quartiere di un villaggio di campagna non troppo distante dalla capitale dello stato. Quale? Fate voi. Si somigliano un po’ tutte in America queste zone residenziali. Se vi va, pensate pure che si trovi nel Midwest oppure in Virginia, dalle parti di Alexandria, o ancora nel Rhode Island, nel Kentucky, nell’Oregon. Non importa.

Questa sulla destra, con la verandina, è la casa dei Robinson: la figlia Lynn ora lavora per la NASA, ha messo la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ travagliata. L’ho vista crescere: da bambina correva con la biciclettina rosa, aveva delle frange colorate che pendevano dai manubri e lei una treccia all’indiana che le sbatteva sul collo. Ad Halloween andava di casa in casa con un buffo costume da streghetta e il sorriso perennemente stampato sulla faccia lentigginosa. Poi è andata al liceo ed è successo quello che è successo. Per anni non si è più vista fino a quando un giorno non è comparsa nei televisori di mezzo mondo: era nella stanza di controllo durante il lancio di una missione Apollo. I Robinson abitano ancora lì: poco fa li ho visti attraverso le finestre illuminate, stavano addobbando l’albero e preparando i doni per i nipotini… già perché Lynn è divenuta una brava madre.

Più avanti, la casa con le tegole scure e i bow-window, è quella delle sorelle Johnson. Non si sono mai sposate, da piccoli dicevamo che si mangiavano gli uomini, ma in realtà assommavano solitudine a solitudine. Nessuno ha mai saputo per certo di loro amanti, anche se molti vociferavano – facile in una cittadina così piccola – oppure fantasticavano. Ora le sorelle Johnson, Evelyn e Selma, hanno quasi novant’anni, ma allora erano bellezze mature e uscivano eleganti per le strade del quartiere. Avevano anche una Oldsmobile verde acqua sempre lucida, con la quale scarrozzavano sacchetti di terra e di concime per il giardino che curavano personalmente. Capitava spesso di vederle chine sui roseti o accoccolate a sarchiare le viole.

Là in fondo, sempre sul lato destro, c’è il preside Allen. Lo chiamano tutti così, anche se è andato in pensione da un paio di anni. Ha cresciuto generazioni di ragazzi nel liceo locale, anche me. Sempre gentile, anche se giustamente severo quando necessario. Non l’ho mai visto una volta senza cravatta. E sua moglie senza cappellino. Vestita più o meno come la signora Kennedy, Jacqueline intendo. Non hanno avuto figli, ironia della sorte per un preside e una maestra, ma forse bastavano loro i ragazzi della scuola, gli allievi che hanno cresciuto.

Attraversiamo la strada, adesso. Là sulla sinistra ci sono ancora due case: in quella più lontana c’è il postino, Bert Gillespie. Ha quarantasei anni e una ferita di guerra che porta come un trofeo. Se l’è fatta in Italia, dalle parti di Cassino. E tutta la via conosce a menadito ogni dettaglio di quella giornata, come se fossimo stati tutti quanti là, a fronteggiare i tedeschi. In realtà non è poi una gran ferita: Bert zoppica un pochino soltanto quando cambia il tempo. Lo fa dannare di più la moglie Rose, che lo comanda a bacchetta. In compenso, spesso gioca a baseball con Ricky, il figlio che tanto gli somiglia, con lo stesso ciuffo di capelli rossi. Stravede per quel ragazzino, gli ha costruito anche una casa sull’albero e una volta alla settimana lo porta a pescare.

Infine, la casa illuminata dei Kruger: lì regna l’allegria scanzonata e chiassosa di chi deve gestire cinque figli maschi. Luther, il padre, e Jenna, la madre, stanno freschi. Il più piccolo ha otto anni, il maggiore sedici. Quello che sta portando a spasso il cane ha dodici anni e si chiama Herbert, gli altri sono Lee, Peter, Jack e Bobby. Staranno aiutando a preparare la casa per la cena di stasera. Arriveranno di sicuro i genitori di Luther e quelli di Jenna, forse anche Doug, il fratello di lei, se è riuscito a ottenere la licenza. L’ultima volta che ho avuto notizie di lui era a Da Nang.

E infine, eccoci a me: oggi, 24 dicembre 1967, sono qui, nella mia strada, in un villaggio di campagna non distante dalla capitale di uno dei cinquanta stati americani ad osservare il Natale che scende a colorare di speranza non solo i frontoni delle case e i giardini addobbati con gli alberi illuminati, ma anche e soprattutto i cuori. La mia casa? Ah, non lo avete ancora capito? Io sono Lynn Robinson…

2011


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THOMAS KINKADE, “HOMETOWN CHRISTMAS”

sabato 8 dicembre 2018

Pane e zucchero


Ha visitato Montecarlo, ha percorso le strade che aveva visto piene di bolidi alla televisione nei gran premi di Formula 1 – non che fosse una appassionata – le piaceva solo quel circuito, il suo fascino nobile e mondano. Ha calpestato le vie che il principe Alberto e la triste principessa Charlene hanno attraversato tra due ali di folla il giorno del loro matrimonio – anche allora era davanti al piccolo schermo, in un hotel di Taormina, mentre fuori il sole del sud arroventava le spiagge e ingrassava i fichidindia.

È entrata anche al casinò, ha giocato una mezz'ora alla roulette ascoltando la voce del croupier scandire i numeri e il colore, il pari e il dispari. Ha preso il sole in bikini su uno dei più lussuosi yacht ormeggiati nel porto, ha pasteggiato a champagne e ostriche. Ha preso alloggio all’Hôtel de ***, usufruendo del suo servizio d’eccezione. Ha fatto acquisti nei negozi più alla moda: Louis Vuitton, Valentino, Bulgari, Chanel, Piaget…

Avrebbe dovuto sentirsi come in una favola – quella ormai era la sua vita di star, svincolata dal bisogno, immersa nel lusso, nelle comodità. Invece non ha sentito niente, non ha provato niente se non l’eccitazione effimera dell’acquisto, la fugace impressione di un momento, il fascino di una veduta subito rimosso. Ha trovato umide le lenzuola, salata l’acqua di marca, ruvido l’asciugamani, fastidioso il sole, secca l’aria.

Poi, stamattina, si è seduta a bere un caffè, ha preso Nice-Matin che giaceva sulla sedia e ha visto lui, il compagno d’infanzia con cui aveva trascorso anni indimenticabili, l’adolescente con il quale aveva esplorato i rudimenti del sesso, il ragazzo che aveva abbandonato partendo per le passerelle di mezzo mondo. È li nella fotografia in prima pagina, con la sua faccia da schiaffi e la barba di due giorni, in manette tra due uomini della Gendarmerie con la testa bassa e i pantaloni tutti spiegazzati. “Arrestato ladro di gioielli italiano” dice il titolo.

“Eravamo nella stessa città e neanche lo sapevo” è il suo primo pensiero. Ma poi qualcosa si muove, una vera emozione, un sentimento riaffiora in lei, calde lacrime scendono sulle guance, cominciano a colorarsi del nero del trucco. E, come per incanto, dopo anni trascorsi a tartine di caviale e aragoste, la memoria le riporta distinto il sapore della merenda che facevano da bambini, pane e zucchero.


2011


Morning news

JACK VETTRIANO, “MORNING NEWS”