<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577</id><updated>2012-01-28T08:26:00.052+01:00</updated><category term='vita'/><category term='Milano'/><category term='canzoni'/><category term='Natale'/><category term='sogno'/><category term='gioco letterario'/><category term='mare'/><category term='amore'/><category term='tempo'/><category term='Merano'/><category term='fantascienza'/><category term='scrivere'/><category term='gente'/><category term='Lettere non spedite'/><category term='viaggio'/><category term='memoria'/><category term='ricordo'/><category term='fantasia'/><title type='text'>Nuvole gialle</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>158</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6844411527347384649</id><published>2012-01-28T08:26:00.000+01:00</published><updated>2012-01-28T08:26:00.059+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Il ricordo di lei</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il caldo entrava dalla porta della sacrestia con le prime ombre della sera. I rumori della strada giungevano come ovattati e si mescolavano alle preghiere della funzione. Don Mario aveva cominciato da poco a celebrare la messa prefestiva delle venti e lanciava occhiate ammonitrici ai ritardatari. Era il 3 luglio, sì, il 3 luglio 1982, una data che è impossibile per me dimenticare. Tra gli archi della navata apparve improvviso: il ricordo di lei. &lt;p align="justify"&gt;Prima no, prima era solo un informe acuto dolore, il dolore di averla la&amp;shy;sciata, un addio adolescente che sembrava essere più grande di quello che in realtà era. Prima erano solo le lacrime versate a Venezia con i suoi occhi bruni dentro i miei e i vaporetti che tagliavano l'acqua come il mio cuore, era la pro&amp;shy;messa di ritornare, era il desiderio di un cuore nuovo, blindato, elastico, di quelli che non si possono ferire e che se cadono rimbalzano via indenni.  &lt;p align="justify"&gt;Adesso, qualche ora dopo, era il ricordo, il piacevole ricordo di lei venato di nostalgia. Mi alzai un po' a fatica poiché mi doleva la schiena dalla sera prima, l'ultima sera con lei, quando al luna-park eravamo saliti sull'ottovolante. Aveva insistito tanto che la accompagnassi anch'io, così schivo per quel genere di divertimenti e non riuscii a dirle di no e l'accontentai. Forse era questo il mio dolore: tutto quello che faceva lei mi andava bene e non sapevo mai dire di no... che strano amore, però... Ricordo i suoi capelli nel vento, sfiora&amp;shy;vano il mio viso e io li baciavo, profumavano di shampoo e di gioventù. &lt;p align="justify"&gt;Uscito, attraversai la strada. Il semaforo diventò verde mentre il sole lentamente si coricava tra le case giocando a rimpiattino con le fronde degli alberi. Chiazze di nuvole infiammate sopra le colline, nuvole come quelle che incendiavano il cielo sopra la chiesa la volta che lei mi tenne il muso tutta la sera e, non so ancora oggi perché, scoppiò a piangere davanti alle Poste e poi corse via. &lt;p align="justify"&gt;Quando arrivai a casa misi un disco dei Pink Floyd e mi sdraiai. Lei era ancora lì, dietro le tende, sotto il tavolo, sul muro... Bastava chiudere gli occhi e la vedevo, la vedevo come la sera prima, un po' triste e pensierosa, appoggiata a me per non cadere (o per affetto?) perché le girava la testa dopo aver voluto provare il brivido del bob al luna-park. La vedevo come quella mattina, piangeva perché partivo e io, andando via, morivo un po'. La vedevo come in quei giorni di spiaggia, i pomeriggi lunghi che non sai più cosa inventare e lei aveva sempre qualche cosa di nuovo da fare. &lt;p align="justify"&gt;Stavo passando un periodo importante ma non me ne rendevo conto. I giorni si susseguivano uguali e ogni giorno nella testa avevo sempre lei. Stavo trasformando la mia casa in un tempio dedicato a lei: lasciavo tutto come quando l'avevo conosciuta, mettevo in mostra le sue foto e i suoi regali. Un giorno ascoltai per caso la canzone di Battisti "Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi..." e qual&amp;shy;cosa scattò dentro me nel sentire una storia così simile alla mia. Fu così che cominciai a smobilitare i ricordi. &lt;p align="justify"&gt;Ma dentro, dentro non ci riuscii: ogni giorno improvvisa mi veniva in mente lei, sbucava da un banalissimo pensiero o da situazioni che solo avessero un piccolissimo nesso con la nostra storia. Riuscivo a dimenticarla solo quando l'Italia giocava le partite del Mundial spagnolo; battemmo Brasile, Polonia e Germania e fummo campioni ma subito dopo il fischio finale mi prendeva un'irrefrenabile malinconia: desideravo moltissimo essere con lei a gioire, a sventolare il tricolore nelle strade, per una volta fieri di essere italiani. &lt;p align="justify"&gt;Poi l'estate svanì nelle piogge di settembre e sbiadì lentamente anche il ricordo di lei. L'ho incontrata a Milano: è ancora più bella ed è ormai una donna, una donna di gran classe. Io non sono più il ragazzo che ero e anche lei se n'è accorta, ha sentito quel tono di disillusione che cadeva come un velo su di noi. Abbiamo ricordato i bei tempi, "E così quest'estate dove sei stata?", "E il lavoro come va?". Sembravamo due estranei, in quel bar della Galleria.  &lt;p&gt;1985 &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/1/3/Croci-Five-Spot-134943.jpg"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;h6 align="center"&gt;CROCI, “FIVE SPOT”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6844411527347384649?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6844411527347384649/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6844411527347384649&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6844411527347384649'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6844411527347384649'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2012/01/il-ricordo-di-lei.html' title='Il ricordo di lei'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6266045427204980688</id><published>2012-01-21T08:26:00.000+01:00</published><updated>2012-01-21T08:26:00.125+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrivere'/><title type='text'>Nulla dies sine linea</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Héctor Adréjez Silva Ocampo stava sfogliando i taccuini in cui annotava le poesie. Era la prima volta che lo faceva: scriveva una poesia ogni giorno e quella gli bastava per realizzare la sua sete di sapere, per circoscrivere il mondo nelle gabbie dei versi usando la sferza solida degli endecasillabi, nelle ordinate schiere delle quartine e delle terzine, nelle buste standard dei sonetti. Aveva 24 anni e scriveva ormai da otto anni, da quando una ragazza gli rubò il cuore e se lo portò via nel suo cestino da lavoro. Successe a Madrid, il pomeriggio terso e ventoso del 24 aprile 1920. Da allora si mise a inseguirlo quel suo cuore strappatogli, lo vedeva nelle nuvole che si stendevano in cielo come panni, lo vedeva nelle ombre che avvolgevano la città, lo vedeva addirittura riflesso sul volto di altre ragazze che incontrava sui tram o nelle vie.  &lt;p align="justify"&gt;Ma quel giorno, 24 aprile del 1928, quando ricorreva l’anniversario della sua prima poesia, mentre una giornata di vento primaverile sferzava le finestre, mise mano al primo dei numerosi taccuini che aveva accatastato sul ripiano più alto della libreria. Ne accarezzò il dorso di pelle nera, togliendovi la polvere, si sistemò sulla poltrona di damasco e lo aprì. L’inchiostro era più chiaro di come se lo ricordava, o probabilmente la tinta era sbiadita con il passare degli anni, appariva diversa da quella che usava ora. Iniziò a leggere: aveva sin da allora deciso di numerare ogni lirica progressivamente. “1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Saltò sulla poltrona, sussultò proseguendo la lettura del sonetto.  &lt;p align="justify"&gt;Gli tremavano le mani quando prese il taccuino più recente, quello che usava adesso. Lo aprì, trovò il segnalibro di seta che indicava l’ultima poesia scritta e lesse: “2922. “1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Precisa, identica fin nelle virgole, parola per parola, rima per rima. Aprì a caso un altro taccuino: “1456. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Ne prese un altro e un altro ancora: “1297. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “760. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “761. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “762. Non dea, né Diana, né Afrodite”… La stessa poesia, giorno dopo giorno, per otto interi anni senza neppure accorgersene.  &lt;p align="justify"&gt;Héctor Adréjez Silva Ocampo si alzò, guardò dalla finestra e come per incanto la ragazza del suo cuore era lì, scesa da un tram esaminava i carciofi che un verduraio esponeva nella calle come se fossero preziosi gioielli. In realtà non c’era: lo sapeva anche lui che era un parto della sua immaginazione. Chissà dov’era finita quella ragazza: probabilmente sposata, con intorno dei pargoletti a tirarle la sottana e un marito esigente. Ma per lui anche quella mattina era lì, come tutte le mattine: dal verduraio, dal macellaio, nel giardinetto dall’altro lato della strada, seduta su una panchina, china a raccogliere acqua dalla fontanella. Oppure scendeva da un’automobile lussuosa, da un calesse, attraversava a piedi la via, scendeva gli scalini della bottega della sarta…  &lt;p align="justify"&gt;La sua Musa era finalmente giunta: l’ispirazione gli premeva nelle dita, sembrava volesse distillarvi direttamente l’inchiostro. Héctor intinse la penna nel calamaio e cominciò a scrivere: “2923. “ 1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”…  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/imagecache/2/1/si-213360.jpg_maxdim-400_resize-yes.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;ARMAND POINT “A MUSE”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6266045427204980688?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6266045427204980688/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6266045427204980688&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6266045427204980688'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6266045427204980688'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2012/01/nulla-dies-sine-linea.html' title='Nulla dies sine linea'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6008600220123909716</id><published>2012-01-14T08:24:00.000+01:00</published><updated>2012-01-14T08:24:00.601+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Il coraggio</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Un grande ospedale pubblico di una città di provincia. Reparto di radioterapia e medicina nucleare. Dipinto di un bel verde vivo, con vedute panoramiche della città appese alle pareti. Siedo in una delle oasi di poltroncine, verdi brillanti anche queste, un colore da evidenziatore. Attendo e osservo il viavai di gente che passa e va: c’è chi scende da qui perché arriva prima al parcheggio, c’è chi invece è in reparto per donare sangue, c’è chi cerca sperduto la porta giusta e domanda all’inserviente, al medico, all’infermiera che passa dove sia la sede per la MOC o la PET.  &lt;p align="justify"&gt;È una zona di dolore, certo, ma anche di coraggio: la forza di chi vuole lottare e combattere, vincere la battaglia con tutte le sue energie, con i sacrifici necessari, con lo scotto dei malesseri da mettere in conto e dei medicinali da assumere. Ma questa è la guerra e qui bisogna pugnare: il corridoio dal soffitto basso rivestito di pannelli isolanti diventa allora quasi una scena da film di spionaggio: i valorosi decrittatori di Enigma, i laboratori dove Q mette a punto i marchingegni che consentiranno a James Bond di cavarsela in ogni occasione.  &lt;p align="justify"&gt;Così appare anche il carattere di quella donna sui sessant’anni con i capelli sale e pepe cortissimi e marito al seguito che regge borsa, cappotto, cartellette. Hanno la dignità del dolore, la compostezza di chi è deciso a non recriminare contro il destino, il fato, Dio, il caos primigenio o il naturale ordine delle cose. Lottatori decisi a prevalere, a fargliela vedere loro. Ripasseranno per la chemioterapia, parleranno al veleno perché diventi farmaco, i piedi piantati per terra. E soffriranno, e staranno male – lei starà male, fisicamente, lui soffrirà come un cane per non potere far altro che consolare la donna che ama, confortarla per quanto può, sentendosi inerme, inabilitato a spaccare il mondo come vorrebbe.  &lt;p align="justify"&gt;Li guardo salire in ascensore, vanno verso l’accettazione per qualche disbrigo burocratico. Ammiro il coraggio di chi si aggrappa così forte alla vita. E penso alle notizie appena lette sul giornale: adolescenti in coma etilico, sottosegretari che si fanno corrompere, calciatori già ricchi che si vendono le partite… No, molto meglio quei due: almeno loro, nel dolore, vivono…  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/3/8/Gabrielle-Munter-Not-feeling-well-380398.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;GABRIELLE MUNTER, “NOT FEELING WELL”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6008600220123909716?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6008600220123909716/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6008600220123909716&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6008600220123909716'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6008600220123909716'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2012/01/il-coraggio.html' title='Il coraggio'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4917145526442620935</id><published>2012-01-07T08:22:00.000+01:00</published><updated>2012-01-07T08:22:00.198+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>Curiosità</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;È un’ora almeno che quel suono costante si ripete. Ogni tanto – un minuto circa – si ode anche un bip prolungato. &lt;p align="justify"&gt;Annalisa ormai è incuriosita. Aveva sempre creduto che l’appartamento sotto fosse sfitto, almeno dal giorno in cui il professor Kreutzer se ne andò per non tornare mai più. Nella giungla della Bolivia a vivere con gli indigeni, aveva detto qualcuno, o forse in un kibbutz israeliano. &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Si piega, si inginocchia per posare l’orecchio sul parquet. Ora quel rumore è più chiaro, amplificato. Dopo un po’ Annalisa riesce a distinguere anche un altro suono: Tump Tump Tump … come un battito cardiaco. Perplessa, si alza e va a sedersi sul divano. Prende il libro che sta leggendo, ma dopo mezza pagina capisce che non riesce a concentrarsi. Bzzzz Bzzzz Bzzzz Tump Tump Tump. Bip. La curiosità è enorme, prevale su ogni altra cosa. &lt;p align="justify"&gt;Il portiere di sicuro ha la chiave dell’appartamento. Scende, ma in portineria non c’è nessuno. Però riconosce le chiavi di Kreutzer, il buffo ponpon del portachiavi. Le prende, con gesto rapido, e risale le scale fino al primo piano. Indugia un attimo davanti alla porta, poi infila la chiave nella serratura – è identica a quella del suo appartamento. Entra e si trova davanti quello che non si aspetta: una sedia illuminata nell’appartamento completamente vuoto. La cosa strana è che la fonte di luce è la sedia stessa ed è quella sedia a emettere i suoni, come se respirasse, come se quei rumori elettrici fossero il suo ritmico pulsare. Bzzzz… i respiri. Tump… i battiti. E poi quel bip prolungato. Non riesce a capire che cosa sia, ma quando quel bip finisce prova l’impulso improvviso di sedersi su quella sedia: è più forte della sua volontà, non riesce a dominarlo. Le gambe vanno per conto loro, la conducono alla sedia, si piegano, la costringono a sedersi. Ora sente voci, tante voci in lingue diverse: qualcuna la riconosce, francese, inglese, tedesco, idiomi slavi, altri le sono del tutto sconosciuti. Ma le comprende, in qualche modo riesce a capire quelle parole che formano un unico discorso. “Non ti spaventare. Ho bisogno di te. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti”. La voce le è familiare: è quella del professor Kreutzer. &lt;p align="justify"&gt;Improvvisamente non si trova più nella stanza: è seduta su una sedia uguale a quella dell’appartamento, ma questa è in un enorme laboratorio. Davanti a lei, legato mani e piedi, c’è Kreutzer. L’hanno pestato. Riesce a stento a capire cosa le stia dicendo. “Annalisa, la imploro, mi sleghi”. E subito Annalisa si alza e con prontezza di riflessi afferra un bisturi posato su un ripiano e taglia le corde che imprigionano il professore. “Forza, dobbiamo andarcene” le dice. “O meglio, io devo andarmene, perché lei non è qui. Torni a sedersi e rientrerà nel suo corpo”. &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Bzzzz &lt;p align="justify"&gt;Tump &lt;p align="justify"&gt;Tump &lt;p align="justify"&gt;Tump &lt;p align="justify"&gt;Bip &lt;p align="justify"&gt;… &lt;p align="justify"&gt;“Dottore,&amp;nbsp; dottore… Dottor Kreutzer, la paziente si sta svegliando” &lt;p align="justify"&gt;“Meno male… temevo non uscisse più dall’anestesia”. &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://3.bp.blogspot.com/-RmLWPLPk40I/Tq-_tk-RgiI/AAAAAAAACxk/eZPNfZjiZ9g/s400/Kenton+Nelson+4.jpg"&gt; &lt;h6 align="center"&gt;KENTON NELSON, “CURIOSITY”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4917145526442620935?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4917145526442620935/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4917145526442620935&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4917145526442620935'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4917145526442620935'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2012/01/curiosita.html' title='Curiosità'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-RmLWPLPk40I/Tq-_tk-RgiI/AAAAAAAACxk/eZPNfZjiZ9g/s72-c/Kenton+Nelson+4.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7611870577423965579</id><published>2011-12-31T08:24:00.000+01:00</published><updated>2011-12-31T08:24:00.311+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>Werner</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;«È stato solo sesso»: Chiara continua a ripeterselo come un mantra adesso che il tremore finalmente si è calmato. Ci sono voluti due bicchieri di whisky per fermarlo, sentire il calore dell’alcol pervadere il suo organismo così come aveva fatto il sesso dell’uomo qualche ora prima. Si era sentita come galleggiare via, fluttuare nello spazio; con lui aveva provato un piacere che poteva soltanto definire ultraterreno. «È stato solo sesso» e ancora ci ripensa, adesso che sono le tre di notte, sdraiata sul divano di casa, fumando e inseguendo i pensieri sul soffitto. «Oddio…»  &lt;p align="justify"&gt;Si erano incontrati alla festa per il compleanno di Morena Scattolin: champagne a fiumi, balli, i divanetti in giardino dove conversare. Un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici. Tutta la sera si erano monopolizzati, avevano ballato, si erano raccontati, aveva sentito il&amp;nbsp; viso accarezzato dalla barba di tre giorni del ragazzo mentre danzavano, aveva odorato il suo profumo che aveva sentore di muschio. Conosceva solo il suo nome: Werner. Non aveva neanche pensato di chiedere a Morena chi fosse, del resto lei stava incollata al suo nuovo e molto più giovane boy-friend come una cozza allo scoglio.  &lt;p align="justify"&gt;A mezzanotte avevano salutato la compagnia: «Vieni, conosco un posto bellissimo subito dietro la villa» le aveva sussurrato Werner con dolcezza. Era vero: un luogo di incantevole bellezza, una distesa di erba verde e soffice in riva a un canale, contornata da filari di pioppi. Si erano amati su quell’erba, cullati dalla musica soave dell’acqua, dal vento che suonava le foglie come dei leggeri tamburelli. Ed era stato bellissimo. Tornarono alla villa e lì si salutarono con un lunghissimo bacio.  &lt;p align="justify"&gt;Chiara salì in auto e mise in moto. Infilando il cancello però si accorse di non avere più il foulard di Gucci. Rammentò di averlo legato alla bell’e meglio ad un ramo nella foga amorosa. Fermò l’auto e tornò a percorrere la stradina che portava al canale. Il foulard era là, un vessillo chiaro che sventolava tra i riflessi. Lo sciolse e se lo annodò al collo: cominciava a fare fresco nelle notti di agosto. Stava per andarsene quando, con la coda dell’occhio, scorse un cippo proprio sotto l’albero a cui aveva legato il foulard. Era una lapide: “WERNER SANTONI 1975-2005. Strappato all’affetto dei suoi cari dalla furia delle acque”. C’era anche la fotografia: un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://2.bp.blogspot.com/-E1ca5P28LPU/TmCw_-dwf6I/AAAAAAAAAA4/zBdx6qbnzSg/s400/312894_241906329180108_172806099423465_607169_4714132_n.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7611870577423965579?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7611870577423965579/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7611870577423965579&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7611870577423965579'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7611870577423965579'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/12/werner.html' title='Werner'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-E1ca5P28LPU/TmCw_-dwf6I/AAAAAAAAAA4/zBdx6qbnzSg/s72-c/312894_241906329180108_172806099423465_607169_4714132_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1434410760931652896</id><published>2011-12-24T08:28:00.000+01:00</published><updated>2011-12-24T08:28:00.594+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Natale'/><title type='text'>Questa è la mia strada</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Guardate. Questa è la mia strada, il mio piccolo quartiere di un villaggio di campagna non troppo distante dalla capitale dello stato. Quale? Fate voi. Si somigliano un po’ tutte in America queste zone residenziali. Se vi va, pensate pure che si trovi nel Midwest oppure in Virginia, dalle parti di Alexandria, o ancora nel Rhode Island, nel Kentucky, nell’Oregon. Non importa.  &lt;p align="justify"&gt;Questa sulla destra, con la verandina, è la casa dei Robinson: la figlia Lynn ora lavora per la NASA, ha messo la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ travagliata. L’ho vista crescere: da bambina correva con la biciclettina rosa, aveva delle frange colorate che pendevano dai manubri e lei una treccia all’indiana che le sbatteva sul collo. Ad Halloween andava di casa in casa con un buffo costume da streghetta e il sorriso perennemente stampato sulla faccia lentigginosa. Poi è andata al liceo ed è successo quello che è successo. Per anni non si è più vista fino a quando un giorno non è comparsa nei televisori di mezzo mondo: era nella stanza di controllo durante il lancio di una missione Apollo. I Robinson abitano ancora lì: poco fa li ho visti attraverso le finestre illuminate, stavano addobbando l’albero e preparando i doni per i nipotini… già perché Lynn è divenuta una brava madre.  &lt;p align="justify"&gt;Più avanti, la casa con le tegole scure e i bow-window, è quella delle sorelle Johnson. Non si sono mai sposate, da piccoli dicevamo che si mangiavano gli uomini, ma in realtà assommavano solitudine a solitudine. Nessuno ha mai saputo per certo di loro amanti, anche se molti vociferavano – facile in una cittadina così piccola – oppure fantasticavano. Ora le sorelle Johnson, Evelyn e Selma, hanno quasi novant’anni, ma allora erano bellezze mature e uscivano eleganti per le strade del quartiere. Avevano anche una Oldsmobile verde acqua sempre lucida, con la quale scarrozzavano sacchetti di terra e di concime per il giardino che curavano personalmente. Capitava spesso di vederle chine sui roseti o accoccolate a sarchiare le viole.  &lt;p align="justify"&gt;Là in fondo, sempre sul lato destro, c’è il preside Allen. Lo chiamano tutti così, anche se è andato in pensione da un paio di anni. Ha cresciuto generazioni di ragazzi nel liceo locale, anche me. Sempre gentile, anche se giustamente severo quando necessario. Non l’ho mai visto una volta senza cravatta. E sua moglie senza cappellino. Vestita più o meno come la signora Kennedy, Jacqueline intendo. Non hanno avuto figli, ironia della sorte per un preside e una maestra, ma forse bastavano loro i ragazzi della scuola, gli allievi che hanno cresciuto.  &lt;p align="justify"&gt;Attraversiamo la strada, adesso. Là sulla sinistra ci sono ancora due case: in quella più lontana c’è il postino, Bert Gillespie. Ha quarantasei anni e una ferita di guerra che porta come un trofeo. Se l’è fatta in Italia, dalle parti di Cassino. E tutta la via conosce a menadito ogni dettaglio di quella giornata, come se fossimo stati tutti quanti là, a fronteggiare i tedeschi. In realtà non è poi una gran ferita: Bert zoppica un pochino soltanto quando cambia il tempo. Lo fa dannare di più la moglie Rose, che lo comanda a bacchetta. In compenso, spesso gioca a baseball con Ricky, il figlio che tanto gli somiglia, con lo stesso ciuffo di capelli rossi. Stravede per quel ragazzino, gli ha costruito anche una casa sull’albero e una volta alla settimana lo porta a pescare.  &lt;p align="justify"&gt;Infine, la casa illuminata dei Kruger: lì regna l’allegria scanzonata e chiassosa di chi deve gestire cinque figli maschi. Luther, il padre, e Jenna, la madre, stanno freschi. Il più piccolo ha otto anni, il maggiore sedici. Quello che sta portando a spasso il cane ha dodici anni e si chiama Herbert, gli altri sono Lee, Peter, Jack e Bobby. Staranno aiutando a preparare la casa per la cena di stasera. Arriveranno di sicuro i genitori di Luther e quelli di Jenna, forse anche Doug, il fratello di lei, se è riuscito a ottenere la licenza. L’ultima volta che ho avuto notizie di lui era a Da Nang.  &lt;p align="justify"&gt;E infine, eccoci a me: oggi, 24 dicembre 1967, sono qui, nella mia strada, in un villaggio di campagna non distante dalla capitale di uno dei cinquanta stati americani ad osservare il Natale che scende a colorare di speranza non solo i frontoni delle case e i giardini addobbati con gli alberi illuminati, ma anche e soprattutto i cuori. La mia casa? Ah, non lo avete ancora capito? Io sono Lynn Robinson…  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://1.bp.blogspot.com/-oXZptlXVDUQ/TtisYG86C7I/AAAAAAAAC2A/sMclEtbtnTQ/s400/thomas-kinkade-hometown-christmas-79513.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;THOMAS KINKADE, “HOMETOWN CHRISTMAS”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1434410760931652896?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1434410760931652896/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1434410760931652896&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1434410760931652896'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1434410760931652896'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/12/questa-e-la-mia-strada.html' title='Questa è la mia strada'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-oXZptlXVDUQ/TtisYG86C7I/AAAAAAAAC2A/sMclEtbtnTQ/s72-c/thomas-kinkade-hometown-christmas-79513.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3711400992209301911</id><published>2011-12-17T08:23:00.000+01:00</published><updated>2011-12-17T08:23:00.143+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Natale'/><title type='text'>Un vecchio Super 8</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;C’è un vecchio filmino da qualche parte in un armadio, insieme ad altre bobine infilate in una scatola da scarpe. Se ci penso, mi immagino le lingue delle pellicole che fuoriescono appena dall’involucro, la maggior parte nere, alcune mostrano delle figure più chiare, quadratini che sembrano tutti uguali ma che impercettibilmente diversi, proiettati in velocità danno il senso del movimento. In quel vecchio filmino c’è la ripresa di un Natale lontano nel tempo: sembra ieri quando ci pensi, sembra che sia stato solo l’anno scorso o due, tre, cinque anni fa. Invece è un Natale dei primissimi Anni ’70, quando si cominciava a portare i pantaloni a zampa e a indossare camicie fiorate. No, non mio padre: lui in quel filmato non c’è perché reggeva la telecamera Pathé, un aggeggio piuttosto pesante con l’oculare di gomma e il galletto stampigliato su entrambi i lati, però ricordo com’era vestito. Indossava un abito grigio con una cravatta rossa a disegni dorati, la massima concessione estetica allo spirito natalizio.  &lt;p align="justify"&gt;Io sono a quattro zampe sul tappeto – uno di quei tappeti pelosissimi che andavano di moda allora – sotto l’albero di Natale, e scarto i doni che nella notte mi ha portato Gesù Bambino: Babbo Natale non si era ancora materializzato, avrebbe atteso qualche anno ancora, fiondandosi sull’onda delle pubblicità della Coca Cola e sui programmi delle televisioni commerciali. Eccomi lì, a sei anni, compitare le parole su uno dei libri dell’enciclopedia che mi è stata regalata – sono i famigerati Quindici, li sfoglierò a lungo durante la mia infanzia, imparando a costruire, a sognare, a viaggiare con la mia fantasia di figlio unico. “Sa…” ma la parola è ostica, me la sono scelta proprio bella, “Sa-ara”. “Bravo, Sahara”, giunge la voce fuori campo di mio padre “è il deserto più grande del mondo”. Intanto compare la mano di mia madre, che con la scusa di mettermi a posto il ciuffo e il cravattino, invece mi accarezza dolcemente. Appare anche lei nell’inquadratura, con un vestito blu. Com’erano belli quegli anni, quando la festa ci si vestiva appunto “della festa”.  &lt;p align="justify"&gt;Poi c’è uno scatto avanti: sono sempre sul tappeto e sto manovrando una macchinina rossa con delle righe gialle, è una Chevrolet Daytona e funziona a batterie. Infilando una scheda perforata si muove lungo un tragitto predefinito, che è quello di un famoso circuito: Montecarlo, Indianapolis, Monza. La seguo zigzagare sul pavimento di palladiana, passare tra un vaso di fiori e la piantana di una lampada. È un Natale felice, intarsio i ricordi con vecchie fotografie di gente che ho amato e che non c’è più: mio nonno con il cappello, mia nonna con il paletot dal collo di pelliccia che mi piaceva tanto restare ad accarezzare. C’erano anche loro in quel Natale dei primi Anni ’70 a fare festa con noi.  &lt;p align="justify"&gt;Basta… Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Questa nostalgia non solo mi bagna le palpebre di lacrime, mi sommerge come un’onda, mi strazia. Avevo idea di andare a cercare quel vecchio Super 8 e proiettarlo a Natale ma ora non se ne farà più niente. Mi siederò semplicemente a tavola con i miei, con gli zii, con i cugini e i loro bimbi. E il piccolo D. gattonerà sul tappeto rasato che usa adesso.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="403" src="http://www.super8data.com/database/cameras_list/cameras_image_3/pathe_webo_ds8-btl-2.jpg" width="518"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © SUPER8DATA&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3711400992209301911?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3711400992209301911/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3711400992209301911&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3711400992209301911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3711400992209301911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/12/un-vecchio-super-8.html' title='Un vecchio Super 8'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4434526849211368703</id><published>2011-12-10T08:21:00.000+01:00</published><updated>2011-12-10T08:21:00.085+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Pane e zucchero</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ha visitato Montecarlo, ha percorso le strade che aveva visto piene di bolidi alla televisione nei gran premi di Formula 1 – non che fosse una appassionata – le piaceva solo quel circuito, il suo fascino nobile e mondano. Ha calpestato le vie che il principe Alberto e la triste principessa Charlene hanno attraversato tra due ali di folla il giorno del loro matrimonio – anche allora era davanti al piccolo schermo, in un hotel di Taormina, mentre fuori il sole del sud arroventava le spiagge e ingrassava i fichidindia.  &lt;p align="justify"&gt;È entrata anche al casinò, ha giocato una mezz'ora alla roulette ascoltando la voce del croupier scandire i numeri e il colore, il pari e il dispari. Ha preso il sole in bikini su uno dei più lussuosi yacht ormeggiati nel porto, ha pasteggiato a champagne e ostriche. Ha preso alloggio all’Hôtel de ***, usufruendo del suo servizio d’eccezione. Ha fatto acquisti nei negozi più alla moda: Louis Vuitton, Valentino, Bulgari, Chanel, Piaget…  &lt;p align="justify"&gt;Avrebbe dovuto sentirsi come in una favola – quella ormai era la sua vita di star, svincolata dal bisogno, immersa nel lusso, nelle comodità. Invece non ha sentito niente, non ha provato niente se non l’eccitazione effimera dell’acquisto, la fugace impressione di un momento, il fascino di una veduta subito rimosso. Ha trovato umide le lenzuola, salata l’acqua di marca, ruvido l’asciugamani, fastidioso il sole, secca l’aria.  &lt;p align="justify"&gt;Poi, stamattina, si è seduta a bere un caffè, ha preso &lt;em&gt;Nice-Matin&lt;/em&gt; che giaceva sulla sedia e ha visto lui, il compagno d’infanzia con cui aveva trascorso anni indimenticabili, l’adolescente con il quale aveva esplorato i rudimenti del sesso, il ragazzo che aveva abbandonato partendo per le passerelle di mezzo mondo. È li nella fotografia in prima pagina, con la sua faccia da schiaffi e la barba di due giorni, in manette tra due uomini della Gendarmerie con la testa bassa e i pantaloni tutti spiegazzati. “Arrestato ladro di gioielli italiano” dice il titolo.  &lt;p align="justify"&gt;“Eravamo nella stessa città e neanche lo sapevo” è il suo primo pensiero. Ma poi qualcosa si muove, una vera emozione, un sentimento riaffiora in lei, calde lacrime scendono sulle guance, cominciano a colorarsi del nero del trucco. E, come per incanto, dopo anni trascorsi a tartine di caviale e aragoste, la memoria le riporta distinto il sapore della merenda che facevano da bambini, pane e zucchero.  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://1.bp.blogspot.com/-XJ_FIJyIaz0/TjVHxAwE7iI/AAAAAAAACd8/zPjK4kDDXlU/s400/Morning+news.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;JACK VETTRIANO, “MORNING NEWS”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4434526849211368703?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4434526849211368703/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4434526849211368703&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4434526849211368703'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4434526849211368703'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/12/pane-e-zucchero.html' title='Pane e zucchero'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-XJ_FIJyIaz0/TjVHxAwE7iI/AAAAAAAACd8/zPjK4kDDXlU/s72-c/Morning+news.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6048692233655817223</id><published>2011-12-03T08:23:00.000+01:00</published><updated>2011-12-03T08:23:00.190+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>L’ultimo giorno d’inverno</title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;blockquote&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;“Dovunque andiamo e traslochiamo, e cambiamo qualcosa sarà perduto... qualcosa resterà dietro di noi”.&lt;br&gt;&lt;/em&gt;FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Belli e dannati &lt;/p&gt;&lt;/blockquote&gt; &lt;p align="justify"&gt;Questa è una storia di gatti, ma potrebbe benissimo essere una storia di uomini. Pochi giorni prima di Natale, Clarissa, una gattina bianca e nera, capitò nel giardino della fattoria, spinta dal freddo e dalla fame. Subito il fattore le portò una ciotola di latte e degli avanzi di carne. Clarissa bevve e mangiò avidamente e rimase seduta davanti alla porta fino a sera; il fattore non si sorprese di trovarla ancora lì e le portò dell'altro latte. Cominciò così il sodalizio tra l'uomo e l'animale: in cambio del cibo, Clarissa si prestava a giocare con i figli del fattore, aspettava sullo zerbino oppure rimaneva per ore e ore sui davanzali della cucina e accorreva velocemente quando si apriva la porta e il fattore usciva con il cibo.  &lt;p align="justify"&gt;Il tempo passava. A volte Clarissa spariva per un paio d'ore: esplorava le forre, si arrampicava sugli alberi o si sdraiava al debole sole d'inverno manifestando un gran desiderio di libertà. Qualche volta il fattore la lasciava entrare e restava a giocare con lei; e Clarissa si strusciava sulle gambe dell'uomo e lo guardava con quegli occhi luminosi miagolando e facendo le fusa. Con il passare dei giorni, la gattina conobbe alcuni gatti delle fattorie vicine: in particolare stava volentieri con Fulva, che divenne presto la sua migliore amica; e poi c'era Margo, un gatto bianco e nero che le faceva la corte e capitava sempre più spesso alla fattoria.  &lt;p align="justify"&gt;In breve venne anche la fine dell'inverno, la neve non cadde più e l'aria si fece meno fredda. Clarissa rimaneva lontana sempre più tempo: rincorreva le farfalle, esplorava le zone della fattoria dove non era mai stata, i vecchi canali, le cantine, il deposito degli attrezzi, la legnaia, le serre. Un giorno, l'ultimo giorno d'inverno, arrivarono alla fattoria due gatti randagi, Spink e Tigre. Spink era affascinante: alto, snello, il pelo corto e bianco, le orecchie scure e i baffi lunghi e neri, un bell'esemplare di gatto. Tigre era tutto l'opposto: basso e grasso, metà bianco e metà tigrato, e non aveva né il fascino né il carisma di Spink. Nonostante questo, i due stavano bene insieme e vivevano felici la loro vita di &lt;i&gt;hippies&lt;/i&gt;: se non trovavano niente da mangiare, lo rubavano. Clarissa rimase tutto il giorno con loro: era affascinata da Spink, ma anche il fido scudiero Tigre le piaceva. Decise di seguire i due randagi e se ne andò con loro dalla fattoria.  &lt;p align="justify"&gt;Margo la vide mentre camminava elegante tra i due. Ne fu sconvolto. Per un attimo pensò di associarsi anche lui al gruppo, ma non ci sarebbe mai riuscito: sapeva che non avrebbe mai potuto rinunciare al benessere della fattoria, all'affetto della vecchia padrona, e poi si era abituato a quel posto, vi era affezionato. Corse via veloce dalla parte opposta, verso il fiume, e rimase a guardare l'acqua verde che scorreva. Anche il suo amore finito sarebbe passato come quell'acqua e ne avrebbe conservato solo un'immagine.  &lt;p&gt;28 febbraio 1984&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/2/1/Kevin-Snyder-Sun-Cats-21081.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;KEVIN SNYDER, “SUN CATS”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6048692233655817223?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6048692233655817223/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6048692233655817223&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6048692233655817223'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6048692233655817223'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/12/lultimo-giorno-dinverno.html' title='L’ultimo giorno d’inverno'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3514259131821337914</id><published>2011-11-26T08:28:00.000+01:00</published><updated>2011-11-26T08:28:00.307+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere non spedite'/><title type='text'>Lettera non spedita (IV)</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Carissima Paola,  &lt;p align="justify"&gt;posso racimolare tutto il coraggio che ho perché ho deciso che questa lettera non te la spedirò mai: la terrò per me considerandola un punto fermo, un trampolino di lancio, il momento in cui salvi gli archivi del computer in un floppy-disk ben sapendo che se dovrai cancellare tutto quello che avrai fatto, in futuro dovrai ritornare a questo punto.  &lt;p align="justify"&gt;Scusa se sono così elaborato, è uno stilema, così come lo è il rivolgermi a te pur sapendo che mai leggerai questa mia lettera. E dunque cominciamo, eliminati i convenevoli.  &lt;p align="justify"&gt;Chi sei oggi tu per me? E, di riflesso, chi sono oggi io per te? Se ci incontrassimo per strada, per caso, o in qualche locale, se ci riconoscessimo, cosa potremmo dirci? Cosa avremmo da dirci?  &lt;p align="justify"&gt;Andiamo per ordine: tu sei stata la mia vita per qualche tempo e, probabilmente, neppure lo sapevi. Eri la fonte delle poesie, protagonista dei sogni, dei desideri, delle illusioni; come i sogni sei svanita un giorno, sei uscita dalla mia vita e fu un ritorno alla realtà, non così brutale, a dire il vero. Sei un ricordo piacevole e rimpianto, oggi. Sei un'aspirazione, la gioventù che fugge ed è doloroso il volgersi indietro ma pure inevitabile è il piacere che deriva dal ricordo.  &lt;p align="justify"&gt;Io per te chi sono oggi? Penserai ancora a me? E in quale modo? Sono domande a cui non so rispondere e mai avrò l'ardire di chiedertelo, se mai ti incontrerò. E se ti incontrassi, di cosa parleremmo? Del lavoro, certo, di come adesso viviamo. Ma del passato cosa potremmo dire, come potremmo giudicarlo? E chi di noi potrebbe portare il discorso su quei tempi? Ci sarebbe poi da dibattere la spinosa questione del perché tutto è finito, le colpe, gli eventi e il rivangare potrebbe essere nocivo al risorgere di un'amicizia.  &lt;p align="justify"&gt;Non dico che ti vorrei dimenticare, ma solo che vorrei lasciare le cose al caso: se ci incontreremo sarà per caso e non sarò io a cercarti, a fissare un appuntamento. Per ora viviamo come abbiamo fatto fino ad ora: se qualche cosa dovrà succedere tra noi, succederà. Fatalista? Può darsi... Forse sono solo deluso e ho deciso di ricominciare.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="361" src="http://studentbranding.com/wp-content/uploads/2010/04/writing-center.jpg" width="526"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © STUDENT BRANDING&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3514259131821337914?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3514259131821337914/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3514259131821337914&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3514259131821337914'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3514259131821337914'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/11/lettera-non-spedita-iv.html' title='Lettera non spedita (IV)'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5424405795056101336</id><published>2011-11-19T08:22:00.000+01:00</published><updated>2011-11-19T08:22:00.658+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>La nuova forma dell’amore</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Le luci gialle dei lampioni ai vapori di sodio riverberano sul fogliame autunnale, ne incendiano il rosso e l’arancione, il giallo della livrea dei tigli. Il lago si scioglie in un azzurro glaciale dove muoiono le luci della costa e le anatre galleggiano malinconiche tra le foglie secche. È il nostro ultimo incontro. Così ha stabilito Kate, e del resto l’ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato. Indossa una gonna corta e&amp;nbsp; la giacca di pelle, mi fa rabbia adesso la sua bellezza, mi pugnala al cuore la sua eleganza.  &lt;p align="justify"&gt;Mi è venuta a prendere alla stazione di D., come al solito, e ha guidato con destrezza la piccola Aygo per le stradine della città fortificata. Pioveva già e la sera breve di ottobre si andava affacciando sugli spalti del castello disegnando il suo fantastico caleidoscopio di luci nell’acqua del fossato. Siamo rimasti a parlare nel salotto della sua casa affacciata sul Garda in un giardino di oleandri. Dalla finestra potevo osservare i turisti imbacuccati nelle cerate, appena sbarcati dal battello si andavano disperdendo per le vie del centro come un variopinto gregge. Lei sedeva sul divano, le gambe accavallate, e mi raccontava di quello che era capitato nel mese in cui sono stato lontano. Il vento agitava i rami delle buganvillee, strappava le ultime campane violacee ormai secche. “Torno in America” mi ha detto infine come se fosse la cosa più normale del mondo, “ho accettato l’offerta di Cambridge di cui ti avevo parlato, non posso più sostenere questa situazione. Pietro, voglio dire, tua moglie ha tentato di ammazzarsi a causa della nostra storia”. È vero, Margherita si è tagliata le vene nella vasca da bagno, ma è stato più che altro un atto dimostrativo. E io mi sono riavvicinato a lei. Ma Kate resta sempre in me, è la musica che risuona nella mente, il colore che la tinge, che genera le aurore e i tramonti, è la vita che scoppietta come un allegro fuoco nel camino, la chiave che infilata nella toppa del mistero consente di aprire la porta e vivere.  &lt;p align="justify"&gt;Abbiamo fatto l’amore, con foga, con rabbia, consci che era per l’ultima volta. Poi siamo rimasti a parlare più di un’ora, ma l’atmosfera era già di due che non si sarebbero visti più. Il dolore antico è uscito dall’anima, è finalmente trasbordato dai territori che ci ferivano, le acuminate lance si sono ritirate per lasciare posto alla consapevolezza dell’assenza. Il suo corpo rosa ormai rivestito entrava con grazia nel dopo, nel futuro fatto di giorni senza di lei.  &lt;p align="justify"&gt;Così, aspettando che giunga l’ora di tornare alla stazione di D., siamo venuti a passeggiare lungo il lago, sotto lo stesso ombrello. E quel vuoto che sento dentro, quel dolore acuto è la nuova forma del mio amore.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="411" src="http://2.bp.blogspot.com/-6OhaQdgvoBQ/ToYHdDaX5xI/AAAAAAAAAaA/xHNgB4HaEBM/s1600/Afremov.jpg" width="558"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;LEONID AFREMOV, “VIALE D’AUTUNNO”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5424405795056101336?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5424405795056101336/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5424405795056101336&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5424405795056101336'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5424405795056101336'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/11/la-nuova-forma-dellamore.html' title='La nuova forma dell’amore'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-6OhaQdgvoBQ/ToYHdDaX5xI/AAAAAAAAAaA/xHNgB4HaEBM/s72-c/Afremov.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7557966666843925988</id><published>2011-11-12T08:20:00.000+01:00</published><updated>2011-11-12T08:20:00.159+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Stregata dal tramonto</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Si è fatto buio. Ormai la sera scende prima, avvolge la valle come un foulard posato su un abat-jour. Michela Soncini siede al computer nel suo comodo studio che ha arredato con grazia ricavandolo da una stanza della casa. Sta correggendo le bozze di un libro che l’editore le ha mandato qualche giorno fa, ma quel buio l’ha sorpresa: per tanto tempo non aveva dovuto accendere le luci a quest’ora. Lavora a casa, indipendente, ma si è sempre data un metodo, un preciso orario da seguire scrupolosamente. È della Vergine e non le riesce difficile adeguarsi all’ordine. Ha ancora un quarto d’ora, poi potrà abbandonarsi al resto del programma: il bagno con le candele profumate, la cena da preparare e da consumare con un bicchiere di Pinot nero vinificato in bianco, la pay-tv – stasera danno quel film romantico con Jennifer Aniston che avrebbe tanto voluto vedere al cinema.  &lt;p align="justify"&gt;Si alza per accendere le luci, ma si ferma incantata davanti allo spettacolo che le mostra la finestra. Il tramonto si è acceso sulla corona dei monti lontani, divampa come un incendio che dilaga per tutte quelle terre. I colori si mescolano, tingono le nuvole di sfumature incredibili: c’è l’oro, il pesca, il rosa, persino il magenta. Qua e là sfilacciature fumose si disperdono nell’aria simili a lunghe gale di medusa. L’emozione è fonte di un ricordo lontano, dell’amore di quando aveva diciassette anni: allora la sera si metteva davanti al tramonto e pensava a lui che abitava in un paese sul colle, proprio dove il sole cadeva. Potevano vedersi soltanto il sabato e la domenica, il resto della settimana si parlavano al telefono – i cellulari si dovevano ancora diffondere, Internet pure... era il 1986.  &lt;p align="justify"&gt;Quell’emozione la stordisce, dimentica ogni suo programma: rimane lì, dall’alto dei suoi quarant’anni, innamorata come una ragazzina. E il ricordo confuso del volto di un ragazzo assume contorni sempre più ben definiti: ne conosce ogni lentiggine, ogni imperfezione, potrebbe tracciarne un disegno, una mappa. Chissà che fine avrà fatto Ivan, si trova a pensare all’improvviso. È come se il suo cervello avesse innestato il pilota automatico, la conduce sempre più a ritroso nel tempo, attraverso i meandri degli anni: i giorni e gli eventi si riavvolgono come un nastro, l’Italia mondiale del 2006, l’11 settembre, il muro di Berlino… quella volta che si è lasciata convincere a volare con il deltaplano, il viaggio in India, la prima volta che si è seduta a correggere un libro, la relazione a tira e molla con Paolo che ha concluso definitivamente tre anni fa. Un enorme caleidoscopio di immagini. E adesso è la ragazza di allora, quella che, stregata dal tramonto, rimaneva sognante a guardare i colori mescolarsi pensando all’amore…&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://vonlowendesigns.com/blog/wp-content/uploads/2009/11/window-at-sunset.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;IMMAGINE © VON LOWEN DESIGN&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7557966666843925988?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7557966666843925988/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7557966666843925988&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7557966666843925988'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7557966666843925988'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/11/stregata-dal-tramonto.html' title='Stregata dal tramonto'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3401812112099890599</id><published>2011-11-05T08:20:00.000+01:00</published><updated>2011-11-05T08:20:00.285+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Il fiasco</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;È un giorno di giugno del 1946. La guerra è finita da poco e la tranquillità sembra prendere possesso delle nostre regioni, ora che è tempo di ricostruire, di ricominciare. Ma nelle campagne continua a essere la solita vita di sempre, la lotta contro la povertà, la battaglia quotidiana per strappare anche un solo granello alla terra.  &lt;p align="justify"&gt;Anche i bambini sono arruolati a combattere questo antico conflitto: Martino ha sette anni ed è con il nonno Luisìn nel campo di grano: con la roncolina taglia gli steli, ben attento a non perderne neppure uno – “La terra impiega un anno a fare questa cosa” gli ha detto una volta il nonno “vedi di non sprecare il suo lavoro”, e lui ha sempre prestato la massima diligenza nel riporla nel cesto.  &lt;p align="justify"&gt;“Martino, ho sete, vai a prendermi l’acqua”: nonno Luisìn gli porge il fiasco e il bambino lo prende per uno dei due manici e si incammina verso la cascina. C’è tanta strada da fare, saranno almeno due chilometri sulla strada polverosa dove gli insetti non danno tregua. Martino va, con il suo passo trotterellante e intanto fischietta e canterella. Arriva alla fontana e trova i bambini che giocano con le biglie: sono i suoi compagni della cascina, loro non lavorano nei campi – magari avranno già munto le vacche o aspettano di portare la paglia. Martino appoggia il fiasco dove non può rompersi e pensa che ha tempo anche lui per giocare un po’. Dalla tasca dei calzoncini consunti toglie una manciata di biglie ed entra in gioco: vince chi si avvicina di più al muro e si porta a casa tutte le sfere di coccio.  &lt;p align="justify"&gt;Dopo un po’ raccoglie le sue biglie, beve una lunga sorsata d’acqua e poi riempie il fiasco alla fontana. È davvero giunto il momento di tornare al campo di grano. Adesso corre meno, per timore di cadere e rompere il suo carico. Arriva e vede nonno Luisìn che lo aspetta: sta guardando il sole. Lo sa che sta calcolando il tempo trascorso con grande precisione basandosi sul movimento dell’astro nel cielo. Nonno Luisìn non dice niente. Prende il fiasco, lo stappa e rovescia tutto il suo contenuto per terra, tra i fuscelli. Poi lo porge di nuovo a Martino e gli dice: “Vai a prendermi l’acqua”. Il bambino ha capito: ora corre, incespica, si ferisce i piedi con le pietre. È di nuovo alla fontana, non guarda neppure i suoi amici: riempie la bottiglia impagliata e torna più veloce che può. Al campo allunga il fiasco a nonno Luisìn, temendo che reagisca come poco prima. Invece il nonno beve e si allontana soddisfatto.  &lt;p align="justify"&gt;Martino si inginocchia e riprende a tranciare le spighe. Gli brucia il taglio che si è fatto sulla pianta del piede contro una pietra aguzza. Ma dentro, dentro qualcosa gli brucia ancora di più: avere deluso nonno Luisìn.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://zeblog.majest.net/fichiers/vincent-van-gogh-champ-de-ble-derriere-l-hospice.gif"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;VINCENT VAN GOGH, “CHAMP DE BLÉ DERRIÈRE L’HOSPICE”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3401812112099890599?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3401812112099890599/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3401812112099890599&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3401812112099890599'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3401812112099890599'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/11/il-fiasco.html' title='Il fiasco'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8628443593763134416</id><published>2011-10-29T08:24:00.000+02:00</published><updated>2011-10-29T08:24:00.075+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>La Dea</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…  &lt;p align="justify"&gt;Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.&amp;nbsp; Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.  &lt;p align="justify"&gt;“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.  &lt;p align="justify"&gt;D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.  &lt;p align="justify"&gt;Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.  &lt;p align="justify"&gt;Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://stefanorissetto.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/37207/After_the_Thrill_is_Gone_by_Jack_Vettriano_266_big.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8628443593763134416?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8628443593763134416/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8628443593763134416&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8628443593763134416'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8628443593763134416'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/10/la-dea.html' title='La Dea'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8813573605408369428</id><published>2011-10-22T08:20:00.000+02:00</published><updated>2011-10-22T08:20:00.696+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>La nave</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Fui ammesso a visitare il castello di G. un giorno di febbraio, anche troppo caldo per la stagione. L'antico maniero si stagliava su una collina dalla quale poteva dominare come una sentinella la vastità della pianura circostante. Forse, nei giorni più tersi, spazzati dal vento, si poteva scorgere molto lontano il mare, come un miraggio che appaia al viaggiatore nel deserto.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Non era facile entrare in quel castello, circondato da leggende che lo dicevano infestato dagli spiriti e da voci che descrivevano come depravati gli attuali abitanti, discendenti dal nobile casato di Uguccione, che aveva fatto erigere l'edificio nel XII secolo. Forse erano solo gente riservata, che voleva mantenere quella parvenza di nobiltà rimasta attraverso un atteggiamento snob.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Ma un giorno, il Professor Eleuterio Krum, ordinario di Storia Navale e mio carissimo amico, mi disse di essere stato convocato lassù per una perizia. Eleuterio non è nuovo a trovate del genere: non sa dire di no e si lascia trascinare in avventure di ogni genere. Il fatto è che non solo non sa guidare, ma neppure possiede alcun mezzo di locomozione: ovunque deve andare, usa i mezzi pubblici o i piedi. Il castello di G. è sfortunatamente lontano sia dalle stazioni ferroviarie sia da qualsivoglia fermata di autobus. E neppure nella nostra piccola città c'è un servizio di taxi. Il buon Eleuterio mi cooptò nell'azione: "Giovanni, devi assolutamente accompagnarmi in un posto". &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La riservatezza dei residenti era a dir poco sottostimata in città: il castello di G. non aveva un ponte levatoio, ma cancelli altissimi ed impenetrabili, al resto provvedevano le antiche mura a strapiombo: nella forra sottostante ti aspettavi di vedere scheletri scarnificati dai secoli, resti di armature arrugginite, catapulte sfasciate. Invece, un personaggio a metà tra la guardia armata e il maggiordomo, ci si fece incontro, esaminò i nostri volti e aprì l'immane cancellata. Davanti a noi si spalancò un vasto giardino all'italiana con piante di ligustro e palme, con fontanelle che zampillavano e panchine invitanti: un piccolo paradiso, altro che l'arido inferno che si raccontava nei bar.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; "Professor Krum!" - un uomo elegante ci si avvicinò, evidentemente il padrone di casa. Eleuterio mi presentò: "Scusi se mi sono fatto accompagnare, ma io, purtroppo, non guido: ho dovuto avvalermi come autista di un amico, l'Avvocato Giovanni Sormani". E così strinsi la mano al discendente di Uguccione, che scoprì chiamarsi nobilmente conte Goffredo, come un paio di dozzine di suoi avi.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Pensavo che ci avrebbero condotti in uno studio per quella famosa perizia, invece Goffredo ci fece strada verso una porzione del giardino, dove spuntavano dei grandi gazebo bianchi. Il nobile, man mano che ci avvicinavamo, manifestava sempre più la sua trepidazione, quasi gli tremava la voce e affrettava il passo, rallentandolo vedendo che noi rimanevamo indietro.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Sotto i gazebo era aperto uno scavo, un enorme scavo, lungo circa ottanta metri, e largo circa la metà. Goffredo indicò a Eleuterio un angolo e lui, lento com'è nei movimenti - lui stesso si definisce spesso "impagliato" - guardò: quello che avevo visto io non era che una serie di assi di legno marciti e corrosi, coperti di muffe e di terra.&amp;nbsp; Quello che aveva visto lui doveva essere davvero importante perché sbiancò, vacillò un attimo e svenne tra braccia del conte, che probabilmente si aspettava una scena simile.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; - "Professor Krum! Professor Krum!" e intanto gli dava dei colpetti di taglio sul viso. Eleuterio si riprese, ma assunse un'espressione sbigottita. "Ma quella è... Ma quella è..." continuava a ripetere senza essere in grado di completare la frase. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Quella era un'imbarcazione, a ottocento metri di altezza sul livello del mare! In realtà era il fondo piatto di una nave, realizzata in legno di pino: così Eleuterio aveva stabilito dopo essere sceso nel cantiere e aver dato un'occhiata da vicino. Una grossa chiatta, una nave adibita esclusivamente al trasporto: non doveva combattere né essere veloce, doveva soltanto galleggiare comodamente.&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; I lavori di scavo furono da allora sovrintesi dal Professor Krum, che si trasferì al castello in una sontuosa stanza per gli ospiti, e abbandonò per qualche mese l'insegnamento, affidando le sue lezioni alla dottoressa Mara Rossi, un'assistente carina che nessuno poteva sospettare fosse la sua amante. Non seppi più nulla fino a metà giugno, quando Eleuterio mi telefonò per augurarmi buon compleanno. "Ho scoperto una cosa sensazionale" mi disse "ma non posso dirlo a nessuno, nemmeno a te. Auguri e addio!"&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il giorno dopo mi recapitarono un suo criptico biglietto. L'indirizzo sulla busta era strano: la G di Giovanni e la n di Sormani erano ricalcate, come a simulare un grassetto. Il foglio all'interno era a dir poco delirante: "&lt;u&gt;Sei&lt;/u&gt; ne fai e &lt;u&gt;quattro&lt;/u&gt; me ne &lt;u&gt;dici,&lt;/u&gt;stupido". Subito pensai che la fama del castello di G. fosse davvero reale, che Eleuterio, che la respirava ormai da quattro mesi, ne fosse stato traviato, ridotto ormai alla follia e alla depravazione. Ma ci ragionai sopra e pensai che quel messaggio era inusuale per lui, che doveva esserci sotto qualcosa. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Chiamai Mara, che lo conosceva bene, e che avrebbe anche potuto darmi delucidazioni in campo squisitamente tecnico su navi e affini. Perché lì doveva essere il segreto: in quell'imbarcazione sepolta nel giardino del castello, a 800 metri sul livello del mare. Ci incontrammo nello studio del professor Krum all'università e ragionammo su quell'inquietante biglietto. "G" e "n" risaltavano e poi sei, quattro e dici. "Stupido" lo lasciammo da parte, come se fosse un complimento alla mia persona. Scrivemmo lettere e numeri su un foglio e subito ci apparve la soluzione dell'enigma di Eleuterio: Gn, 6,14. La Genesi, capitolo 6, versetto 14. Mara compulsò subito la Bibbia trovata nella biblioteca e lesse ad alta voce: &lt;em&gt;"Fatti un'arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume di dentro e di fuori".&lt;/em&gt; Le mancarono le parole... Quella sepolta nel giardino del castello di G. era l'Arca di Noè ed Eleuterio era tenuto prigioniero per non rivelare il segreto. Mara mi abbracciò e cominciò a piangere.  &lt;p align="justify"&gt;"Ah, bravi!" ve la intendete bene voi due. Un vocione ci fece sobbalzare, insieme alla porta che ancora sbatteva sui cardini. Era Eleuterio! "Ma che dici?" rispose con prontezza Mara "Eravamo preoccupati per te. Non eri prigioniero al castello per aver scoperto l'Arca di Noè?"&lt;br&gt;"Gente, voi delirate".&lt;br&gt;Gli mostrai il biglietto. Lui lo guardò stupito e cominciò a ridere. "Sei... quattro... ah... ah... ah. Quanti anni hai compiuto ieri?" "Quarantasei". E lì capii che il messaggio non era altro che un biglietto d'auguri, che la "G" e la "n" marcate non erano altro che un difetto della stilografica, che le parole sottolineate facevano parte di un calembour. Ero diventato rosso come un peperone. Eleuterio si stava ancora sbellicando: "L'Arca di Noè... ah ah ah... L'Arca..."&lt;br&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Insomma, il manufatto rinvenuto al castello era sì una nave, ma non aveva mai navigato, tanto meno nel Diluvio Universale: nella biblioteca del conte Goffredo una delle sue figlie era riuscita a rinvenire un'antica pergamena che aveva fatto luce sul mistero.&amp;nbsp; Uno degli antenati, tale Ildebrando, aveva preso parte alla battaglia di Lepanto ed era rimasto tanto affascinato dall'ambiente marinaro, lui, uomo di montagna, da farsi costruire una nave in giardino: lo schema di costruzione ne specificava anche l'uso. Infatti, oltre a una robusta tavola di legno, vi erano molti scaffali per otri, fiasche, bottiglie e anfore: quella che avevo pensato essere l'Arca di Noè altro non era che un'eccentrica cantina a forma di nave. E questo spiegava perché fosse interrata. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; "Comunque Noè c'entrava" disse Mara sorridendo "non fu lui a inventare il vino?"  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="424" src="http://wattabetch.files.wordpress.com/2011/02/noahsark.jpg" width="561"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;IMMAGINE © WATTABETCH&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8813573605408369428?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8813573605408369428/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8813573605408369428&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8813573605408369428'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8813573605408369428'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/10/la-nave.html' title='La nave'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4177655335172338553</id><published>2011-10-15T08:25:00.000+02:00</published><updated>2011-10-15T10:10:51.912+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Il lungo crepuscolo</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;L’amore è tutto nel suo nascere, nella scintilla che origina l’incendio. Talvolta capita che cada su un terreno già predisposto, come se la paglia non attendesse altro: così arde alto come le stoppie secche che i contadini bruciano d’autunno per liberare il campo. Talora invece si origina come un Big Bang: due vite che fino a quel momento si ignoravano entrano in collisione e subito divampano le fiamme. La passione è il vento torrido che le alimenta, che le propaga celermente come nei roghi d’estate.  &lt;p align="justify"&gt;Quello è l’amore, allora. Ma poi le cose cambiano, la routine subentra alla novità, ci si conosce, ci si frequenta, si vive in simbiosi. E allora l’amore diventa nei casi migliori armonia, piacevole abitudine, oppure si trasforma in tolleranza, in sopportazione, in continua lite per rivendicare il possesso e lo spazio. O ancora quell’incendio innesca bombe e granate e l’amore implode su se stesso proprio come quegli enormi edifici che vengono demoliti con le cariche. Non c’è una regola, nessuno la può indicare: neppure i saggi, nemmeno i filosofi, tanto meno gli psicologi.  &lt;p align="justify"&gt;Ci sono anche amori che continuano a vivere anche se sono morti: la loro forza splende ancora proprio come la luce del giorno che non vuole finire e si attarda a colorare i crepuscoli. Il sole dell’amore è sorto nell’alba, è salito sui cancelli, sui giardini, si è levato alto nel cielo di mezzogiorno e poi si è via via affievolito fino a cadere sull’Occidente. Un gesto, una parola, e l’amore è finito, ma il suo riflesso ancora scintilla leggero, è un tremulo e vago ricordo che emana la sua flebile luce...  &lt;p align="justify"&gt;Tutto questo preambolo per raccontare il mio amore. Ebbe inizio come il vagito di un bimbo che nasce – ricordo che guardai il cielo sereno per vedere da quale nuvola fosse partito il fulmine che mi aveva colpito. O forse credevo di vedere Cupido allontanarsi con l’arco a tracolla e la faretra ormai vuota. In realtà era stata una ragazza a colpirmi: la incrociai per strada e ne rimasi tramortito, un pugile andato ko, centrato da un diretto al mento. Non succede per tutti così? Per molti, almeno, se escludiamo quelli che ho citato nell’esempio della paglia: amici, compagni di scuola, gente che sta insieme e che lentamente incappa in quella scintilla. Poi però il percorso è identico: vedi il suo sorriso ovunque, lo incolli negli specchi, chiudi gli occhi e ancora sei affascinato dal suo sguardo, dalla sua andatura, dalle cose che dice e dal modo in cui le dice. Ma l’amore che sale sulla sua parabola si inerpica inesorabilmente verso l’apice, il punto in cui, senza nemmeno renderti conto, è cominciata la curva di discesa. Ed è così che si arriva, o almeno che io sono arrivato allo strazio: precipitando nel vuoto lentamente. Ricordo delle fotografie in cui una modella è ritratta da sotto un vetro spesso: angolando la camera in modo diverso, sembra che stia cadendo e resti aggrappata alla cornetta di un telefono rischiando di finire sul letto di chiodi che c’è sull’orlo inferiore dell’immagine. Mi sono sentito così. Cadere è più lacerante dell’impatto, ancora più che morire.  &lt;p align="justify"&gt;Per questo ieri mattina, quando l’ho vista avanzare tra la gente – un’immagine arancione di schiena nella folla – non l’ho seguita, non l’ho rincorsa. Era il fiume che fluiva, l’acqua che finalmente scorreva sotto il ponte. L’ho lasciata andare, ho lasciato che il tempo sfuggisse dalle mie mani. Ed è scesa la notte – no, non su quel mattino, su quell’amore. Si è chiuso il conto con il dolore e una nuova alba si è accesa , una luminosa alba di pace in cui ricominciare a vivere.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/sunrise_man.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;IMMAGINE © OVERFITTING DISCO&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4177655335172338553?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4177655335172338553/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4177655335172338553&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4177655335172338553'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4177655335172338553'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/10/il-lungo-crepuscolo.html' title='Il lungo crepuscolo'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-543246032893018239</id><published>2011-10-08T10:47:00.000+02:00</published><updated>2011-10-08T10:47:13.358+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Il 30 settembre</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era il 30 settembre. Avevo appena compiuto ventun anni, lei stava per compiere i venti. Mi aveva telefonato qualche giorno prima: grande fu la sorpresa quando mi passarono la cornetta e mi dissero “È Marta…” Voleva sapere come stessi, riallacciare i rapporti dopo l’estate, la prima che non avessimo trascorso insieme da sette anni. Aveva lasciato nell’aria l’idea di un incontro, un appuntamento che vibrava come un punto di domanda, senza specificare una data, una modalità.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Avrei dovuto avvisarla, fissare in anticipo – l’esperienza è un biglietto della lotteria scaduto che vale milioni ma che non è possibile in alcun modo riscuotere. Avrei dovuto, ma la gioventù coniuga l’incoscienza e la stupidità: così partii in treno, raggiunsi Milano e le telefonai da una cabina di Porta Garibaldi. Non era seccata, forse un po’ stupita. Certamente pensava che lasciassi passare qualche giorno, che non mi precipitassi dal sabato al lunedì. Ero impaziente di vederla, questo fu il mio errore principale, non sapere resistere all’ansia del desiderio, al dolce logorio dell’attesa. Insomma, alla fine mi disse che mi sarebbe venuta a prendere alle dieci all’uscita della metropolitana a Gioia. E lì cominciai a fantasticare su quel gioco di parole, a presagire, a pronosticare su gioia e felicità.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Arrivò un po’ in ritardo, scendendo dalla Mini bianca che le avevo visto guidare al mare. Indossava uno spolverino chiaro che la faceva un po’ signora ma straordinariamente donna con i collant e le scarpe con il tacco. In quel momento era bella come non lo era stata mai – era una dea discesa dall’Olimpo a condividere l’ambrosia con me. Salii in macchina e mi condusse nella piazza dove si affacciava la sua casa, un edificio di inizio secolo intonacato di giallo. Parcheggiò davanti a un ristorante e attraverso un andito scuro raggiungemmo il suo appartamento, al primo piano. Mi fece accomodare in soggiorno: c’erano due poltrone e un divano di pelle color rame posati su un tappeto orientale, i mobili erano lavorati in stile antico: su uno scaffale c’era uno stereo con qualche musicassetta, alle pareti dei quadri. Il suo labrador dormiva sul pavimento.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Dalla finestra aperta entravano i rumori della città: traffico e macchinari. La veduta era da quadro di Sironi: opifici e ciminiere, il sole pallido aumentava la sensazione. Mi parlò di come aveva passato l’estate con i suoi nuovi misteriosi amici: la Grecia e le bevute di ouzo, le brioches comprate all’alba nei panifici di Riccione. Io le dissi di Lignano, di come la compagnia si fosse sciolta e riformata attorno ad un nucleo nuovo, con ragazze belghe e ragazzini italiani. Tutto sembrava strano, diverso da come me l’ero immaginato. Mi ero pentito di essere stato così precipitoso, di essermi mostrato vulnerabile, preso da quell’orgasmo di incontrarla. Sedevo lì e pensavo già di andarmene. Quando mi chiese di restare a pranzo, declinai l’invito adducendo un impegno improrogabile che non avevo. In una parola fuggii.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Con la Mini bianca mi accompagnò alla stazione. La guardavo attenta nella guida, le osservavo le gambe svelte schiacciare frizione, acceleratore e freno e scoprirsi sempre più nella foga. A un incrocio tagliò la strada a un’altra vettura e quasi inchiodò: la donna la volante la apostrofò “Scema!”. Mi sembrò che la magia che si era andata ricreando con quel po’ di erotismo delle sue gambe velate dai collant si fosse improvvisamente infranta su quell’epiteto, al pari di una lucente bolla di sapone che tocca un oggetto e svanisce, o di un palloncino colorato sfuggito dalla mano di un bambino che esplode su un ramo spinoso. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ci salutammo davanti alla stazione, frettolosamente. Non c’era parcheggio e il mio treno sarebbe partito di lì a pochi minuti. Ci scambiammo i soliti baci sulle guance, poi lei salì in auto e partii. La guardai ancora muoversi nel traffico, vidi la Mini scomparire nel fiume di veicoli che scorreva in Via Vitruvio ed entrai in Centrale.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Non la vidi più.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="472" src="http://3.bp.blogspot.com/-Dc8GQAKH6qk/TdTSWElto6I/AAAAAAAACc0/Zhez74Prs3E/s1600/Jack+Vettriano+--+%25289%2529.jpg" width="382"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;DIPINTO DI JACK VETTRIANO&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-543246032893018239?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/543246032893018239/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=543246032893018239&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/543246032893018239'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/543246032893018239'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/10/il-30-settembre.html' title='Il 30 settembre'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-Dc8GQAKH6qk/TdTSWElto6I/AAAAAAAACc0/Zhez74Prs3E/s72-c/Jack+Vettriano+--+%25289%2529.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1688478278918713834</id><published>2011-10-01T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-10-05T17:25:53.283+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Il pranzo scolastico</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sto leggendo un libro che promette “lezioni di scrittura creativa”. Uno dei capitoli invita a cimentarsi in un racconto sul “pranzo scolastico”. Naturalmente, essendo il libro scritto da un’americana, fa riferimento alla tradizione statunitense di portarsi il pranzo da casa: un panino con burro d’arachidi oppure con mortadella, senape e insalata o ancora con marmellata di ciliegie. Come Charlie Brown, quando siede su una panchina guardando la ragazzina dai capelli rossi e smaniando per lei: un morso, un sospiro, un morso, un po’ di autocommiserazione, un morso, un altro sospiro, finché non arrivano Linus o Lucy a chiudere la striscia con una battuta.  &lt;p align="justify"&gt;“Va bene, accetto la sfida, cara signora Anne che insegni scrittura creativa”. Anche perché la scorsa domenica sono ritornato in quella scuola media, anzi di più, proprio in quella mensa – in realtà la chiamavamo refettorio – e ci ho anche pranzato con una decina di compagni di classe di allora, rinverdendo i ricordi poiché alcuni di loro tornavano lì per la prima volta dopo 33 anni! Tutto cambiato naturalmente: le spartane sedie di laminato plastico finto legno si sono trasformate in sedili di resina verde brillante, le pareti giallo pallido sono ora dipinte per un gran tratto di arancione, è spuntato “l’angolo del self per i ragazzi”, l’austerità antica degli Anni Settanta si è stemperata nella folle girandola dei Duemila. Resistono imperterriti però, come dei fossili di quel tempo, i bicchieri della Duralex, quelli economici e quasi infrangibili: invece che con l’acqua di rubinetto che veniva servita in bottiglioni da due litri, li abbiamo riempiti con Barbera, Chardonnay e acqua minerale da bottiglie in PET. Eh, questi capelli diradati o ingrigiti, queste pancette, queste rughe qualche diritto ce lo daranno…  &lt;p align="justify"&gt;E lì seduti, mentre pranzavamo e mangiavamo gli affettati, i salatini e i tomini dell’antipasto, le lasagne e il risotto con i funghi del bis di primi, la cima ripiena con contorno di patate arrosto e infine la torta, ci siamo abbandonati anche ai ricordi del pranzo scolastico. La prima cosa: tutti indistintamente odiavamo i bastoncini di pesce – ce li davano il venerdì – tanto da non essere più in grado non solo di mangiarli, ma neppure di sopportarne la vista, da avere l’istinto di sparare al capitano quando appare in televisione per pubblicizzarli. Seconda cosa: tutti apprezzavamo quella che allora chiamavamo “pizza”, ma che in realtà era un panzerotto, o meglio un sofficino – che tra parentesi per ironia della sorte è un prodotto della stessa ditta – che ci veniva servito il giovedì. Il lunedì invariabilmente c’era l’affettato: cinque fette di salame di tipo Milano oppure tre di prosciutto cotto o cinque di coppa o ancora quattro o cinque di tacchino; il martedì era il turno della bistecca di manzo; il mercoledì ci veniva servito il pollo; il sabato, grazie a Dio, tornavamo a casa alle 12. C’era anche qualcosa di contorno: verdure lesse o patate. E c’era naturalmente anche un primo: pasta al sugo, risotto allo zafferano, qualche volta un’altra cosa che tutti abbiamo scoperto di odiare visceralmente: la polenta con un ragù piuttosto oleoso. Per finire un frutto di stagione: una pera, una mela, un’arancia, un paio di mandarini oppure un cachi – io lo so perché odio il cachi, perché ero costretto a mangiarlo allora.  &lt;p align="justify"&gt;Non erano previsti menù particolari per celiaci, vegetariani o musulmani: della celiachia in quel periodo neanche se ne parlava, i vegetariani erano stravaganti &lt;i&gt;hippies &lt;/i&gt;e i musulmani neppure esistevano in Italia; le stranezze maggiori erano un compagno di classe che aveva la madre ebrea e un altro con origini istriane, se proprio c’era qualcuno delicato di stomaco gli portavano la pasta in bianco. Piuttosto, ciò che regnava in quel refettorio – lo chiamo ancora così, anche perché lo gestivano i frati – era una grande disciplina: per ogni mancanza si veniva puniti rimanendo per qualche minuto a guardare il muro. Rovesciavi distrattamente l’acqua sulla tovaglia: al muro! Facevi cadere la forchetta sul pavimento: al muro! Non finivi la tua michetta: al muro! Disturbavi: al muro! Il servizio militare, a noi che lo abbiamo provato, è sembrato meno duro del collegio, e potete credermi se vi dico che è vero. Io ero e sono molto disciplinato, tanto che non ho scontato neppure un giorno di punizione tra gli alpini del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica. Invece lì, in quel refettorio, qualche volta il muro l’ho guardato…  &lt;p align="justify"&gt;Uscendo, abbiamo visto altri “totem”: le lunghe vasche con i rubinetti dove ci si lavava le mani prima di entrare – e ce n’era bisogno, visto che passavamo la ricreazione a giocare a pallone o a rincorrerci nei “quattro cantoni” – e il magazzino dove per cento o duecento lire si poteva acquistare una bottiglia di Royal Crown Cola o di gazzosa o di aranciata. Siamo stati anche a gironzolare per i corridoi e per le aule e ci sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il compagno mandato in cucina con il cesto per la merenda. Chissà, forse oggi ci sarebbe stata la focaccia dolce o il panino con il salame o con la Nutella, o magari il cubetto di cotognata… Se c’era la tavoletta di cioccolato, qualcuno sarebbe poi passato a raccogliere la stagnola per i ciechi.  &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;a href="http://lh6.ggpht.com/-q9lPNRqiwgk/Tox25n1XKSI/AAAAAAAACow/_gCp-maXu34/P1060079%25255B5%25255D.jpg?imgmax=800"&gt;&lt;img title="P1060079" style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="642" alt="P1060079" src="http://lh3.ggpht.com/-KMZR7Xb7TjE/Tox2_3ZX5mI/AAAAAAAACo0/U_CdNnIPqng/P1060079_thumb%25255B2%25255D.jpg?imgmax=800" width="492"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1688478278918713834?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1688478278918713834/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1688478278918713834&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1688478278918713834'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1688478278918713834'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/10/il-pranzo-scolastico.html' title='Il pranzo scolastico'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh3.ggpht.com/-KMZR7Xb7TjE/Tox2_3ZX5mI/AAAAAAAACo0/U_CdNnIPqng/s72-c/P1060079_thumb%25255B2%25255D.jpg?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2050520784332078794</id><published>2011-09-24T08:28:00.000+02:00</published><updated>2011-09-24T08:28:00.110+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Blade Runner in bianco e nero</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;«Ué, Pascà!”»&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;L’uomo si volge sotto il cielo cupo di periferia che sembra gareggiare in grigiore con i locali sporchi di smog e fumo, coperti di graffiti sbiaditi. Qua e là vetri rotti, segni del passaggio di qualche sbandato: stracci, siringhe, cumuli di monnezza. Il suo sguardo tirato improvvisamente si apre anche se non completamente, permane un’ombra di paura in quegli occhi che osservano il nuovo arrivato. Aveva temuto fosse qualcuno mandato dalla malavita, un tirapiedi di don Gaetano, detto “Tano Sarvietta” per l’enorme fazzoletto nel taschino del completo. Gli deve un sacco di soldi per i debiti di gioco. E i soldi non li ha. Quelli che aveva sono finiti nelle macchinette del videopoker.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Invece a salutarlo è Salvatore. Gli tende la mano, se la stringono pollice contro pollice come fanno i giocatori delle squadre di calcio. È il suo amico d’infanzia, quello con cui ha condiviso ogni esperienza, dalle donne allo stadio, dal fumo ai piccoli scippi. «Come butta, Pascà? È un bel po’ di tempo che non ci si vede…» Pasquale gli racconta tutti i suoi guai: gli dice che ha perso il lavoro al cantiere, che per questo sua moglie lo ha lasciato, che il suo matrimonio è ormai morto e sepolto, che se va avanti così probabilmente perderà anche la casa. Gli racconta che ha pensato di mettere a posto le cose giocando e che invece così si è rovinato, si è strangolato da solo mettendosi nelle mani di Tano Sarvietta.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Salvatore ascolta, mentre già comincia a cadere una pioggerellina sporca e minuta che rende ancora più grigi gli stabili di quel vicolo isolato. Quel tempo gli fa pensare a &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt;, anche per via dei neon che si sono accesi: ma è un Blade Runner girato in bianco e nero. E questo povero cristo gli sta raccontando la sua vita. Sembra un Rutger Hauer barbuto e stazzonato nell’ultima scena: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”…&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Non ce la fa più. Non riesce più a starlo a sentire Salvatore: un nodo allo stomaco lo stringe come una cravatta. Teme di non riuscire a fare quello che deve. Si sforza di sorridere, poi riesce a dire con una voce dal tono più alto del normale che gli fa pensare a un attore che reciti impostato «Mi ha fatto piacere vederti, Pascà… però… tu lo conosci Tano Sarvietta, sai come è fatto. Scusami, Pascà…”&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E così dicendo, con un gesto fulmineo estrae la pistola dalla cintola e spara all’amico d’infanzia, un colpo solo, preciso, che Pasquale non si rende neanche conto di morire. Poi corre via e sente l’acqua fredda sferzargli la faccia, entrare nel collo del giubbetto. Non sa dove finisca la pioggia e dove comincino le lacrime.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="409" src="http://images.cdn.fotopedia.com/flickr-2572889540-image.jpg" width="538"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © FOTOPEDIA&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2050520784332078794?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2050520784332078794/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2050520784332078794&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2050520784332078794'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2050520784332078794'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/09/blade-runner-in-bianco-e-nero.html' title='Blade Runner in bianco e nero'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5214624157191294760</id><published>2011-09-17T08:28:00.000+02:00</published><updated>2011-09-17T08:28:00.803+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Trieste e una donna</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Trieste mi porta una ragazza in dote, una "mula" di belle forme, scure curve tagliate e levigate dal mare. Trieste e una donna nel mio ricordo di lacrime amare. Ma che settembre strano è questo mio, acceso di sole e di vento mentre nel cuore mi sento novembre, così solo, così piccolo senza di te. E lei cosa vuoi che possa fare se io nel cuore ho ancora te? C'è come un blocco psicologico: lei mi dà amore, io invece quel poco che ho lo riverso ancora su di te, anzi sul tuo ricordo che ogni giorno sbiadisce un po’ di più.  &lt;p align="justify"&gt;Trieste e questa ragazza dagli occhi chiari e puri, limpidi, annacquati. Il vento mi porterà via, almeno mi trascinasse via, lontano, dove non ci sono più i pensieri e le donne che tradiscono le promesse. Le donne come te, che poi chiamarle donne non è neanche giusto. La mia "mula" sì che si meriterebbe amore ma io che amore posso darle se il mio cuore l’ho venduto ai tuoi occhi assassini? Potessi almeno scordarti, ma io ti amo ancora.&amp;nbsp; Che strano sentimento: ti odio e contemporaneamente ti amo alla follia. E lei non l’ha capito o forse non le importa più di tanto oppure è come me: mi ama non riamata.  &lt;p align="justify"&gt;E il tempo non lo so se è una medicina, mi sembra piuttosto che riapra la ferita appena questa tenta di rimarginarsi, è lì con un coltello e mi tortura. Un mazzo di rose rosse gettate in un cestino: ecco come mi sento senza il tuo sorriso. Se tu volessi, dico, se tu volessi... ma ti ho già detto come ti considero e scopro con terrore che i miei pensieri precipitano in un pozzo senza fondo, è come un labirinto e quando sto per arrivare a te c'è un vetro spesso che non mi impedisce di vedere il tuo scherno ma mi ostruisce il passaggio. Così sarei lo straccio, l'uomo scelto solamente per un capriccio, uno di quei rasoi usa e getta che adoperi finché taglia e poi lo butti via. Ma dell'orgoglio tu che mi dici?  &lt;p align="justify"&gt;Invece lei è così dolce, soddisfa ogni mia voglia. Sai cosa ti dico? Lei mi ricorda me quando ero insieme a te e mi fa un po’ paura questo paragone, mi terrorizza pensare di trattare lei come ti sei comportata tu con me. Lascerò Trieste e la mia "mula": non voglio passare da santo ad aguzzino, non voglio essere come te.  &lt;p&gt;(1989)  &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="428" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/83/Trieste_Canal-Grande.jpg/800px-Trieste_Canal-Grande.jpg" width="567"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © ZINN&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5214624157191294760?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5214624157191294760/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5214624157191294760&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5214624157191294760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5214624157191294760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/09/trieste-e-una-donna.html' title='Trieste e una donna'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2992888163842999799</id><published>2011-09-10T08:25:00.000+02:00</published><updated>2011-09-10T08:25:00.607+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Un pugno di sabbia</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Nella luce color rame del tramonto solo il rumore del mare e le stridule grida dei gabbiani. Un'altra estate finisce nel ricordo dei giorni passati, di un amore perso e ritrovato in continuazione, di un'amica di un giorno solo che è appena ripartita, è tornata a Trieste e fra poco riprenderà il suo lavoro. Ha puntellato il vuoto lasciato da Paola, ha consentito alla mia anima ferita di non affondare, mi ha consolato. &lt;p align="justify"&gt;Ogni addio lascia un sapore amaro. In un giorno diverso questo tramonto sarebbe stato dolce, infinitamente dolce, e io avrei bevuto gli occhi di Paola. Ma oggi vedo solo il grigio abbraccio della malinconia: è settembre ormai: non ci sono che pochi ombrelloni, i pattìni li hanno già portati via per il sonno dell'inverno. Non voglio che anche il mio cuore cada in letargo. Ormai non c'è più nessuno che si spalma di olio di cocco, nessuno che cerca conchiglie, nessuno più ascolta musica banale dalle radio private. Non ci sono più ragazze alte e magre vestite di Lastex scollato e sgambato, occhiali scuri e sexy-girl, turisti stranieri con cui parlare in inglese. Non ci sono più le pizze di mezzanotte dopo una passeggiata romantica in riva al mare. E non c’è più lei, andatasene senza neanche sbattere la porta.&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Una radiolina accesa sussurra i risultati della prima giornata di campionato: la mia squadra ha perso ma che importa se io ho perso Paola? Non riesco a decidermi e continuo a guardare il mare arrossato dal tramonto e i gabbiani che scendono sempre più bassi. Scende la sera piano piano e con lei era così dolce sentirla arrivare. Due pescatori raccolgono le canne e i cefali e si incamminano verso la strada. Li seguo e li sento parlare di donne. Raccolgo un pugno di sabbia: è tutto quel che resta del nostro amore: il ricordo.  &lt;p align="right"&gt;(1984)&lt;b&gt;&lt;/b&gt;  &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="404" src="http://pics4.city-data.com/cpicc/cfiles26855.jpg" width="536"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © BJ YOUNG&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2992888163842999799?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2992888163842999799/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2992888163842999799&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2992888163842999799'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2992888163842999799'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/09/un-pugno-di-sabbia.html' title='Un pugno di sabbia'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5442856752648988907</id><published>2011-09-03T08:20:00.000+02:00</published><updated>2011-09-03T08:20:00.719+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><title type='text'>Le grotte sono chiuse</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Fuori il lago si versa azzurro come un mare di Sardegna nel catino limitato dalla penisola di Sirmione. Appena oltre le vecchie mura uomini e donne sdraiati sulla spiaggetta sassosa, alcuni sono nell’acqua chiara del lago, lasciano che le onde gli passino addosso. È domenica e barche e motoscafi bianchi galleggiano al largo, sullo sfondo la sponda veronese con Peschiera e Lazise. Le vie del centro invece pullulano di turisti tedeschi e olandesi, austriaci e francesi, spagnoli e inglesi; ci sono anche i nuovi ricchi russi. E poi i pensionati delle più svariate congregazioni: dopolavoro, cooperative, pro loco, sindacati: sono scesi dal battello e attendono tra gelaterie, bar e negozi di souvenir che venga l’ora di risalire sul traghetto per Desenzano, Salò, Bardolino o Riva. Li si riconosce dal cappellino.  &lt;p align="justify"&gt;Ne approfitto per rendere omaggio a uno dei miei maestri, Catullo. Quasi certamente le rovine sulla punta della penisola, in posizione davvero invidiabile, non sono la sua villa, se anche risalgono al periodo romano. Percorro tutta la cittadina, dal mio hotel presso il Castello Scaligero alle Terme e da lì sulla strada tra gli oliveti che sale appena affiancando una veduta mozzafiato del lago, sullo sfondo il Monte Baldo e una quinta di altre basse montagne. Ogni tanto passa il trenino elettrico su gomma che trasporta una dozzina di persone. Ma, ahimè, ho fatto i conti senza l’oste: le Grotte di Catullo sono inspiegabilmente chiuse, i cancelli impediscono il varco e i quattro euro per il biglietto restano in tasca. Con me qualche coppia di turisti stranieri, una professoressa di latino e greco napoletana, una agguerrita signora della provincia veronese che interpella la custode. “Oggi restiamo chiusi per disposizione ministeriale” chiosa lei, una donna bionda sui trentacinque anni ma non riesce a dare una spiegazione plausibile. Il cartello indica chiaramente che la domenica le Grotte sono aperte dalle 9.30 alle 18. Però si lamenta che deve comunque rimanere lì con due colleghi invece di andare a sguazzare nel Garda dove esce lo scarico solforoso delle terme. La professoressa si altera un po’, tira in ballo il ministro, la signora veronese le dice che non vale la pena. Ma mi fa male quando, deluso, vengo via e sento il commento dei tedeschi: “Italien...” Per fortuna dal piazzale si gode una vista meravigliosa sull’altra metà del Garda, decine di natanti galleggiano sotto il sole del pomeriggio. Lame di luce scintillano, si riverberano sugli oleandri.  &lt;p align="justify"&gt;Torno in città gustandomi la dolcezza del giorno di fine agosto, l’aria buona del lago che fa fiorire le buganvillee e i limoni, che accarezza con mano leggera. Dove partono i battelli della Navigarda c’è la statua di Catullo: dopo tanti anni il suo busto è diventato verde. Eccoci qui, Gaio Valerio: odio e amo anch’io, non Lesbia come te, non la mia ragazza che ha preferito stendersi al sole nella spiaggetta davanti all’hotel. Odio e amo questo splendido paese che si chiama Italia.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="360" src="http://a5.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/303821_2186577595595_1581707102_2145189_4891006_n.jpg" width="537"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5442856752648988907?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5442856752648988907/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5442856752648988907&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5442856752648988907'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5442856752648988907'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/09/le-grotte-sono-chiuse.html' title='Le grotte sono chiuse'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4199199830393199369</id><published>2011-08-27T08:22:00.000+02:00</published><updated>2011-08-27T08:22:00.463+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>In veranda</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Siedo in veranda guardando Giovenzana e bevendo tè freddo, come un gentiluomo del Sud, di quelli che popolavano le scene di &lt;em&gt;Via col vento&lt;/em&gt; o i romanzi di Maurice Denuzière. Certo, loro non guardavano Giovenzana, ma dalle verande di quelle belle ville bianche di legno con le alte colonne e le enormi scalee interne, lo sguardo spaziava sui campi di cotone, sugli ampi giardini dove svettavano pioppi, olmi, querce e noci di pecan. In &lt;em&gt;redingote&lt;/em&gt;, sorbivano la loro bevanda ghiacciata dondolandosi sulle sedie.  &lt;p align="justify"&gt;Io invece guardo Giovenzana, lassù, adagiata con il suo campanile sul Monte San Genesio, una ferita bianca nel verde scuro del colle adesso che l’estate è ancora al suo colmo sebbene stia declinando verso la dolcezza di settembre. Indosso jeans e maglietta, ma il bicchiere di tè freddo è lo stesso, i cubetti di ghiaccio vi danzano regalando al bicchiere minute goccioline che contrastano con la calura di questo giorno d’agosto. Quella del colle è la visione consueta, quella che mi si presenta da questa veranda guardando a nord, ben prima che il Resegone o la Grigna si staglino nel cielo. Sono le prime propaggini delle Prealpi, quelle che ospitano i laghetti morenici di Annone, Alserio, Pusiano e Segrino. Appena di qua dal San Genesio la conca in cui riconosco l’imponente edificio dell’ospedale e la torre caratteristica della cittadina. Devo guardare un po’ più a ovest per scorgere il santuario di Montevecchia. Di solito mi soffermo ad ammirare il tramonto cadere lento su questa valletta, sciogliersi in tinte che vanno dall’arancione al rosa, innescando talora con le nuvole incredibili reazioni d’oro e d’argento, di porpora e di viola.  &lt;p align="justify"&gt;Sono le tre di pomeriggio e il sole picchia forte. Per fortuna, sono all’ombra con il mio libro di racconti. Ho letto troppo, ho la vista annebbiata. Tolgo gli occhiali, chiudo gli occhi. Ed è lì con gli occhi chiusi che mi viene l’idea, mentre nella strada passa un camion che forse con il suo rumore di gomme ha inconsciamente risvegliato un antico ricordo: adesso riapro gli occhi e non sono più qui, su questa veranda a guardare Giovenzana allungarsi nella foschia del San Genesio, ma mi trovo su un’altra veranda, quella dell’Hotel C*** di Lignano Pineta e davanti ho il grande palazzo bianco con i portici e decine di appartamenti affittati per le vacanze. Per la strada passano turisti austriaci e tedeschi, olandesi e italiani con i materassini e le infradito, turiste con le borse da spiaggia e il pareo, oppure con il reggiseno del bikini e i pantaloncini. E dal bar arriva rumore di bicchieri, di cucchiaini che tintinnano nelle tazzine di caffè. Nell’aria il salmastro del mare e l’aroma di resina che proviene dai pini. Così, come per incanto, come avviene in certi film americani senza pretese o in misteriosi racconti di Buzzati o di Kafka. Adesso riapro gli occhi e mi trovo davvero là… Ma intanto continuo a figurarmi quella scena, per paura che svanisca se dovessi riaprire gli occhi: il tavolino sotto i pini, lo stesso libro davanti, lo stesso tè, i palazzoni bianchi di Pineta, i turisti per la strada.  &lt;p align="justify"&gt;Poi gli occhi li devo riaprire per forza, mica posso restare tutto il pomeriggio così, a sognare di trovarmi altrove: non c’è Lignano Pineta, non è la veranda dell’Hotel C*** ma il mio solito balcone di tutti i giorni con le vecchie mattonelle porose grigie e rosse, con la ringhiera verde e le gazanie nelle fioriere appese, gli ibischi e le piante grasse nei vasi. E Giovenzana abbarbicata al colle. Come mi piace la sera quando nell’ultima luce il San Genesio si tinge di viola…  &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;a href="http://lh6.ggpht.com/-UC-sjcI3wgc/Tld6R_cnwhI/AAAAAAAACjg/-sC5H6BWrIA/s1600-h/ita_calle_prassitele4.jpg"&gt;&lt;img title="ita_calle_prassitele" style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="356" alt="ita_calle_prassitele" src="http://lh6.ggpht.com/-5pMPornuZWA/Tld6S0h_yGI/AAAAAAAACjk/di7RFoijlHs/ita_calle_prassitele_thumb2.jpg?imgmax=800" width="454"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;&lt;font color="#a5a5a5"&gt;FOTOGRAFIA © REAL ESTATE EUROPE GROUP&lt;/font&gt;&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4199199830393199369?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4199199830393199369/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4199199830393199369&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4199199830393199369'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4199199830393199369'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/08/in-veranda.html' title='In veranda'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://lh6.ggpht.com/-5pMPornuZWA/Tld6S0h_yGI/AAAAAAAACjk/di7RFoijlHs/s72-c/ita_calle_prassitele_thumb2.jpg?imgmax=800' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3739664927515438395</id><published>2011-08-20T08:29:00.000+02:00</published><updated>2011-08-20T08:29:00.091+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sogno'/><title type='text'>Il dottor Ross</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Mi hanno detto che adesso hai un fidanzato. Notizia sparata lì come se neppure mi dovesse interessare, come se tu non fossi stata da sempre la mira segreta del mio amore. Del resto, per essere sensibili nei miei riguardi, avrebbero dovuto essere a conoscenza di questo mio recondito sentimento. Io, come il poeta Nicanor Parra, ho risposto che quella notizia non poteva affatto riguardarmi. Non fiorivano le mimose come in quella poesia, ma un grigio novembre si perdeva nelle sue malinconiche spire fatte di pioggia e di nebbia.  &lt;p align="justify"&gt;Mi hanno detto anche che ci vai a letto – quello in realtà lo sospettavo, anche senza che me lo dicessero, evidentemente – ma, in realtà questa notizia era funzionale a un’altra: tua madre ci è rimasta male quando vi ha trovati abbracciati e nudi nel suo letto. Io mi sono immaginato la scena: tu nuda, lui nudo – aveva la faccia da fesso del dottor Ross di “Medici in prima linea” e una mascella che avrei contribuito volentieri a slogare a forza di pugni. In questo modo tua madre è venuta a scoprire che lo nascondevi in soffitta perché lei non sospettasse niente. Adesso è ridotta uno straccio, continua a borbottare e rischia che le venga un colpo. È andata a sfogarsi da un’amica pettegola e così il telefono senza fili ha portato la notizia fino a me.  &lt;p align="justify"&gt;Io intanto continuavo a dissimulare, facevo l’indifferente, il finto tonto. Ma eravamo a tavola e il boccone mi era andato di traverso. Cercavo di non tossire e guardavo con avidità il bicchiere dove scintillava un Chianti che pensavo sarebbe stato più piacevole. E continuavano a parlarmi di quel tipo – il dottor Ross, o insomma quello che mi immaginavo con il suo volto: “Dovresti conoscerlo” mi stava dicendo Ermete, che poi era il padrone di casa e mi aveva invitato a cena. “Era animatore in un club della Riviera” aggiunse Ileana, sua moglie ed eccellente cuoca, nonostante il rospo che mi si era piazzato in gola. Ma io non lo conoscevo, io non mi ricordavo di averlo mai incontrato, di averci mai avuto a che fare, se non per interposta persona e quella persona, accidenti! eri tu nel tuo letto, nuda, avvinghiata a lui...  &lt;p align="justify"&gt;Il televisore era acceso, a volume bassissimo: all’improvviso in uno spot ti vidi fuggire, inseguita da tua madre. Il tuo ganzo con la faccia del dottor Ross stava salendo su una scala a pioli, tentavate di arrampicarvi su un gigantesco ulivo centenario. Come in “Amarcord” quando lo zio matto interpretato da Ciccio Ingrassia sale su un albero e grida “Voglio una donna!” E a quel punto finalmente capii che tutto quanto non era che un sogno, uno spaventoso incubo in cui tu mi tradivi con il dottor Ross, e che il mio amore rimaneva salvo, almeno per il momento. Ero finalmente sveglio, sveglio come mai ero stato nella mia vita e presi la decisione di abbandonare gli indugi e di dichiararti quanto prima tutto il mio amore.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://3.bp.blogspot.com/_pZuKJgXSb5k/SdUDEouBDaI/AAAAAAAAA3M/aIzK8clW9dU/s400/doug-ross.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;&lt;font color="#a5a5a5"&gt;FOTOGRAFIA © NBC&lt;/font&gt;&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3739664927515438395?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3739664927515438395/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3739664927515438395&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3739664927515438395'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3739664927515438395'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/08/il-dottor-ross.html' title='Il dottor Ross'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_pZuKJgXSb5k/SdUDEouBDaI/AAAAAAAAA3M/aIzK8clW9dU/s72-c/doug-ross.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1154840308639621852</id><published>2011-08-13T08:28:00.000+02:00</published><updated>2011-08-13T08:28:00.494+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere non spedite'/><title type='text'>Lettera non spedita (III)</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Carissima Eleonora,  &lt;p align="justify"&gt;ti ho vista ieri pomeriggio davanti all’Arena. Eri appena scesa dal 2 e controllavi l’orologio, probabilmente avevi un appuntamento: andavi di fretta. Vestita di nero eri ancora più bella, le braccia nude abbronzate, i capelli raccolti come quando andavamo al mare la domenica. Ti guardavo camminare sui tacchi alti, attenta che non si incastrassero nei binari del tram: avevi un modo così signorile, così nobile, di muoverti. Mi hai ricordato cosa mi ha fatto innamorare di te quel giorno di fine maggio: la tua grazia. E la tua bocca dolce, dove un tempo morivano tutti i miei guai.  &lt;p align="justify"&gt;Sto bevendo un bicchiere di Pinot grigio adesso e il suo sapore mi fa ripensare a quella volta che siamo stati ad Alassio, ri&amp;shy;vedo le luci gialle della sera, i pitosfori, le palme. Rivedo le nostre sere e i nostri luoghi: l’hotel, la gelateria vestita di luci azzurre, il muretto, la spiaggia stretta a ridosso della strada... Forse fu in quei giorni che l’amore tra noi ebbe la sua massima intensità. L’amore a due, intendo. Perché la massima intensità quell’amore ce l’ha adesso, in me solo. È divampato come un fuoco alimentato dal vento appena ti ho rivista. Era una brace che da sempre covava in me ed è bastato un nulla a ridarle vigore.  &lt;p align="justify"&gt;Tu eri lì, dall’altro lato della strada, a una decina di metri da me, elegante ed altera. Il traffico di automobili e furgoni fluiva per Via Legnano: ho avuto la tentazione di scansare auto per auto, gettarmi verso di te. Ho avuto l’idea di gridare il tuo nome: ti saresti voltata, mi avresti individuato tra la gente in attesa al semaforo. Mi avresti sorriso, probabilmente. O avresti fatto finta di niente, magari solo un fugace cenno di saluto. Ma nulla di tutto ciò: sono rimasto muto, fermo ad aspettare il verde. E magari bastava che ti chiedessi di te, bastava che ti invitassi a bere un caffè per ricordare i bei tempi… Non so se mi sia mancato il coraggio o se mi sia venuta meno la voglia, stregata dai ricordi o dall'impossibilità di risvegliare il passato.&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Tornato a casa ho trovato i miei ricordi boccheggianti come pesci rossi sfuggiti a una boccia di vetro: li ho rimessi nell’acqua e ho scoperto di non amare te, ma il tuo rimpianto.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://4.bp.blogspot.com/-W-O1BaAnlYQ/TeUni7e-kZI/AAAAAAAACXQ/Ipi11o297sk/s1600/A+date+with+fate.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;JACK VETTRIANO, “A DAY WITH FATE”&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1154840308639621852?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1154840308639621852/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1154840308639621852&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1154840308639621852'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1154840308639621852'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/08/lettera-non-spedita-iii.html' title='Lettera non spedita (III)'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-W-O1BaAnlYQ/TeUni7e-kZI/AAAAAAAACXQ/Ipi11o297sk/s72-c/A+date+with+fate.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-382511756058840509</id><published>2011-08-06T08:25:00.000+02:00</published><updated>2011-08-06T10:39:06.198+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Ballata in quattro quarti</title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="center"&gt;1.  &lt;p align="justify"&gt;Basta con le domande, basta con le liti furibonde. Se lei aveva orrore di quello che siamo diventati, se lei si doveva limitare sacrificandosi per seguire i miei desideri, se lei finiva sempre con il chiedere «Tu cosa vuoi?» come un mantra che mi lasciava un’ombra di colpa su ogni discussione, ora è finalmente libera. Libera di fare quello che più le pare e piace. E libero sono io, libero come forse mai sono stato. Libero di costruirmi un futuro senza vincoli, di andarmene al mare a inseguire la mia passione di fotografare. Senza più quei riti che facevano della nostra storia una specie di messa cantata. Senza più quei compiti e quegli impegni obbligati che per compiacerla mi incatenavano sempre più.  &lt;p align="justify"&gt;Libero di tornare agli amici che erano troppo poco per lei – o forse era gelosia del mio tempo passato con loro, tanto che sempre meno li potevo frequentare e mai insieme a lei. La vedevo storcere il naso quando per caso ne incontravo uno per strada o – Dio ne guardi – uno veniva a cercarmi a casa… Luca, per esempio, con il quale avevo condiviso le elementari e le medie e tutte le feste comandate di quei tempi, comunioni e cresime, l’amico di cui sono stato consolatore nei momenti bui. Luca, con il quale ho deciso di condividere questa vacanza d’estate da “single”.  &lt;p align="justify"&gt;Abbiamo scelto Lignano, in nome dei bei vecchi tempi, delle spensierate vacanze senza limiti della nostra adolescenza e della prima gioventù. E ora eccoci qui in un tramonto da favola che incendia la laguna di luce riflessa a fotografare i casoni con i tetti di paglia. La mattina, appena dopo l’alba, lasciamo la casa che abbiamo affittato nella pineta e andiamo a correre al Parco Hemingway e poi sulla spiaggia. Poi di giorno fotografiamo, l’altro ieri siamo stati ad Aquileia, ieri a Venezia. Abbiamo in programma anche un workshop a Portogruaro, anche se il mare si lascia fotografare molto bene… La sera andiamo a letto presto, verso mezzanotte: facciamo i bravi, rientriamo da una passeggiata in centro tra turisti austriaci e tedeschi e restiamo sul balcone a parlare e a bere una birra gelata.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="center"&gt;2.  &lt;p align="justify"&gt;È tempo di cambiamenti. È tempo di prendere la nostra vita tra le mani, una volta per tutte. Questo mi sta dicendo stasera Luca. Una luna piena si sta alzando dai pini, un occhio giallo che attraversa il cielo. “Ho deciso di chiedere a Giulia di sposarmi” mi dice. Giulia, la sua fidanzata storica, quella che gli avevamo affibbiato alle elementari con il sadismo dei bambini, quella che ha ritrovato donna nei giorni della prima gioventù, delle compagnie che bivaccavano nelle piazzette. “Come una folgorazione, l’altra settimana, quando mi hai detto che avevi rotto con Paola. Il giorno dopo Giulia è partita per il suo stage a New York e sono rimasto lì solo a pensare a lei, alla fortuna di averla”. Guarda verso la pianura, laggiù sopra i pini. Guarda oltre le colture di mais, oltre i campi di peschi, oltre Milano e Lione, oltre Barcellona e Madrid. Guarda al di là dell’oceano, dove adesso è Giulia. E gli leggo l’ansia dell’attesa: lo so com’è fatto: aspetterà che lei torni per farle quella proposta importante, loro due soli, probabilmente a casa di lei. Altro che godersi il mondo, tornare all’infanzia, alla spensieratezza! Siamo uomini, ora, e dobbiamo assumerci le responsabilità. Io lo so che Giulia gli dirà sì, è da tempo probabilmente che si aspetta qualcosa del genere da lui. Sono convinto, ma Luca è sulla corda, irrequieto come un ballerino di flamenco. Va a finire che sarò io a dovergli fare da balia in questi giorni, calmarlo, rassicurarlo.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="center"&gt;3.  &lt;p align="justify"&gt;“Sì”.  &lt;p align="justify"&gt;Eccola lì la parolina magica. Ora si scambiano gli anelli in questa piccola chiesa di provincia mentre fuori l’estate biondeggia sui campi di grano e dipinge di verde le colline brianzole, le gonfia di viti e di castagni. Giulia e Luca, oggi sposi, come c’è scritto sui fogli appiccicati qua e là lungo il tragitto verso la chiesa. E li guardo con tenerezza: un anno dopo la domanda di lui, si sono sposati. Io, nell’abito scuro, sembro un po’ un notaio: del resto certifico il loro amore, sono il testimone dello sposo e qualche cosa dovrò pure garantire. Mi trovo a fianco di Luana, la testimone di Giulia: sono giorni che condividiamo l’esperienza di questo matrimonio, i preparativi, i dettagli. Potrebbe essere la donna giusta: l’affinità tra di noi è subito risaltata, da quando i piccioncini ci hanno presentato e ci hanno spiegato quello che avremmo dovuto fare. Faceva un caldo pazzesco quel giorno sul lago o forse era solo il mio cuore che pompava a mille. &lt;i&gt;Heartbeat,&lt;/i&gt; come dicono gli inglesi, batticuore. Dio com’è bella oggi con quel vestitino color panna, con quel fiore nei capelli…  &lt;p align="justify"&gt;La messa è finita, ora tocca a noi: il parroco ci invita in sacrestia per le firme.  &lt;p align="justify"&gt;Al ristorante siamo allo stesso tavolo, con le poche amiche di lei e i pochi amici di lui. Io e Luana fianco a fianco, gomito a gomito adesso che la giacca è finita sulla spalliera della sedia e le maniche della camicia bianca sono rimboccate. Ridiamo come due bambini, abbiamo cominciato a prendere in giro gli sposi raccontando aneddoti su di loro e siamo finiti con il parlare di noi, delle nostre speranze, delle nostre aspettative, delle gioie e dei dolori del nostro passato. Siamo come due alpinisti che iniziano a scalare un picco: è il momento di legare le corde prima dell’ascensione, il tempo di riporre fiducia l’uno nell’altra. Detta in altro modo, è l’ora di gettare le fondamenta, di posare la prima pietra, per costruire la casa e quella casa è l’amore. Il primo passo viene da sé, ci sfioriamo le mani casualmente per prendere io la mia giacca e lei la sua borsetta da cerimonia: è lo sguardo a domandare prima delle parole. “Ci vediamo domani?”…  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="center"&gt;4.  &lt;p align="justify"&gt;Con Luana tutto è diverso. Lei non è come Paola: capisco che l’isteria dell’altra in lei non albergherà mai, che il suo carattere è tutto l’opposto, che non ha alcun bisogno di controllo. È stimolante stare con lei: mi sento come l’acrobata che salta sicuro sul trapezio, consapevole che troverò le sue mani. Perché l’amore, fondamentalmente, è composto di fiducia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://1.bp.blogspot.com/_OWp5jpZmZ_8/S2bjz8SNVKI/AAAAAAAAA2w/cXVhf-qmyGM/s400/k.jpg"&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;&lt;font color="#666666"&gt;DISEGNO DI MARCO CAZZATO&lt;/font&gt;&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-382511756058840509?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/382511756058840509/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=382511756058840509&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/382511756058840509'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/382511756058840509'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/08/ballata-in-quattro-quarti.html' title='Ballata in quattro quarti'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_OWp5jpZmZ_8/S2bjz8SNVKI/AAAAAAAAA2w/cXVhf-qmyGM/s72-c/k.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-576460947375387727</id><published>2011-07-30T08:22:00.000+02:00</published><updated>2011-07-30T08:22:00.871+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Un venditore formidabile</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;“Buongiorno, sono l’ingegner Carboni della Società di Telecomunicazioni Info 2”.  &lt;p align="justify"&gt;La biondina sembra finta come la piantina di ficus a lato della scrivania. La luce grigia di periferia stenta a penetrare nel cubicolo. “Certo che il ficus dev’essere di plastica in questo posto: due giorni e cominciano a cascargli le foglie” penso.  &lt;p align="justify"&gt;La segretaria mette la mano sul microfono della cuffia e mi dice “Un momento”. Tutto sommato non è finta, anzi ha anche un bello sguardo e un seno rifatto in qualche clinica di lusso. Probabilmente l’amante di qualche capo. Pigia un bottone dell’interfono e sussurra con voce soave: “Dottor Luraghi, c’è il consulente della Società di Telecomunicazioni Info 2”. La risposta le arriva in cuffia, qualcosa come “Fallo accomodare di là un momento, ché poi lo ricevo”. Così infatti mi dice la biondina. Penso a cosa avrà mai di tanto importante da fare il dottor Luraghi per non ricevermi subito: un politico per le tangenti, un incontro con un pezzo grosso della criminalità, una telefonata intercontinentale, la moglie in linea che ha scoperto finalmente la sua tresca…  &lt;p align="justify"&gt;Mi accomodo nella sala d’attesa, su una poltroncina nera. Le altre sono occupate da ragazzi dall’aspetto speranzoso che però non nasconde un disinganno: sono abituati alle fregature, hanno fatto il callo al “Le faremo sapere” che significa in effetti “No”. Candidati a un posto di lavoro con il curriculum nella cartellina e una bisaccia piena di rifiuti. Ce ne sono anche di più anziani, uomini e donne sui quaranta-cinquanta, con l’aria sfiduciata di chi non ha più voglia di lottare ma con sforzo sovrumano si è alzato dal letto con l’intenzione di provare ancora una volta a dispetto di una nuova bruciante umiliazione. La disperazione gronda come sudore dalle loro fronti di padri e madri, di mariti e mogli caduti in mare dalla barca della società capitalistica. Caduti? Spinti dalle meccaniche sociali, scalciati a pedate oltre la ringhiera, diventati naufraghi nel mare magno del lavoro e della vita, aggrappati a un relitto di dignità. I ragazzi no, sono pulcini alle prime esperienze, usciti dal guscio e pronti a esplorare il mondo, ma proprio per questo manipolabili. Sottopagati, malpagati, non pagati. Nella saletta ci sono alcuni manifesti motivazionali: un meraviglioso lago di montagna in cui si specchiano vette innevate sopra la scritta “Obiettivi”; un orso che caccia un salmone sul bilico di una cascata e la parola “Sfida”; una strada che va verso il tramonto con la dicitura “Successo”. Come fai a motivare questi disperati? E cosa gli proponi? Un programma di vendite per rappresentanza di un oggetto di cui nessuno ha bisogno, che costa un occhio della testa e che è peggiore dei suoi concorrenti? E bravo dottor Luraghi dei depuratori “Care Air”. Persino la goccia azzurra dello stemma societario guarda quei ragazzi e quegli uomini, quelle donne attirate da un lavoro part-time con una sorta di compassione. Ma forse è solo il riflesso che viene dalla lampada alogena sul muro rosa scrostato.  &lt;p align="justify"&gt;“Ingegnere, il dottor Luraghi la può ricevere”. La biondina si è materializzata da una porta laterale, attende che la segua per farmi strada. Attraversiamo un corridoio: dalle porte a vetri vedo altri ragazzi alle prese con i pezzi del depuratore, seguono un corso che fa credere loro di avere un lavoro, ma che in realtà si rivelerà un’altra delusione da infilare alla collana di errori. Anche se questo non è un errore, è uno sfruttamento, è una truffa attuata da chi non ha remore a servirsi della loro disperazione per poi andarsene in giro con l’abito firmato, il Rolex d’oro e la Mercedes ultimo modello.  &lt;p align="justify"&gt;Eccolo finalmente l’ufficio: dietro la porta di noce mi sorride il dottor Luraghi tendendomi la mano. Il sorriso standard, chissà come fa colpo sulle donne. “Scusi, sa, ingegnere: ero in videoconferenza con il mio socio americano”, solo allora noto l’enorme televisore su una parete, un monolite nero che avrà almeno 100 pollici. Appesi ai muri alcuni dipinti, riconosco un Casorati e un Boetti. Lusso, ricchezza che trasuda dai divani in pelle, dal bracciale d’oro, dalle lampade. Ma fuori, oltre la vetrata c’è comunque la grigia periferia, ci sono i casermoni persi tra i campi spelacchiati. Come una metafora: puoi indossare abiti di classe e avere quadri da museo, puoi mostrare i denti sbiancati dal dentista sotto l’abbronzatura da lampada solare, ma tutti noi sappiamo bene da dove vieni, dall’appartamento di case popolari, dalle vendite porta a porta che facevi battendo l’hinterland con la tua Panda.  &lt;p align="justify"&gt;Gli propongo il piano della mia società per organizzargli al meglio il call center. Lo vedo interessato, se fosse un personaggio dei Simpson potrei vedergli scintillare il simbolo del dollaro negli occhi. Mi sento un po’ schifato di dargli altre opportunità di guadagno, ma del resto questo è il compito che mi hanno affidato e al mio lavoro ci tengo. L’offerta dev’essere migliore di quello che pensava, perché firma subito i documenti – può essere che abbia già parlato con il mio capo, che io non sia altro che un portaborse. “Sono un venditore formidabile”, mi dice, “potrei vendere il ghiaccio agli eschimesi o la sabbia nel deserto. Il mio impero è nato sulle mie capacità. Ingegnere, lo so che lei non si capacita, che non approva i miei metodi. Ma il mondo è fatto così: parti da uno scantinato e fondi la Microsoft o la Apple. Io vendevo spazzole, lo sa? Ora sono un imprenditore di successo. Ci pensi…”  &lt;p align="justify"&gt;Sorride, si alza. La visita è finita. Prendo le mie carte e lo saluto. Mi sento fuori posto nel mio abito non di sartoria, con la mia cartella di tela di Roncato e le scarpe Geox comperate ai saldi a 89,90 euro. Sono fuori, sono con la gente come me, sono tra quei ragazzi e quegli uomini, tra quelle donne che si tormentano le dita nervose sulle poltroncine nere. Vorrei gridare a tutti loro: “Fuggite! Abbandonate questa saletta male illuminata!” Ma non faccio niente, esco soltanto dalla porta. Scendo le scale di corsa, il grande ingresso si apre automaticamente e sono fuori. Respiro affannosamente: l’aria nebbiosa e odorosa di smog mi sembra cristallina aria di montagna.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://www.toonpool.com/user/651/files/power_manager_401705.jpg"&gt;  &lt;h6 align="center"&gt;&lt;font color="#a5a5a5"&gt;DISEGNO © TOON POOL / CARTOON CREATOR&lt;/font&gt;&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-576460947375387727?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/576460947375387727/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=576460947375387727&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/576460947375387727'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/576460947375387727'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/07/un-venditore-formidabile.html' title='Un venditore formidabile'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3292273982345992000</id><published>2011-07-23T08:29:00.000+02:00</published><updated>2011-07-23T08:29:00.312+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gioco letterario'/><title type='text'>Marta Schneider</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Sta calando la sera, una piacevole sera calda e odorosa di mare. Il cielo è una madreperla azzurra che va cambiando colore rapidamente. In strada passano donne vestite con abiti leggeri, coppie allacciate nella passeggiata del pomeriggio, ragazzi che tornano dalla scuola, impiegati che rincasano.  &lt;p align="justify"&gt;Marta beve il suo tè verde e guarda dall’alto tutta quella gente, le fanno pensare a quei plastici perfetti con alberi e persone miniaturizzate – ne aveva visto una mostra a Milano una volta, in Galleria. Milano, una vita fa... Prima. Non credeva di essere così calma adesso, non pensava che dopo averlo fatto si sarebbe sentita così, stranamente bene. “Endorfine, adrenalina” pensa. “Come se fossi uscita da un tunnel soffocante” riesce finalmente a mettere a fuoco. E il passato impresso come un marchio sulla sua pelle forse un giorno potrà anche sbiadire.  &lt;p align="justify"&gt;Ci ha messo più cura del solito nel farsi la doccia, ha lasciato che il sapone la profumasse, ha gustato l’aroma di miele, il sentore di cocco. E poi si è vestita con la lingerie nuova, acquistata nella boutique più elegante del lungomare. “Perché è un’occasione speciale. Perché sono libera, finalmente”. E ha infilato la vestaglia leggera perché iniziava a sentire un po’ di freddo, svanita la tensione.  &lt;p align="justify"&gt;Il cd di Diana Krall è finito, ora regna il silenzio nella camera e fuori si stanno accendendo i lampioni. Ma quel silenzio non le dispiace, le permette di ascoltare i rumori della città: il traffico, il fruscio del vento, le sirene dei rimorchiatori del porto. Un modo per entrare in contatto con quel luogo, per assaporarne l’atmosfera. “Di una città si conosce quello che si vive, tutto il resto è solo turismo, viaggio organizzato”. Sul tavolo c’è il biglietto aereo per il ritorno a Milano, ma non lo userà. Ha scelto di non fuggire un’altra volta.  &lt;p align="justify"&gt;Suonano alla porta. Il momento che aspettava. “Signora Marta Schneider?” è un carabiniere con il pizzetto, un tenente, a parlare. Lo accompagna un appuntato giovane, troppo giovane. “Sì, sono io”. E comincia a raccontare, a indicare, dice che la situazione era divenuta insostenibile, mostra le cicatrici sulle braccia, i lividi. Arriva anche un uomo elegante, sui quarant’anni, comincia ad aver dei fili bianchi tra i capelli ma ha un portamento signorile. Si presenta: “Sono il pubblico ministero Ettore De Tassis”. Marta riprende il filo, ricomincia dall’inizio, mostra i segni anche al pm.  &lt;p align="justify"&gt;Ormai è scesa la notte. Di là fanno i rilievi, si sente il muoversi di uomini e donne, lo scatto metallico della valigette, il clic delle macchine fotografiche. “Se si vuole vestire, signora Schneider” dice il dottor De Tassis, “poi la faccio accompagnare in Questura”. Il vestito, l’abito rosso è sulla sedia. Marta lo prende, va verso il bagno. Riesce a cogliere un cenno che il tenente fa con il capo a una donna della Scientifica: come a dire, va’ con lei, tienila d’occhio. Ne apprezza la discrezione, la sobrietà, trova quel cenno elegante e affascinante. Si infila nel bagno, non chiude la porta del tutto, capisce che è meglio se la donna carabiniere può sincerarsi che tutto fili per il verso giusto.  &lt;p align="justify"&gt;Intanto il corpo di suo marito, il manesco e violento Hans Boxleitner, archiviato come reperto il coltello che lei gli ha piantato nel petto una decina di ore fa, prima di chiamare il 112, viene portato via dagli addetti in una cassa di zinco.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://4.bp.blogspot.com/-piEduZ3jtPE/TbcMkAgvqgI/AAAAAAAACV0/32PjP9IHDyQ/s400/vettriano.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Jack Vettriano, “Baby, bye bye”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3292273982345992000?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3292273982345992000/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3292273982345992000&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3292273982345992000'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3292273982345992000'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/07/marta-schneider.html' title='Marta Schneider'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-piEduZ3jtPE/TbcMkAgvqgI/AAAAAAAACV0/32PjP9IHDyQ/s72-c/vettriano.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3887684813614100421</id><published>2011-07-16T08:23:00.000+02:00</published><updated>2011-07-16T08:23:01.073+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gioco letterario'/><title type='text'>La ninna nanna di Maryam</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La voce della ragazza era dolce come la carezza di una piuma tra i colpi di martello e il ritmico correre della pialla, o il trascinare di assi. Cantava una nenia antica e dondolante spingendo una cesta di vimini in una povera casa dai muri a secco. Sul tavolo alcuni fiori azzurri a ingentilire una brocca scheggiata, fuori la polvere del giorno avvolgeva gli ultimi contrafforti dei monti. Presto sarebbe scesa la sera e migliaia di stelle si sarebbero accese nel cielo. La ragazza cantava e ninnava la culla; dentro un bambino di sei-sette mesi.  &lt;p align="justify"&gt;La ragazza, capelli neri e un viso angelico di adolescente, avrà avuto diciassette o diciotto anni, smise di cantare e si alzò per accendere una lucerna: vi aggiunse dell’olio e poi avvicinò allo stoppino un tizzone dal braciere dove suo marito forgiava i metalli. La luce subito dilagò per la camera, danzando qua e là come curiosa di conoscerne ogni segreto. Illuminava anche il viso del bimbo, che ora dormiva placidamente indossando quell’espressione un poco corrucciata che sovente hanno i bambini piccoli quando dormono. La ragazza tornò a sedersi, le piaceva restare a contemplare il sonno di suo figlio: rimuginava i tempi trascorsi, quel figlio non voluto ma amato come solo una madre può fare, lo sposalizio nel tempio, il travaglio del parto, gli eventi inspiegabili che seguirono, la necessità di fuggire braccati come criminali, prima ad Askalon e poi a Hebron, e poi chissà dove ancora, chissà quando… Il volto dolce si velò di un’ombra, gli occhi diventarono lucidi. Così la sorprese il marito, entrando attraverso la tenda che faceva da porta: non disse nulla, solo si passò una mano nella barba scura ed entrò nella luce. «Yoseph…» la ragazza gli disse, come ad invocare una parola. Lui la rassicurò più con il tono calmo della voce che con lo sguardo: «Dio è al nostro fianco, Maryàm: non devi avere timore». Detto questo si sedette al tavolo e cominciò a tagliare fette da una toma di formaggio di pecora e iniziò a mangiarle insieme a delle olive e ai primi fichi della stagione.  &lt;p align="justify"&gt;La ragazza guardava il bambino, si chiedeva che cosa avesse in serbo per lui la sorte. Si domandava quando l’avrebbe lasciata, quando se ne sarebbe andato per le strade del mondo, per qualche guerra, per qualche donna. Il bambino si svegliò, aveva fame. Lo prese in braccio, si sedette e gli porse il seno. Continuava a guardarlo, il suo piccolo Yehosua. Le ombre, passando attraverso le travi,&amp;nbsp; disegnavano una croce dietro di lui, che subito si dissolse quando Yoseph avvicinò la lucerna.  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="373" src="http://cdn.mos.totalfilm.com/images/t/the-nativity-story-800-75.jpg" width="555"&gt;  &lt;p align="center"&gt;Una scena dal film &lt;em&gt;Nativity&lt;/em&gt; di Catherine Hardwicke&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3887684813614100421?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3887684813614100421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3887684813614100421&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3887684813614100421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3887684813614100421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/07/la-ninna-nanna-di-maryam.html' title='La ninna nanna di Maryam'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-179291298454707225</id><published>2011-07-09T08:24:00.000+02:00</published><updated>2011-07-09T08:24:00.505+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Una donna sola</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Davanti alla sua casa vigila un pino atlantico come una sentinella nella sua uniforme grigio-azzurra. Un'acacia dal muro di cinta allunga la sua chioma come una giraffa che tenda il collo per brucare teneri germogli. Bassi cespugli tozzi e corpulenti fanno corona al vialetto di cotto. La sua casa è bassa, si estende su un solo piano nell'erba ben rasata. Il camino sovrasta le tegole come uno spillo puntato su una bacheca di sughero e le imposte di legno laccato sono chiuse per la maggior parte del giorno: sembrano occhi, La porta è alla loro sinistra: se fosse in mezzo alle due finestre potrebbe essere il naso; così invece dà l'impressione di un dipinto di Picasso. Dietro la casa c'è solo il cielo: ogni sera vi si inscena lo spettacolo del tramonto.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Lei è una donna giovane e volitiva, ama vestire con abiti attillati che mettono in mostra le forme curate del suo corpo. Raccoglie sempre i capelli ramati sulla nuca fermandoli con uno spillone di cuoio. Quando la sera li scioglie davanti allo specchio, guardandoli scivolare sulle spalle nude ama paragonarli a onde. Si compiace del fatto che solo a se stessa consente di vedersi con i capelli sciolti, come un piccolo segreto. Preparandosi per la notte, guarda fuori: le luci del vialetto di accesso, che lascia accese fino all'alba, le danno sicurezza. Sta lì con la maglietta e i calzoncini e rimira i globi luminosi e i loro aloni. D'estate vi sfarfallano insetti e falene, d'inverno talvolta roteano i fiocchi di neve.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;È rimasta sola, tradita da un amore sbagliato che aveva ritenuto quello giusto, quello per l'eternità. Si ingannava. La solitudine è il pegno che paga a quel suo giovanile errore. Con il passare del tempo si è abituata a quella solitudine, non lo avrebbe mai ritenuto possibile. Ne aveva orrore! La rifuggiva con numerose amicizie - troppe, si dice adesso, e troppo occasionali. Eccola lì sola, che guarda dalla finestra aperta il giardino illuminato nella calda notte estiva, i capelli sciolti sulle spalle e la maglietta degli U2. Alla tenue luce dei globi legge prima di andare a dormire. Legge i tormenti di un'altra donna, le sue inquietudini. Legge il &lt;em&gt;Diario&lt;/em&gt; di Katherine Mansfield e confronta la sua vita con quella della scrittrice neozelandese. La comprende, la disapprova, si immedesima, partecipa.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La sua casa è illuminata a festa. Sopra il tetto splende la luna.&lt;br&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="455" src="http://kmonks723.files.wordpress.com/2008/11/woman-at-the-window.jpg" width="325"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Salvador Dalì, “Donna alla finestra”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-179291298454707225?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/179291298454707225/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=179291298454707225&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/179291298454707225'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/179291298454707225'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/07/una-donna-sola.html' title='Una donna sola'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6616427615593912017</id><published>2011-07-02T08:24:00.000+02:00</published><updated>2011-07-02T08:24:00.524+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Un bacio</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Un bacio. Cos’è un bacio? Un apostrofo rosa tra le parole “t’amo”. Un pezzetto di paradiso. Il sinonimo di un tradimento per antonomasia: “Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì». E lo baciò”. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E adesso nel bacio di Paola, un bacio di saluto, il semplice contatto delle labbra sulle labbra con il tentativo scherzoso di mordicchiarle che spesso avevano usato come segno di complicità, Giordano Squizzi aveva avvertito una sensazione spiacevole, non sapeva neppure lui dire cosa, un indeterminato malessere, un’impercettibile increspatura, come una grinza su una tovaglia immacolata per il resto perfettamente stirata. Presagio, presentimento, premonizione. Tutte parole per dire qualcosa che non è avvenuto ma che è in fieri in quel prefisso –pre.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Giordano e Paola stavano insieme ormai da tempo, avevano imparato a conoscersi in quella convivenza che si contava ormai a mesi. Si erano conosciuti durante una vacanza con amici comuni a Formentera ed entrambi odiarono subito quel posto: per quella settimana rimasero a parlar male del luogo, a dire “Tutte cose che potevamo trovare a Rimini”, a entrare in sintonia ora dopo ora, sognando di andarsene, ripetendo che, se non fosse stata un’isola, se ne sarebbero almeno andati in giro per la Spagna, favoleggiando di viaggi in treno tra i campi di Castiglia e le città. In una parola, a innamorarsi. Tornati a Milano, già alla fine di agosto erano ormai una coppia fissa, a ottobre Paola si trasferì armi e bagagli nell’appartamento di Giordano, al quarto piano di un palazzo di Corso Garibaldi.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Giuda” si disse Giordano. E alla mente gli si propose l’immagine di un uomo con il mantello verde e lo sguardo perso in un affresco di Cimabue. L’Iscariota. Il simbolo del tradimento. Avrebbe voluto chiedere conto, esigere spiegazioni. Ma come giustificare la richiesta? Sulla base di una sensazione? “Vado a farmi una doccia” disse Paola, destandolo da quell’incubo ad occhi aperti in cui era capitato. Come un labirinto in cui sbatteva ad ogni angolo, ferendosi sempre di più man mano che continuava a decifrare faticosamente il percorso. Stava leggendo il giornale, distrattamente, sfogliando le pagine senza vedere neppure i titoli, le figure, perso a inseguire quel pensiero oscuro. Qualche minuto prima era tutto intento ad analizzare l’andamento dei titoli di Borsa, stava monitorando se i suoi risparmi potevano ritenersi al sicuro dalla crisi economica e dalle sperequazioni bancarie. E ora invece...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sentì la doccia scorrere. Vide la borsa di Paola, pensò di tuffarvi le mani, di cercare le prove di quel tradimento, di quell’indecisione – ecco, indecisione, ora riusciva finalmente a definire ciò che di differente aveva intuito nel bacio. Ma sarebbe stata una viltà non degna di lui, che sempre si era vantato di essere un uomo rispettoso della libertà degli altri, addirittura maniacale nel rispetto della privacy altrui. Rifletteva tra sé e sé: “Che ti sta succedendo, Giordano, eh? Pensare di frugare nella borsa della tua donna”. Alzò gli occhi e vide Paola, davanti a lui, avvolta nell’asciugamani della doccia. Reggeva qualcosa in mano. Riuscì a individuare l’oggetto: un kit per il test di gravidanza. “Aspettiamo un bambino!” gli disse prima di gettarsi tra le sue braccia e baciarlo. Giordano era stordito, “Fantastico!” era riuscito a mormorare prima di sentire il sapore di quel bacio. Era il più dolce che avesse mai provato.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="424" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/1a/Kissing_couple.jpg/800px-Kissing_couple.jpg" width="564"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © David Wise&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6616427615593912017?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6616427615593912017/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6616427615593912017&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6616427615593912017'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6616427615593912017'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/07/un-bacio.html' title='Un bacio'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-321642758607462761</id><published>2011-06-25T08:23:00.000+02:00</published><updated>2011-06-25T08:23:00.382+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Maturando</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;È tempo di esami di maturità, giornali e televisioni si sbizzarriscono a indovinare le tracce del tema d’italiano, a divinare quale sarà l’autore scelto per la traduzione di latino, si lanciano nella presentazione di improbabili gadgets e metodi per copiare, dall’orologio con lo schermo LCD alla penna da farcire con i bigliettini. È un rito di passaggio, un’obbligatoria iniziazione che ci porta nella vita adulta. In alcune tribù si viene scarificati, in altre circoncisi, in altre ancora si partecipa a una battuta di caccia. Da noi si passa l’esame di maturità.  &lt;p align="justify"&gt;Ai miei tempi – eh sì, ora bisogna dire così – non c’era Internet, non c’era tanta tecnologia. I computer erano ai loro primordi: i più tecnologici avevano il Commodore 64 o lo Spectrum ZX Sinclair. Smartphone poteva essere una marca di scarpe o di caramelle, ché tanto i jeans dovevano essere quelli della Levi’s e basta… Inutile parlare di andare a cercarsi le tracce in Rete o di preparare una tesina scopiazzando qua e là tra i vari blog. Eppure, anche noi, nel nostro piccolo avevamo una rete di spionaggio. Non so come, non so per quali vie. Fatto sta che domenica 3 luglio 1983, nel pomeriggio, mentre stavo arrampicandomi sugli specchi dell’Antologia del Novecento italiano, mi chiamò Luca – no, non sul cellulare, era ancora una decina d’anni di là da venire, proprio sul telefono fisso, quelli di un indefinito color caramello pallido, con la cornetta e il disco rotante – e mi disse che, sicuro sicuro, i temi sarebbero stati su Garibaldi e su Gozzano. La sera una bella camomilla e un po’ di svago – avrò visto un film alla tele o avrò giocato a carte con i cugini – e poi a letto per una notte di sogni frammentati. “Notte prima degli esami”, sì, la celebre canzone di Antonello Venditti. Non potevamo cantarla, sarebbe uscita l’anno dopo, quando già andavamo all’Università. La chitarra e il pianoforte però ce li avevamo: li suonavamo prima di andare in classe certe volte la mattina... Sembrava una scena di &lt;i&gt;Saranno famosi&lt;/i&gt;, il telefilm che allora andava per la maggiore e tutti noi quanto avremmo voluto far parte di quella School of Arts con il professor Shorofsky, con la signora Berg, con Danny Amatullo e Doris Schwartz come amici...  &lt;p align="justify"&gt;Vabbè, torniamo a noi: il 4 luglio è non solo la data dell’Indipendenza americana, quando gli yankees si godono la festa e celebrano con i fuochi d’artificio, è anche la data del mio esame di maturità, o meglio della prova di italiano. Raggiunsi Bergamo con la mia Fiat 126 e parcheggiai prima di entrare in Città Alta: la sede per gli esami di Stato non era la nostra scuola, ma il liceo Paolo Sarpi. Salutai i miei compagni, ci mettemmo a discutere del più e del meno (le tracce, of course...) e stranamente mi è rimasto impresso che Paolo mi chiese qualcosa della mia cintura elasticizzata blu. Entrammo in palestra: banchi singoli. Sei ore e temi che naturalmente non solo non erano stati previsti ma che neppure erano di mio gradimento: Leopardi visto da De Sanctis e la prima guerra mondiale Cosa si fa in questi casi? Ci si butta sulla traccia d’attualità. Era brevissima, il che non aiuta, perché non ti permette di seguire uno schema, così come ci aveva abituato il nostro professore d’italiano con le sue tracce arzigogolate che praticamente erano già metà dello svolgimento. D’altro canto, permetteva di spaziare, di prenderla larga, di variare e, eventualmente, di giustificare in tal modo di fronte alla commissione una certa distanza dalla via maestra. Mi presi mezz’ora per decidere, alla fine iniziai. Il tema era: “L’uomo cittadino del proprio tempo”. Ci vuole una bella fantasia per dare una traccia simile. La presi larga: cominciai dalla definizione di cittadino, e ancora ringrazio il mio fidato Devoto-Oli per l’aiuto, parlai della cittadinanza degli antichi Romani, di alienazione, di diritti e doveri e profetizzai qualcosa a proposito dell’avvento delle tecnologie – insomma, neanche lo sapevo, ma stavo parlando dei “nativi digitali”. Avevamo tempo fino alle 15 (6 ore!) alle 11 avevo già bell’e finito. Rilessi il tema e lo copiai, poi aspettai che qualcuno si decidesse ad uscire – non volevo essere il primo! Una ragazza si alzò e consegnò, poi un’altra. Allora mi decisi. A mezzogiorno ero fuori a respirare l’aria di luglio. Attesi qualche mio compagno di classe, poi tornai a casa.  &lt;p align="justify"&gt;E il giorno dopo, 5 luglio, ero ancora lì. Latino. Seneca, impegnativo, ma dallo stile pulito. Poteva andare peggio. Un brano tratto dalla &lt;i&gt;Consolatio ad Helviam&lt;/i&gt; sul sapiente e sui suoi rapporti con la sorte: &lt;i&gt;”Bona condicione geniti sumus, si eam non deseruerimus. Id egit rerum natura ut ad bene vivendum non magno apparatu opus esset: unusquisque facere se beatum potest&lt;/i&gt;”.&amp;nbsp; A differenza della prova d’italiano lì non c’era incertezza, bastava solo tradurre. Chiamiamola una prova di tecnica. E tre ore dopo uscivo con il mio Calonghi-Badellino rosso sotto il braccio.  &lt;p align="justify"&gt;Adesso c’era da aspettare quasi venti giorni per gli orali: il mio era fissato per la mattina del 23 luglio, ed ero il secondo in assoluto di tutta la classe, avendo i “saggi” sorteggiato la lettera iniziale del mio cognome. E furono due settimane di un caldo assurdo, con temperature altissime e un’afa spettacolare: mi capitò di andare a studiare in cantina per restare un poco al fresco. Chi è quel furbo che ha detto “Potevi andare in qualche centro commerciale...” L’aria condizionata allora non era contemplata: ventilatore e ventaglio. Fu una &lt;i&gt;full immersion&lt;/i&gt; negli interi programmi di greco e di italiano, la materia assegnatami e quella scelta da me – le altre due erano fisica e filosofia. Dopo quelle due settimane letteralmente sudate sui libri venne anche sabato 23 luglio. Bergamo, Paolo Sarpi. Tradussi a vista il brano di Isocrate che mi fu proposto (bella forza, sapevo quasi a memoria tutto il volume delle sue &lt;i&gt;Orazioni&lt;/i&gt;) e quando mi chiesero di parlare di qualcosa che mi piaceva, pontificai dei lirici greci, in particolare di Archiloco. Il commissario osservava, poi all’improvviso, come un gufo che si risvegli dal sonno, chiese “E Saffo?”. “Saffo, la Decima Musa...” e via di questo passo finché non mi fermò e disse “Basta, grazie”. Passai sulla sedia di italiano e pensavo che avrei avuto bisogno di almeno un anno di riposo tra un’interrogazione e l’altra. Guardai i miei compagni che sulle sedie dietro di me osservavano e facevano cenni di incoraggiamento. In quei pochi secondi dovevo trovare la concentrazione e cambiare tono. Il commissario a bruciapelo: “Lei che cosa pensa di Montale?” Che era un brav’uomo? Che mi piacciono le sue poesie? Che scriveva da dio? Mi mantenni sul vago e parlai della “teologia negativa”, dell’evoluzione del suo stile, del fatto che l’Accademia Svedese si era finalmente accorta della sua grandezza e che otto anni prima gli aveva tributato un doveroso Nobel. “E Leopardi?” – Brav’uomo anche lui, pensavo, anche se un po’ triste – “Vedo che lei non ha scelto il tema su Leopardi. Perché?” Carogna… “Guardi, ho apprezzato subito la traccia sull’uomo cittadino del proprio tempo…” “Comunque ha scritto proprio un bel tema. Complimenti… Vada, vada… La sua maturità è finita, vada pure a divertirsi” e mi porse la mano da stringere.  &lt;p align="justify"&gt;Il giorno dopo ero già al mare, sdraiato sulla spiaggia a sciogliere le tensioni. Mi sentivo come un sacco vuoto, come se tutte le nozioni che avevo immagazzinato fossero volate via nell’aria. Conobbi una ragazza di Udine. Anche lei aveva appena terminato la maturità. Legammo subito. Quando le comunicarono la votazione – per telefono – la ribattezzai subito Miss 57. Poche ore dopo divenni Mister 48.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://domenicodigiacomo.files.wordpress.com/2010/06/maturita.jpg"&gt;  &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Domenico Di Giacomo&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-321642758607462761?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/321642758607462761/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=321642758607462761&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/321642758607462761'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/321642758607462761'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/06/maturando.html' title='Maturando'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-10628310688027486</id><published>2011-06-18T08:25:00.000+02:00</published><updated>2011-06-18T08:25:00.813+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tempo'/><title type='text'>Il giorno in cui elessero Nixon</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Era il 21 maggio 2011. Il ghiaccio era ovunque tutto intorno a noi: l’Antartide con il suo vento incessante e i suoi territori inospitali, con le sue temperature impossibili – all’ultima misurazione il termometro segnava -79,4 gradi Celsius. Il nostro team era impegnato in uno studio di climatologia in collaborazione con scienziati britannici. Stavamo scherzando io e Lizzy sulla rivalità con noi americani. Le stavo dicendo qualcosa a proposito dell’orribile accento impostato che alcuni di loro continuano a mantenere, e Lizzy rideva con quel suo modo tutto particolare che mi strazia il cuore per la sua bellezza. La bellezza e il fatto che è fidanzatissima con il dottor Albert Pitt, il paleoclimatologo sempre alle prese con i carotaggi. “Quel dottor Phillips” stavo dicendo “poi sembra sempre in procinto di andare alle corse di Ascot…” e fu allora che lo notammo. Un vortice, come un tornado, però immobile, in continuo movimento su se stesso, ma fermo nell’aria. Un mulinello statico e avvolto da una nebbiolina luminosa, fermo nel vento che ci spingeva di lato ostacolando i nostri movimenti. No, non era una tempesta: su quello eravamo tutti concordi, anche il professor Phillips, che era arrivato con la sua consueta eleganza nonostante l’ingombrante abbigliamento termico.  &lt;p align="justify"&gt;Sembrava di trovarsi in un film di fantascienza, ma il vortice non aveva un’aria pericolosa, anche se ci tenevamo a debita distanza. Un grosso imbuto, ecco, quello sembrava, un immenso cono. Phillips vi lanciò dentro una pietra. Scomparve. Avevamo un pallone sonda per i nostri esperimenti: Lizzy propose di lanciarlo all’interno e di ritirarlo poi grazie alla corda. “Mettiamoci anche qualche oggetto tecnologico” suggerii. Il chimico scozzese McIntyre approntò un argano, vi legammo il pallone meteo con inserite sonde per la misurazione di pressione atmosferica, temperatura, velocità del vento e umidità relativa. Ci mettemmo anche un cronometro, in modo da poter registrare i tempi di lettura. Rilasciammo il pallone e in breve venne risucchiato dal vortice.  &lt;p align="justify"&gt;Dopo alcuni minuti ritirammo il pallone e iniziammo a esaminare i dati. Non era un tornado e non era una tromba d’aria: i dati non erano compatibili. Ma tutti sobbalzammo quando leggemmo il cronometro. Segnava la data del 7 novembre 1972, quasi quarant’anni prima. “Sembra impossibile che un uomo pronunci queste parole” disse con enfasi il professor Phillips, con la solita flemma però con un’ombra di stupore nella voce, “ma quello a cui ci troviamo di fronte è un tunnel temporale”. Lizzy, più pratica, disse “Una porta del tempo. Dobbiamo esserne certi, ripetiamo l’esperimento”. Lo ripetemmo più volte e sempre ottenemmo lo stesso risultato. Lizzy, che è l’esperta in questo campo, cominciò a spiegare la teoria del “Ponte di Einstein-Rosen”, secondo la quale esisterebbe un &lt;i&gt;wormhole&lt;/i&gt;, cioè una galleria gravitazionale che collega come una scorciatoia un punto dell’universo ad un altro e che permetterebbe di viaggiare tra di essi a una velocità superiore a quella della luce.  &lt;p align="justify"&gt;Tornammo alle nostre stanze molto scossi ma anche molto affascinati da questa scoperta. Il responsabile del campo, il professor Stanwick, telefonò addirittura al Pentagono per segnalare la presenza del vortice. Chissà che è successo dopo, chissà i militari cos’avranno trovato… Noi tutti lo ignoriamo: nella notte il vortice si deve essere allargato perché al mattino, quando ci siamo svegliati, le apparecchiature nella base erano obsolete e il datario segnava l’8 novembre 1972. La radio ci disse quello che sapevamo già, avendolo studiato sui libri di storia: Richard Nixon era stato eletto presidente.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="433" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fe/Airplane_vortex_edit.jpg/737px-Airplane_vortex_edit.jpg" width="530"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © NASA&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-10628310688027486?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/10628310688027486/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=10628310688027486&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/10628310688027486'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/10628310688027486'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/06/il-giorno-in-cui-elessero-nixon.html' title='Il giorno in cui elessero Nixon'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8847161109678142108</id><published>2011-06-11T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-06-11T08:21:00.517+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Un giorno normale</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il tramonto già infuoca le colline disegnando strie colorate di giallo e di rosa nel cielo occidentale, mischiando le tinte come un artista che dipinga un acquerello. Qua e là si accendono venature d’arancione e schizzi di grigio orlano le nuvole basse all’orizzonte. Quella che cala è la notte di un giorno normale, una sera come tante sull’alveare di case, sulla distesa di campi, sul grande ospedale che si innalza a nord-ovest come una balena spiaggiata, sulle torri, sui campanili. Già si accendono le collane di luci sulle propaggini delle Prealpi, individuano i paesi tra i boschi che vengono assorbiti dall’oscurità.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ma il gioco è finito. L’amore è finito. E questa sera orfana di lei mi coglie di sorpresa in questo lungo viale sotto i globi dorati dei lampioni, con le mie mani vuote, perse a inseguire un’inutile illusione, vaga come un fantasma di cui si vocifera. Le infilo nella tasca del giubbetto di jeans e sollevo il bavero opponendolo al vento che soffia da est. Sembra che porti su la luna, quella luna piena e rossastra che sale lentamente dalle piante dei giardini. Con la sua luce bagna la dorsale nera dei pini, li sommerge con i suoi raggi metallici, ne fa mostri mitologici adagiati dove le città lasciano il passo.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E sconto la mia pena: è il rientro in questa normalità, in questo appartenere al mondo, in questo condividere la sera con gli altri, con tutti gli altri, privo dell’esclusività che aveva caratterizzato i giorni brevi e intensi di un amore. È il riconoscermi nudo, come l’imperatore della famosa favola: finora me ne ero andato per le strade credendo di indossare la speranza, di ammantarmi della preziosa veste dell’amore; ora sono un’anima nuda tra migliaia di anime nude. La sera continua a soffiare il suo vento tagliente sui balconi, sulle inferriate dei parchi: farà freddo stanotte, ancora più freddo perché l’ho perduta.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="381" src="https://lh3.googleusercontent.com/-YHgj-OvzjIE/R7xUzQcJYHI/AAAAAAAAAKM/XfFoNLG8iWI/s640/Purple.jpg" width="500"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8847161109678142108?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8847161109678142108/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8847161109678142108&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8847161109678142108'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8847161109678142108'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/06/un-giorno-normale.html' title='Un giorno normale'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='https://lh3.googleusercontent.com/-YHgj-OvzjIE/R7xUzQcJYHI/AAAAAAAAAKM/XfFoNLG8iWI/s72-c/Purple.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2925516782446002784</id><published>2011-06-04T08:25:00.000+02:00</published><updated>2011-06-04T08:25:00.125+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='canzoni'/><title type='text'>Gli orizzonti perduti</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sulla tavola apparecchiata con una tovaglietta all’americana c’è una scodella con insalata, pomodori e pezzettini di feta greca. Angela mangia da sola, una volta di più, con il televisore acceso sulle solite facce che oramai non le danno neanche più il voltastomaco: se ne stanno lì con il volume al minimo a sproloquiare dell’ultimo delitto, a inseguire il particolare morboso con la scusa del diritto di cronaca. Sono pesci nell’acquario del 20 pollici a LED della cucina. Potrebbe spegnerlo, ma sarebbe lo stesso: continuerebbe comunque a porsi domande, a chiedersi perché anche stasera mangia da sola. Come ieri. Come l’altro ieri. E l’altro ieri ancora. Sembrano passati mesi dall’ultima uscita e non sarà neanche una settimana, quando si è trovata con qualche amica a bere Pink Mojito e a sbocconcellare le patatine e i tramezzini di un happy hour. Che poi forse per via dell’alcol comincia a parlare di cose che la fanno stare ancora più male, dell’hotel di Londra dove è stata tra Natale e Capodanno, del volo per Barcellona di due estati fa. Finisce sempre che torna a casa e si dà della stupida davanti allo specchio, considerando che troppo tempo è passato ormai da quella vacanza. E poi si scopre una ruga invisibile all’angolo di un occhio. E comincia a pensare a Mauro, all’ultimo uomo di cui è stata seriamente innamorata.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Angela beve un sorso di acqua minerale naturale direttamente dalla bottiglietta da mezzo litro, e guarda fuori: dalla finestra di questo appartamento al quinto piano, nelle giornate di vento, si possono vedere anche le Alpi, là, a nord. Oggi no, oggi la cappa di smog copre Milano di grigio, all’orizzonte solo palazzi e i grattacieli di Porta Garibaldi avvolti da una nebbiolina appiccicosa. Malinconia si aggiunge a malinconia adesso che guarda i gerani sul davanzale e pensa che avrebbero bisogno di essere annaffiati, per rifiorire. Un po’ come lei... Ma di quale miracoloso fertilizzante necessita? Possibile che tutto il mondo giri sul perno dell’amore? E lei niente, lei schiava di questo presente che non ha sbocchi mentre il tempo passa inesorabile e non aspetta più. Lei finita nel tritarifiuti delle occasioni perdute. “Nuove possibilità per conoscersi e gli orizzonti perduti non ritornano mai” si sorprende a canticchiare Battiato sorridendo quando stona “La stagione dell’amore torneràààà”. Meno male che c’è la musica a tirarla su, pensa spegnendo il televisore sulla faccia abbronzata di Carlo Conti impegnato a prendere in giro bonariamente una concorrente che avrà sì e no vent’anni e un ragazzo al seguito che la riempie di coccole. Accende l’iPod collocato nel suo dock bianco sul mobile svedese e parte subito un brano di Enrico Ruggeri: “Le ragazze di quarant’anni amanti dell’amore che hanno conosciuto tempo fa ne conservano il sapore, vogliono cambiare e la paura di sbagliare le allontana dall’immensità...”. È la mia vita, pensa, sono i miei giorni, sono tutti gli errori che ho compiuto e che ho pagato, dal primo all’ultimo. Sono tutte le lettere che non ho mai spedito, sono le telefonate che non ho fatto. E sono tutte le volte che ho detto la parola sbagliata, che non ho fatto quello che ci si attendeva da me. “Prendi al volo questi mutamenti dentro te, segui ancora il corso degli eventi perché c’è così bisogno d’amore...”&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La lacrima che scende calda raggiunge il labbro, ne sente il sapore salato. Con una mano se la asciuga, le sembra di vedersi come se fosse in un film, rannicchiata sul divano con i pantaloni da jogging e il cardigan di cotone che le piace tanto. Un po’ come Jennifer Aniston, perché no? In tanti le hanno detto che un po’ le somiglia, e sono anche coetanee. Prende il telefono, compone un numero che da tanto non chiama. “Pronto, Mauro? Sono Angela... Sì, è passato un bel po’ di tempo. Niente, volevo solo sapere come stavi...”&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="392" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/woman_drinking_tea_42-18972940.jpg" width="558"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2925516782446002784?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2925516782446002784/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2925516782446002784&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2925516782446002784'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2925516782446002784'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/06/gli-orizzonti-perduti.html' title='Gli orizzonti perduti'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3862032220825252155</id><published>2011-05-28T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-05-28T08:21:00.616+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantascienza'/><title type='text'>Senza tempo</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Stazione Orbitante di Osservazione Scientifica Interplanetaria, 12 giugno 2676.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;Relazione del dottor Jonathan Santacruz Quevedo, ordinario di Antropologia Spaziale all’Università di Nueva New York, Alpha Centauri.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sul pianeta DKR 5128, noto ora anche come Achronos, vive una popolazione molto limitata, un centinaio di individui di sesso maschile e femminile, situata in un vasto territorio dominato da una vegetazione simile a quella che sulla Terra copriva l’Amazzonia prima della deforestazione avvenuta nel XXI secolo. Questa tribù, chiamata Wahanga, unico caso finora studiato nella galassia, non conosce la nozione di tempo. Ovvero, il concetto è del tutto assente, sebbene questo sembri a noi tutti inconcepibile. La successione illimitata di istanti, il fluire delle ore del giorno, il progredire stesso della vita, l’avvicendarsi delle stagioni non è da loro considerato: il tempo non è uno spazio entro il quale qualcosa accade. Probabilmente questa loro mancanza deriva dal fatto che non conoscono nessun sistema di numerazione, quindi non sono in grado neppure di dividere – e “tempo”, declinato similmente in moltissime lingue di questa parte di universo, deriva da un’antica radice “tem” che significa per l’appunto dividere. Dall’ignoranza di qualsiasi norma matematica deriva anche il fatto che i Wahanga non abbiano nessun sistema di misurazione, così necessario a noi della Federazione di Pianeti Occidentali: nessun orologio, nessun calendario – se mi si permette l’excursus, nessuna lotta per la scelta del sistema di misurazione temporale.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Da ciò deriva un’usanza molto particolare: anche i Wahanga si rendono conto che il ciclo della vita comprende diverse età, ma hanno uno strano metodo per designarle. Ho raccolto la testimonianza di un vegliardo della tribù, Yayabunda (i cognomi non esistono su Achronos), che qui trascrivo, avvisando che, non conoscendo il tempo, il linguaggio Wahanga non conosce di conseguenza nessuna forma verbale se non il presente:&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Yayabunda nasce Kokoloki&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Kokoloki caccia kokopi&lt;/i&gt; (un animale simile all’antilope, ndr)&lt;i&gt; e lo chiamano Mazak&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Mazak sposa Loja e lo chiamano Weka-Weka&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Weka-Weka diventa grigio e lo chiamano Han&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Han usa bastone e lo chiamano Yayabunda.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Insomma, ad ogni avanzamento temporale, ad ogni passaggio da una fase all’altra della vita, dall’infanzia all’adolescenza e poi alla gioventù, alla maturità e alla vecchiaia, i membri della tribù sottolineano l’evento battezzando l’individuo con un nuovo nome. Questo rito di passaggio è salutato con una grande festa rituale in cui il “battezzato” scaglia una freccia verso il cielo per segnalare alle divinità animiste questo cambio di stato mentre tutti intorno a lui danzano.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Questa assoluta assenza della nozione di tempo ingenera chiaramente dei notevoli equivoci con i viaggiatori che vengono in contatto con i Wahanga, sia per la mancanza di strumenti tecnologici per la misurazione sia per il vuoto linguistico: a Yayabunda, per esempio, finita la prima parte dell’intervista, ho detto, così, senza pensarci: «Ci vediamo domani». Mi ha risposto: «Che cos’è domani?»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="342" src="http://assets.survivalinternational.org/pictures/1261/ecu-wao-jw-01-cms_screen.jpg" width="506"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3862032220825252155?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3862032220825252155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3862032220825252155&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3862032220825252155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3862032220825252155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/05/senza-tempo.html' title='Senza tempo'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7535283325898908920</id><published>2011-05-21T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-05-21T08:21:00.195+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Un giorno di giugno del 1978</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;blockquote&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;“Amati nomi, ore bruciate.”&lt;/em&gt;&amp;nbsp; &lt;br&gt;&amp;nbsp; LIBERO DE LIBERO &lt;/p&gt;&lt;/blockquote&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era un giorno di giugno. Il 1978. Il pullman della scuola ci portava via per sempre da quei campi spelacchiati da tanto correre dietro a un pallone, da quella palestra dove giocavamo a pallacanestro, da quelle mezzore perdute a stringere le manopole del calciobalilla, da quei corridoi profumati di lavanda dove si aprivano le porte delle aule. L'esame di licenza media sarebbe stato l'ultimo atto per noi in quel posto. Eppure neanche ci pensavamo in quel momento, felici per aver terminato il compito, per essere finalmente pronti a iniziare tre lunghi mesi di vacanze spensierate. Si parlava dei&amp;nbsp; Mondiali d'Argentina: qualcuno diceva che "se siamo arrivati in semifinale, dobbiamo baciare i piedi a Kempes per quel gol alla Germania", "Però l'Olanda" diceva un altro "ha un gioco che fa impressione, avete visto Neeskens come tiene il campo?". E intanto paragonavamo quei grandi nomi alle nostre movenze sulla sabbia, con le scarpe da tennis di tutti i giorni e il vestito solito, i blue-jeans, la maglietta, il pullover: rincorrevamo a frotte il pallone, non lo passavamo quasi mai, l'epiteto "veneziano" era all'ordine di ogni azione. Tutto era finito, ma non ce ne rendevamo conto. Come se domani il nostro posto fosse ancora lì, come se a settembre le nostre strade fossero dirette ancora in quel luogo: invece molti sarebbero andati a lavorare, altri avrebbero intrapreso il biennio di un istituto tecnico, qualcuno si sarebbe arruolato tra i geometri e i ragionieri, pochi altri avrebbero scalato le vette del liceo scientifico e del liceo classico. E soprattutto non ci saremmo rivisti mai più, se non a distanza di anni, invecchiati, fortemente nostalgici per quei giorni che allora scivolavano via frizzanti e dolci come la gazzosa, come la Royal Crown Cola che si poteva comprare alla macchinetta della mensa. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era già ieri quel giorno di giugno del 1978, era uno di quei momenti che costellano le nostre vite come se si piantasse uno spillo con la bandierina sul grafico dei giorni, degli anni. Aspettavamo che il pullman finalmente partisse e ci riportasse a casa, fuori altri ragazzi giocavano con un frisbee nel piazzale d'asfalto: attendevano che arrivasse il loro pullman, diretto su un altro tragitto ad altri paesi del circondario. Forse quel nostro atteggiamento non era altro che una forma di difesa: un anno dopo avrei potuto chiamarlo già carpe diem, un vivere dell'attimo per non pensare al futuro, per ignorare quel peso nel cuore che ci diceva che ancora una volta ci toccava ricominciare con altra gente e nuovi timori, con la paura di non farcela, di non riuscire a superare la prova. Io, per esempio, nei primissimi giorni di quel triennio alle medie, avevo avuto i miei problemi: una volta ero tornato indietro mentre già andavo a prendere il pullman, ai miei genitori dissi che stavo male, ma loro sapevano bene che cosa avessi. Mi consolarono, mi confortarono, e poi acconsentii quando mio padre si propose di accompagnarmi in macchina a scuola prima di andare al lavoro. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il pullman partì. Nelle sue soste cominciavano a scendere gli amici: li si salutava così, come sempre. E non li avremmo rivisti per lunghissimi anni. Ci saremmo ritrovati soltanto uomini fatti, davanti a una tavola imbandita: invece della gazzosa, il vino dolce e amaro dei ricordi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="408" src="http://www.collegiosantantonio.com/Immagini%20e%20Foto/Istituto/Galleria%20Fotografica/ingresso2.jpg" width="539"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Collegio Sant’Antonio&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7535283325898908920?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7535283325898908920/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7535283325898908920&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7535283325898908920'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7535283325898908920'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/05/un-giorno-di-giugno-del-1978.html' title='Un giorno di giugno del 1978'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5742176053790041045</id><published>2011-05-14T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-05-14T08:21:00.057+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>La ragazza</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era da qualche giorno ormai che cercava di abbordare la ragazza. Aveva sedici anni, uno in meno di lui, ed era la figlia maggiore dei proprietari dell’hotel in cui soggiornava. Si chiamava Anna ed era bellissima: lo ammaliava particolarmente quel largo sorriso che le illuminava il viso quando parlava con i clienti, quando s’ingarbugliava in un colloquio in tedesco.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era il terzo giorno da quando era arrivato e si disse: “Giovanni, ora o mai più”. La stava osservando dal balcone al terzo piano: lei era seduta sul dondolo nella veranda riservata ai clienti e stava risolvendo un cruciverba. Sentì che quella volta si doveva proprio decidere: non voleva convivere con il rimpianto di non avere agito, di avere rinunciato per timidezza.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Come morso da una tarantola, rientrò nella stanza e ne uscì dalla porta - fermo, convinto, come forse mai ancora gli era capitato nella vita - si precipitò per le scale ignorando l’ascensore e in un volo percorse le tre rampe. Non si era preparato neanche una frase da dire per rompere il ghiaccio: si accorse solo al pianterreno di avere ancora in mano il libro che stava leggendo prima di vedere comparire Anna sulla veranda. Nella hall rallentò, si ricompose - a quell’età non si ha il fiatone neppure dopo essersi scapicollati per tre piani - e infine uscì tra i tavolini. Indicò il posto libero sul dondolo e disse “Posso sedermi?”. Non aveva pensato nemmeno un secondo che ai tavolini bianchi non c’era nessuno e avrebbe potuto sedersi ovunque volesse, ma non lì… Anna rispose “Ma certo” con la bella voce e Giovanni si sedette con il suo libro tra le mani e l’orgoglio di avere finalmente aperto una breccia.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;In effetti fu lei a prendere l’iniziativa: “Come avrai sentito, mi chiamo Anna” disse, riferendosi al fatto che il suo nome veniva gridato e invocato spesso tra i tavoli della sala da pranzo, dove portava bottiglie di vino o di acqua minerale, o tappi di plastica, posate e tovaglioli. Gli porse la mano, lui la strinse, sorrise e riuscì infine a pronunciare “Io sono Giovanni”.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Erano le due e mezzo del 25 giugno 1982, un pomeriggio afoso con il cielo grigio, perlaceo, coperto e pesante. Ma lui si sentiva leggero, solare, udiva trombe dentro che intonavano l’”Exsultate”.&amp;nbsp; Si era prefisso uno scopo e l’aveva ottenuto, era riuscito a vincersi, a dominarsi, e ora stava parlando con lei. Erano banali scambi di notizie anagrafiche: dove abitava, la scuola, le idee. Sapere che entrambi frequentassero il liceo classico fu il punto comune che li legò ancora di più.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Anna ora gli parlava del libro che lui aveva appoggiato sul cuscino a righe del dondolo: l’aveva anche lei e lo stava leggendo proprio in quei giorni, ma era alcuni capitoli più indietro. Il pomeriggio passò veloce mentre si raccontavano, mentre si aprivano alle loro affinità che potevano preludere all’amicizia o anche all’amore. Giovanni era già innamorato, lo era segretamente da quando l’aveva vista la prima volta.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Erano quasi le cinque. Anna Abbandonò la “Settimana Enigmistica” dove, conversando, avevano risolto insieme qualche gioco - lui le aveva insegnato gli anagrammi, i cambi di consonante, i lucchetti, le zeppe; lei era più portata per i giochi logici. “Devo andare a comprare un paio di scarpe” gli disse alzandosi, “ci vediamo stasera”. Aggiunse “Esci con noi?”, riferendosi al gruppetto che componeva con il fratello e un’amica che era ospite sua, forse una compagna di classe. Giovanni disse subito di sì, non aspettava altro. “Allora ciao, ci troviamo qui fuori dopo cena”.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La guardò allontanarsi per i portici, verso i negozi del centro. Rimase ad osservare il suo vestito azzurro a fiori finché non divenne un punto indefinito nell’ombra. Poi si alzò e andò nella saletta della televisione: stava per cominciare Austria-Germania Occidentale, partita dei Mondiali di Spagna.&amp;nbsp; Seduto in una poltrona scozzese, pensava ancora ad Anna. Era innamorato.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/imagecache/4/1/si-412819.jpg_maxdim-400_resize-yes.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Zhen Huan-Lu, “Morning escape”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5742176053790041045?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5742176053790041045/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5742176053790041045&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5742176053790041045'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5742176053790041045'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/05/la-ragazza.html' title='La ragazza'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4893409401451280211</id><published>2011-05-07T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-05-07T08:21:00.249+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>Il grifalco</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Nelle nostre contrade, qui in queste lande boscose ricche di avvallamenti e di corsi d’acqua in forma di rigagnolo, in certe stagioni sosta il grifalco, uccello di passo che giunge dalle remote regioni africane e fa risuonare il suo canto per giorni e per notti nelle valli: riecheggia e si diffonde per ogni dove il suo verso, non melodioso peraltro, ma neppure fastidioso, un &lt;i&gt;tiutiutiotorix&lt;/i&gt; ripetuto fino allo sfinimento, fino alla noia, tanto che spesso non ci si fa più caso, ormai avvezzi al suo suono, un po’ come dicono sia per il traffico nelle grandi metropoli del nord. Alcuni invece ne sono ossessionati – i più sensibili, certo – e non riescono più a vivere per il periodo in cui il grifalco rimane nei nostri boschi: ne fanno una malattia, provano a isolarsi con cuscini, a tapparsi le orecchie ma, come sostengono costoro che ne sono afflitti, non c’è rimedio alcuno, quasi che il canto si trasformi in vibrazione e perfori comunque ogni ostacolo frapposto. Il sollievo è quando l’uccello sverna e torna ai deserti africani: allora la normalità sembra addirittura un paradiso – del resto è come per la libertà: solo quando viene a mancare si comprende il suo valore.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Comunque la cosa più strana è che nessuno ha mai visto il grifalco, né l’ha mai catturato. Si ignora addirittura come nidifichi, se come il cuculo rubi il nido agli altri uccelli o se per caso se ne costruisca uno con fango come le rondini o con paglia e fili d’erba come i merli, o se ancora si rintani sui rami degli alberi come il gufo. Si sente il suo canto e si prova a individuare da dove giunga il suono, ma il compito è arduo anche per i più esperti ornitologi: talora sembra giungere da un larice ma, quando ci si avvicina, si comprende di essersi sbagliati e sembra che il caratteristico&lt;i&gt; tiutiutiotorix &lt;/i&gt;provenga invece da un boschetto di abeti. Ci si sposta presso gli abeti e il canto pare allora arrivare dall’alto, con un effetto cattedrale che confonde ancora di più.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Una volta sembrava che il mistero fosse finalmente risolto. Era l’estate del 1981 quando Ivano Delle Pive, che allora aveva ventidue anni e si dilettava di fotografia, si trovava presso un malgaro per un servizio sulla produzione dello Stracchino Pressato tipico di qui. Mentre il malgaro e i suoi aiutanti facevano una pausa per pranzare, Ivano decise di fotografare un po’ il bosco. Era sdraiato sulla soffice coperta di aghi e foglie per scattare da un’inquadratura suggestiva quando proprio sopra di sé vide un uccello di medie dimensioni, dal piumaggio grigio marezzato di azzurro. All’improvviso l’uccello cantò: &lt;i&gt;tiutiutiotorix... tiutiutiotorix.&lt;/i&gt; Era il grifalco! Per poco, dalla sorpresa, Ivano non lasciò cadere la Nikon FE. Si riprese subito e scattò. Riuscì anche a montare l’obiettivo 55-300 e a scattare una foto ravvicinata anche con quello, prima che il grifalco si involasse verso la cima Forchetta del Drago.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ivano non salutò neppure il malgaro e corse a rotta di collo per più di un’ora, Arrivò in paese sudato ed eccitato: urlava “Ho fotografato il grifalco! Ho fotografato il grifalco! Su a Malga del Bosso! Il grifalco! Il grifalco!”. Si precipitò nel garage di casa, dove aveva allestito una camera oscura. Mezzo paese era lì fuori, oltre la saracinesca: c’era gente appoggiata allo steccato, altri sedevano sull’erba. Con Ivano entrarono il farmacista e Ghigo, il suo amico d’infanzia, che si intendevano anche loro un po’ di fotografia. Tolsero la pellicola e la trattarono con il bagno rivelatore, poi stamparono le fotografie e le passarono nei liquidi di sviluppo e di fissaggio. Non riuscivano ad attendere che l’immagine si formasse. L’impazienza rischiava di fargliele rovinare. Ma, infine, ce la fecero.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Erano tutte foto della lavorazione del formaggio. Poi, finalmente ecco quelle tanto attese: ma la delusione si impresse sui volti dei tre, resa ancora più grottesca dalla luce rossa della camera oscura, l’uccello nelle foto non era che un colombo.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="298" src="http://www.hdwallpapers.in/walls/strange_bird_hd-HD.jpg" width="519"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © HD Wallpapers&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4893409401451280211?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4893409401451280211/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4893409401451280211&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4893409401451280211'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4893409401451280211'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/05/il-grifalco.html' title='Il grifalco'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-213321080300413705</id><published>2011-04-30T08:21:00.000+02:00</published><updated>2011-04-30T08:21:00.221+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>La stele</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Non so da quanto tempo questa storia si protragga. Di generazione in generazione, da sempre, dalla notte dei tempi. È sempre stata lì. La stele, intendo. Con tutti i suoi colori e i suoi simboli, con i glifi che nessuno mai è riuscito a decifrare. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;C’è chi ritiene che si tratti di un manufatto lasciato da un’entità aliena, abbandonato durante una lunga escursione nella nostra galassia, poggiato come emblema a mo’ di presa di possesso, o ancora come un monolite con indicazioni amichevoli destinate a chi sarebbe poi stato in grado di venire a capo di quei ghirigori. Nella nostra comunità costoro che si incaponiscono sull’ipotesi che potremmo definire “spaziale” sono considerati scientisti e guardati con occhio particolare. Non di scherno, ci mancherebbe, sempre con il massimo rispetto, ma con la freddezza che si rivolge ai tecnocrati, a coloro che fanno della tecnologia una divinità.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E qui veniamo al secondo punto: molti invece credono che la stele sia la più antica testimonianza divina. Vi leggono i dettami di condotta, vi trovano una ragione di vita, si lasciano guidare dalle linee e dalle curve impresse. La venerano e la omaggiano con riti, portano offerte votive, la invocano per la pioggia e per la sete, per il caldo e per la fame. Di più: vi è una setta eretica che considera la stele una mappa del mondo conosciuto e cerca tra gli avvallamenti, tra le forre, nei fossati, nei rivi, nei corsi d’acqua, nelle alture, l’esatta corrispondenza con la topografia incisa.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Quanto a me, io sono un esteta, un artista: mi piacciono le cose belle e trovo che quel rosso e quel bianco, se anche adesso – come dicono gli anziani che a loro volta lo hanno sentito dai loro antenati – sono molto più tenui e corrosi in più parte dalla ruggine, abbiano una loro grazia particolare, oserei dire addirittura una loro poesia. Sì, la stele mi piace. Talvolta mi isso su un filo d’erba – sono una formica, non l’avevo ancora detto? – e rimango lì per ore a rimirarla. Guardatela anche voi, non è bellissima quella immensa stele su cui è scritto BEVETE COCA-COLA?&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://www.minerva.unito.it/Alimentare/Coca/coke/PAschifano_coca_cola.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Mario Schifano, “Coca-Cola”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-213321080300413705?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/213321080300413705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=213321080300413705&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/213321080300413705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/213321080300413705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/04/la-stele.html' title='La stele'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-624050302170644747</id><published>2011-04-23T08:26:00.000+02:00</published><updated>2011-04-23T08:26:00.199+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Merano'/><title type='text'>L’alba</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Non potevano dormire quella notte, i congedanti. Aspettavano ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole avrebbe portato la libertà, una svolta nelle loro vite dopo un anno trascorso lontano da casa. &lt;br&gt;Cominciava “la notte”. Non potevano dormire, i congedanti. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia consentivano solo brevi sonni intermittenti. E parlavano, sottovoce. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Finalmente dalla grande finestra della camerata, che dava sul giardinetto interno, a Oriente, entrò la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» gridò anche Andrea entusiasta. Si lavò e si vestì, c’era da aspettare le dieci, l’incontro con il comandante. &lt;br&gt;Fece colazione, pensando che per l’ultima volta avrebbe avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. &lt;br&gt;E poi fu l’adunata, l’ultima. I congedanti erano vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. &lt;br&gt;«Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi andarono in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino.&amp;nbsp; «È finita!» &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il comandante li aspettava per le dieci nel salone ricreativo, o meglio i soldati aspettarono lui e il maggiore Pavone. Vennero con i congedi, ed uno per uno firmarono e furono salutati calorosamente. Il colonnello Tripodi, temutissimo, si rivelò cordiale - anche con Andrea, che conosceva poco, essendo rimasto alla “Leone Bosin” per soli quaranta giorni, comprendendo i dieci del campo estivo a Ponte di Legno. &lt;br&gt;Il maggiore Pavone tenne un discorsetto sul futuro, su quello che li aspettava fuori di lì, su quello che ci si aspettava da loro, e consigliò di iscriversi all’Associazione Nazionale Alpini. &lt;br&gt;Furono liberi di andare con il tanto desiderato foglio arrotolato in mano. Corsero in camerata a prendere le borse… &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Andrea Lievi stava per varcare per l'ultima volta il cancello della caserma: tra lui e la libertà c'erano ora solo pochi metri. Sostò davanti a un autocarro militare parcheggiato nel cortile e pensò a tutti gli spostamenti che aveva fatto con quei mezzi. &lt;br&gt;Era stato trasportato sulle jeep in dotazione all'ufficio: alla Posta, a Bolzano, perfino a Trento; il maresciallo Illica prima e il maresciallo Peruzzello poi,&amp;nbsp; si arrabbiavano con il reparto che mandava la vettura al Presidio: talora avevano inviato una Fiat AR57, risalente, come diceva la sigla, al 1957, invece della normale AR76. Qualche volta avevano persino assegnato all'ufficio un furgoncino 900 - «Ci hanno preso per degli ambulanti» aveva commentato il maresciallo Peruzzello. Si infuriò quando vide entrare nel cortile un furgone Fiat 238: «La prossima volta ci mandano un camion!» gridò e poi si precipitò a lanciare improperi nel telefono. &lt;br&gt;Andrea ricordò le fredde mattine sui camion, soltanto due fortunatamente, per recarsi al poligono di tiro di Salorno: tutti seduti dietro, nel cassone telonato e con il fucile tra i piedi. Ricordò il camion che lo aveva trasportato al campo estivo di Ponte di Legno: era capomacchina, seduto al fianco dell'autista nella cabina di guida che avevano dovuto riscaldare per il freddo fuori stagione che regnava al Passo delle Palade.&amp;nbsp; E ricordò con una punta d'orgoglio la volta che salì al Passo del Tonale con l'Alfa 33 blu del generale e per la strada più di un capomacchina lo salutò, forse ingannato dal sole. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era giunto finalmente al passo carraio: salutò la guardia che gli aprì il cancello, si voltò indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventolava nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiavano per i viali della caserma, la corvée che ramazzava i marciapiedi, la vita che continuava immutabile in quel piccolo mondo. &lt;br&gt;Uscì e si tolse il cappello con la penna nera, avanzò verso la vita e si rese conto solo allora di aver ritrovato la libertà, ne gustò subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduceva alla strada principale. &lt;br&gt;Si chiese che cosa gli restasse impresso nel cuore di tutto quell'anno trascorso, oltre al cappello da alpino che custodiva gelosamente. Guardò il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'aveva mai visto così neanche quando lo attraversava al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta; lo vedeva con gli occhi della libertà e sembrava ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumavano. Trovò la risposta al quesito che si era posto: “Mi resta l'esperienza di aver conosciuto amici veri - fratelli - nel forzato convivere di un anno”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="375" src="http://a8.sphotos.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v4604/148/82/1581707102/n1581707102_244691_2023279.jpg" width="555"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;La Caserma “Leone Bosin” di Merano, ora abbattuta&amp;nbsp; © DR&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-624050302170644747?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/624050302170644747/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=624050302170644747&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/624050302170644747'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/624050302170644747'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/04/lalba.html' title='L’alba'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8968180735186694051</id><published>2011-04-16T08:23:00.000+02:00</published><updated>2011-04-16T08:23:00.074+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><title type='text'>L’ultimo treno</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Come ogni sera siedo nel buio aspettando che l’ultimo treno passi. La fiamma della candela alla citronella accesa per tenere lontane le zanzare ondeggia nel bicchiere di vetro assecondando le carezze del vento lievissimo che di tanto in tanto si leva. Così illumina il balcone su cui mi trovo, disegnando ombre sugli oggetti consueti, che appaiono diversi da come sono abituato a vederli durante il giorno: il tavolo bianco, le liste delle sedie di resina, i vasi con gli ibischi, la grande felce, le gazanie nei portavasi sospesi alla ringhiera. I lampioni della strada bagnano solo di striscio questa oasi che mi sono ritagliato: la loro luce metallica, artificiale, colpisce lateralmente il balcone: riesco a vedere le falene girare folli attorno ai globi luminosi. Dall’altra parte invece, dove dovrebbe arrivare il treno, c’è soltanto un isolato lampione, per il resto i giardini che si susseguono l’uno dopo l’altro sono nel buio. Se aguzzo gli occhi, riesco a vedere il barbagianni appollaiato su un filo del telefono: un punto nero nel nero, in attesa di piombare sulla preda. Negli orti il riccio frugherà il terreno cercando pomodori caduti, le chiocciole addenteranno la lattuga, il gatto sornione guaterà con occhi fosforescenti il topo di campagna.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Là, dove dovrebbe passare il treno, in una trincea leggermente incassata, solo qualche riflesso improvviso. Ma il treno tarda. Mi restano le stelle da ammirare in questa notte senza luna: cerco il Carro, mi ci vorrebbe una mappa del cielo per distinguerle. I pipistrelli svolazzano in circolo, guidati dai loro radar. Di tanto in tanto passano silenziosi i puntini luminosi di un aereo, li seguo fino a che scompaiono dall’altro lato dell’orizzonte.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Poi finalmente il segnale che attendevo: le campanelle che indicano che il treno ha lasciato la stazione precedente, sento le altre campane segnalare che si stanno abbassando le sbarre del passaggio a livello. Mi immagino la luce rossa del segnale, le auto che si fermano, i più coscienziosi che fermano il motore, i più smaliziati che conoscono la strada alternativa per saltare il passaggio ferroviario. C’è anche l’annuncio, mi giunge da lontano, ma chiaro, portato dalla notte: la voce metallica dice “Il regionale 7043 proveniente da Milano Porta Garibaldi e diretto a Bergamo delle ore 22.38 è in arrivo al binario 1. Allontanarsi dalla linea gialla”. Un minuto, forse meno. Il treno arriva, sosta giusto il tempo di far salire e scendere i passeggeri – immagino la stazione, la sala d’attesa, sono molti stranieri a scendere – poi, riparte, prende lentamente velocità, percorre i cinquecento metri che mancano al punto che posso osservare da qui.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Eccolo: passa con le carrozze illuminate, passa sferragliando. Scruto nei vagoni, ma non c’è, non c’è, la viaggiatrice che attendevo non c’è.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="666" src="http://gi55.photobucket.com/groups/g154/9IS14Z981G/Lultimotrenodellanotte.jpg" width="502"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Immagine © A poet of the color&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8968180735186694051?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8968180735186694051/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8968180735186694051&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8968180735186694051'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8968180735186694051'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/04/lultimo-treno.html' title='L’ultimo treno'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7169180779288068316</id><published>2011-04-09T08:20:00.000+02:00</published><updated>2011-04-09T08:20:00.101+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Il tram numero 14</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il tempo si era messo al brutto. Grosse nuvole grigie cariche d’acqua rovesciavano pioggia sulla città, lavavano il verde nuovo delle foglie rendendole ancora più lucide. Sui marciapiedi ombrelli come funghi variopinti si muovevano sotto gli scrosci tra i palazzi bruttati di smog. Stanislao Sottocornola sedeva su uno dei sedili verdi del jumbotram numero 14 per il Cimitero Maggiore. Era un ottantacinquenne ancora arzillo e stava andando a fare visita alla moglie, sepolta al Monumentale ormai da dieci anni. Ogni martedì, che piovesse o nevicasse, che ci fosse il sole o la nebbia, immancabilmente lui compiva quel viaggio. Saliva alla fermata di Via Montevideo, proprio davanti a casa sua, e attraversava la città con lentezza antica, rapportando la fatica dei suoi anni al tempo da trascorrere. Non riusciva a capire quei ragazzi sempre di fretta, per i quali la vita sembrava un continuo mordi e fuggi: non sentivano il sapore di niente, ci avrebbe giurato.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Adesso il tram era fermo in Via Torino, poco dopo Via della Palla, nel traffico che portava a Piazza del Duomo. Stanislao stava pensando a quanto rimpiangeva i vecchi tram, quelli arancioni, con le panche di legno poste lateralmente e le barre d’acciaio con le maniglie cui aggrapparsi: niente a che vedere con la tecnologia di questo bruco verde dai sedili simili a quelli di un autobus. Il progresso… stava maledicendo. Poi all’improvviso rimase a bocca aperta, il fiato corto… Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, pulì le lenti e inforcò di nuovo gli occhiali. L’apparizione era ancora là, seduta in diagonale un paio di sedili davanti. I capelli scuri, gli zigomi arrossati che davano al viso perfetto e rotondo l’aria di una bambola di porcellana. Indossava uno spolverino blu, poteva essere anche un impermeabile. Ninetta… &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Quanto aveva amato quella ragazza: un amore puro, allora c’erano vincoli che… non come i giovani d’oggi che praticano l’amore libero e non conoscono remore, non hanno regole, non hanno limiti né freni. Ninetta… Cos’era? C’era la guerra, sarà stato il 1942, il 1943. Una sartina, una ragazza di bottega: sedici anni lei, diciassette lui. Solo tenersi per mano e qualche bacetto. Lavoravano nella stessa via. La sera Stanislao arrivava con la tuta da meccanico e rimanevano a parlare nella bottega. Non da soli, naturalmente… Le convenzioni, le stupide convenzioni. C’era anche la signora Irma, la sarta. Chissà che fine avrà fatto, sarà morta da un pezzo, anche lei. E c’era Ida, la sorella di Ninetta, più esile e minuta di lei, di un anno o due più giovane. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;I ricordi si affollavano, entravano e uscivano dalla memoria, quasi che una porta girevole li mischiasse e li facesse apparire e sparire. Stanislao guardava la ragazza e ricordava. Il tram effettuava le fermate e lui neanche se ne accorgeva, non vedeva i passeggeri salire e scendere. Passarono Piazza Cordusio e Lanza, passò l’Arena. In Via Bramante si riscosse, come da un sogno. Anche la ragazza scendeva al Monumentale: si stava avvicinando alla porta. Stanislao si alzò e si sistemò davanti alla porta centrale del tram. La ragazza che assomigliava a Ninetta era invece all’apertura davanti, vicino all’autista. Scesero nel vasto piazzale.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ninetta… Quanto tempo era passato, tutta una vita, quasi settant’anni: si era sposato con Maria, che aveva conosciuto nel 1947, avevano avuto due figli, erano riusciti a festeggiare le nozze d’oro; aveva lavorato alla Falck, era andato in pensione, tutte le estati andava al mare in Liguria, qualche volta era stato anche sulle Dolomiti. Lui. Ninetta no, non ne ebbe il tempo, poverina. Rimase sotto le bombe nell’agosto del 1943, quando gli Alleati, caduto Mussolini, provarono ad accelerare la resa dell’Italia bombardando Milano. La notte che Ninetta morì furono distrutti Porta Venezia, Porta Garibaldi, Corso Sempione, Corso Magenta. Stanislao ricordava i danni al Castello, al Corriere della Sera, al Fatebenefratelli. Fu quella notte che il Teatro Filodrammatici fu raso al suolo. Gli veniva da piangere ancora adesso. Quell’8 agosto credette di impazzire: vagava tra le macerie e la polvere, la città non era più la stessa, non sarebbe mai più stata uguale. Anche perché il suo amore era andato distrutto, cancellato dagli ordigni sganciati da un Lancaster britannico: Ninetta non c’era più, come uno splendido fiore reciso dalla falce.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Aveva gli occhi lucidi Stanislao, quando varcò il cancello del cimitero. Aveva comprato dei fiori all’ingresso quasi meccanicamente, come faceva ogni martedì. Passando sulla strada solita, vide la ragazza ferma davanti a un loculo. Deviò, curioso come un gatto: il nome sulla tomba era Giovanna Stoppani… Ninetta! Ma quella ragazza non era un fantasma, non era uno spettro. Non osava fermarla, chiederle chi fosse, gli sembrava di essere importuno. Ma un’altra persona – una donna sui quarant’anni – ora parlava con lei: “Sabrina” la chiamava, le chiedeva “Che cosa ci fai qui?” e lei spiegava che stava compiendo una commissione per la sua bisnonna, immobilizzata su una sedia a rotelle. Indicò il vecchio loculo: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno, ha voluto che portassi i fiori a sua sorella…”&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://3.bp.blogspot.com/_8rQXTrW58d8/S7ygsDMY2JI/AAAAAAAAAAc/v0--VcOFEXk/s1600/tram-jumbo_01.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © TVL&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7169180779288068316?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7169180779288068316/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7169180779288068316&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7169180779288068316'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7169180779288068316'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/04/il-tram-numero-14.html' title='Il tram numero 14'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8rQXTrW58d8/S7ygsDMY2JI/AAAAAAAAAAc/v0--VcOFEXk/s72-c/tram-jumbo_01.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4899782083205690773</id><published>2011-04-02T08:22:00.000+02:00</published><updated>2011-04-02T08:22:00.230+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><title type='text'>Una foglia</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;È il tramonto ormai. Siedo al belvedere del santuario, a questo tavolo di pietra inciso dalle piogge e guardo la strada scorrere laggiù, le automobili e i camion che si susseguono sulla fettuccia d’asfalto tra le case. Quello infatti pare essere da quassù. Più lontano si adagiano i monti, come grigi sauri preistorici che bruchino nel pianoro verde di colline: la Grigna innalza il suo dente aguzzo, il Resegone ha ancora un po’ di neve, Valcava è uno spelacchiato altipiano dove spiccano i ripetitori delle televisioni. Là, da qualche parte c’è il lago con le sue acque azzurre, qui serpeggia l’Adda, invisibile tra i boschi: se ne può intuire il corso dallo spazio vuoto tra le piante. La mia vista è sul nord-ovest: il sole sta scendendo dall’altro lato, oltre la collina, non lo posso vedere, ma ne scorgo i riflessi sulle creste del Resegone, sui vetri di qualche casa che fanno la gibigiana, sulle facciate giù nella vallata.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;C’è pace e tranquillità, il tempo sembra immobile, e invece le campane lo scandiscono ogni quarto d’ora. Dai miei pensieri mi distoglie una foglia staccatasi dai rami ancora nudi del platano: è caduta planando sul tavolo di pietra con un rumore secco, di carta. L’azzurro della sera è sembrato dileguare in quel momento, ma forse non è che un altro minimo abbassarsi del sole al tramonto. È bastato per ritornare a pensare allo scorrere dei giorni: ho risentito la voce di Paola dire “Come il vento, scorre come il vento il tempo” mentre dal pugno lasciava scendere un filo di sabbia. Tanti anni fa. Una vita fa.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Una ragazza risale leggera la lunga scalinata che dalla strada porta al Santuario: ogni gradino un’Ave Maria. Chissà per che cosa prega, chissà quali tormenti avrà. I suoi passi cadenzano il mio cuore, salgo con lei rimanendo qui seduto. E invece vorrei volare libero, lassù, nel cielo dove i gabbiani risalgono con eleganza verso il lago dopo aver banchettato a qualche discarica. Si librano, si lasciano portare dalle correnti. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La ragazza ha concluso il suo percorso, ora probabilmente è nella cappella del miracolo, accenderà una candela. Un anziano prete esce dalla chiesa, si avvia verso le stanze dei religiosi. Non c’è che il silenzio: prende vita dal crepuscolo e disegna la tranquillità in questo mio eremo dove salgo ogni tanto per sentirmi in armonia. Mi alzo, prendo delicatamente la foglia dal tavolo e la abbandono al vento, che la porti a disciogliersi nel fiume.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="339" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/DSC_2595.jpg" width="506"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © DR&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4899782083205690773?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4899782083205690773/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4899782083205690773&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4899782083205690773'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4899782083205690773'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/04/una-foglia.html' title='Una foglia'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1333029495949801047</id><published>2011-03-26T08:25:00.000+01:00</published><updated>2011-03-26T16:25:17.296+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Milano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Insieme</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Adesso che il sole sta tramontando e tinge di rosa i palazzi di marmo di Piazza della Repubblica, il cielo visto attraverso le catenarie dei tram sembra un enorme dipinto di Mondrian steso sulla città. Camminiamo senza meta tra le vetrine e i muri grigi mentre le luci ormai si accendono e disegnano un altro volto di Milano, quello notturno, quasi che la metropoli stessa si rifacesse il trucco per la sera. Andiamo nel traffico, finalmente insieme e mi ripeto quella poesia di Diego Valeri: &lt;em&gt;“Corso Venezia rombava e cantava / come un giovane fiume a primavera. / Noi due, sperduti, s’andava s’andava, / tra la folla ubriaca della sera”&lt;/em&gt;. Sì, perché è davvero così: la primavera è finalmente arrivata e dipinge le piante, colora di rosa le magnolie e i peschi, di bianco i pruni e gli albicocchi. Anche qui in città: la magnolia bianca in Piazza Duomo, per esempio, o gli alberi davanti a San Bernardino alle Ossa o i cespugli del Parco Sempione. E lei, che ho inseguito per tanto tempo, è qui al mio fianco, infine e ascolto il suono dei suoi tacchi sul pavé e sento in quel ritmico rumore la musica del tempo perduto. È come se, compiendo un circolo, io sia ritornato allo stesso punto dove la mia circonferenza si incontrava con la sua. E stavolta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione.&amp;nbsp; &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Abbiamo ormai raggiunto Corso Buenos Aires, la bassa cupola del Planetario si staglia davanti a noi, nei Giardini: il piccolo polmone verde odora di primavera. Sediamo su una panchina, ci abbracciamo mentre il crepuscolo avvolge la città. È bellissimo rimanere così, stretti, sentire il calore l’uno dell’altra, senza parlare, senza muoversi. “Vorrei non finisse mai” le dico e lei sorride, mi bacia. Gusto la delicatezza delle sue labbra, la morbidezza. Ma è ormai tardi, dobbiamo andare.&amp;nbsp; Scendiamo le scale della metropolitana a Porta Venezia: saliamo nel vagone tenendoci per mano, vincendo il nuovo imbarazzo di dimostrare alla gente che stiamo finalmente insieme, che non temiamo più che il destino o il caso o chi per essi scompigli i nostri baci e li dissipi. Le tengo la mano e sento rifluire finalmente la vita in questa nuova primavera. Le tengo la mano come un bambino che regga il palloncino, trattenendolo forte perché non gli sfugga un’altra volta.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="377" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/j0403821.jpg" width="559"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Marisa&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1333029495949801047?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1333029495949801047/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1333029495949801047&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1333029495949801047'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1333029495949801047'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/03/insieme.html' title='Insieme'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2893662588105611470</id><published>2011-03-19T08:21:00.001+01:00</published><updated>2011-03-19T10:40:49.338+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>La passeggiata</title><content type='html'>&lt;blockquote&gt;&lt;em&gt;“Seppi che avevo visto, avevo visto infine&amp;nbsp; &lt;br&gt;&amp;nbsp; quella fanciulla che le mie notti trattengono”&lt;/em&gt; &lt;br&gt;&amp;nbsp; WILLIAM BUTLER YEATS&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;/blockquote&gt; &lt;div align="justify"&gt;&lt;br&gt;Ero giovane, ero stupido. No, ero soltanto ingenuo, ero un illuso. E sedevo da solo a un tavolo della paninoteca "Il gusto giusto" a mangiarmi un orribile sfilatino ripieno di prosciutto alle erbe e cetriolini danesi. Non si sposava neppure bene con la Coca-Cola. Sarebbe stato meglio che avessi preso una birra. Guardavo la sera scorrere nella piazza, oltre la misera siepe di pitosfori: la fontana scrosciava sotto le luci che ne tingevano l'acqua di giallo, i bagnanti scottati dal sole della giornata passeggiavano lungo i negozi, affollavano i tavolini delle gelaterie, famigliole si ammassavano davanti ai giochi dall'altro lato della strada. &lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;Avevo dato appuntamento a una ragazza che mi piaceva e lei non era venuta. Invece di andare via mi ero seduto lo stesso, avevo consultato a lungo la carta e avevo scelto quel panino, "Tivoli" si chiamava, probabilmente per un'associazione con la Danimarca dei cetriolini. Aveva un sapore orrendo. Era una serata orrenda. E la gioventù mi era di peso, era un inestinguibile incendio che mi causava una sete dentro, una tristezza che forse era soltanto delusione perché la ragazza non era arrivata. Lasciai a metà il panino e me ne andai a inseguire la luna che fermentava tra le onde. La raggiunsi al pontile, dove un vento salato spingeva di lato e gonfiava le tende del chiosco. Ragazzi bevevano i loro cocktail colorati ai tavolini, qualcuno girovagava sulla passerella con una bottiglia di birra in mano, altri chiacchieravano al bancone con il barman. &lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;L'acqua era nera, potevo vedermi specchiato, leggevo la mia maglietta a righe bianche e blu, il mio volto di ragazzo fesso che era rimasto ancora una volta da solo. La schiuma delle onde batteva sui piloni, saliva a lambire le assi consunte da milioni di passi. Ogni goccia si tingeva dell'argento della luna. Mi faceva male tanta bellezza, soprattutto&amp;nbsp; se la confrontavo con la desolazione che sentivo nel cuore. I flutti cancellavano il mio riflesso, poi si ricreava seguendo il ritmo della marea. Chiusi gli occhi un istante per assaporare il suono delle onde, la voce del mare. Quando li riaprii, vidi un'altra figura accanto alla mia rispecchiata nell'acqua scura. Mi voltai quasi di scatto: una ragazza che avevo visto qualche volta per la città. "Serataccia?" mi chiese. Ci misi un'eternità a rispondere - o almeno mi parve, certamente non fu che una manciata di secondi. In realtà avevo valutato se era il caso di dirle che ero stato ingannato, deluso, bidonato e avevo deciso che non era il caso di apparire ancora più imbranato di quello che ero. "Solitudine" risposi e capii di aver pescato il jolly quando lei mi disse che era lì con un gruppo di amici ma che si stava annoiando a morte. Quella volta osai, mi buttai senza pensare alle conseguenze: "Ti va di fare una passeggiata sulla spiaggia?" Probabilmente non aspettava altro, anzi certamente era così perché aveva già la borsa con sé. Sorrise - un sorriso che mi entrò dentro, mi spalancò le finestre dell'anima, vi si sparse con la violenza di un vento di primavera e la profumò tutta - poi con aria da congiurata sussurrò "Sì, però non facciamoci vedere: giriamo intorno al chiosco e scendiamo dall'altra parte". &lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;Alessandra - il suo nome fu la prima cosa che scoprii in quella lunga notte di parole e di sabbia - non si stupì quando le dissi che mi piaceva camminare la sera lungo il mare, che lo facevo spesso e che qualche volta ci venivo anche d'inverno: "Il buio, il silenzio rotto solo dal canto delle onde, le luci rarefatte, tutto sembra avvolto in un alone irreale". Trovammo un falò che qualcuno aveva acceso con dei pezzi di legno e dei fogli di giornale. Si stava ormai spegnendo, vi buttai sopra altri rami e riattizzai il fuoco con una copia del Gazzettino che qualcuno aveva abbandonato su una sdraio. Le faville volavano nel cielo e lei cominciò a cantare con una voce che si poteva definire soltanto angelica:&amp;nbsp; &lt;em&gt;"Summertime, and the livin’ is easy, fish are dumping’ and the cotton is high…”&lt;/em&gt;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;Sembravano gli anni Cinquanta, quelli che avevamo imparato a conoscere dagli episodi di &lt;em&gt;Happy Days&lt;/em&gt;, Alessandra poteva essere una di quelle ragazze con la gonna svolazzante&amp;nbsp; che si portano al drive-in. Il mare continuava a mormorare, sembrava voler fare il controcanto. Il vento seguitava a soffiare leggero, rendeva più vivide le luci della costa. La voce di Alessandra entrava calda nel mio cuore, era un balsamo che curava cicatrici, potevano essere passati anni da quando ero seduto al tavolino del "Gusto giusto" e invece non erano trascorse che due ore. &lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;Il fuoco era ormai spento, smorzammo le ultime braci gettandovi sopra manate di sabbia. Alessandra si alzò in punta di piedi e mi baciò con dolcezza, un breve amichevole bacio. Aveva le scarpe in mano e le sentivo sfiorarmi le spalle mentre mi cingeva il collo. Mi prese per mano e ce ne andammo così, lentamente, verso Levante. Camminammo a lungo, ci fermammo alle altalene e ci dondolammo come bambini per poi morire dal ridere. Ci sdraiammo a guardare le stelle. Poi la spiaggia finì. E lei era arrivata: abitava appena al di là del ponte, oltre il canale. Si rimise le scarpe e mi salutò con un altro bacio. La vidi salire sul ponte e poi la luce di un portone la inghiottì. &lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;Ero giovane, ero stupido. Il nostro amore durò quella sera soltanto, la sera in cui avevo aspettato invano una ragazza al "Gusto giusto" e un'altra aveva invece trovato me su un pontile. In quella lunga passeggiata avevamo concentrato tutta la felicità che potevamo darci.&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt; &lt;div align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="524" src="http://img1.eyefetch.com/p/2r/977924-b3cbe53d-0b79-4a04-9e6b-30838b64a34e.jpg" width="396"&gt;&lt;br&gt; &lt;div align="center"&gt;Fotografia © Elinor Gaddy&lt;/div&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2893662588105611470?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2893662588105611470/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2893662588105611470&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2893662588105611470'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2893662588105611470'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/03/la-passeggiata.html' title='La passeggiata'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6480597706402015914</id><published>2011-03-12T08:23:00.000+01:00</published><updated>2011-03-12T08:23:01.055+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><title type='text'>Finiscono anche gli amori</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ci sono sentieri di montagna che percorri salendo tra&amp;nbsp; boschi di larici, ascoltando l'acqua di un torrente gorgogliare giù nella gola. Poi gli alberi si fanno più radi, restano solo massi e pietre, la strada si fa più disagevole, più stretta, e dopo una curva a gomito ti trovi davanti il burrone o un precipizio oppure, se sei più fortunato, un pendio talmente ripido che non puoi neppure immaginare di inoltrarti. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Finiscono così anche gli amori, talvolta, lasciandoti lì a guardare nel vuoto, a indagare in quell'abisso che non avresti mai pensato di incontrare dopo la curva di una discussione o di un tradimento. I meno forti, i più sensibili, si lasciano andare, si fanno inghiottire da quel vuoto. Come la poetessa milanese Antonia Pozzi, lacerata dall'amore per i suo professore di latino e greco al liceo classico Manzoni: osteggiata dal padre, delusa dallo stesso amante, si lasciò scavare nel cuore da quell'ansia, mentre quel dolore si ingigantiva e il suo fuoco bruciava le corde che la ancoravano alla vita. Antonia Pozzi il 2 dicembre del 1938 aveva ventisei anni. Andò all'Abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, inghiottì decine di barbiturici e si sdraiò sull'erba gelida e secca di fronte alla chiesa, attendendo che l'abisso la inghiottisse. Il buco nero la avvolse solo la sera seguente, al Policlinico, dove era stata portata dopo che un contadino l'aveva trovata addormentata nel prato. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;L'amore finisce, si sgretola come una collina che frani a valle e intanto il cuore si gonfia, pompa emozioni, sale la bile, il fegato assorbe tossine. Le parole si trasformano in lance acuminate, in pugnali che lacerano la pelle, in pietre che feriscono, diventano spine conficcate nella carne dell'altro. Oppure diventa soltanto silenzio, un assordante e fragoroso silenzio, un vuoto colossale tanto vicino al nulla che ti chiedi se è logico che faccia così male il non esistere. O ancora diventa memoria, l'immagine di un biondo e sottile alzarsi dal divano, di un ultimo gesto rimasto nell'aria, tintinnante di bracciali e profumato di narcisi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Finiscono nel nulla anche gli amori, dunque, e il bene voluto sembra sprecato, buttato via. Oppure aleggia ancora come un fantasma - e quello spettro è il ricordo, è l'illusione caduta, spenta come svaniscono certe giornate: un'ultima fiammata avvampa e incendia l'Occidente; si vive dell'ultimo bagliore del crepuscolo mentre cala la sera fresca e buia. L'unica cosa da fare è voltare le spalle all'abisso e riprendere il cammino, a un bivio svoltare su un altro sentiero e ridiscendere.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/19093741.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Hans Peters&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6480597706402015914?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6480597706402015914/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6480597706402015914&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6480597706402015914'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6480597706402015914'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/03/finiscono-anche-gli-amori.html' title='Finiscono anche gli amori'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2795687134860303380</id><published>2011-03-05T08:25:00.000+01:00</published><updated>2011-03-05T08:25:00.302+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><title type='text'>La strada non presa</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sarebbe bello poter ritornare indietro nel tempo, ripercorrere a ritroso i propri passi ed eliminare gli errori, inseguire gli sbagli con una enorme gomma e cancellarne la stupidità. Chi non ne ha commessi? Chi non si è reso ridicolo? Chi non si è umiliato? Il fatto è che quando ci rendiamo conto di avere compiuto quegli errori ormai il tempo è trascorso e abbiamo intrapreso una via sulla quale non possiamo più tornare – come in quella famosa poesia di Robert Frost: &lt;i&gt;“Divergevano due strade in un bosco / ingiallito, e spiacente di non poterle fare / Entrambe essendo uno solo, a lungo mi fermai / Una di esse finché potevo scrutando / Là dove in mezzo agli arbusti svoltava”.&lt;/i&gt; Ora abbiamo il doloroso bagaglio dell’esperienza, un inutile fardello che se da un lato ci permette di valutare diversamente le scelte di adesso, non ci consente tuttavia di modificare il passato: possiamo soltanto immaginare di quelle strade non prese che cosa avrebbe potuto essere, come la nostra vita sarebbe potuta cambiare se ad un bivio avessimo scelto diversamente.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E gli errori più stupidi sono quelli che commettiamo per amore: è come se l’innamoramento ci ottenebrasse le facoltà mentali, come se stravolgesse la ragione e ci lasciasse in una condizione di pazzia temporanea, affidando il governo delle nostre decisioni al cuore, ai sensi, alla passione. Anche i più saggi, persino i più prudenti, cadono nelle trappole che tende Cupido, si lasciano abbindolare da quell’amorino volante armato di frecce. Un giorno di settembre degli Anni ’80, per esempio, commisi un errore gravissimo andando a cercare quella che all’epoca ritenevo la mia ragazza, anzi qualcosa di più – ricordate: l’amore altera le facoltà mentali, forse allora quella ragazza l’avrei definita “ragione della mia vita” o “l’universo intero” o “il sole cui intorno gravitare” e non era che una ragazza, una dolce e avvenente ragazza, affettuosa e simpatica, ma pur sempre una ragazza, il cui amore non era così intenso come il mio. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;In quel tempo lei lavorava nella ditta di famiglia, in Veneto, io studiavo a Milano, all’Università. Presi alloggio in un hotel della sua cittadina di provincia, una località sul mare: di giorno lei lavorava e io andavo in spiaggia – un errore, ripeto: languivo tutto il giorno e il mio cuore languiva con me, una rosa che appassiva nel bicchiere di Coca Cola che avevo davanti al tavolino di un bar. Avevo una sete che non riuscivo a estinguere: era la sete di lei, un’arsura che non avevo provato così forte neppure quando ero lontano e ci sentivamo solo per telefono. Più era vicina e più era irraggiungibile: ci incontravamo soltanto la sera, quando andavamo a cena e poi ci immalinconivamo nella sera triste – avete mai provato ad essere al mare di settembre?&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il vento cavernoso che soffiava dalla costa ribolliva in noi, ci allontanava come quel buio che scendeva sempre prima. Eravamo già divisi, pur essendo insieme, pur tenendoci per mano, pur baciandoci e abbracciandoci. Le parole cozzavano con schianto, pur essendo semplici banali parole: cadevano al suolo come i pianoforti nelle vecchie comiche, si sfasciavano, andavano in mille pezzi. Era l’amore che andava in frantumi, il nostro amore fragile come cristallo: potevamo scorgerne i resti taglienti sugli scogli sotto di noi. Se il naufrago aveva voluto affidare al mare la bottiglia per il suo salvataggio aveva sbagliato mira e le sue speranze oramai erano vane. Finì così quella storia, si spense nel vento che soffiava da Levante e che portava la sabbia nelle vie, che straziava i rami degli oleandri e faceva ondeggiare le tende sui balconi.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato di quell’amore se in quella settimana di settembre invece di andare nella sua città fossi rimasto a Milano, andando al cinema con gli amici, passeggiando tranquillo lungo i Navigli, ascoltando i dischi appena usciti alle Messaggerie Musicali, giocando a pallone al Parco Sempione. Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato se di fronte a quel bivio non avessi scelto la strada sbagliata.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="355" src="http://www.shadeone.com/nighthawks/Gas-1940.jpg" width="541"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Edward Hopper, “Gas”, 1940&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2795687134860303380?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2795687134860303380/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2795687134860303380&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2795687134860303380'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2795687134860303380'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/03/la-strada-non-presa.html' title='La strada non presa'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5750728212618567722</id><published>2011-02-26T08:20:00.000+01:00</published><updated>2011-02-26T08:20:01.037+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Ingannati dal grigio</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Lei dice che è per come siamo, per quel conflitto naturale che si instaura ogni giorno. Dice che è per la differenza tra di noi, per il modo diverso che abbiamo di vivere tale diversità se noi due ci inseguiamo e ci allontaniamo, il cacciatore e la preda, anche se i due ruoli non sono bene definiti e talora li interpreta l’uno, talora l’altra. Io come un antico atleta greco trionfatore ai ludi, apollineo con la mia lancia e lo scudo, lei ragazza che gira per musei e indossa lo sguardo di Afrodite. E andiamo all’amore come si va alla guerra, ci armiamo e partiamo bardati con la cotta di maglia, bene attenti a non lasciarci ferire, a non farci passare da parte a parte, stretti stretti alla gualdrappa del cavallo, provando a non lasciarci disarcionare, temendo di essere fatti prigionieri. Anche quando nudi combattiamo in un letto, avvinghiati portiamo la battaglia sul campo di piume e un bacio rude e ansante sfuggito alle nostre bocche risuona fragoroso come se una montagna si fosse staccata e rovesciata nei nostri cuori.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ingannati dal grigio, vaghiamo come ombre nella nebbia o come passeggeri che viaggino su un treno dai vetri impolverati: non riusciamo a scorgere del paesaggio che vaghi inutili dettagli dai quali non sappiamo ricostruire l’intero. Sono emozioni che sfavillano un istante, sensazioni che scintillano quando un improvviso raggio di sole le colpisce, sentimenti sui quali si posa subito la patina polverosa del tempo. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Così siamo sempre in attesa di qualcosa che neppure sappiamo definire, speranzosi aspettiamo il &lt;em&gt;deus ex machina&lt;/em&gt;, il carro che portato in scena risolva le cose, crediamo che la via mai tentata ci possa condurre altrove e non ci arrendiamo nel giro delle stagioni, nel valzer dei giorni, pensiamo di potere prima o poi penetrare il mistero, svelarlo incastrando i pezzi, venire a capo finalmente del segreto. Non ce ne accorgiamo neppure, continuiamo a lasciare trascorrere i giorni uguali ai giorni e forse è proprio in questo &lt;em&gt;carpe diem&lt;/em&gt; la soluzione, probabilmente è nascosta dove meno la cercheremmo, non in profondità, ma alla superficie.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;O forse la felicità è questo continuo tramestio, è nel corso tranquillo del tempo, nel maneggiarsi come oggetti potenzialmente pericolosi: non ce ne accorgiamo neppure e intanto gli angoli si smussano, le spine rientrano nel gambo, diventiamo indispensabili come animali in simbiosi. Chissà chi di noi due è il gamberetto cieco che scava la tana e chi il pesce Gobius che toccandolo lo avverte del pericolo…&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="355" src="http://www.zoomink.co.za/gallery/couples/stefanceclilia_1.jpg" width="531"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Zoomink&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5750728212618567722?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5750728212618567722/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5750728212618567722&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5750728212618567722'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5750728212618567722'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/02/ingannati-dal-grigio.html' title='Ingannati dal grigio'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8886781274276648421</id><published>2011-02-19T08:26:00.000+01:00</published><updated>2011-02-19T08:26:00.140+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Alchimie</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Alchimie che alterano le nostre deduzioni, interagire di ormoni e di processi chimici che alla fine chiamiamo amore. Anche i ricordi, certo: una molecola, che funge un po’ come il &lt;i&gt;deus ex machina&lt;/i&gt; degli antichi tragediografi greci, li fissa nel nostro cervello come se li incidesse su una pellicola. Immagine di cui ho sempre abusato, questa dei ricordi come un film: evidentemente, nell’inconscio già c’era il germe di questa intuizione che non è mia ma di dotti scienziati. Questa molecola, che si chiama N-metil-D-aspartato, a contatto con il glutammato fissa eventi elettrici ma soltanto nel caso in cui la membrana della cellula sia depolarizzata e quindi passibile di attivazione. In pratica è come se si girasse una chiave o se si accendesse un interruttore consentendo di riconoscere come importanti gli eventi che vogliamo ricordare: soltanto questi infatti fissiamo nel cervello.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il giorno in cui lessi questo articolo, subito dopo riflettei che tutto ciò in fondo non aveva alcuna importanza, che i ricordi che mi si affollavano nella memoria, dei quali lei era protagonista assoluta – “la signora della mente” amavo chiamarla – non mi interessava davvero come si erano formati. Il perché invece già lo sapevo: perché lei era importante per me. Certo la notte in cui le dissi “Se tu volessi, se tu soltanto mi amassi” e ricordo alla perfezione ogni dettaglio, dalle altalene che ancora si muovevano cigolando lungo la spiaggia al colore di burro della luna piena, dalla cantilenante nenia del mare che si frangeva sugli scogli al fresco contatto della sabbia umida sotto i piedi nudi, quella notte non stavo certo a pensare alle molecole e al glutammato. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Adesso forse posso interessarmi a questi articoli scientifici, a questi meccanismi astrusi che spiegano quello che in realtà a noi accade e che è accaduto per secoli e secoli, che è disceso nel corso dei millenni da amanti sumeri a innamorati egiziani, da madri romane a figli barbari e giù giù per gli evi fino ai nostri giorni, fino a me, fino a lei. Adesso lascio che la parola “ricordo” attiri la mia attenzione quando la trovo su una pubblicazione scientifica o in un libro di poesie o costellata qua e là in una raccolta di aforismi. E questo accade perché quella sera famosa lei non rispose “Sì” ma chiese tempo. E il tempo, si sa, ti frega sempre...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="395" src="http://www.eaglegiftsgalore.net/Papers/Lovers%203.gif" width="517"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Immagine © Eagle Gifts&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8886781274276648421?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8886781274276648421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8886781274276648421&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8886781274276648421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8886781274276648421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/02/alchimie.html' title='Alchimie'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8326691956599725438</id><published>2011-02-12T08:20:00.000+01:00</published><updated>2011-02-12T10:24:59.200+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Una fotografia</title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;blockquote&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;“Noi siamo nati per un’altra gioia”&lt;/em&gt; &lt;br&gt;ANDRÉ GIDE, La porta stretta&lt;/p&gt;&lt;/blockquote&gt; &lt;p align="justify"&gt;Però com’eri bella tu. Soltanto adesso me ne accorgo, adesso che tanto tempo è passato e il calendario è un fiume in piena. Nel ricordo diventi ancora più bella e io ancora più stupido e impacciato. Non so se darmi dell’idiota o se incolpare gli eventi, addossare le colpe alla mano lunga del Fato, alle catene del caso, all’incidenza della probabilità. “La prima che hai detto” mi sembra di sentirtelo dire e poi ridere con quel modo che avevi di inclinare il capo all’indietro e di scuotere l’onda dei capelli. “La prima che hai detto”, ma sapessi come sono cambiato e che cosa ho passato...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Di quelle sere con te mi resta il ricordo dolce e amaro, sento in bocca il sapore di qualcosa che forse era soltanto la nostra incoscienza, l’acerbo frutto della giovinezza. Mi inebrio della dolcezza che mi dava stringerti a me, guardarti con aria sognante o solo stanca, abbandonata tra le mie braccia mentre cadeva la notte. Adesso è come una febbre pensarti: un bruciore che arde sulla pelle e scotta nella mente, il fuoco tenuto costantemente acceso dalle Vestali negli antichi templi latini, la fiamma perenne dedicata ai caduti per la Patria nel Mausoleo di Largo Gemelli. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Non è rimpianto, non è neppure nostalgia. È un sentimento che fatico ad analizzare: forse una rassegnata resa all’ineluttabilità degli eventi, un comprendere che le cose non potevano andare diversamente, che ciò che potremmo chiamare destino o contingenza non è stato altro che il naturale corso delle cose. Era un amore puro, nel quale credevamo, e si è consumato in se stesso, si è esaurito così, spontaneamente, come una candela posta sotto una campana di vetro. Non come una pianta che si inaridisce e secca, ma proprio come un fuoco che si spegne per mancanza di ossigeno.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Separammo le nostre strade, cambiai città, amici, prospettive. Le nostre relazioni si limitavano a cartoline, a qualche telefonata di cortesia, ad appuntamenti da programmare che sapevamo bene non avremmo messo mai in calendario. Il tempo cominciò a scorrere più veloce, i giorni, i mesi, gli anni si accumularono come pietre. Oggi, cercando una mia vecchia foto da bambino in cui sono vestito da astronauta per Carnevale, da un fascio di istantanee è uscita la tua immagine, i colori leggermente sbiaditi: indossi quell’abito chiaro che tanto mi piaceva, stretto in vita da una cintura di cuoio e nei tuoi occhi brilla la scintilla dell’amore. Come Juan Ramón Jiménez anch’io posso dire: “In seguito la primavera più non eri tu, più non eri tu!”. Però com’eri bella, e com’era bella la nostra gioventù...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="395" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/Liz_in_Chair.jpg" width="327"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia di Brian C. Chillemi&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8326691956599725438?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8326691956599725438/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8326691956599725438&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8326691956599725438'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8326691956599725438'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/02/una-fotografia.html' title='Una fotografia'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5123160836063848775</id><published>2011-02-05T08:22:00.000+01:00</published><updated>2011-02-05T08:22:00.712+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sogno'/><title type='text'>Donna in bottiglia</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Chi l’avrebbe mai detto? Le certezze adesso mi fanno paura... Saperti diversa dall’immaginazione, dalla dolce illusione nella quale ho vissuto come in una bolla, nella quale mi sono crogiolato comodo come un gatto disteso al sole, saperti irrimediabilmente perduta potrebbe distruggere i miei fragili sogni: si spezzerebbero in mille schegge al pari di uno specchio e sarebbe impossibile riaggiustarli. E sono io, proprio io, che voglio evitare l’incontro, io che ti ho tanto cercata, che tante volte per la strada mi sono fermato a indagare se fosse per caso te quella ragazza che mi aveva colpito per l’andatura, per l’acconciatura, per un gesto tuo disegnato nell’ombra. Sono io, proprio io, che non voglio riallacciare rapporti per non pagare il prezzo del disinganno.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Così resti sospesa nel limbo dei miei pensieri, una donna in bottiglia sullo scaffale: quello che ho di te sono parole a mala pena percettibili, come la voce del mare udita nel dormiveglia o un suono esterno mascherato da sogno poco prima del risveglio. Ti perdo e ti ritrovo ad ogni istante e ti ricreo com’eri e come non sei, ti contamino con altre donne, con altre idee, ti mischio con i desideri dell’inconscio, con le sue proiezioni. E finisce che metti in mostra il lato di te che mi è rimasto dentro, quello della memoria, quello dell’intuito: appari con una verosimile figura che ti illustra ma che è sicuramente falsa, per quanto io mi convinca del contrario. E questa iperbole di te continua a elaborarsi, a modificarsi da sé, si eleva a potenza su una base veritiera ma senza più controllare l’esattezza dei calcoli, e ad ogni errore da te si allontana, come chi, intrapresa una strada piena di bivi, a una biforcazione scelga la via sbagliata e prosegua diritto, convinto di essere sul giusto percorso: chiaro che, dopo il primo errore, tutti i suoi dati risultano sballati e le scelte di conseguenza fallaci.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Eppure credevo di agire con la ragione e non con il cuore. Pensavo di essere in grado razionalmente di venire a capo di tutto e non era che una narcisistica contemplazione della dea. Volerti ridurre a pura formula matematica mi sembrava un’ottima intuizione e non era che un’indecorosa viltà, dirò di più: un’anima di vile metallo rivestita di una menzognera doratura. Il mio cercare non era che ipocrisia. Insomma, il sogno che si è andato intarsiando con la realtà si è ridotto a pura farneticazione, è divenuto una tentacolare piovra che divora i rari sprazzi di lucidità e presenta come inossidabili convinzioni le illusioni meno sensate, fa credere vere le immagini sfuocate impedendo al contempo il contatto con la realtà. Giocoforza ci si ritrova a commentare un accaduto che non è mai accaduto, senza riconoscere l’indubitabile cesura tra la realtà e il sogno.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Per questo motivo, ora che si prospetta un punto fermo, una boa attorno alla quale girare, io lascio da parte le utopie perché la mia illusione non cada come cristallo, perché il mio amore non vada in mille pezzi impossibili da incollare. Tiro sulla testa il lenzuolo liso e sbiadito del ricordo e mi rintano perché la memoria, si sa, ha grandi spazi vuoti dove talora irrompe all’improvviso il sogno a galoppare senza briglie.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://media.paperblog.fr/i/109/1092031/buzzati-moment-precis-L-5.jpeg"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Disegno di Dino Buzzati&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5123160836063848775?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5123160836063848775/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5123160836063848775&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5123160836063848775'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5123160836063848775'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/02/donna-in-bottiglia.html' title='Donna in bottiglia'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5429424340034182553</id><published>2011-01-29T08:22:00.000+01:00</published><updated>2011-01-29T08:22:00.390+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><title type='text'>Sera di neve</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il tempo continuava a essere brutto. “Febbraio quest’anno è davvero corto e maledetto” disse Maria guardando la neve cadere oltre i vetri appannati. Paola affondò il pollice nell’arancia e la divise a metà; l’odore aspro della scorza si diffuse nella piccola cucina. “Contiene tante vitamine: dovresti mangiarne una anche tu” disse a Maria che la guardava con aria interrogativa.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Le due ragazze erano giovani maestre, avevano affittato quella casa da poco. Fatti due conti, avevano deciso di vivere sotto lo stesso tetto per via dei costi sì, ma anche per la compagnia: quel paesino di montagna non offriva molti svaghi e la sera era piacevole poter parlare con qualcuno. “Ha telefonato Andrea?” chiese Paola. “Ancora no”. Andrea era il fidanzato di Maria, un medico che stava svolgendo il servizio militare a Merano come sottotenente del servizio sanitario. Erano state a trovarlo nel mese di agosto: la città era in festa e le due ragazze si innamorarono subito dei fiori e della romantica atmosfera da Belle Époque che vi si respirava. Mancavano solo due mesi al congedo, poi Andrea sarebbe ritornato al paese. Maria lo aveva conosciuto lì, aveva anche tentato di convincerlo dei vantaggi di una grande città, ma lui era rimasto del suo parere. E come dargli torto? Paola temeva un po’ il giorno in cui sarebbe tornato Andrea: le sue sere sarebbero state quelle di un tempo, solitarie e tristi.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Paola pensava spesso al suo unico amore, intenso ma breve, un amore che non era mai finito, come un armistizio non dichiarato, eppure non esisteva più. Si chiedeva di tanto in tanto se anche lui si trovasse in quella condizione, sperava sempre che una nuova scintilla riaccendesse il motore. Squillò il telefono. Era Andrea. Maria rimase a lungo a parlare con il fidanzato. Paola guardava fuori: la neve cadeva lieve ormai da ore. Prese un libro dallo scaffale e cominciò a leggere. Le pesava sul cuore il pensiero della sua solitudine insanabile, come una malattia, come quella coltre di neve così pesante che avvolgeva il paese per gran parte dell’anno. Guardava le pagine ma non leggeva: fantasticava. Sognava di essere chiamata da Maria: “Ti vogliono al telefono, è una voce maschile” e lei lentamente si avvicinava alla cornetta, la impugnava quasi al rallentatore, ed era il suo amore.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Sabato Andrea torna in licenza... Paola, ma mi stai ad ascoltare?” Il sogno ad occhi aperti si dissolse come una bolla di sapone. “Sì, che bellezza” disse Paola e sentì che stava per piangere. La solitudine le pesava di più, come se lui davvero le avesse telefonato.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/6/6/Jack-Vettriano-Winter-Light-and-Lavender-66131.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Jack Vettriano, “Winter white and lavender”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5429424340034182553?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5429424340034182553/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5429424340034182553&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5429424340034182553'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5429424340034182553'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/01/sera-di-neve.html' title='Sera di neve'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2688455178341830176</id><published>2011-01-22T08:22:00.000+01:00</published><updated>2011-01-22T08:22:00.134+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gioco letterario'/><title type='text'>Decadenza</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;I.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;L’impero è ormai nella fase discendente sulla parabola della decadenza. Tra nani e ballerine a corte langue in una miasmatica palude, il circo del potere si rivolta nel suo fango, ché i maiali nel brago non fanno diversamente, se non per quel loro naturale essere animali. Le amanti prezzolate percorrono i corridoi delle ville, sfilano senza veli passando da una stanza all’altra, si lasciano stringere e toccare con violenza e a loro volta si avvinghiano e si muovono su corpi di uomini che il giorno dopo ritrovi sugli alti scranni, su corpi di donne che riempiranno i postriboli e le suburre.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;È una tranquilla notte di questa decadenza, la luna taglia a fette il cielo, riversa sui palazzi la sua luce fredda, incapace di purificare il lerciume che colma le strade. I savi, gli onesti si rintanano nelle loro case, leggono alla fioca luce, cercano risposte alle domande più irrisolte, scaldandosi alla fiamma del genio. Rari passanti scolpiscono le loro ombre nei vicoli, avanzano con l’aria di congiurati. Ma tutti sanno quello che accade nelle alte sfere, tutti conoscono gli sfarzi esagerati, i lussi sfrenati che i senatori si concedono, le connessioni segrete tra le milizie e gli affari sporchi. Nessuno fa niente, nessuno può denunciare quello che è sotto gli occhi tutti: lo fanno i guitti nei cantoni dei teatri, ma nessuno può credere a chi indossa una maschera, a chi ghigna e non prende sul serio la vita.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Le scolte si aggirano sulle mura mentre a palazzo le odalische agitano i loro ombelichi. Dicono che l’imperatore brucerà Roma, che ne farà una catasta di legna annerita. Niente di più facile. Adesso sarà avvinghiato alle reni di qualche danzatrice o di una suonatrice di flauto, o forse avrà voluto provare il brivido di una schiava nubiana. Ma intanto, perso ad inseguire questi pensieri di lussuria e di potere, sono arrivato alla mia meta. Il portone è sprangato, i grossi cardini arrugginiti sembra impossibile che possano girare su se stessi. Busso con il segno convenzionale e attendo, guardandomi intorno se mai qualcuno mi avesse seguito. La porta si apre cigolando: sembra che non ci sia nessuno, ma so che nell’ombra scura c’è un gigantesco pescatore pronto ad assalire un centurione o un sicario mandato dall’imperatore.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;II.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Dentro, nel ricco palazzo, le solite facce, sempre più impaurite. Caio Licinio Scrofola sta narrando l’ultima trovata dell’imperatore: si fa imbandire la tavola su una schiava nuda e prende a piene mani dal suo corpo le pietanze. “Mai si era visto un triclinio simile” commenta a metà tra l’indignato e il sorridente Giunio Tranquillo Vatinio. Lo schiavo intanto gli versa il Falerno nella coppa, quello stesso Falerno che scorre a fiumi nelle feste dell’imperatore. Voci incontrollate dicono addirittura che ci fanno il bagno le amanti più prestigiose.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ma adesso è il tempo di abbandonare le facezie e le dicerie, è l’ora di mettere a punto la strategia. Adesso che ci siamo tutti, Lucio Nonio Bestia dice che è meglio parlare di cose serie. Come salvare Roma, come salvare l’impero da questa corruzione di costumi che infanga ogni cosa, che travolge porci e colombe, che colpisce colpevoli e innocenti allo stesso modo. Ci sarebbe il fratellastro dell’imperatore: possiamo contare su di lui? Lo possiamo sostenere? Publio Valerio Gavio dice di no, se poi somiglia a sua madre, che fu voluttuosa amante dell’imperatore e del padre di questi contemporaneamente, allora c’è poco da farci assegnamento. Il filosofo Marco Bruto Rufino disquisisce di forme alternative di governo, ma è lui il primo a sapere che non è possibile sbaragliare l’impero, le connessioni tra potere politico e militare. Bisognerebbe tornare ai tempi di Cincinnato, ai consoli dell’età repubblicana.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La notte si è fatta ancora più silenziosa, se tendi l’orecchio puoi sentire la voce delle cascatelle del Tevere. Non si conclude niente, neppure questa sera: queste riunioni di intellettuali si vanno trasformando sempre più in una consorteria dove si rovesciano vane e belle parole. Poi giunge un messo, è allarmato, affaticato. Porge il suo dispaccio al padrone di casa, a voce bassa, a occhi bassi. Gaio Cornelio Agrippa lacera il sigillo rosso, svolge il rotolo, muove rapidi gli occhi sul testo, poi mi guarda e sbianca in viso. “Siamo perduti”. Non riesce a dire altro. Con la daga estratta dalla toga gli taglio la gola. Poi, rapidamente, passo a fil di spada gli altri cinque. Era da tempo che sospettavo ci fosse qualche spia a palazzo. Lo stesso mio mestiere, guarda che combinazione... L’imperatore stanotte mi ricompenserà: vorrà ripagarmi con una schiava della Pannonia, ma io voglio sesterzi, solo sesterzi...&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://s3.amazonaws.com/estock_dev/fspid11/59/20/33/rome-italy-roma-592033-l.jpg"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Permanently Scatterbrained&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2688455178341830176?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2688455178341830176/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2688455178341830176&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2688455178341830176'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2688455178341830176'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/01/decadenza.html' title='Decadenza'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1223593794482384333</id><published>2011-01-15T08:23:00.000+01:00</published><updated>2011-01-15T08:23:00.140+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>La coperta di Linus</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;È la tua voce che sento, la tua bella voce appena un po’ nasale. Mi invita da lontano e io non riesco a distinguere se tale distanza sia spaziale o temporale, se tu mi chiami dalle isole Andamane o da un giorno perduto nell’estate di qualche anno fa, se tu mi stia aspettando o se invece mi aspettavi e l’occasione è oramai perduta. Sono Odisseo ora e la tua voce è quella melodiosa di una Sirena: io legato all’albero maestro, i miei compagni alacri ai remi, al timone, alle corde, con la cera versata nelle orecchie per non poterti udire, per non impazzire d’amore come invece faccio io. E tu chiami e chiami e canti e mi inviti e sussurri il mio nome...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Mi sveglio. Comprendo che questi sogni sono una specie di coperta di Linus per la mia timida insicurezza. Una coperta troppo corta però, che mi riscalda solo in minima parte, che mi lascia indifeso, allo scoperto di sguardi. Poteva andarmi peggio, potevo essere Charlie Brown... Sono le quattro, l’alba è ancora lontana. Nel buio un vago chiarore disegna ombre e riflessi, la luna si diverte a giocare con lo specchio, quello specchio vuoto d’amore che un tempo accoglieva le voluttuose cascate dei tuoi capelli, i nostri visi vicini, i baci, le scintille della passione. Ora non mi restano che questi sogni ricorrenti, non mi resta che il tuo ricordo: l’altro giorno si è presentato improvviso dalle parti di Via Vitruvio. Voltavi le spalle ai marmi bianchi della Stazione Centrale, alle tende rosse dell’Hotel Gallia: eri bellissima ed elegante, vestita come quel giorno che partimmo per Venezia all’inseguimento dei pittori manieristi nei musei della città lagunare. Il cielo era di piombo fuso, identico. Ma dovevo lavorare, la mia tracolla nera mi batteva sull’anca, mi ricordava pressante che dovevo andare in ufficio, che c’erano pratiche e atti ad attendermi sulla scrivania. Ho rivolto anche un gesto di saluto, fugace, vergognandomi un po’. Ma il tuo ricordo è rimasto con me tutta la mattina, mi ha scortato sui documenti, mi distraeva, mi faceva commettere errori.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E dunque non sei più che ricordo. Il sogno in effetti altro non è che una elaborazione di ricordi e desideri. Sei come quei fiori che si conservano nelle scatole e lentamente seccano per poi sfarinare lasciando una minuta polvere. Il velluto dei petali diventa carta e poi cenere. Non ho che scaglie di te, frammenti che ricostruiscono com’eri. Ma l’amore non vive in terra arida e sterile, vuole una terra buona perché il suo fiore possa sbocciare e fiorire. Forse è seme, di certo non è seccume. Mi volto sul fianco, magari riesco a riprendere sonno. Magari riesco anche a sognarti e se le tue labbra sfioreranno le mie, mi accontenterò di quella languida illusione.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="360" src="http://www.hernandoliving.com/kids/peanuts/linus.jpg" width="371"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Immagine © Schulz/Peanuts&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1223593794482384333?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1223593794482384333/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1223593794482384333&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1223593794482384333'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1223593794482384333'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/01/la-coperta-di-linus.html' title='La coperta di Linus'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3863952323002386145</id><published>2011-01-08T08:22:00.000+01:00</published><updated>2011-01-08T08:22:00.296+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Le rose che non colsi</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;C'è un giorno tra noi; un giorno tra me e l'andito buio della tua casa d'affitto dove mi hai invitato a rinverdire i ricordi. Un giorno tra me e il tuo salotto di pelle e i mobili antichi e la finestra chiusa per lasciare fuori la polvere e i rumori della città. E tra poco tornerò da te. Ieri le tue mani, le tue gambe nella gonna ampia, lo spolverino bianco, ieri i tuoi capelli che ondeggiavano mentre mi correvi incontro, prima immagine di te dopo tanto tempo, dopo quella telefonata: "Vieni, ho voglia di vederti". Ieri i tuoi sguardi mi avvolgevano caldi come quando eravamo insieme, ieri il tuo viso, le tue guance sulle mie e una sete di tempo perduto. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E tra poco tornerò da te. Parlavi, seduta in poltrona, e tormentavi gli anelli con le dita; guardavo le tue labbra e mi aspettavo che si schiudessero in un sorriso, uno di quelli che avevi usato per farmi innamorare. Improvvisamente, come ci si risveglia da un sogno, ti ho scoperto donna tra l'afa del pomeriggio e la noia della città, tra le luci di una notte che rimaneva nei tuoi occhi e che mi raccontavi. Ma io non ti stavo a sentire, prigioniero di quella sensazione che era balenata dentro di me: ti avevo lasciata che eri ancora ragazza e ti trovavo donna. Donna nel tuo abito fucsia, donna nelle gambe accavallate avvolte nei collant, donna dolce e tenera, donna da difendere e da amare.  &lt;p align="justify"&gt;Guido verso casa tua, tra poco sarò da te. Mi hai offerto il tè e ho cominciato a parlare io, a ricordarti di quando eri il mio dolce amore di lacrime e miele, di quando, vestita d'autunno e di vento, seduta sul bordo di una fontana pensavi a chi ti aveva tradito rubandoti il cuore e io ti consolai. L'amore sceglie i suoi momenti nei momenti d'oro e il nostro momento fu quell'estate fantastica che vivemmo insieme, l'estate che impazzimmo per l'Italia e per il calcio e le bandiere volavano nel vento. I tricolori sventolavano nel blu di una domenica di luglio, le strade impazzivano di clacson e di olé. Ricordo ancora le luci lontane, la punta e il faro, il luna-park, la sabbia, i giochi e quelle ingenue poesie che ti dedicavo.  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;"Se tu fossi un fiore ti trapianterei nel cuore &lt;br&gt;così non appassiresti mai. &lt;br&gt;Se tu fossi una docile cerbiatta ti legherei a me &lt;br&gt;e ti accarezzerei ogni minuto &lt;br&gt;e ti guarderei ogni istante negli occhi. &lt;br&gt;Se tu fossi l'estate ti inseguirei tra gli emisferi. &lt;br&gt;Se tu fossi una stella mi farei cielo per stare con te. &lt;br&gt;Ma tu sei una donna e non posso fare altro che amarti". &lt;/em&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Un campo di papaveri nel sole, ondeggiano nel vento di maggio le rosse corolle. Mi fermo a pensare a come sarebbe bello correre con te in mezzo a tutti quei papaveri e guardare il sole cadere dietro la collina e il cielo che imbrunisce tra nuvole di rame, ascoltare il canto dei grilli e sentire il vento tra i capelli... Ma il tempo ci ha divisi o meglio ti ha cambiata ed ora non vorrei che tu fossi soltanto una stella morta che manda la sua luce dal passato. Sei stata per me cieli che si guardano lontano, dietro le spalle, cinque minuti fermi in un autogrill per bere un caffè e riposarsi le gambe. Sei stata solo un nodo dentro il cuore che si è sciolto ed ho scoperto che i giorni sono solo dei ricordi come le tue lettere che leggevo nei primi tramonti gialli di primavera.  &lt;p align="justify"&gt;Lo so che ti devo molto in fatto di personalità, so quanto tu sia stata importante per me. Un po' eri caduta nella mia considerazione e forse è stata solo colpa tua o del vento che ti ha tinto di città. Il tuo sole si sbiadiva sempre più, vedevo la ragazza che un tempo amavo e non eri più tu, lo sai? Aveva il tuo viso, il tuo corpo, le tue gambe ma sul suo volto non si leggeva il tempo che ti aveva cambiato il cuore. O forse ero io che stavo cambiando. Ieri. Tutta la notte ho pensato a te. E adesso sono qui davanti a casa tua.  &lt;p align="justify"&gt;Mi apri festosa la porta. Mi fai accomodare. E comincio a parlare: "Certo che allora con il futuro sicuro e nelle mani l'amore, con i tuoi occhi dentro i miei, forse alla felicità ci sono arrivato vicino. Oggi non so: dico «che importa domani cosa si farà?»; c'è meno tensione e più voglia di darsi, vado cercando chi viva con me. Ma questo è il mio destino: io come Gozzano non amo che le rose che non colsi, quello che poteva essere e invece non è stato. Non amo che i baci mai dati e le parole mai dette, non amo che gli amori mai nati". &lt;br&gt;Certo che allora ero con te e mi dicevi l'amore per strada, tu un cespuglio di rose, i tuoi occhi vispi due colibrì; le tue mani graziose come aironi si muovevano con gesti misurati. Com'erano belle le notti con te, le stelle tremolanti punte di spillo nel blu. L'estate nasceva sulla tua pelle e noi crescevamo aspettando la sera, prendeva vita la parola "insieme" e non provavi vergogna nel toglierti il bikini. Sei stata la mia Frine e io credevo di morire sul tuo giovane corpo nudo; sui tuoi seni nasceva un nuovo amore. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ora sei tu a ricordare: quei giorni che venivi con i capelli biondi fin sopra il mio viso e nei tuoi occhi si rifletteva l'oro della catenina. Dici che ti ridevi addosso, che vuoi che importi. Dici che non hai pianto proprio mai, che io mi voltavo e tu eri lì: volevi le poesie, volevi che le dedicassi a te. Volevi essere la regina del mio cuore - ora lo confessi - la signora incontrastata dei sentimenti, la padrona della mente. Volevi ma non è stato. E mi dai ragione: le rose mai colte sono le più amate.  &lt;p align="justify"&gt;"Ma non ci hai mai pensato?" mi dici cambiando la posizione delle gambe "L'amore è un rito vudù dove gli spilloni sono gli occhi che ti frugano nell'anima. Sono gli occhi, mi capisci? Sono fari puntati in una strada buia e tu sei l'auto che proveniva dall'altra corsia e mi hai abbagliata". Sono pietre preziose quei tuoi occhi che le lacrime adesso bagnano, rigandoti il viso. "Scusa" mormori. Ma di cosa ti scusi? Di mostrarti come sei? "Sono una stupida" dici rivolgendo ancora gli occhi a me. “No, non lo sei: è solo tenerezza" riesco a dirti. "Sei ancora tu il mio desiderio" - trovo finalmente il coraggio di dire - "credevo di amare una figura idealizzata che lo rispecchiasse. Ma adesso rivederti, parlarti, ha riacceso la vecchia fiamma che non si è spenta mai in tutti questi anni. Covava ancora sotto la cenere. Tutto qui."  &lt;p align="justify"&gt;E quando andasti via - ora lo so - barattai una parte di me con i tuoi baci: è la parte di te che ho dentro al cuore, scritte a Lampostyl di innamorati sui sedili di legno di un treno che ci ha diviso. Fumi di ciminiere nel mattino e il sole che si svegliava rotolando sopra i fiumi, la campagna dietro i finestrini e io che piangevo pensando a te. "Sai che di notte ti pensavo" - mi dici - "chissà mai se gli vengo in mente. Magari un oggetto, una parola, un gesto gli ricorda me... Forse era la speranza o la rassegnazione, non lo so. Forse era solo nostalgia. Volevo per me sola i tuoi sguardi e le tue occhiate, la dolce carezza delle tue parole. Non era gelosia. O almeno non lo credo, semmai era possessivo desiderio. Volevo per me sola i tuoi baci e i tuoi vestiti sulla sedia e le lusinghe delle tue mani, i tuoi giochi proibiti. Però niente e nessuno no. Così non puoi andare avanti: qualcosa e qualcuno devi sempre avere, un amico sincero che ti sappia capire, in quei momenti in cui ti rendi conto di avere sbagliato. Ti occorre sempre un amore che ti accenda di vita, come quando c'eri tu accanto a me e il vento spazzava il cielo e le strade e le mie paure. Tra i grattacieli un volo di colombi e le prime luci che si accendevano. Lontano un'eco di voci e tu mi stringevi". &lt;p align="justify"&gt;"Lo so: fa male l'amore che va via. Ti ho vista allontanarti piano piano, diventare un puntino e ho capito che non eri più mia ormai. Ho pianto come un bambino e ho sentito un vuoto dentro il cuore. Però si cade e poi ci si rialza, lentamente ci si riprende e ci si sente un po' più forti. E quante altre volte sono caduto: mi sembrava di vederti tra la folla, ti seguivo. Sembravi tu: il viso, i capelli, l'andatura, la tua figura. Poi arrivavo vicino e non eri tu: mi sentivo la bocca piena di sabbia". Hai intuito il mio groppo in gola, ti fai vicina, mi accarezzi la nuca come facevi allora. È come un chiarimento: è un gesto che vale più di mille parole. Continuo rinfrancato: "La previsione non sempre è prevenzione; ci sono in gioco molti fattori: sentimento, evento, caso, errore. D'accordo, forse io pretendevo un po' troppo ma tu non mi hai mai disilluso: al gioco ci sei stata anche tu".  &lt;p align="justify"&gt;L'amore nasce dai tuoi occhi come un fluido che mi ipnotizza, bagliore intenso ed improvviso. Le luci della città si accendono al crepuscolo. L'amore ha i tuoi occhi, un mare pulito, quel mare pulito della nostra laguna dove correvamo liberi sulla spiaggia e dove scoprii che l'amore ha i tuoi occhi. I nostri visi sono vicini ora, le tue labbra invitano le mie e ti bacio. Un lungo bacio che chiude una parentesi aperta quel giorno che sei diventata un puntino mentre andavo via. È tornato in vita quell'amore nato nell'angolo di un bar, il tuo amore che era i tuoi sorrisi e il volo di un gabbiano, la consapevolezza che il tempo ci avrebbe divisi. È tornato dalle vecchie fotografie che escono da un cassetto.  &lt;p align="justify"&gt;Ed è tempo d'amare, tempo di te. Le luci riportano i bei tempi passati insieme. La porta stretta del tuo cuore si è aperta per me quando hai avuto voglia di vedermi e come un fiume in piena i ricordi hanno rotto l'argine dei nostri cuori. Ridi. E questo mio amore diventa di nuovo grande ora che i miei pensieri si trasformano in azioni e non è più un sogno sfiorarti le labbra, guardare i tuoi occhi, quella rosa scura che io amo e che tu vesti di un sorriso.  &lt;p align="justify"&gt;Si fa già più chiaro nei tuoi occhi e l'alba sveglia la città. Abbracciarti è una realtà ora che fra noi c'è questa nuova notte d'amore tra i tuoi sospiri e le mie paure. La luna è la moneta con cui abbiamo pagato i nostri errori. Sei seduta sul letto con una gamba ripiegata, così il piede è gemello del ginocchio; con le mani sostieni il tuo bel viso. Guardo i tuoi occhi, guardo la tua nudità, guardo i gomiti lisci che celano i seni alla mia vista, guardo i tuoi capelli scompigliati. Sei la mia Eva dei paradisi perduti. Ti volti, sorridi: "Abbiamo colto le rose".  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="411" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a3/New_york_restaurant_by_edward_hopper.jpg" width="484"&gt; &lt;p align="center"&gt;Edward Hopper, “New York Restaurant”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3863952323002386145?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3863952323002386145/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3863952323002386145&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3863952323002386145'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3863952323002386145'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/01/le-rose-che-non-colsi.html' title='Le rose che non colsi'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4653715617233483807</id><published>2011-01-01T08:21:00.000+01:00</published><updated>2011-01-01T08:21:00.342+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Merano'/><title type='text'>Il Capodanno del 1989</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;A mezzogiorno del Capodanno 1989 consegnai in fureria il bracciale rosso, compilai e firmai il verbale e smontai da caporale di giornata. Quella notte, dopo il mio giro per il contrappello alle undici e mezza, avevamo brindato con lo spumante e il panettone che Perego aveva comprato allo spaccio della caserma. Oltre i grandi vetri della camerata splendeva la scritta “Las Vegas” di un luna park che campeggiava nel parcheggio dell’Ippodromo: quel momento sembrava insignificante, eppure è impresso a fuoco nella mia memoria, catalogato tra le sensazioni più belle. Rivedo i volti di chi era lì, rivedo le brande, gli armadietti appoggiati al muro, gli zaini sulla parete. Risento il botto del tappo a mezzanotte, le grida, gli auguri scambiati, i brindisi con i bicchieri di carta.  &lt;p align="justify"&gt;Mi cambiai velocemente e radunai la combriccola con la quale avevo appuntamento: andammo a pranzare alla Haisrainer Weinstube, in piazza del Duomo. Cinque soldati, cinque amici che si ritrovavano a condividere quel primo giorno di un anno che avrebbe portato molti cambiamenti nelle loro vite, a cominciare da quel congedo tanto atteso. Quando uscimmo dal ristorante, nel pomeriggio freddo e sconfinato, prendemmo la strada che porta a Quarazze, dove si trovano gli edifici scolastici e dove andavamo al cineforum qualche giovedì. Entrammo in un bar fuori mano per riscaldarci con una tazza di cioccolata e una fetta di torta ai mirtilli. Trascorso un bel po’ di tempo tra discorsi seri e i soliti lazzi, pagammo. Su mille lire di resto che toccavano a lui Ferrario scrisse luogo e data, “Merano, 1/1/1989” e firmò. Poi ci porse la banconota e ognuno di noi scrisse qualcosa negli spazi bianchi e firmò a sua volta. Lo facemmo in silenzio, senza dire una parola, come se un’invisibile forza guidasse i nostri atti. Infine Ferrario ripiegò le mille lire, quelle con la Montessori da un lato e i bambini a scuola sull’altro, ne fece un piccolo quadrato che ripose nel portafogli. Soltanto allora parlò: “Ragazzi, non sapete che ricordo è questo. Lo terrò sempre con me. Chissà che cosa penserò fra qualche anno, quando mi ricapiterà tra le mani...”  &lt;p align="justify"&gt;Non ricordo le frasi che scrissero gli altri tre, Perego, Cantoni e Bettoni. Purtroppo non ricordo neppure che cosa scrissi io, e me ne rammarico. Ma ricorderò sempre quel tavolo ingombro di tazzine, piattini, bicchieri e cucchiaini, e quelle mille lire tutte scritte con una biro rossa. Ricorderò per sempre il Capodanno di naia del 1989.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://digilander.libero.it/marcobanc/banc101b.jpg"&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4653715617233483807?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4653715617233483807/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4653715617233483807&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4653715617233483807'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4653715617233483807'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2011/01/il-capodanno-del-1989.html' title='Il Capodanno del 1989'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5170018749033642009</id><published>2010-12-24T08:22:00.000+01:00</published><updated>2010-12-24T08:22:00.087+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Natale'/><title type='text'>Notte di Natale nella steppa russa</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il 24 dicembre 1942 la Divisione&lt;i&gt; Julia&lt;/i&gt; era nei pressi del Don, nelle tane scavate sulla linea del fronte tra Krinitscnaja e Ivanovka. Il comando era stabilito a Nova Troitzkoije, i tedeschi del 24° Corpo corazzato, da cui ora la divisione dipendeva, erano invece alloggiati belli comodi in un &lt;i&gt;kolchoz, &lt;/i&gt;lo Stalina. La&lt;i&gt; Julia&lt;/i&gt; teneva duro, cercando di tappare la falla provocata dallo sfondamento sovietico iniziato con i combattimenti del 16 dicembre. Le perdite cominciavano a essere tante, il freddo era sempre più intenso.  &lt;p align="justify"&gt;La notte di Natale l’alpino Giobatta Francescon era di guardia appena fuori dai rifugi da talpe ricoperti da assi di legno di betulla. Il gelo era infernale, gli scolpiva candele di ghiaccio sulla barba, sul viso, gli pendevano strane decorazioni ghiacciate dal cappello, dal lungo pastrano bordato di pelliccia. E quel freddo gli penetrava nelle ossa, gli rendeva insensibili i piedi calzati da quelle strane scarpe inviate dal Comando: pezzi di legno ai quali erano cuciti degli stivaletti di tela. almeno avesse avuto uno di quei &lt;i&gt;valenki &lt;/i&gt;di feltro che indossavano i russi!  &lt;p align="justify"&gt;Sparavano lontano, chissà dove lungo il Don, sulla linea del fronte, magari dove c’erano la &lt;i&gt;Cuneense &lt;/i&gt;o la &lt;i&gt;Tridentina&lt;/i&gt;. Quei dannati tedeschi erano più giù: si scansavano sempre, lasciavano fare tutto il lavoro agli altri, ma quando c’era da usufruire delle comodità erano in prima fila, come quando fecero buona parte del trasferimento in treno lasciando gli italiani a marciare sotto il sole della steppa. Quanta polvere! Ma almeno faceva caldo allora. Giobatta scuote i piedi, cerca di riattivare un po’ la circolazione al ricordo di quel luglio tra i campi di girasole.  &lt;p align="justify"&gt;All’improvviso un frullo d’ali. Pernici. No, fagiani. Ma no, a quest’ora di notte… Guarda verso il fiume, verso i nemici: ma il movimento è più vicino, appena oltre i reticolati. C’è una luce, sta per dare l’allarme, poi si ferma di colpo: dal chiarore compare un angelo bellissimo, vestito di azzurro, con i boccoli biondi e la fascia con scritto Gloria, come nelle incisioni che aveva visto sulla Bibbia di sua madre. L’angelo gli fa segno di seguirlo. Giobatta per prudenza non abbandona il fucile, si stringe ancora di più nella pelliccia del bavero e avanza con un residuo di diffidenza verso l’angelo. Ma ogni sua resistenza è vinta quando vede la fonte della luce: è la sua baita sulle montagne del Friuli, coperta di neve. Nella stanza brilla la fiamma allegra e calda del camino; si avvicina alla finestra e guarda: dentro c’è sua moglie con lo scialle e i bei capelli ramati mandano riflessi al bagliore del fuoco. Stringe al seno il bimbo piccolo, quello nato a maggio, che lui ha fatto in tempo solo a salutare prima di partire per la Russia. Che serenità immensa regna in quella casa, e lui qui nel gelo della steppa. Ma com’è possibile che riesce a trovarsi in due posti contemporaneamente?  &lt;p align="justify"&gt;Non fa in tempo a rimuginare questo pensiero che un colpo di katiuscia squarcia l’aria con un fragore lacerante e colpisce proprio il punto in cui si trovava per la guardia pochi minuti prima. Salta in aria un pezzo del reticolato, si leva una nuvola di ghiaccio e neve, volano qua e là brandelli di legno. Giobatta resta con lo sguardo fisso su quel vuoto, su quei pezzi anneriti, sul filo spinato contorto che adesso gli fa pensare alla corona di spine di Gesù... Torna a voltarsi verso l’angelo, verso la sua casa: c’è solo il buio, soltanto l’uniforme grigiore della steppa. Dall’altra parte del fiume cantano, le voci giungono sull’onda del vento gelido che si attacca alla pelle e fa bruciare gli occhi.  &lt;p align="justify"&gt;«Francescon!» gridano «Francescon, &lt;i&gt;indove te se finio&lt;/i&gt;». Come svegliandosi da un sogno, Giobatta si riscuote, barcolla nella neve ghiacciata, si avvicina alle tane scavate nel terreno. «Sono qui» risponde «&lt;i&gt;che bòta&lt;/i&gt;!» ma ancora pensa all’angelo, pensa al miraggio della sua casa, di sua moglie, di suo figlio, che gli ha salvato la vita. «Un miracolo» ripete «un miracolo» e intanto beve il gavettino di brodaglia che chiamano caffè ma che per metà è grappa trovata chissà come. Il tenente gli dà una pacca sulla spalla, sorride e dice «Buon Natale, vecio».  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="375" src="http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/personaggi/Sentinella.jpg" width="490"&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5170018749033642009?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5170018749033642009/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5170018749033642009&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5170018749033642009'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5170018749033642009'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/12/notte-di-natale-nella-steppa-russa.html' title='Notte di Natale nella steppa russa'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4389867972849588010</id><published>2010-12-18T08:22:00.000+01:00</published><updated>2010-12-18T08:22:00.579+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tempo'/><title type='text'>Il tempo nelle mani</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Quel pomeriggio il mare era una piatta tavola grigia, una gigantesca lastra d’ardesia posata sulla sabbia della costa. Le vele vi spiccavano come bianche farfalle infilzate, i wind-surf si muovevano appena oltre i segnali che indicavano il limite massimo per la balneazione. Nella spiaggia la noia regnava sovrana, la musica delle radioline si mischiava al vociare dei bagnanti, si spegneva portata via dalla brezza. Sotto l’ombrellone, nell’ombra torrida, stavo leggendo un libro di Kundera: alla fine di ogni capitolo mi fermavo a guardarmi intorno e a bere avide sorsate di acqua fresca.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Daniela era seduta sulla sdraio in fianco alla mia. Aveva un bikini a fiori e il sole disegnava riflessi ramati sui suoi capelli biondi. Prendeva una manciata di sabbia, la chiudeva nel pugno e la lasciava filtrare lentamente: il vento prendeva quel flusso di granelli dorati e li portava verso il mare, verso i fazzoletti bianchi delle vele, verso le cale sull’altro lato del golfo dove nuvole bianche simili ad ovatta si ammassavano sopra le pinete e le torri dei condomini. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il vento ora soffiava più forte, i wind-surf al largo avevano cominciato a volare; il lembo dell’ombrellone si muoveva seguendo le ondate del grecale: a tratti il viso di Daniela si riempiva di luce, ne ammiravo le fattezze regolari, il colorito abbronzato. Dopo aver compiuto ancora una volta il suo gioco, aprì il pugno, lasciò andare la sabbia, si sfregò le mani. “Amore”, le dissi, “avevi il tempo nelle mani”…&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="340" src="http://www.partecipiamo.it/Poesie/passini/lotta_al/pugno_di_sabbia.jpg" width="509"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Partecipiamo&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4389867972849588010?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4389867972849588010/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4389867972849588010&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4389867972849588010'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4389867972849588010'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/12/il-tempo-nelle-mani.html' title='Il tempo nelle mani'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3905071917584922878</id><published>2010-12-11T08:20:00.000+01:00</published><updated>2010-12-11T08:20:00.442+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantasia'/><title type='text'>Racconto di Natale</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;L’era quasi Natàl. Giuàn l’era tött intrösc in di sò pensér...&lt;/i&gt; questo racconto andrebbe narrato così, ma sono ben consapevole che pochi sarebbero in grado di leggerlo. Mi sforzerò quindi di rendere in italiano corrente la vicenda che si sviluppa in un tranquillo angolo di Lombardia, disteso tra collinette e pianure che coprono le province di Lecco, Como, Monza-Brianza e Milano, non lontano dal confine antico tra il Ducato e la Serenissima, segnato dal corso dell’Adda e noto alla letteratura per la fuga di Renzo verso Milano nei Promessi Sposi. Oltre quel confine c’è la provincia di Bergamo con le sue cave e il suo cementificio, con i carrelli che viaggiano in teleferica trasportando i loro carichi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era quasi Natale. Giovanni era tutto intento ai suoi pensieri. La neve che scendeva lenta lo aiutava a perdersi nei meandri della mente con il potere ipnotico dei fiocchi che si depositavano larghi come piccole piume. Gli ci volle più di un momento per capire che qualcuno gli stava rivolgendo la parola. Era Vincenzo il “Tedesco”, bardato con la sciarpa di lana scozzese, una enorme giacca a vento nera e il cappellino di lana con lo stemma della Juventus. Non che fosse davvero tedesco, anzi: il nome stesso tradiva le sue origini meridionali. No, aveva lavorato in Germania in tempi lontani, non si è mai capito quando, prima di trovare la sua collocazione sulle rive dell’Adda. Dell’antico idioma che aveva appreso ai tempi dell’infanzia e della gioventù gli rimanevano solo ombre, accenti chiusi in certe parole e stranamente aperti in altre. Ma talvolta si avventurava nei territori ostici del dialetto brianzolo senza peraltro troppo sfigurarvi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E ora stava parlando di qualcosa che sarebbe accaduto presto. Giovanni non aveva colto le prime frasi, era come uno che si svegli e ci metta un poco a connettere, magari muove un po’ le braccia e le gambe, si stira per ridare tonicità ai muscoli. “Domani vincerò al Superenalotto”. Quello era il succo del lungo discorso di Vincenzo, parlato anche con i gesti: con le mani e le parole gli stava dicendo di essere andato a giocare la mattina presto alla ricevitoria del bar della stazione – aveva bevuto il cappuccino, mangiato la brioche, letto Tuttosport con il resoconto della vittoriosa partita della Juve a Catania e giocato; il “Tedesco” quando doveva raccontare qualcosa partiva sempre da Adamo ed Eva.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Giovanni tolse una mano di tasca, la passò sul mento: un vezzo che aveva talvolta quando doveva porre una domanda. Vincenzo, che lo conosceva bene, si apprestò ad ascoltare: in quell’atteggiamento sembrava un bambino che aspetti che arrivi la mattina di Natale. “Hai giocato al Superenalotto, va bene” disse Giovanni, “ ma che cosa ti fa pensare che sarai proprio tu a vincere, considerato anche che giocheranno in tanti perché il montepremi è alto, cos’è? 102 milioni?” “104 milioni, 127 mila e 258 euro” contabilizzò subito l’amico. “Ecco: 104 milioni e rotti, e sarai tu a vincerli? Proprio tu? Ma mi sai dire perché ne sei convinto?” Erano fermi sotto la tettoia del distributore. Vincenzo si guardò in giro, roteò l’ombrello chiuso e a bassa voce, tanto che Giovanni stentò a capire, disse: “Me l’ha detto un angelo...”&lt;i&gt; “Cusè?”&lt;/i&gt; rispose stupito Giovanni, “cosa?” e Vincenzo lo azzittì, quasi gli metteva anche una mano sulla bocca. “Un angelo, vieni che te lo faccio vedere se è ancora là”.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Si incamminarono sotto la neve, che cadeva ancora più fitta. Sulle strade ce n’erano almeno dieci centimetri, ma rimaneva compatta, scrocchiava sotto le suole. Vincenzo condusse l’amico sul lato destro della chiesa parrocchiale. Lì, in una rientranza nel muro c’era una grotta con il presepio. Un bambino biondo infreddolito avvolto in una giacca a vento chiara che mostrava vaste tracce di sporco era lì seduto tra il bue e l’asinello, sul fondo. &lt;i&gt;“Ossignùr, Tudèsch, ma t’é mea ciamàa i Carabinier?”&lt;/i&gt; sbottò Giovanni. “I Carabinieri? E perché? Non vedi che è un angelo? Ha anche le ali...” Come se fosse stato appositamente istruito, proprio in quel momento il bambino, che avrà avuto un cinque-sei anni, si voltò e dalla giacca a vento spuntarono due larghi tratti dell’imbottitura di piuma. &lt;i&gt;“Vincenzo, ma l’è la piüma”. &lt;/i&gt;Giovanni spostò San Giuseppe chiedendogli mentalmente scusa per quel gesto barbaro, si inchinò davanti alla Madonna e si avvicinò al bambino, inginocchiandosi. “Ti sei perso? Dove sono il tuo papà e la tua mamma?” “Qui” rispose il bambino, indicando le due statue dei santi. Giovanni capì invece “qui, qui fuori” e così “Sei del paese?” gli domandò ancora. “No, io abito qui dentro”. E così dicendo, saltò nella mangiatoia, lasciata vuota fino alla sera della Vigilia, quando il parroco veniva a collocare la statua di Gesù Bambino e a benedire il presepio. Fu quando il bambino si sdraiò comodo nella mangiatoia che cominciò una musica bellissima e un coro iniziò a cantare. “Però, don Cesare quest’anno ha messo su un bel programma” pensò Giovanni, “fanno le prove del coro anche il venerdì mattina...” In quel momento comprese che non poteva essere il coro, dato che tutti probabilmente erano a scuola o al lavoro. Vincenzo era in ginocchio e guardava estasiato sopra la grotta. Guardò anche lui: una dozzina di angeli intonava “Gloria nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. La neve cadeva sempre più fitta, la grotta ora era illuminata, anzi la luce veniva dal bambino benedicente nella mangiatoia. “Ma, quella giacca tutta sporca e sbrindellata?” osò chiedergli Giovanni. “I peccati del mondo lasciano tracce” gli disse Gesù Bambino.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ormai la neve era diventata una tormenta, il vento soffiava forte, il freddo era molto intenso. Giovanni sollevò Vincenzo e lo condusse all’interno della chiesa, attraverso la porticina laterale. Don Cesare stava pregando seduto su una panca. Vide entrare i due uomini coperti di neve. “Cos’è successo?” chiese allarmato. I due non riuscirono a parlare, ma indicarono la porta al prete, lo accompagnarono davanti alla grotta. Ora la neve cadeva meno fitta, ad aghi. Al centro della grotta, nella mangiatoia, c’era il Gesù Bambino di gesso, quello che metteva sempre il parroco. “Ma guarda” disse don Cesare, “è tornato. Ma non la riconoscete? È la statua del Bambino Gesù che ci avevano rubato l’anno scorso. Chissà chi l’avrà riportato... La provvidenza divina...” Così dicendo sollevò la statua, la ripulì dalla neve con la sciarpa di lana nera e rientrò in chiesa... “Questa la mettiamo la sera della Vigilia!” quasi gridò chiudendo la porticina. Giovanni e Vincenzo rimasero come due allocchi. Guardarono ancora una volta la grotta, fredda e buia tanto quanto era stata calda e luminosa pochi minuti prima. Il silenzio sembrava più forte adesso che il coro aveva smesso di cantare, la neve ovattava tutti quanti i rumori. Entrarono al Bar Centrale e ordinarono due calici di bianco spruzzato con il Campari.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il giorno dopo, secondo la profezia dell’angelo, Vincenzo il “Tedesco” vinse al Superenalotto: 204 euro e 42 centesimi premiarono il suo quattro. Ci comprò una stufetta a barre di incandescenza e la notte di Natale, senza farsi vedere da nessuno, la pose nella grotta, vicino a Gesù Bambino, perché non patisse il freddo.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="357" src="http://www.acirealeturismo.it/foto_17_file/foto_17_grande.jpg" width="483"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Presepe settecentesco "a Rutta" - Chiesa di Santa Maria della Neve, Acireale&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3905071917584922878?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3905071917584922878/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3905071917584922878&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3905071917584922878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3905071917584922878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/12/racconto-di-natale.html' title='Racconto di Natale'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8060243675643329859</id><published>2010-12-04T08:23:00.000+01:00</published><updated>2010-12-04T08:23:00.458+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Il trucco</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Amore mio carissimo e perduto, adesso che guardo attraverso le lenti del ricordo e del sogno, ecco che ti ritrovo nelle fattezze di quest'altra donna che divide i suoi giorni con me e crede che sia esclusivo l'amore che le do: crede che le rose che le porto siano per lei, crede che le poesie che le scrivo siano tutte per lei, crede che i miei baci siano suoi, che il mio corpo sia suo, che i cioccolatini, gli anelli, i bigliettini, gli orecchini siano suoi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ovvio che sono suoi, nel senso che fisicamente, materialmente li ha e li possiede: i fiori, gli abbracci, i monili, i dolci, gli amplessi. E poi le gite fuori porta, le pizze, le cene in trattoria, i film, il braccio sulle spalle. Ma è lo spirito che lei non possiede, che mai potrà avere, perché ognuno di questi omaggi, ogni attenzione, ogni cura sono in realtà destinati a te, sono sacrificati sull'altare della memoria. In un certo senso lei inconsapevolmente recita la tua parte, anzi altro non è che un'imitatrice, per quanto la sua bravura non sia talento ma solo surrogato, tanto che alla fine vale il detto che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Con questo non voglio sminuirla, né denigrarla - e come potrei? - visto che le ho riservato il tuo ruolo e quindi inconsciamente ho scelto una donna che ti somiglia tanto.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Adesso lei sorride. E con la memoria è il tuo sorriso quello che mi rivolge. Ricordi? Ti dicevo che fu il tuo sorriso ad innamorami, che mi esercitavo la sera allo specchio per ricrearlo. Deve essere entrato nel mio profondo, tanto che adesso il suo sorridere è il tuo. E anche i gesti che ora fa, quel tagliare l'aria con la mano mentre discorre, quel rigirare gli anelli sulle dita, quel tormentare una ciocca sfuggita all'acconciatura, sono i tuoi gesti, sono il tuo stesso modo di porti, di gesticolare mentre racconti dei luoghi che hai visitato, delle persone che hai incontrato. E infatti lei mi sta dicendo di un tizio importuno che l'aveva abbordata in un caffè di Via Meravigli. Se conoscesse questi miei pensieri, chissà come si arrabbierebbe, chissà come si sentirebbe umiliata, tradita. Se ne andrebbe sbattendo la porta, mi tempesterebbe di pugni, mi massacrerebbe con un coltello da cucina... Ma adesso mi osserva con il tuo sguardo, mi chiede cos'abbia. Le dico che sono soltanto stanco, che ho lavorato troppo. Mi viene vicina, come fa sempre in questi casi. Chiudo gli occhi e mi massaggia le tempie, mi bacia e io immagino che sia tu. Per qualche minuto funziona, ma poi si riconosce il trucco, l'illusione. Apro gli occhi e non la amo, non la amo, sebbene stia dimostrando esattamente l'opposto baciandola e stringendola, sbottonandole la camicetta. Non sei tu, non sei tu...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="364" src="http://images.easyart.com/highres_images/easyart/5/4/54257.jpg" width="293"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Elise Hardy&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8060243675643329859?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8060243675643329859/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8060243675643329859&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8060243675643329859'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8060243675643329859'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/12/il-trucco.html' title='Il trucco'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8643832007428972082</id><published>2010-11-27T08:23:00.000+01:00</published><updated>2011-09-30T20:11:34.363+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantascienza'/><title type='text'>La macchina</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il cielo era una macchia viola, la sua lucentezza era incredibilmente nitida, si perdeva verso le colline, diffondendosi là sopra in enormi variegati tentacoli di meduse, in falpalà di bizzarri vestiti, in veli screziati ricoperti di pietre preziose che riflettevano la luce. E le colline erano ammassi neri, enormi mastodonti spiaggiati, giganteschi capodogli arenati nella campagna: qua e là serpeggiavano strade bianche che avresti detto essere stati disegnati con dei fili elettrici o dei grossi spaghi candidi. La campagna poi era un susseguirsi di appezzamenti che facevano pensare a un dipinto di Mondrian, rari contadini e macchinari si distinguevano in mezzo a un folto gruppo di spaventapasseri dalla stramba postura, addobbati con enormi cappelli e grandi sciarpe svolazzanti. Sopra di essi volavano grandi corvi di latta, sbattendo le ali con un cigolio di banderuola.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il professor Tobia Buzzetti mi guardava ammirato: non riusciva a nascondere una punta di autocompiacimento, riuscivo a leggergli l’orgoglio e la fierezza negli occhi lucidi, nel sorrisetto che non riusciva a reprimere. Quando finalmente parlò, destandomi dalla visione, capii: “Quello che vedi non è. Questa stanza è solo l’estrema propaggine di un’enorme macchina che genera sogni e illusioni. Non fa altro che attingere al nostro subconscio e mescolare tutto quanto, ricreando universi che sono formati dai sogni, dai ricordi e dalle fantasie di chi si trova a transitare in questo luogo. I corvi di latta, per esempio, sono un mio ricordo d’infanzia: ne avevo visto uno muoversi a molla in una vetrina di Ortisei quando avrò avuto sei o sette anni. So di preciso che era una sera d’autunno con il cielo dai colori stranissimi”. I tentacoli di medusa dunque erano i miei, rimasti impigliati in qualche lato dei miei neuroni, attorcigliati nelle sinapsi. La grande medusa sulla spiaggia di Gabicce, un grande lampadario lattiginoso dal quale uscivano quei coloratissimi nastri. Mi sarebbe piaciuto incontrare il tecnico o l’operaio che aveva portato Mondrian in quell’insieme: ci avrei parlato volentieri di arte bevendo qualcosa alla caffetteria.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Non è tutto” mi disse il professor Buzzetti: in effetti stiamo testando anche delle varianti”. Premette un pulsante sul telecomando che teneva in mano. “Ecco, adesso ti nascondo un pezzo. Un pezzo del tuo subconscio, intendo”. Guardai, ma nulla mi parve variato in quella scena. Però ebbi l’impressione che qualcuno mi nascondesse un pezzo, come se mancasse la tessera di un puzzle e proprio quella tessera sarebbe stata necessaria per rivelarne l’intero segreto. O meglio, sentivo che la tessera c’era, ma era celata ai miei occhi. Cioè, era venuto a mancare proprio l’unico frammento che dava il senso a tutto il resto. La visione per il resto era inalterata: il cielo viola, le meduse, i campi di Mondrian, gli spaventapasseri, le colline, i corvi... L’universo però risultava alterato: guardando meglio, i contadini indossavano grandi maschere bianche da bautte, le stradine erano divenute profonde incisioni nella pelle dei capodogli, il cielo aveva assunto una tinta più sanguinolenta. Come se l’asse su cui tutto quell’universo virtuale o fittizio girava si fosse inclinato di qualche grado, o se la rotazione avesse impercettibilmente rallentato o accelerato, in modo comunque da modificare seppure leggermente i particolari. Poi capii: “Ti nascondo un pezzo” quello indicava, non solo il mio subconscio, ma quello di tutti quanti concorrevano a formare quella visione. Il pezzo nascosto, la chiave di volta, toglieva quella pace che avevo avvertito di fronte al paesaggio fantastico, vi aggiungeva una sottile patina di inquietudine, non fosse altro che per quel segreto non rivelato, quell’elemento taciuto capace di cambiare le cose.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Il ricordo che elabori, in questo caso non è” mi spiegò Tobia Buzzetti, “ovvero viene modificato e assume una diversa valenza, perde la caratteristica che te lo faceva ricordare così, con quell’intensa emozione, con quella appassionata dolcezza. Guarda i corvi, adesso...” Guardai. I corvi meccanici dell’infanzia di Tobia Buzzetti ora avevano uno sportellino sul ventre: di tanto in tanto lo aprivano disseminando piccole bombe che cadevano con contenuto fragore sugli spaventapasseri generando un ironico contrappasso. E la mia medusa? Guardai meglio: il cielo era diventato rosso perché i tentacoli avevano grosse spine lunghe e resistenti, come quelle delle acacie, e con quelle straziavano il cielo agitandosi come scudisci.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“La macchina è in grado di calcolare praticamente in diretta i nostri pensieri, di elaborare i ricordi e disporli all’interno dello scenario: li cambia e li risistema in base ai miliardi di combinazioni a cui accede” mi disse il professore. “Regolamentate anche il caos” commentai, e vidi disegnarsi ancora sul suo volto quel sorriso compiaciuto che non riusciva proprio a nascondere. Premette ancora un tasto sul telecomando: davanti a me ora si spalancava un immenso labirinto. “Proviamo un’altra funzione”, mi disse, “Il filo per uscire è in te...” Quando mi ritrovai nel buio, cominciai a maledire Tobia Buzzetti, poi gli occhi si abituarono a poco a poco: capii cosa intendeva il professore con quelle parole “Il filo per uscire è in te...” quando vidi Marta sorridermi nello splendore dei suoi sedici anni. Tobia mi aveva regalato un emozionante viaggio nei territori della mia gioventù: per uscire, semplicemente, dovevo riconoscere i miei errori e non commetterli di nuovo.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="378" src="http://4.bp.blogspot.com/_BDCqpuwRnf4/TEgP-8ka6hI/AAAAAAAAGJc/zluK2YvOlig/s1600/tdm_dream_big.jpg" width="558"&gt;&lt;/p&gt; &lt;h6 align="center"&gt;IMMAGINE © GNOMES LIAR&lt;/h6&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8643832007428972082?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8643832007428972082/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8643832007428972082&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8643832007428972082'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8643832007428972082'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/11/la-macchina.html' title='La macchina'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BDCqpuwRnf4/TEgP-8ka6hI/AAAAAAAAGJc/zluK2YvOlig/s72-c/tdm_dream_big.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4581612404616259929</id><published>2010-11-20T08:20:00.000+01:00</published><updated>2010-11-20T08:20:00.052+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><title type='text'>Napoli</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Sei stato sfortunato” mi hanno ripetuto gli amici napoletani “hai trovato la pioggia”. Me lo hanno detto sul lungomare, me lo hanno detto a Via di Chiaia, me lo hanno detto in Piazza Martiri. No, sono stato fortunato, invece: perché la Napoli che ho visto era la vera Napoli, quella lontana dagli stereotipi, quella che conosce solo chi ci vive. Troppo facile associare l’idea che si ha di una città con un’immagine da cartolina – i due pini di Posillipo con sullo sfondo il mare e il Vesuvio, in questo caso. Troppo facile arrivare e cantare “O sole mio”. Questo lo fanno i turisti.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Invece, seduto a bere un caffè in Galleria Umberto I, mi sono sentito parte di questa città. C’era vento, c’era umido, la pioggia cadeva a intermittenza, avrebbe potuto anche essere Londra, visti gli ombrelli che giravano. Avrebbe potuto essere Milano, in quella Galleria così simile. Ma era Napoli, una delle tante sue anime, quella teatrale, scenografica – non è un caso che a pochi passi da lì ci siano il Teatro San Carlo e Piazza del Plebiscito. Mi hanno detto che la sera lì si radunano i ballerini di tango. L’anima della città è anche in questo. Difficile pensare ai &lt;em&gt;tangueros&lt;/em&gt; danzare sui mosaici davanti a Prada, preferiscono la banale tranquillità di un locale sui Navigli. A Napoli invece si può.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Avevo già visto il mare sulla Riviera di Chiaia, mi ero innamorato di quella vista che spaziava da Posillipo a Castel dell’Ovo e si stendeva sotto un cielo in cui la luce variava di continuo, in cui le nuvole si disponevano come un fondale da palcoscenico. Avevo già gustato il sapore di Napoli: la sfogliatella riccia che si scioglie in bocca e riempie le papille con i suoi aromi deliziando il palato con la cannella e la scorza d’arancia. Mi ero già immerso nella morbida golosità di un babà innaffiato di sciroppo, mangiato con gli occhi prima che con la bocca su quel piattino di metallo dalle parti della stazione.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La pioggia, dicevo. Il rammarico maggiore, il cruccio vero e proprio dei miei amici. Napoli è sole e mare. Ma non è vero: Napoli è la gente, è la squisita ospitalità, è il calore umano. Il complimento più bello che mi hanno fatto è stato dirmi che sono un abusivo al Nord, che i miei documenti sono fasulli, che in realtà io sono uno “scugnizzo”. Mi hanno addirittura sottoposto a un esame di napoletano, per cercare di cogliermi in castagna, ma forse per l’anima di Totò che aleggiava ovunque nell’osteria dove abbiamo cenato, il test non è stato probante – o almeno così credo io: forse davvero hanno scoperto che alla &lt;i&gt;cassoeula&lt;/i&gt; preferisco di gran lunga la pizza!&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sono stato a Napoli... Sono stato con gli amici... Sono stato fortunato. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="350" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash2/hs600.ash2/155293_1596270198279_1581707102_1356315_6334769_n.jpg" width="521"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Napoli, Piazza del Plebiscito © DR&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4581612404616259929?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4581612404616259929/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4581612404616259929&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4581612404616259929'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4581612404616259929'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/11/napoli.html' title='Napoli'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8569508932156377993</id><published>2010-11-13T08:22:00.000+01:00</published><updated>2010-11-13T08:22:00.349+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Al binario 14</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Hanno annunciato il ritardo del treno, la voce metallica uscita dalle conchiglie degli altoparlanti ha sancito che “il Regionale 7027 delle ore 16 e 40 per Lecco, Sondrio e Tirano partirà con quaranta minuta circa di ritardo”. E questo contrattempo sparge altro sale sulle nostre ferite, ci congela in questo nuovo tempo che dovremo passare insieme. Ci siamo incontrati per caso entrando dalle vetrate della stazione di Porta Garibaldi, dove si riflettono i grattacieli del centro direzionale: io quei riflessi guardavo, lei portava a spasso la sua solita distrazione, per poco non ci siamo scontrati. “Ciao, Chiara”, “Ciao, Andrea”. Un po’ freddi, e non perché sia novembre e un vento gelido e tagliente sceso dalle Alpi ha invaso la città. Freddi per un indecifrato e non risolto problema tra noi, per un malessere che ha avvelenato il nostro rapporto, che ha inquinato l’amore e lo ha sospeso. Una settimana già che non ci vedevamo e non ci telefonavamo. Neanche un SMS.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sediamo sul basso bordo dell’aiuola, nella penombra. Sul tabellone i caratteri luminosi ogni tanto danzano e si cancellano: un treno parte, un altro arriva, un altro ancora accumula ritardo. Ma non riusciamo ad estirpare questo nero che ci divora, a buttare sul tavolo la questione. Non sappiamo se potremo rianimare questo amore, se dovremo sopprimerlo. Non sappiamo neppure se la nostra amicizia potrà sopravvivere, in tal caso. Restiamo inerti in questo languore, nell’indolente noia dei minuti che scorrono. Ne mancano almeno trenta alla partenza del treno, non l’hanno neppure ancora portato al binario. Fa freddo adesso, il gelo che ci portiamo dietro si è alleato con quello dell’atmosfera. Ha cominciato a piovere, il vento taglia come una lama. “Andiamo a prendere un caffè al bar?” Annuisce, la aiuto ad alzarsi. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il bar è caldo, c’è odore di panini alla piastra. Ci facciamo preparare due caffè e li portiamo a un tavolino. Fuori i viaggiatori arrivano alla stazione o la lasciano per imboccare la linea verde della metropolitana o i corridoi che portano in Corso Como, i taxi bianchi partono in continuazione. Anche la luce è fredda, i neon danno un aspetto asettico a questo locale. Ma il discorso non decolla. Chiara continua a guardarmi di sfuggita, cerca qualcosa nella borsa. Fruga e ne tira fuori la trousse del trucco, si ritocca gli occhi, le labbra. Mi sento afflosciato, come un burattino dopo lo spettacolo. Vorrei gridare: “Allora, questo amore è finito? Dimmelo!”. Qui, in mezzo alla gente, le cameriere con il cappellino, i professionisti con le ventiquattro ore, gli studenti con gli zainetti, i senegalesi seduti in un angolo. Non è nel mio stile. Non voglio umiliare né me né lei. Annunciano che il treno è in arrivo al binario 14. “Andiamo” le dico e le mie parole escono sfiduciate, vuote appunto. Scende già il buio, me ne rendo conto quando sbuchiamo dalla scalinata del sottopassaggio. Spiccano le oasi dei “Self bar” pieni di bibite e di merendine.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Il regionale sta arrivando: i suoi occhi bianchi sbucano dalla pioggia, diventano via via più grandi. Quando si ferma, lasciamo sfogare la folla poi saliamo anche noi, troviamo un posto nella vettura di testa. Non è più il momento, non è il posto. Prendo dalla mia cartella il giornale, Chiara si mette le cuffiette bianche dell’iPod nelle orecchie. Il treno parte, emette un fischio prima di infilare la lunga galleria. Tra di noi solo silenzio, un acuto, appuntito silenzio che ci strazia il cuore come un punteruolo da ghiaccio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://www.trainzitaliafoto.com/gallery/files/1/1/blocco_cle_002.jpg"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8569508932156377993?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8569508932156377993/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8569508932156377993&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8569508932156377993'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8569508932156377993'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/11/al-binario-14.html' title='Al binario 14'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7529033437151906129</id><published>2010-11-06T08:26:00.002+01:00</published><updated>2010-11-07T11:08:27.487+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Una notte</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Stava scendendo la notte, cupa e rumorosa. Le luci del lungomare si mischiavano ai riflessi argentati delle onde, il libeccio li faceva tremolare sconvolgendo le foglie degli eucalipti. Il mare era agitato, si muoveva come un’anima inquieta gemendo e ululando sotto un cielo tagliato in due da una mezzaluna affilata.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Era già buio nella stanza, ma non ci alzammo ad accendere la luce, a illuminare un abat-jour che spandesse la sua velatura soffusa tutto intorno. Restammo lì nella penombra, seduti vicini sul divano di pelle a confessarci, a tormentarci. Con le dita lei torturava gli anelli, li rigirava con un lavorio continuo. Io portavo le mani al viso o le lasciavo vagare intorno alle ginocchia. I nostri racconti si nutrivano di quel dire e sottacere, ma lentamente avevamo costruito qualcosa giorno dopo giorno, mattone su mattone. Quando mi sembrò di intuire che una nota di pianto fosse nella sua voce, che la incrinasse improvvisa come una crepa che si apre nel ghiaccio, mi resi conto subito di ingannarmi: fu una parola a incendiare l’ombra, a spalancare orizzonti che non avevo calcolato, a invadere i campi dei miei pensieri come un esercito veloce e bene armato. “Noi”. Era un discorso lungo e articolato quello che lei faceva in quel momento, forse mi ero distratto. “Noi”, la mente registrò, si riavvolse un attimo, recuperò dall’udito l’ultima frase. “Ora possiamo considerarci noi”. Un dato di fatto, una cellula, una coppia. Uno più uno. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;La mia malinconia agitava già bandiere bianche, cedeva senza combattere, si inteneriva. Noi. Cioè noi due. Mi si gettò al collo, mi baciò. Presi a spogliarla con foga, a sentire la sua pelle sotto le mie dita, ad accarezzare quel corpo che profumava di agrumi. Sentivo il mare incattivito mescolarsi ai nostri respiri accelerati. Sentivo le sue mani sulla schiena, la punta delle unghie. Ero dentro di lei adesso, muovevo rapido sulle sue anche e mi chiedevo se fosse gioia o dolore, se fossi caduto in un inferno o in un nuovo paradiso.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt; &lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/imagecache/2/5/si-257050.jpg_maxdim-400_resize-yes.jpg" /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Mike Jory, “Thinking of you”&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7529033437151906129?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7529033437151906129/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7529033437151906129&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7529033437151906129'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7529033437151906129'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/11/una-notte.html' title='Una notte'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7644803837408260222</id><published>2010-10-30T08:26:00.000+02:00</published><updated>2010-10-30T08:26:00.442+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrivere'/><title type='text'>Un pittore paesaggista</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera? Innanzi tutto, sceglie un’immagine da ritrarre: può essere stata un’ispirazione improvvisa a convincerlo del soggetto, oppure vi ha meditato a lungo; o ancora è stato il caso a portarlo là dove il paesaggio, per la sua bellezza o per una particolarità, lo ha colpito tanto da fargli balenare l’idea di un nuovo quadro.  &lt;p align="justify"&gt;Comunque, ora ha il suo tema. Ne schizza su un foglio il disegno oppure scatta una fotografia, ma questo secondo caso implica un passaggio tecnologico che snatura la totalità della sua opera e la rende un’imitazione anziché un’interpretazione. Ecco ora il pittore davanti alla tela bianca, vergine, posta su un cavalletto. Impugna un carboncino e riporta il disegno che ha schizzato sulla carta. Qua e là aggiunge o toglie qualcosa, a seconda di come la memoria gli suggerisce; magari ogni tanto chiude gli occhi per rivedere il paesaggio nella sua mente.  &lt;p align="justify"&gt;Adesso è il momento di prendere la tavolozza e i pennelli: inizia a stendere i colori dello sfondo, l’azzurro del cielo, il verde dei prati in primo piano, il grigio-viola delle montagne. È probabilmente la parte più noiosa del lavoro, questa preparazione, ma già sulla tela comincia ad apparire l’anima del paesaggio. Il bello viene dopo, quando passa a pennelli più fini e delinea figure che daranno spessore al quadro: un mazzo di stelle alpine, uno steccato, due mucche che pascolano, un gruppo di larici. A questo punto passa a pennelli ancora più piccoli e dipinge i particolari più minuti: il ricamo sulla fascia di cuoio dei campanacci delle mucche, le pigne delle conifere, i semi delle stelle alpine, il movimento di una cascatella là sullo sfondo, le vene del legno dello steccato, un nevaio sulla montagna più lontana, un rifugio seminascosto, ciuffi d’erba...  &lt;p align="justify"&gt;Quando scrivo un racconto, spesso mi comporto come quel pittore paesaggista: può essere un’ispirazione improvvisa a colpirmi, come una notizia letta sul giornale o un ricordo uscito dal dimenticatoio o da un discorso tra amici, un brano letto in qualche libro. Oppure mi lambicco il cervello cercando qualcosa che si possa raccontare, ripasso gli avvenimenti di cui sono stato protagonista negli ultimi tempi o ancora risalgo a periodi più lontani, ad amici e personaggi che ho conosciuto, a eventi cui ho assistito. O ancora fantastico, mi avventuro nei territori dell’assurdo, immagino che il tempo sia passato in modo diverso o non sia passato o ancora trasporto fatti di adesso nel passato o nel futuro, tenendo sempre uno sguardo su Buzzati, il mio autore di racconti preferito.  &lt;p align="justify"&gt;Viene il momento di effettuare lo schizzo: non disegno, scrivo. E generalmente scrivo una poesia in endecasillabi, da usare come traccia; più raramente stilo un piccolo schema a punti su quello che nel racconto deve accadere. A questo punto il pittore riporta lo schizzo sulla tela. Io accendo il computer, apro un programma di scrittura e inizio a infilare parole – un tempo prendevo un foglio bianco, una penna e cominciavo a lasciare tracce d’inchiostro sotto forma di frasi. In questo caso avrei probabilmente scritto: “Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera?”. Sembra facile, ma comporre l’incipit richiede tempo: è una delle parti più importanti, soprattutto in un racconto breve, è la chiave con cui si entra leggendo o il biglietto da visita che chi scrive porge a chi si troverà a leggere. E questa è una differenza tra il narratore e il pittore.  &lt;p align="justify"&gt;Poi il lavoro procede però parallelo: se là si prepara lo sfondo, qua si scrive tutto il racconto. Se là si passa alle figure, qua si rilegge e si introducono frasi e paragrafi interi. Quando il pittore passa a rifinire, dipingendo i dettagli, il narratore fa altrettanto limando e correggendo, cambiando un aggettivo, scegliendo un diverso sostantivo. Quando l’ultima pennellata e l’ultimo punto sono posti all’opera, pittore e narratore osservano soddisfatti quanto hanno prodotto.  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="384" src="http://scienceblogs.com/seed/painter large.jpg" width="384"&gt;  &lt;p align="center"&gt;Fotografia © Moriza&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-7644803837408260222?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/7644803837408260222/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=7644803837408260222&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7644803837408260222'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/7644803837408260222'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/un-pittore-paesaggista.html' title='Un pittore paesaggista'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4632523587751357556</id><published>2010-10-27T11:48:00.001+02:00</published><updated>2010-10-27T11:48:57.548+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gioco letterario'/><title type='text'>Colpa della polpa</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ormai lo sapete tutti, la notizia è di pubblico dominio. Il polpo Paul, il mitico indovino divenuto celebre nel corso dei mondiali di calcio in Sudafrica per le sue azzeccatissime previsioni, è stato trovato morto nella sua preziosa vasca di cristallo. Il custode dell’acquario di Oberhausen lo ha rinvenuto riverso senza vita nell’acqua. Secondo le agenzie di stampa, il povero Paul è morto per cause naturali. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Ma il nostro inviato a Oberhausen, il pesce pagliaccio Nemo, ci può svelare tutti i retroscena. Subito i responsabili dell’acquario hanno sospettato che la morte dell’indovino non fosse poi così chiaramente naturale. Dopo animate consultazioni, passati in rassegna tutti i grandi detective, Annelore Locascio, un’impiegata di origini italiane ha suggerito di convocare il Commissario Montalbano. Questi, che era per una volta in vacanza a Boccadasse con la smorfiosa Livia, già non ne poteva più e ha colto al volo l’occasione di raggiungere Oberhausen – avrebbe investigato pure sulla tortura delle mosche pur di abbandonare l’opprimente e gelosissima fidanzata. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Montalbano sono!”. &lt;br&gt;“Piacere, sono il direttore dell’acquario. Come le ho accennato per telefono, vorremmo indagare sulla morte di Paul” &lt;br&gt;“Paul... il purpo?” &lt;br&gt;“Sì, il povero Paul”. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Montalbano si cataminò, girò attorno alla teca in cui giaceva ancora il catafero del purpo, tuppiò sul vetro, come se sperasse che Paul si potesse arrisbigliari, poi principiò a spiare qualche dimanda: &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Olandesi in giro non se ne sono visti?” &lt;br&gt;“No, commissario. Avevamo pensato anche noi che si volessero vendicare per la previsione della finale” &lt;br&gt;“I tedeschi invece?” &lt;br&gt;“No, i tedeschi lo amavano, tutti. Dopo il 4-1 all’Inghilterra, poi... lo adoravano” &lt;br&gt;“Sicuro che non c‘è in giro qualche pezzo di cacio, sa, quello con la crosta rossa?” &lt;br&gt;“No, glielo assicuro” &lt;br&gt;“Eh, ma gli olandesi sono i principali indiziati... Comunque, patate? Pomidori? Piselli? Non avete trovato del sugo?” &lt;br&gt;“No, ma che dice?” &lt;br&gt;“Pensavo... No, sa, una bella saltata in tegame” &lt;br&gt;“Il polpo è lì” &lt;br&gt;“E Ahmadinejad?” &lt;br&gt;“Come Ahmadinejad?” &lt;br&gt;“No, siccome tempo addietro aviva sproloquiato sulla decadenza di noi occidentali, sulle nostre scaramanzie... Non avete trovato in giro un sicario iraniano? Qualichiduno con la varba longa e il fari sospetto?” &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;All’improvviso il ciriveddro di Montalbano si addrumò come una lampadina, il suo fiuto di segugio gli diciva che qualichicosa lì era fora posto. Notò una teca accanto a quella del purpo Paul, precisa intifica, ma vacante. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“E questa che cos’è? La secunda casa di Paul?” &lt;br&gt;“No, è un’altra vasca: fino a ieri c’era un esemplare femmina di Octopus Vulgaris” &lt;br&gt;“No, mi faccia capire pirchì, si spieghi meglio” &lt;br&gt;“C’era Mary, un polpo femmina. L’abbiamo trasferita all’acquario di Genova” &lt;br&gt;“Genova... Macari lei!” &lt;br&gt;“Come anche lei?” &lt;br&gt;“No, guardi, non si preoccupi. Stavo pensando alla mia fidanzata”. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Montalbano prese una seggia e si assittò davanti alla vasca. Taliò il purpo dentro gli occhi. Lo sguardo languido da cefalopode era ancora più triste, spento. “Epperforza, è morto” gli sussurrò nella testa la vocina di Montalbano Secondo. “Non adesso, sto indagando”. Taliò a longo il purpo e si fici persuaso. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;“Il vostro purpo Paul si è ammazzato” &lt;br&gt;“Ma che dice?” &lt;br&gt;“Suicidio d’amuri fu” &lt;br&gt;“D’amore?” &lt;br&gt;“Paul e Mary erano come un’anima sola. Quando aieri avete trasferito Mary, a Paul non gli importava più di vivere. Accussì si è suicidato battendo il capo sullo spigolo della roccia. Non si nota perché le vucche, sì, i tentacoli sono tutti ‘nzemmula, ma l’ematoma esterno lo denota. L’ha fatto per la so’ zita. Mi spiegai? E adesso mi può indicare il miglior ristorante italiano nei dintorni?” &lt;br&gt;“C’è la Forchetta d’oro” &lt;br&gt;“Ha per caso il nummero di tilefono?” &lt;br&gt;“Sì, guardi, è scritto sul pieghevole: è convenzionato con l’acquario” &lt;br&gt;... &lt;br&gt;“Pronto, la Forchetta d’oro? Montalbano sono. Posso prenotari per pranzo tra una mezzorata? Va bene. Ce l’aviti il purpo in umido?”&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash2/hs124.ash2/39537_1564597046470_1581707102_1302304_3062091_n.jpg"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4632523587751357556?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4632523587751357556/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4632523587751357556&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4632523587751357556'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4632523587751357556'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/colpa-della-polpa.html' title='Colpa della polpa'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1698215874382701124</id><published>2010-10-23T08:25:00.000+02:00</published><updated>2010-10-23T08:25:00.500+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Un reduce</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Da una risma di carta, tra fogli bianchi e altri, scritti per metà con vecchi pensieri e antichi endecasillabi, è spuntata per quell'incanto di cui è capace solo il tempo una tua vecchia fotografia. È un campo lungo della spiaggia: tu, in primo piano, seduta su una sdraio coperta da un asciugamano rosso in una fila di ombrelloni. Dietro si scorge il bagnino con la sua maglia a righe, più oltre, dopo altri bagnanti, il mare di un azzurro quasi grigio sotto il cielo sereno. Hai i capelli stranamente liberi sulle spalle - di solito invece li raccoglievi con un elastico - e sembri una vestale o una qualche divinità del mondo classico. Indossi un bikini chiaro, bianco, con dei piccoli disegni, e con il piede destro giochi a scavare onde nella sabbia, che poi ricomporrai. Io naturalmente sono il fotografo, come sempre: il mio occhio è dietro l'obiettivo per tentare di fermare il tempo, di strappargli a morsi infinitesimi brandelli da sottrarre all'oblio. Ci sono riuscito, se adesso resto basito a guardare questo rettangolino di carta lucida che mi dice di te più di quanto possa fare l'ultima diavoleria tecnologica. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Dopo trent'anni mi sorprende quella somiglianza con tuo padre che allora non notai: la bocca, gli zigomi sono l'eredità paterna, da tua madre hai preso il carattere e quella facilità nel comunicare con il mondo che a me risulta invece così difficile. Avrai avuto sedici anni allora, diciassette forse. Io, di un anno più anziano, badavo alla tua esuberanza, al tuo corpo che cresceva e che sentivo vivo pulsare e respirare accanto a me nei lunghi pomeriggi, nelle serate di musica e di bar, nelle notti di lune e di stelle. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Penso a Properzio, il poeta latino e a Cinzia, la sua amata: "Cinzia fu la prima, Cinzia sarà l'ultima...". Prendo il libro blu delle sue elegie nella mia biblioteca, cerco il passo che questa tua fotografia mi ha riportato alla mente: "Non sono più per lei quello che fui: un lungo viaggio muta le fanciulle, quanto amore in breve tempo si disperde!". Eccolo lì, è proprio vero: il viaggio in questo caso è il tempo, ma il risultato non cambia. Non sono più per te quello che fui. Trattenendo nelle mani questo simulacro, questo brevissimo istante scolpito nella mia memoria, mi sento come un reduce che torni da una lunga guerra, dopo migliaia di chilometri, con i vestiti laceri e le armi smarrite: trova il suo mondo cambiato e lo osserva sgomento. &lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="347" src="http://www.kazuya-akimoto.com/2007/2007images/IMG_6171_woman_beach.jpg" width="506"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align="center"&gt;Kazuya Akimoto, “Woman lying on the beach”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1698215874382701124?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1698215874382701124/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1698215874382701124&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1698215874382701124'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1698215874382701124'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/un-reduce.html' title='Un reduce'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4153130563273387605</id><published>2010-10-16T08:23:00.000+02:00</published><updated>2010-10-16T08:23:00.164+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Rimpatriata</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Eccoci qui, attorno a un tavolo nel giardino di un ristorante chiuso per il turno settimanale, davanti le tazzine di caffè, le bustine di zucchero, le bottiglie di acqua minerale, i bicchieri con un dito di whisky, i posacenere che chi fuma ha riempito di mozziconi. Tanti anni dopo. Troppi anni dopo. Seduti a rivangare il passato, a ricostruire pezzi di vite e giorni e anni, a ricordare chi non è venuto a questa rimpatriata, a guardare quei volti così mutati dall’ultima volta che ci siamo visti, quei corpi ingrassati, quei capelli ingrigiti o diradati.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Gianni sta raccontando di quando è stato in Thailandia, ci sta illustrando le meraviglie di un night club di Pukhet. Lo ascoltiamo come lo ascoltavamo allora, quando in mensa parlavamo del mondo fuori, di ciò che non era il Collegio, la scuola.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Al Collegio siamo stati stamattina, abbiamo pranzato là in quel medesimo refettorio, così cambiato da allora: rimpicciolito, le pareti dipinte d’arancione, i tavoli moderni, le sedie di plastica colorata. A quei tempi c’erano sedie di legno e tavoli rivestiti di fòrmica, i muri erano chiari, di un tenue giallo. La ricordiamo bene quella tinta: quando ci punivano per qualche motivo, anche solo per aver rovesciato sulla tovaglia il bicchiere dell’acqua, restavamo là per lunghi minuti in piedi a rimirare il muro. “Roba da Telefono Azzurro” ha detto Gianluca, “adesso li denunceremmo tutti”. Gianluca, “Vampiro” per i suoi denti aguzzi, ora è rianimatore in ospedale e ha l’Africa nel cuore, i bambini che va a curare gratis due mesi all’anno in Burundi. Quando siamo stati al bar per un aperitivo, ci ha raccontato della miseria infinita che c’è laggiù, ci ha commosso quando ci ha parlato di un bambino bellissimo che non è riuscito a salvare perché è finita la bombola dell’ossigeno e l’ambulatorio locale non poteva permettersene altre. Adesso non c’è, Gianluca: è tornato a Milano, questa notte è di guardia. Ma c’era quando abbiamo ripercorso i corridoi del Collegio, soffermandoci a osservare nelle aule, a rimirare il mosaico che raffigura uno scolaro correre nell’arcobaleno. Che controsenso: correre nei corridoi era considerata una grande mancanza, così come gli schiamazzi. E invece un paio di ore fa ridevamo e correvamo, adulti in quei corridoi che un tempo ci erano sembrati così grandi, ci fermavamo a osservare le foto di classe, a riconoscerci in quei ragazzi così cambiati, a riconoscere quanti non sono qui oggi e a biasimare qualcuno che non si è neppure degnato di rispondere all’invito. È Patrizio, “Gatto”, soprattutto a essere contrariato: lui ha organizzato tutto quanto; lui è la memoria storica della nostra classe: a ogni volto di quelle fotografie sa dare un nome, sa dire dove abitava e raccontare qualche aneddoto dei tempi del Collegio. Quando mi ha chiamato per trovare i nuovi indirizzi, mi sono attivato subito per aiutarlo.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;E ora siamo qui, al ristorante di Marco, che non ha potuto venire a pranzo perché a mezzogiorno doveva lavorare. Infatti gli ultimi clienti se ne stavano andando quando siamo arrivati noi. Stasera è chiuso e possiamo restare quanto vogliamo. Pierpaolo continua a guardare Marco: lo trova cambiato. Tutti ci troviamo cambiati, tranne i pochi che si sono frequentati saltuariamente in tutti questi anni. Paolo sembra più basso, Gianpietro invece è più alto di come ce lo ricordavamo, l’altro Gianpietro non è potuto venire – è a letto con l’influenza – ma ora è al telefono a dirci tutto il suo rammarico. Il cellulare di “Gatto” passa di mano in mano: saluta tutti, lo salutiamo tutti. Ci ritroveremo presto, gli promettiamo: Marco ci riserverà una sala. Una sera d’inverno ci ritroveremo ancora, tutti quanti, molti di più.&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;Sopra di noi passano bianche nuvole leggere nel cielo azzurro: anno dopo anno, penso. Pierpaolo forse intercetta il mio sguardo: “Certo che ne sono passati di anni, ragazzi. Pensate che domenica prossima parto per l’Egitto: sono sposato da vent’anni...”&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;È vero: tanto tempo è passato. Troppo. Lo leggiamo nelle rughe, negli occhiali, nelle stempiature, nelle calvizie. Ma siamo sempre noi, i ragazzi della sezione A, come se non avessimo questi trentadue anni di vita in più sulle spalle, come se invece dell’automobile nel parcheggio ci fosse ancora la bicicletta appoggiata al muro, come se a casa invece della moglie, della compagna, della fidanzata ci fosse la mamma ad aspettarci per la cena...&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="416" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/Foto1383.jpg" width="552"&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4153130563273387605?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4153130563273387605/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4153130563273387605&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4153130563273387605'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4153130563273387605'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/rimpatriata.html' title='Rimpatriata'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-9146867393441545497</id><published>2010-10-09T08:22:00.003+02:00</published><updated>2010-10-09T11:02:36.504+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Merano'/><title type='text'>In questa uniforme di tuo soldato (3)</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;a href="http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-2.html"&gt;(segue)&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;14. Merano, Delegazione Presidiaria, Lunedì 6 marzo 1989 (44 all'alba)&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Sono le cinque. Il Maresciallo e i Carabinieri hanno ormai varcato il cancello verde e stanno tornando alle loro case. La primavera diffonde i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline; un tepore piacevole aleggia nell’aria. Questa infinita dolcezza che viene con il tramonto nasce dal tiepido sole o dalle nuove sirene di libertà che mi incantano? Lancio la pallina da tennis nel cortile. Cominciamo a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsa la vita: scorrono automobili, motorini, biciclette. Gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostano e ripartono caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entrano nel vicino deposito, altri ne ripartono. Il sole cala e nella conca dei monti scende ormai l’oscurità. Mancano pochi giorni al congedo, mi crogiolo in questa nuova situazione, sento che tutti gli sforzi di un anno svaniscono lentamente nel sapore della libertà che mi appresto a gustare di nuovo.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ora non si vede quasi più, si accendono le luci della strada, si illuminano le finestre dei palazzi. Ripongo la pallina e chiudo l'ufficio. Ferrario serra la porta del Nucleo Carabinieri. Rossi ci guarda nella sua divisa nuova e con la solita aria del "Che cosa ci faccio io qui?". Non trovo parole ma un altro sguardo di malinconia oltre quel cancello dove scorre la strada rumorosa. L’apatia di un lunedì in cui nulla più soccorre l’inesorabile continuo fluire nella clessidra della sabbia fine. Guardo l'ultima luce cadere sui monti: ho un’infinita dolcezza nel cuore.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;15. Merano, Caserma Battisti, Giovedì 30 marzo 1989 (20 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Sono la "Max" adesso. È piacevole entrare in una camerata di nipoti ed essere invidiato perché il prossimo a congedarmi sono io. Non approfitto della situazione, non è nel mio stile. Voglio che mi ricordino come una "Max" umana e comprensiva. Del resto, atti di nonnismo non ne ho mai subiti. Solo qualche "sbrandata" da parte dei congedanti. Bastava rifare il letto e tutto finiva lì.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;No, non mi mancherà questo gergo di caserma: non mi mancheranno i "vurìa mai", i "giassài", gli "un po' massa". Non mi mancheranno i "non ti passa più", i "tralicci", la "Superpippo". Chiaro che è un linguaggio per iniziati, che non ha senso fuori di qui: tradotti sarebbero "proprio no", "certo", un atteggiamento irrispettoso verso un grado di scaglione più alto, un modo di dire che il tempo non passa a fare una certa cosa, gli altoatesini e i mutandoni di lana.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Mi mancherà la città, quello sì. Mi mancheranno gli amici che ho conosciuto in questa esperienza e che difficilmente so che rivedrò. Ma, bando alle malinconie, entro in camerata e grido: "Ritti, perdio, entra la Max!"  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;16. Verona, Porta Nuova, Martedì 4 aprile 1989 (15 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Verona lancia luci al neon nel vetro del finestrino opaco e impolverato. Torno a casa per l'altra metà della licenza ordinaria. Ho preferito spezzarla in due: invece di undici giorni filati ho scelto la modalità cinque e sei. Tornerò a Merano lunedì. E comincerò a pregustare la libertà in questi sei giorni a casa. Il treno sosta a Porta Nuova: c'è uno sciopero di un'ora del personale di macchina. Dietro la stazione c’è un cielo illuminato, lo stesso cielo di Romeo e Giulietta - mi viene di pensare. Conosco quel balcone e quel cortile, le scritte colorate degli innamorati sui muri della casa. Conosco l'arca dove ogni amante prega e getta la sua lettera colma di passione.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;È una sera sanguigna e fatata questa di Verona: la osservo dal piazzale antistante la stazione. È come se la città avesse assunto il volto di Giulietta, le sue dita affusolate, il suo modo di sorridere, il pudore: come se fosse davvero fatta della stessa stoffa dei sogni. Non ho tempo per raggiungere il centro: tra poco il treno ripartirà. Lo annunciano. Saluto Giulietta, saluto Verona, salgo in carrozza pensando che tra due settimane mi congederò...  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;17. Merano, Lungopassirio, Martedì 18 aprile 1989 (1 all'alba)&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ci hanno dato il permesso di uscire per il pomeriggio: siamo sciamati tutti dalla Bosin nel sole di aprile, leggeri come fantasmi - del resto i congedanti nel gergo della caserma vengono detti “fantasmi” o “borghesi”. Avviene dopo il prelievo obbligatorio di sangue. Prima di allora, in quest’ultimo mese ci hanno chiamati “Max” e quando entravamo nella stanza, gridavamo “Ritti, perdio, entra la Max!”. Ora invece cantiamo "Allarme, siam borghesi! / Son giorni e non son mesi!".  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Da qualche giorno stanno piantando dei pali dentro il fiume, grandi draghe sostano sul greto sassoso del Passirio presso il ponte a passerella che conduce in zone un poco periferiche. Com’è verde l’acqua: sembra quasi opale! Sarà per via della primavera.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;E camminando sulla passeggiata, alle spalle la Chiesa protestante, ci siamo soffermati a guardare gli operai che lavorano nell’aria tiepida, chiedendoci lo scopo di quei pali, ben sapendo con una punta d'orgoglio che partiremo prima che loro finiscano, senza conoscerlo.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Il pomeriggio scorre leggero, l’aria di primavera ci riscalda i cuori. Nelle antiche vie andiamo finalmente assaporando quella libertà che domani ci porterà. Ammiriamo le vetrine e le commesse dei negozi del centro, sulle panchine Liberty del lungofiume sostiamo oziando e osservando i bianchi gorghi, ben consapevoli che questa nostra compagnia domani si disgregherà. Beviamo birra al banco della Forst, girovaghi perduti nel pomeriggio. Personaggi di un libro di Hermann Hesse, ceneremo insieme come a celebrare il ritorno alla vita, presto liberi quando tornerà a risplendere il sole.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;18. &lt;i&gt;Merano, Caserma Bosin, Mercoledì 19 aprile 1989 (L'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Non siamo riusciti a dormire questa notte. Noi congedanti abbiamo aspettato ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole che avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia ci hanno consentito solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce. Finalmente alla grande finestra della camerata, che dà sul giardinetto interno, a Oriente, è filtrata la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» ho gridato anch'io entusiasta.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ho fatto colazione, pensando che per l’ultima volta avrei avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi l’adunata, l’ultima. Noi congedanti già vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Il comandante ci ha dato appuntamento per le dieci nel salone ricreativo. È venuto con i congedi, e uno per uno abbiamo firmato. Il maggiore Cornacchione ci ha tenuto un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspetta fuori di qui, su quello che ci si aspetta da noi. Come un padre di famiglia, quell'uomo apparentemente burbero dalla barba scura quasi si è commosso. Siamo corsi in camerata a prendere le borse, il prezioso foglio arrotolato in mano.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Varco per l'ultima volta il cancello della caserma: tra me e la libertà ci sono ora solo pochi metri. Saluto la guardia che mi apre il cancello, mi volto indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventola nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiano per i viali della caserma, la corvée che ramazza i marciapiedi, la vita che continua immutabile in questo piccolo mondo.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Sono fuori, mi tolgo il cappello con la penna nera, avanzo verso la vita e mi rendo conto solo adesso di aver ritrovato la libertà, ne sento subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduce alla strada principale. Guardo il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'avevo mai visto così neanche quando lo attraversavo al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta. Ora lo vedo con gli occhi della libertà e sembra ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumano.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="353" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs106.snc1/4604_1107952550643_1581707102_244691_2023279_n.jpg" width="522" /&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;Merano, Caserma “Leone Bosin”, 19 aprile 1989: L’alba&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-9146867393441545497?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/9146867393441545497/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=9146867393441545497&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/9146867393441545497'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/9146867393441545497'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-3.html' title='In questa uniforme di tuo soldato (3)'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3931921863168817039</id><published>2010-10-02T08:21:00.003+02:00</published><updated>2010-10-02T13:02:33.962+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Merano'/><title type='text'>In questa uniforme di tuo soldato (2)</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;a href="http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/09/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-1.html"&gt;(segue)  &lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;7. Merano, Caserma Battisti, Sabato 15 luglio 1988 (278 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;C'è stato temporale questa notte. Ora il cielo è azzurro e si riflette nelle pozzanghere sull'asfalto. I monti mi tentano come un'Eva dei paradisi perduti, mi fanno intravedere la libertà, quella che le gazze si portano in giro volando da un abete a un campanile romanico. Sto cominciando a conoscere questa caserma, la Cesare Battisti. Da una settimana mi hanno trasferito al Battaglione Logistico Orobica: sono assegnato alla Delegazione Presidiaria in qualità di scritturale. Vesto ogni giorno la divisa della festa: adesso quella estiva con pantaloni e camicia chiara: gli stivaletti hanno preso il posto delle pedule. Dopo due mesi ho finalmente la mia collocazione definitiva nell'ambito dell'esercito italiano. Sono contento di trovarmi qui, anche se rimpiango un po' la Bosin: qui non c'è la mensa, che hanno iniziato a ristrutturare, e si pranza e si cena in un locale di fortuna servito dalle cucine da campo. A pranzo arrivo sempre tardi, perché l'ufficio chiude alle 12 e la cosiddetta mensa apre alle 11.30. Quando mi siedo al tavolo sono già le 12.15 e mi porto sul vassoio quello che c'è: riso scotto o pasta, pollo, una bistecca, quando va bene la cotoletta appena impanata. La sera esco sempre, anche perché non ho né mai avrò servizi da svolgere, essendo il nostro ufficio, per il suo status particolare di appendice del Presidio di Bolzano, esentato dai compiti di caserma. Esco da solo, qualcuno poi trovo sempre per la città. Raramente ceno solitario. "Rainer", il "Pic-nic Grill" e la "Marinara" sono le mie mete solite. Qualche volta sperimentiamo posti nuovi.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Al momento sono alloggiato nel Minuto Mantenimento, ma appena ci sarà il congedo del 6°/87, Danilo, che è del mio paese, mi ha già trovato una branda nella sua camerata della Comando. L'ufficio si affaccia su Via Palade, proprio davanti all'ippodromo e ha una sua uscita privata. Mi hanno dato le chiavi e già fantastico sulla possibilità di uscire di soppiatto. Per arrivarci devo attraversare un bel pezzo di caserma: i depositi degli automezzi e dei cingolati, la casetta del sarto, il magazzino delle trasmissioni, le caldaie. Eccomi arrivato. La ramata verde, il cancelletto: entro nella mia nuova oasi.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;8. Merano, Delegazione Presidiaria, Sabato 23 luglio 1988 (270 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;“Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale" &lt;/i&gt;c'è scritto nel racconto di Cesare Pavese che sto leggendo seduto nell'ozio del sabato estivo alla mia scrivania. Il maresciallo Ciulla è andato in città, il mio collega Ferrari è partito per la licenza ordinaria e tra un mese si congederà. Mi fa riflettere quella frase, mi fa pensare quanto mi manchi il sapore del sabato mattina adesso che sono qui. mi manca come l'aria. Era giorno di spesa il sabato: si andava al supermercato o nel grande negozio di ortofrutta. Poi c'erano da sistemare i meloni in cantina, la frutta nel locale lavanderia, le scatole di pasta e riso nella dispensa. Intanto il caffè bolliva sul gas e l'aroma si spandeva per la cucina. Mi sedevo a leggere il giornale guardando le lame di sole che entravano dalla finestra, sbocconcellavo il pane appena comprato.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Invece sono qui nella Delegazione Presidiaria, in questi freschi locali che un tempo furono il Circolo Sottufficiali, e guardo dalla finestra le ragazze con i vestiti a fiori che attendono l'autobus alla fermata. Invidio loro quella libertà di salire in città, di entrare in un negozio. Quando saliremo noi, sarà già passata l'una e i negozi saranno già chiusi. Magari con Miglio, il mio nuovo amico del Nucleo Carabinieri qui di fronte, scenderemo a Bolzano a bighellonare per il centro e a mangiare una fetta di torta nella pasticceria lungo i portici.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;9. Merano, Kota Radja, Lunedì 8 agosto 1988 (254 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;Questa sera soffia vento d'Oriente: con Miglio e altri tre della camerata siamo venuti a cenare al Kota Radja, il ristorante cinese di Via Manzoni. Varcato il cancello siamo entrati in un mondo tutto nuovo. Tra le canne di bambù e il fruscio delle sete, ci gustiamo le "nuvole di drago" e la birra di Shanghai. Dal pergolato pendono lampioni di carta di riso, nel patio accogliente si aprono ombrelli di Nanchino.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ceniamo mentre la brezza suona leggera le campane a vento e le cameriere ci insegnano a usare le bacchette ridendo appena come sanno fare solo gli orientali. Scherziamo come se fossimo degli antichi sodali stasera: Merano e le caserme sembrano così lontane mentre mangiamo pollo speziato e riso alla cantonese. Fingiamo di non sapere che oltre la porta scorre il Passirio e centinaia di militari sono a passeggio lungo il fiume e riempiono i cinema, i bar e le gelaterie.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;10. Merano, Via Palade, Domenica 2 ottobre 1988 (199 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Siamo usciti dal cancello su Via delle Palade e camminiamo lentamente verso la stazione ferroviaria di Maia Bassa. Io e Miglio, una coppia di amici ormai affiatata: lo affascinano la mia conoscenza dei classici e certi miei atteggiamenti. Io, al contempo, ammiro la sua abilità nel suonare la chitarra, la sua predilezione per la musica classica e la sua sincerità. Se i primi due elementi si traducono in qualche serata trascorsa al Teatro ad ascoltare quartetti d'archi, l'altro, la sincerità intendo, si manifesta in domande che fioriscono improvvise come un colpo di mitragliatrice. Come adesso: stiamo andando a prendere il treno per Bolzano e mi spara: "Ma tu che cosa pensi di me? Che persona credi che io sia?". Sono tre mesi che ci conosciamo e lontano da qui non so nemmeno neanche cosa faccia. Eppure glielo dico. Prima impressione, certo, ma è quella che di solito non sbaglia. Probabilmente sarà un'amicizia che non passerà Natale: a dicembre lui si congeda. Credo che non ci incontreremo più, eppure questa amicizia è intensa, concentrata, forse anche perché siamo consci di questa sua effimera durata. &lt;i&gt;"L'espace d'un matin"&lt;/i&gt; gli dico e gli spiego che cosa significhi. Alla stazione troviamo altri ragazzi che conosciamo e il discorso che andava indagando nel nostro io si zittisce. Scendiamo guardando i campi di meli insieme agli altri. Li lasceremo al Mc Donald's di Piazza Walther o in qualche cinema. Scommetto che Miglio vuole andare a fare il filo alle cameriere della pasticceria lungo i portici. Cappuccino, Sacher e un po' di corte.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;11. Merano, Haisrainer Weinstube, Piazza Duomo, Domenica 1° gennaio 1989 (108 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;L'anno nuovo è cominciato con bottiglie di spumante e fette di panettone, un'ora dopo il contrappello. Ero - straordinariamente, in quanto uno dei pochi graduati rimasti - caporale di giornata. Fuori, lampeggiava la grande scritta LAS VEGAS di un luna park nell'area dell'ippodromo. Tutto era così irreale, compresi gli auguri scambiati in camerata e i brindisi nei bicchieri di carta con vino scadente. La mia fascia rossa di caporale di giornata pendeva da uno dei pioli della branda, le luci azzurre di guerra riverberavano nella notte. "1989" mi ripetevo "1989, è l'anno dell'alba".  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;La festa non è ancora finita: per le strade ci sono bottiglie vuote e botti esplosi, carte colorate e stelle filanti. Noi reduci della camerata, quelli che hanno preferito la licenza di Natale a quella di Capodanno, pranziamo da Haisrainer, la taverna proprio di fianco al Duomo. Sono il più "anziano" come scaglione e il più alto in grado. Da queste cose si riesce ad apprezzare quanto tempo sia passato da quel 29 aprile. Ferrario, Bettoni, Perego, Cantoni che condividono con me questo pranzo del primo dell'anno si congederanno tra settembre e ottobre, mi considerano con un pizzico di invidia e con molto rispetto... Mangiamo pasta al sugo e spiedini alla zingara e parliamo del nuovo anno: siamo tutti più spensierati, come se avessimo attraversato una porta e fossimo entrati in una nuova stanza. Siamo oraziani coglitori di attimi.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Il gelato lo andiamo a mangiare da "Bruno". Quando ci portano il resto ci sono mille lire fior di stampa, quelle con Maria Montessori e i bambini. Ferrario prende una penna rossa, scrive la data sulla banconota e la firma. Poi ci invita tutti a siglarla. Alla fine, quando ognuno ha apposto la sua firma, la ripone come un santino nel portafogli: "Ragazzi, non sapete che ricordo mi avete regalato". Negli occhi gli si legge già il lampo di quando, tra qualche tempo, quando si sarà congedato, frugherà nel portafogli e ritroverà per caso quelle mille lire. Saremo simulacri allora, ricordi a cui la sua memoria cercherà di associare un volto. Resteremo sempre i ragazzi di oggi, 1° gennaio 1989, su quella banconota.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;12. Merano, Delegazione Presidiaria, Mercoledì 11 gennaio 1989 (98 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;E ho varcato anche la fatidica soglia dei 100 giorni: il &lt;i&gt;mach pi cento&lt;/i&gt; dei cadetti. Niente di che: una sera normale. Nella mia condizione di aggregato sono tagliato fuori dalle cene di scaglione, dai gruppi che si conservano nelle piccole caserme. Con il congedo del 1°/88 diventerò "vice", un grado di scaglione che sfiora l'onnipotenza. Già i servizi di scopa in camerata non mi toccano più. Le divise cominciano ad essere sformate, i cappellini hanno la tesa sempre più arcuata, il mio cappello è più largo e indurito grazie al trattamento con il cordiale. È prerogativa di chi ha passato i 100 giorni all'alba portarlo così.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Quell'asfissia che ho provato il primo giorno, quando i camion ci hanno condotto dalla stazione alla caserma, quel senso di soffocamento che ho sentito appena oltrepassata la sbarra a righe bianche e rosse, si è allentata notevolmente, va svanendo giorno dopo giorno. È proprio vero, come recita la cartolina che ho comprato al "Pandemonium": &lt;i&gt;"Chi naja non prova libertà non apprezza”.&lt;/i&gt; Ora so che bene prezioso essa sia, ti rendi conto di quanto ti manchi solo quando non l'hai più: è una donna amata e perduta che desideri infinitamente.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;13. Merano, Delegazione presidiaria, Mercoledì 1° febbraio 1989 (77 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ho fatto un sogno strano questa notte: ero in riva al mare e rientravano nel mattino i dragamine, lontane sagome scure nell'alba. Con me c'era Paola. Ci togliemmo le scarpe e lei, sbarazzina, mi trascinò nella bassa marea. Correvamo tra le pozze e la felicità ci gonfiava i cuori. Amaro è stato il risveglio quando il caporale di giornata è passato battendo manate sugli armadietti: "Giù dalle brande!" Mi ci è voluto un po' per raccapezzarmi, per capire che non mi trovavo nel comodo letto di un albergo sul mare, ma nella mia branda di militare.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Lavandomi, ho ripensato al sogno. Non era mai avvenuto nulla di simile. Ma l'inconscio è l'espressione dei nostri desideri, il sogno non fa altro che realizzarli. Strano che sia giunto solo adesso, che sia arrivato in una caserma di Merano. Un'alba d'amore per chi attende un'altra alba. A proposito, 77 giorni...  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;(continua)  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="355" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs126.snc1/5412_1147761105832_1581707102_358405_4711828_n.jpg" width="528" /&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;Merano, Delegazione Presidiaria, Ottobre 1988: Al… lavoro&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3931921863168817039?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3931921863168817039/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3931921863168817039&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3931921863168817039'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3931921863168817039'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-2.html' title='In questa uniforme di tuo soldato (2)'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1922816549403717629</id><published>2010-09-25T08:20:00.004+02:00</published><updated>2010-10-02T11:33:57.307+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Merano'/><title type='text'>In questa uniforme di tuo soldato (1)</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;1. &lt;i&gt;Merano, Stazione ferroviaria,&lt;/i&gt; &lt;i&gt;giovedì 12 maggio 1988 (336 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Merano... Stazione di Merano... Meran... Meran Bahnhof... gli annunci si susseguono con il loro ritmo metallico. Tra i binari nella luce incerta del tramonto volano i lanuginosi semi dei pioppi. Nel mio sguardo triste di soldato - anzi, di "recluta alpina", come mi definiscono i caporali del CAR - si riflettono i treni che scendono verso sud, che partono volando verso la pianura, verso casa. Quando l'ultima carrozza è passata e restano le rotaie, il cuore sembra perdere un colpo e la sua canzone segue un ritmo stonato. Allora conto i giorni che mi restano da trascorrere e sono un'enormità quelle albe che dovrò vedere sorgere dove sarò destinato dopo il CAR: a Vipiteno, Silandro, Malles, Bolzano o più probabilmente ancora qui, in un'altra caserma. Li ho contati e ricontati: 336. Dovrà arrivare e passare l'estate e poi l'autunno e l'inverno, Natale, Capodanno e Pasqua e un'altra primavera finalmente comincerà sull'ultimo mese.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Intreccio le dita sul collo infilandole dietro il bavero del giubbino di jeans. Massaggio il collo indolenzito da tante marce per i cortili della caserma - ora ho imparato:&lt;em&gt; nóp dué nóp dué&lt;/em&gt;, e so fare decentemente anche il dietrofront. E mi dolgono anche i muscoli delle gambe: oggi ci hanno fatto sbalzare nell'erba: passo del gattino, passo del leopardo, con il fucile e la maschera antigas e il dannato elmetto. Il mio amico altoatesino con cui ho legato già dal primo giorno è di poche parole: meglio così, mi lascia tempo per riflettere. In compenso parla tedesco e questo è un vantaggio perché nei bar e nei ristoranti ci trattano con riguardo. Lui spera di avvicinarsi a casa, a Bressanone. Gli andrebbe benissimo Silandro. Lasciamo la stazione con i nostri giornali e un po' di malinconia. Quando siamo arrivati c'erano nuvole gialle sulla palazzina Liberty e ci siamo fermati a mangiare patatine al chiosco del piazzale; ora splende la luna e, percorrendo la strada del ritorno, sembra giocare a rimpiattino con i lampioni. Mi sembra vuoto il mio passo, inutile, mentre scendiamo per Via Petrarca verso le caserme gialle.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;2. &lt;i&gt;Merano, Piazza del Teatro, domenica 22 maggio 1988 (326 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ieri c'è stato il giuramento. Ora aspettiamo la nostra destinazione. Ci vorrà una settimana, dicono, o forse più. Probabile che mi mandino anche in licenza venerdì prossimo. Sembra di essere nella Fortezza Bastiani: non c'è altro da fare che attendere. Ora non facciamo più istruzione, ci limitiamo a bivaccare qua e là per la caserma, a oziare sul cubo, i caporali ci danno piccoli incarichi come spolverare o pulire i pavimenti. Aspettiamo. E pensiamo. L'amore, per esempio, ora non è che un fiore secco rimasto senza linfa e senza nutrimento, pende inanimato come il becco di un tordo in un carniere. Così mi capita di camminare solo per la città, a numerare i giorni - 24 fatti, 326 da fare - e le mie malinconie: Paola, Anna, Laura. Mi rendo conto che le mie amiche non ci sono, che mi mancano, che vivono i loro giorni altrove e i loro passi percorrono vie diverse da questa: è la bella Piazza del Teatro. Sono in libera uscita per il pomeriggio della domenica.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Le montagne di pietra e cielo, chiare nel sole, fermano lo sguardo. Il Passirio scorre rumoroso tra le rocce, i pali per gli slalom delle canoe sospesi nel cielo. Sì, il sogno è molto facile anche qui ma lei non vi rientra, ne rimane esclusa proprio come il vento non riesce a scavalcare quei crinali: non è una storia ormai conclusa, è solo indifferente a questo luogo.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;3. &lt;i&gt;Merano, Caserma Bosin, domenica 12 giugno 1988, Corpus Domini (311 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Dieci giorni fa ho avuto la mia destinazione: sono alla Caserma Leone Bosin, a Merano, un chilometro dalla Caserma Rossi dove ho svolto il CAR. Sono in forze al Reparto Comando e Trasmissioni Orobica, alla compagnia Comando, e mi hanno fatto cambiare la nappina sul cappello da verde a blu e il distintivo dell'Edolo sulla divisa con quello del reparto. Sono "alpino" ora e non più recluta, ma nelle gerarchie della caserma appartengo all'ultimo gradino, il "nipote di terza". Ci spettano molte più incombenze che agli altri. Ho già svolto due corvée cucina e una corvée caserma e questa è già la mia seconda guardia. Sono sull'altana, la piazzola coperta e sopraelevata che domina dall'alto il perimetro della caserma. Il soldato che monta di guardia con me sta pattugliando lo stesso lato da sotto: lo vedo camminare su e giù. Poi, nel secondo turno, ci daremo il cambio. Sarà notte e a me va bene così: preferisco camminare per mantenermi sveglio.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Sta calando la sera breve di giugno: gazze volano con la loro livrea bianca e nera, me le immagino sui tetti del centro, sul campanile del Duomo, sull'antica chiesa di Santo Spirito. Mi immagino le ragazze a passeggio sul Lungopassirio, le gelaterie, i tavolini dei bar, i colori dei fiori, le insegne che si accendono. E io qui, con l'arma a tracolla che mi priva della mia libertà e i caricatori che pesano nelle tasche della mimetica. Poi d'improvviso sulle colline del Tirolo si accendono i cuori di lumini, decine di fiamme che vibrano nell'oscurità. Quasi non mi accorgo quando giunge il cambio, ma riesco a pronunciare le parole di rito: "Altolà chi va là?" "Capoposto con il cambio" "Capoposto avanti per riconoscimento" "Cambio avanti". Saluto il militare che mi sostituisce sull'altana, è un compagno dei tempi del CAR, e seguo il capoposto fino al Corpo di guardia. Appoggio fucile ed elmetto e mi sdraio. Riposo il corpo e la mente sulla brandina spigolosa.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;4. &lt;i&gt;Ponte di Legno, Val Sozzine, domenica 19 giugno 1988 (304 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;“Un bel aprés-midi de garde a l’écurie" &lt;/i&gt;mi ripeto questo verso di Apollinaire da quando sono montato di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker. Sacchetti che abbiamo riempito sulle rive del torrente Narcanello, qui in Val Sozzine, a Ponte di Legno, dove mi hanno spedito per il campo estivo. Devo dire che non mi dispiace: essere lontani dalla caserma è un'avventura nuova, e qui nei boschi è facile nascondersi. Devo trascorrere un'ora qui dentro, ma sono comodo e guardo i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che vanno al luna park, un chilometro più a valle. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo e un sergente stanno giocando a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi piacerebbe essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere è il dovere. Meglio qui che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. E con l'arrivo del nuovo scaglione, sono salito anche di un gradino: ora sono "nipote di seconda" e ho almeno qualcuno sotto di me. Le auto che corrono veloci verso Ponte di Legno fanno vibrare l'aria: i miei pensieri scivolano via veloci e il tempo passa in fretta.&lt;i&gt;&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;5. &lt;i&gt;Autostrada del Brennero, Venerdì 1° luglio 1988 (292 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;È la sera di venerdì e sto tornando a casa in licenza, un quarantott'ore. Guardo i campi di meli scorrere via ai lati della strada, i papaveri rossi che ondeggiano alla brezza, e penso che avrei dovuto essere al mare adesso, sdraiato sulla sabbia, seduto sotto l'ombrellone a leggere un libro o a riempire cruciverba, a scambiare parole con gli amici dell'estate. Ma, riflessi nel vetro del pullman della Peroni che compie il tragitto Merano-Bergamo, vedo i miei capelli corti, la mia espressione stanca e malinconica. Ecco luglio che cosa mi porta quest'anno. E i ricordi si affollano, si dispongono in fotogrammi come una pellicola cinematografica: io e lei seduti davanti alla fontana di Piazza del Mare, le serate con gli amici al luna park della City o nei locali dove tiravamo mezzanotte prima di andare a vedere la luna in spiaggia e a spingerci sulle altalene. Tabula rasa. Il cubo, la colazione, l'adunata, la corvée, il rancio, la guardia, la libera uscita, il silenzio. I sogni si presentano così, ora: e le colline del Trentino sono corpi di donne distesi nel sole di luglio. Il mare non c'è. Le cose sono mutate come quando interviene una guerra a recidere i fili del tempo. Il pullman corre verso sud. Mi addormento...  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;6. &lt;i&gt;Merano, Caserma Bosin, martedì 5 luglio 1988 (288 all'alba)&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;“&lt;/i&gt;&lt;i&gt;Δυσζήλοι γάρ τ΄είμεν επί χθόνι φώλ ανθρώπων&lt;/i&gt;&lt;i&gt;”.&lt;/i&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;Facili all'ira sopra la terra siamo noi stirpi umane: è il settimo canto dell'Odissea. È quella che ho provato stasera, quando ormai pronto per la libera uscita, il sottotenente Manfredi mi ha fatto chiamare nel suo ufficio di comando e mi ha ordinato di montare di PAO all'armeria. È la terza sera consecutiva che mi mettono di servizio: prima corvée cucina, poi mi hanno inviato al Passo del Tonale come capomacchina sull'Alfa 133 del generale. Ho dormito là e stamattina mi hanno dato un passaggio a Merano con una jeep. E ora tocca di nuovo a me. Al sottotenente Manfredi l'ho spiegato senza arrivare alle male parole, anche perché è un ufficiale che rispetto. Alla fine mi è sembrato accennare a un cenno di scusa davanti all'ineluttabilità della decisione. Mi sembrava stanco, probabilmente deve fare assegnamento su poco personale e fatica a riempire i turni. Poi è arrivata questa scocciatura del PAO alla Compagnia Trasmissioni: si dev'essere rotto un allarme, a quanto ho capito, e servono un paio di alpini per la guardia. Un paio. E uno sono io, che non sono neanche della compagnia.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ma l'ira, la rabbia, quella è rimasta in me. E cerco di lasciarla sbollire in queste due ore in cui sono comandato a stare seduto con il fucile davanti a una grata di ferro che chiude il passo verso l'armeria. Cerco di non pensare a quel nodo di bile che mi stringe lo stomaco, che mi prende la gola e scalda i nervi. Non voglio lasciarmi dominare da questa passione che avvampa in breve e poi ti fa pentire. Sono panni che non mi sono connaturati. Poi, se Dio vuole, finisce. Consegno l'arma e vado. Sono ormai passate le nove. Non c'è neanche più tempo di uscire: se arrivo in centro, devo subito tornare. Mentre attraverso le camerate dei trasmettitori, mi sento chiamare: è Spertini, un varesino di lago che era nella mia squadra al CAR. Ci siamo sempre trovati simpatici. Mi offre da bere, del vino rosso in una tazza smaltata. È Bonarda e disegna una schiuma rosa. Restiamo a bere nella sua camerata con altri due o tre. L'ira oramai è un ricordo lontano. Sono contento di passare la sera così, in amicizia. Quando rientrano i primi che erano andati in libera uscita, saluto e torno alla Compagnia Comando, attraversando il piazzale dell'Adunata nella sera di luglio. Nel cielo brillano migliaia di stelle, approfittando della luna nuova.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;a href="http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/10/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-2.html"&gt;(continua)  &lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash2/hs198.ash2/46126_1491291293872_1581707102_1160925_2599520_n.jpg" /&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;Merano, Caserma Rossi, CAR, Maggio 1988&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;Sono il secondo da sinistra in piedi. L’amico altoatesino Christian Ritsch è l’ultimo a destra, Massimo Spertini è al centro, seduto.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1922816549403717629?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1922816549403717629/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1922816549403717629&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1922816549403717629'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1922816549403717629'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/09/in-questa-uniforme-di-tuo-soldato-1.html' title='In questa uniforme di tuo soldato (1)'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5401048089663534719</id><published>2010-09-18T08:22:00.002+02:00</published><updated>2010-09-18T10:13:34.170+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Primo giorno di scuola</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;È il primo giorno di scuola in molte regioni. Ricordo il mio primo giorno al liceo classico, o meglio al ginnasio: era il venti settembre del 1978. “Sei vecchio! Sei vecchio!” sento voci alzarsi da chi sta leggendo questo mio scritto. Non sono vecchio... era un’altra epoca. Infatti quello era il primo anno in cui le scuole cominciavano a settembre: le lezioni prima di allora iniziavano invariabilmente per tutti il primo giorno di ottobre. E non era quella l’unica differenza: per esempio, non c’erano i cellulari né Internet (“E come facevi a copiare durante i compiti in classe?” la solita vocina chiede; non ti preoccupare, c’erano mezzi molto efficienti e più difficili da scoprire, tipo scrivere in miniatura tutte le regole grammaticali greche in parti nascoste del vocabolario, e il Liddell-Scott aveva una magnifica appendice sui nomi geografici che sembrava fatta proprio apposta). Poi la televisione: trasmetteva a colori regolarmente da un anno o poco più e c’erano solo pochi canali, i due della RAI, la Svizzera, Capodistria, Telemontecarlo, qualche tivù privata agli albori. E non c’erano i videogiochi (“Oddio, e come passavate il tempo?”, passava, passava, te lo assicuro... e meglio di adesso: libri, amici, passeggiate, partite a pallone, a tennis, le ragazze...)  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Comunque, è il mio primo giorno alle superiori, il 20 settembre 1978: prendo il treno e raggiungo Bergamo, a piedi risalgo dalla stazione verso l’istituto, un po’ intimorito dall’essere per la prima volta solo in città, ma anche imbaldanzito per esserlo. Arrivo all’ingresso, dove già ci sono decine e decine di studenti. Indosso un paio di jeans e una camicia bianca, sopra ho un gilè verde scuro lavorato a maglia (non fare quella faccia: stavano quasi finendo, ma erano pur sempre gli Anni ’70). Ho una borsa anch’essa verde scuro di velluto a costine. Una borsa, sì: la moda degli zaini che uniforma ormai tutti gli studenti allora non c’era e ognuno aveva qualche cosa di originale: chi la borsa, chi la tracolla militare, i ragazzi di II e III liceo classico, già maggiorenni o quasi, osavano addirittura delle ventiquattro ore. Molti avevano la borsa che regalavano i negozi di articoli sportivi: praticamente un cubo di tela plastificata con le maniglie. Goggi Sport, essendo a Bergamo, andava per la maggiore. Quel primo giorno però non c’erano ancora libri a gonfiarla: solo qualche quaderno e un diario. Avviso ai naviganti del nuovo millennio: la Smemoranda non esisteva, c’era un normale diario, oppure qualcosa con i fumetti. Non ricordo bene come fosse, è andato perso nel corso degli anni; so che la scuola ci fornì di un piccolo libretto con tanto spazio vuoto e qualche pensiero: comunque, pochissimi lo usavano, preferendo diversificarsi e non appartenere alla massa – tutto il contrario di adesso, lo so.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Dunque, entrai nell’istituto, chiesi al bidello – un omone quasi obeso e dall’aspetto buono come il pane – dove potessi trovare la quarta ginnasio e lui mi indirizzò al secondo piano. Salii le scale con la sensazione timorosa e curiosa che prova Alice nel Paese delle Meraviglie. In cima alle scale, sulla destra, si apriva un’aula: sul cartellino c’era scritto “Classe IV Ginnasio”. La mia. Avrei scoperto dopo l’intelligenza della disposizione: le aule erano disposte in ordine crescente, solo i bagni intervallavano la I e la II liceo classico. Nello stesso atrio c’erano anche un paio di classi dello scientifico. La porta, una spessa lastra di vetro o simile materiale satinato, era aperta: entrai e potei fare conoscenza con i miei primi compagni di classe. Mi sedetti in silenzio in un banco vuoto; dall’ampia vetrata si vedevano i tetti della città, qualche campanile svettava. Rimasi a guardare fuori finché non arrivò un ragazzo a sedersi nel posto vuoto accanto al mio. “Francesco” si presentò. “Daniele”, risposi. “Di dove sei, da dove vieni” e suonò subito la campanella. Arrivò la professoressa di Lettere, una signora ormai sul limite della pensione – era il suo ultimo anno, infatti – precisa identica a una zia di mia madre. Si sedette, ci salutò, disse qualcosa a proposito del nuovo corso che avrebbero preso le nostre vite e cominciò un lungo appello. Fu così che venni a sapere i nomi dei miei compagni: molti di loro avrebbero condiviso cinque anni della mia vita, altri si sarebbero persi per strada già nei primi giorni e nei miei primi mesi, anche Francesco, che fu costretto a trasferirsi a Torino per impegni di lavoro del padre. E Luca, che era da solo nel banco dietro di noi, scalò avanti. Non ci saremmo più separati fino alla maturità, condividendo compiti, appunti, penne, discutendo dei nostri affari, delle nostre ragazze, aiutandoci durante i compiti in classe, che a Bergamo si chiamavano, chissà perché, “esperimenti”.  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Questo dunque fu il primo giorno al ginnasio, senza conoscere nessuno, in una città che è sì la mia, ma che non conoscevo allora così bene. Quando, a mezzogiorno e mezzo, salii sul treno che mi avrebbe condotto a casa, avevo gli orari delle lezioni dell’indomani e una litania che già mi ronzava in testa: &lt;i&gt;rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa... rosae, rosarum, rosis, rosas, rosae, rosis...&lt;/i&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="393" src="http://webstorage.mediaon.it/media/2009/04/64494_374446_SF01000000_7069911_medium.jpg" width="520" /&gt;  &lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;Collegio Sant’Alessandro - Fotografia © L’Eco di Bergamo&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5401048089663534719?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5401048089663534719/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5401048089663534719&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5401048089663534719'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5401048089663534719'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/09/primo-giorno-di-scuola.html' title='Primo giorno di scuola'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8064556331929281429</id><published>2010-09-11T08:20:00.000+02:00</published><updated>2010-09-11T08:20:00.570+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Bistrot</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Dietro le stelle il cielo è di vetro, un blu parigino come quello che si può intuire nel celebre dipinto di Édouard Manet “Un bar aux Folies Bergère”, quello con la barista bionda dallo sguardo malinconico e le bottiglie posate sul bancone insieme a un cesto d’arance e a un vasetto di cristallo con due rose. Come la realtà di quel dipinto è apparente, illogica nel suo riflettersi, anche stasera ciò che è non è ciò che appare. In questa notte appesa all’insegna al neon che emana bagliori verdi e blu e li frantuma nei bicchieri di birra Adelscott, li incolla alle vetrate trasformandole in rosoni di cattedrale, il suo sorriso è un’aspra ferita che mi schernisce dietro quel vetro, all’angolo della strada, tra le piante di Rue des Abbesses, dalle finestre di un palazzo bianco… Il sorriso di una donna bellissima e irraggiungibile, proprio quando con una mano stavi per prenderla, per appigliarti a lei come a un salvagente. Neanche il lembo del suo vestito sei riuscito a trattenere…  &lt;p align="justify"&gt;No, ricorda ancora la barista di Manet, ricorda che l’osservatore non potrebbe ammirare quella scena. L’impossibilità, l’assurdo non sono che la voce della tua nostalgia che grida, che strepita. Sono i se che hai costruito mattone dopo mattone per analizzare quello che è stato e che come i sentieri che si biforcano di Borges ti hanno condotto sempre più lontano, sempre più distante da lei. L’apparenza non è la realtà. E se il piano-bar asseconda questa tua ossessione è una coincidenza, non un segno del destino. Quell’uomo suona e suona, continua a cantare, ormai ha quasi terminato la canzone: “&lt;i&gt;Je t'ai oubliée, mais c'est plus fort que moi. &lt;/i&gt;&lt;i&gt;Il m'arrive de penser à toi. On se voyait au Café des Trois Colombes aux rendez-vous des amours sans abri. On était bien, on se sentait seuls au monde. On n'avait rien, mais on avait toute la vie”. &lt;/i&gt;Sì, non avevamo niente, ma avevamo tutto. Ora credo di avere tutto e non ho niente. Il velo delle sue carezze si è squarciato, la tela dei suoi baci è sfregiata come un dipinto danneggiato da un vandalo.  &lt;p align="justify"&gt;La realtà ora si manifesta in tutta la sua ampia desolazione, non è che illusione il riflesso nel vetro, come nello specchio delle Folies-Bergère: non ci sono quelle persone che affollano la sala, non c’è la donna con i guanti gialli né la sua vicina con un vestito granata, non c’è la trapezista con le sue scarpe verdi, non ci sono le meduse luminose dei grandi lampadari e neppure l’uomo con i baffi e il pizzetto che sta parlando con la barista. Resta soltanto lo sguardo malinconico della ragazza. Resta il mio sguardo perduto, resta soltanto la strada che ho compiuto per raggiungerla, il vano navigare nella schiuma del bicchiere, la consapevolezza che tutto è finito, che mai lei tornerà a incrociare i suoi sorrisi nei miei giorni. Un’altra birra,&lt;i&gt; garçon&lt;/i&gt;! Dovrei piangere, ma non ce n’è bisogno: bastino le gocce di pioggia che hanno incominciato a rigare il vetro del bistrot.  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="394" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/8f/Edouard_Manet_004.jpg/800px-Edouard_Manet_004.jpg" width="534"&gt;  &lt;p align="center"&gt;Èdouard Manet, “Un bar aux Folies Bergère”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8064556331929281429?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8064556331929281429/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8064556331929281429&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8064556331929281429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8064556331929281429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/09/bistrot.html' title='Bistrot'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3857085860827571203</id><published>2010-09-04T08:20:00.000+02:00</published><updated>2010-09-04T08:20:00.203+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><title type='text'>Osteria “Il Bocconcino”</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Nel taschino della camicia c’è qualcosa che mi da fastidio: lo tolgo, un pezzettino di carta deteriorato dal lavaggio. Riesco a ricostruirlo, a leggerne la scritta, per quando sbiadita e gualcita: “Osteria Il Bocconcino”. E i ricordi iniziano a sgorgare come acqua da una fonte di montagna. Roma. Un caldo lunedì di maggio, la camicia a maniche lunghe proteggeva la mia pelle sensibile scottata dalla permanenza al sole il giorno prima sulla spiaggia di Latina. Fuori, a duecento metri, il Colosseo…  &lt;p align="justify"&gt;Un localino raccolto con tavoli all’aperto oltre i vasi con i pitosfori. Una tipica osteria romana, con le tovaglie a quadri e luci soffuse. Fuori, oltre la porta aperta, la gente che passava per Via Ostilia nel chiarore della primavera romana. Nella tranquillità del ristorante il primo pomeriggio passava languido e indolente con il trascorrere delle portate: l’antipasto di salumi, corallina, bruschette di coratella, poi i tagliolini con verdure e pecorino, l’arista con prugne, l’agnello con scarola e uvetta. La ragazza dietro il banco portava la sua eleganza di gazzella qua e là per la sala.  &lt;p align="justify"&gt;Dopo il caffè, il sole caldo della Capitale, la luce viva e abbagliante che accompagnava il traffico nella strada che corre intorno al Colosseo. Passeggiare lentamente per Via Capo d’Africa e poi per Via dei Santissimi Quattro verso San Giovanni in Laterano fu un’impagabile emozione. Come se nell’aria risuonassero “I pini di Roma” di Respighi… Le pietre stesse parlavano della grandezza della città, raccontavano aneddoti di condottieri antichi e di gente qualunque, il vetturino, il tassinaro, Commodo e Nerone.  &lt;p align="justify"&gt;Quel bigliettino da visita lacero e consunto è stato la chiave che ha aperto un mondo di ricordi…  &lt;p align="justify"&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="364" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/DSC_0772.jpg" width="544"&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3857085860827571203?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3857085860827571203/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3857085860827571203&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3857085860827571203'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3857085860827571203'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/09/osteria-il-bocconcino.html' title='Osteria “Il Bocconcino”'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6765365862139500484</id><published>2010-08-28T08:24:00.000+02:00</published><updated>2010-08-28T08:24:00.324+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fantascienza'/><title type='text'>La fine dei giorni</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p align="justify"&gt;Stavo guidando sulla G-Street NW all’altezza della Jacob Burns Law Library quando la radio lanciò la notizia di vasti incendi che stavano devastando la Russia. I danni erano ingenti, le città colpite molto numerose: Mosca, San Pietroburgo, Samara. Il giornalista ricordava che qualcosa del genere era successo parecchi anni fa, nella rovente estate del 2010. Allora non ero che un ragazzo: ricordo vagamente qualcosa, ma ero più impegnato a correre dietro alle ragazze e a pensare a quale college scegliere. La radio passò poi ad altre notizie: un incidente ferroviario in Nicaragua, sommosse in Africa centrale, i risultati del campionato di baseball… e i White Sox avevano vinto ancora! Non lo sapevo, ma quella notizia che avevo udito alla radio – gli incendi in Russia, non il baseball – avrebbero cambiato per sempre la faccia del mondo e la storia dell’umanità. Era il 2 agosto del 2035.  &lt;p align="justify"&gt;Un paio di giorni dopo ero davanti alla televisione a seguire la CNN: ancora le immagini della devastazione russa: Kazan, Nijni-Novgorod, Ekaterinburg, Cheliabinsk non esistevano più, intere città rase al suolo dalla furia del fuoco. Molti erano fuggiti e lunghe colonne di profughi si ammassavano in direzione della frontiera ucraina. Le vittime si contavano a centinaia di migliaia. Ero già abbastanza scioccato, ma non mi aspettavo di cadere nel delirio più puro quando apparve il presidente russo Vladislav Mindijatov: con faccia scura e sguardo accigliato quasi urlò che la colpa di tutto quello che stava accadendo nel suo paese, e che contagiava ormai il vicino Kazakhstan e minacciava la Mongolia, era colpa nostra, colpa degli Stati Uniti d’America. Mindijatov asseriva che il satellite supersegreto X-97K lanciato una settimana prima dalla base “George W. Bush” di Sarasota aveva innescato tutto questo. Diceva con veemenza che quel satellite possedeva una qualche arma in grado di incendiare la Russia dalla stratosfera. Credevo che le vene del collo gli scoppiassero tanto era adirato e rubicondo: stavolta non c’entrava la vodka di cui il nostro presidente Peter Tagliaferro raccontava Mindjatov fosse grande appassionato.  &lt;p align="justify"&gt;Il 6 agosto, triste giornata, si ricordava il 90° anniversario dello scoppio della prima bomba atomica ad Hiroshima. Per un buffo ricorso storico, quel giorno le fiamme, nonostante il febbrile lavoro dei soldati russi attorno all’impianto, divorarono la centrale nucleare di Mayak, negli Urali. Gli effetti furono catastrofici, un insieme di bombe atomiche lanciate all’unisono: milioni di vittime nel raggio di centinaia di chilometri, poi la nube radioattiva si spostò sull’Asia Minore e devastò i paesi arabi. Il mondo era attonito, incredulo, terrorizzato.  &lt;p align="justify"&gt;Passarono cinque giorni e Mosca – ma in realtà i vertici si trovavano nella città di Vorkuta, nell’estremo nord – decise che era giunta l’ora di passare al contrattacco. Mindjatov premette il pulsante rosso e ordinò l’attacco nucleare contro l’America. Ne fummo informati quasi in tempo reale. Il presidente Tagliaferro si rifugiò nel bunker sotto la Casa Bianca, il suo vice Alan Kawasaki fu portato in un luogo sicuro e segretissimo. Piangeva Peter Tagliaferro quando sibilò l’ordine di rispondere all’attacco. “Dio mi perdoni” disse.  &lt;p align="justify"&gt;Sono trascorsi sei mesi: le piogge radioattive hanno reso sterile e inabitabile il pianeta, o meglio il deserto che un tempo chiamavamo Terra. Tecnicamente sarebbe primavera. Ma noi non siamo più usciti da questo bunker: abbiamo scorte per decenni e quel che resta di un paese da governare. Il presidente Tagliaferro è invecchiato di anni in questo breve lasso di tempo. Ancora non si dà pace. Ogni tanto mi fa chiamare e mi dice: “Jonathan, mio consigliere, non era che un satellite-spia, non serviva che a carpire fotografie dall’alto. Perché? Perché?”. Ho l’impressione che giorno dopo giorno il nostro leader stia diventando pazzo.  &lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="389" src="http://fallout.portalxbox.com.br/files/castle-bravo-atomic-nuclear-bomb-test.JPG" width="484"&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;font color="#808080"&gt;Fotografia © Fallout&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6765365862139500484?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6765365862139500484/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6765365862139500484&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6765365862139500484'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6765365862139500484'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/08/la-fine-dei-giorni.html' title='La fine dei giorni'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-6410051625185613621</id><published>2010-08-21T08:21:00.002+02:00</published><updated>2010-08-23T13:22:34.660+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='gente'/><title type='text'>Automobilisti</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Igor Santinelli aveva uno stile di guida molto veloce e aggressivo: compiva sorpassi anche con la linea continua e i segnali di divieto, lampeggiava alle macchine più lente che si trovava davanti, non rispettava la segnaletica orizzontale e aveva già perso parecchi punti della patente con relative multe.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Gianni Longo invece guidava con prudenza: rispettava i segnali, usava sempre gli indicatori di direzione, lasciava attraversare i pedoni e non si spazientiva neppure in coda. Non aveva mai preso una multa, neppure per divieto di sosta. Tutte le volte che i vigili o la Polizia stradale lo fermavano per un controllo trovavano tutto in regola.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Un giorno d’estate Marta, la giovane e bella moglie di Igor, era a letto con l’amante. Era un venerdì e si ruppe l’impianto dell’aria condizionata nella fabbrica dove Igor lavorava. Il capufficio autorizzò gli operai a uscire un’ora prima dal lavoro e, guidando veloce, Igor tornò a casa e sorprese Marta nuda a letto con un uomo. Imbracciò il fucile con cui andava a caccia di cinghiali e sparò prima a lei e poi a lui. Lo condannarono all’ergastolo. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Lo stesso giorno anche Giulia, moglie di Gianni, era a letto con l’amante. Anche Gianni, che era collega di Igor, grazie al contrattempo dell’aria condizionata, uscì prima del solito dal lavoro e, con la consueta attenzione, arrivò a casa presto ma non abbastanza da sorprendere Giulia nuda a letto con il suo ganzo. Lo salutò mentre questi usciva dalla portineria e continuò la sua vita normale, guidando con prudenza. &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://www.claudiobisio.it/resize.aspx?width=500&amp;amp;path=/user_files/BLOG/lenzuola.jpg" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-6410051625185613621?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/6410051625185613621/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=6410051625185613621&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6410051625185613621'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/6410051625185613621'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/08/automobilisti.html' title='Automobilisti'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1677164344075001892</id><published>2010-08-14T08:23:00.000+02:00</published><updated>2010-08-14T08:23:00.178+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Un cuore di panna</title><content type='html'>&lt;p&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Mangio un “cuore di panna” per ritrovare il gusto della mia gioventù. Come il sapore della &lt;i&gt;madeleinette &lt;/i&gt;intinta nel tè rammenta a Marcel Proust i giorni dell’infanzia trascorsi nella casa di Combray. È un periodo più avanzato quello che io vado cercando, quello dell’adolescenza: i giorni del liceo, della compagnia del treno, i pomeriggi passati a studiare, a scrivere poesie o su un campo da tennis. Gli amici del mare, i lunghi pomeriggi di spiaggia a giocare a bocce e a pallavolo, a nuotare, a passeggiare sul bagnasciuga. Alla fine qualcuno diceva: “Andiamo al bar”. Era già la bella stagione e prendevo un “cuore di panna”. Forse inconsciamente speravo di vivere una storia romantica come quella che mostrava la pubblicità del cornetto Algida: baci, tenerezze, amore e mare.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Così, dopo aver mangiato la granella e lo sciroppo di cioccolato, ecco che morso dopo morso la panna viene a contatto con le papille e il ricordo prorompe: la stanza, i mobili scompaiono e d’improvviso mi trovo fuori da quel campo da tennis, con la racchetta e la borsa, appoggiato alla Vespa di Danny con il cornetto e uno sguardo attento alle ragazze che pattinano sulla pista. Saliamo sull’ET3 Primavera bianca e andiamo a una festa: si suona musica dance, si balla. Io, come sempre, mi siedo sul divano, faccio conversazione con Claudia, con Benedetta. Beviamo quella mistura rossa che sa leggermente di alcool, sospetto che il colore sia dato dal ginger. Poi esco in giardino, mi siedo sul dondolo, aspetto che venga il momento di andare via…&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;O ancora spuntano come funghi gli ombrelloni verdi e il pavimento diventa sabbia, laggiù è ormeggiata la barca rossa del salvataggio e il bagnino aspetta all’ombra con una maglia a righe. Sono qui sulla sdraio e accanto a me siede Paola: mangiamo i nostri cornetti e lei con le dita di un piede disegna un cuore sulla sabbia… Nel ricordo tutto è vivido: il dolce rumore delle onde, i pattìni che galleggiano al largo come ninfee in uno stagno, il sole che splende altissimo, la tela sbiadita dell’ombrellone, i raggi di metallo, la sua borsa di paglia appesa, i suoi shorts color kaki, la canottiera, le ciabatte bianche, la mia Lacoste rossa, i pantaloncini, il tavolino rotondo arancione infilato nel sostegno in plastica, la radio che suona. E riconosco anche la canzone: “A flash in the night” dei Secret Service. Vividi sono anche il viso di Paola, il sorriso, il suo corpo, le sue gambe affusolate, i capelli raccolti a coda, il bikini turchese.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Non resta ormai che la punta del cono, una croccante cialda ripiena di cioccolato. La mangio, l’estate fuori continua a splendere, rigogliosa nel verde di agosto. Ancora non si notano i primi segni dai quali è possibile riconoscere l’arrivo dell’autunno: non ci sono foglie gialle né si è fatta più fredda la brezza; le cicale continuano a frinire tra l’erba alta, le rondini compiono la loro sarabanda nel cielo. Presto la bella stagione finirà, ma l’anno prossimo ritornerà. La gioventù invece se n’è andata per sempre…&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="184" src="http://www.pipolo.it/wp-content/uploads/2009/03/cornetto_algidainterno.jpg" width="403" /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1677164344075001892?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1677164344075001892/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1677164344075001892&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1677164344075001892'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1677164344075001892'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/08/un-cuore-di-panna.html' title='Un cuore di panna'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-2993924796891664911</id><published>2010-08-07T08:21:00.000+02:00</published><updated>2010-08-07T08:21:00.175+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Al mare, quando piove</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;La mattina mi svegliai avvolto nel grigiore. Ci volle qualche istante in più per capacitarmi, per ricordarmi che mi trovavo in una camera d’hotel. Nuvoloni minacciosi arrivavano da nord-ovest, presto si sarebbe scatenato il fortunale. Scendendo per la colazione incrociai Claudia. Da qualche giorno avevamo legato: in spiaggia eravamo vicini di ombrellone e in breve avevamo realizzato una larga “casa comune” per i nostri due lettini. Quella mattina però il litorale sarebbe certo rimasto deserto. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Claudia, tra un morso e l’altro del suo croissant, chiese: “Oggi che si fa, con questo tempo?”. Giocare a scala 40? Risolvere parole crociate? Chiudersi in camera a guardare il soffitto? “Io una mezza idea ce l’avrei...”&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Prese la sua borsa e partimmo. La temperatura si era notevolmente abbassata ed era piacevole viaggiare. Ci immettemmo sull’A4 e in un’ora fummo a Venezia. Lasciammo l’auto al parcheggio di Fusina, l’unico indicato libero dai semafori sul cavalcavia dell’auto­strada, e in vaporetto raggiungemmo San Marco attraverso il Canale della Giudecca. Claudia era stupita nel vedere le navi ormeggiate, così grandi sopra di noi. Sentivo come un groppo in gola. Non tornavo a Venezia da allora, da quel luglio di tre anni prima che aveva segnato una svolta nella mia vita. Lei se ne accorse, forse c’era anche una lacrima nei miei occhi. “Qualche cosa non va” disse con voce infinitamente dolce. Non era una domanda, ma una constatazione che Claudia faceva con femminile intuito. Fu una liberazione per me raccontare a qualcuno - ed era la prima volta che lo facevo - quella storia che mi aveva lasciato l’amaro nel cuore per molto tempo.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Dissi tutto di Bibiana, delle sue dita da pianista che mi avevano stregato, dei suoi modi gentili, della sua dolcezza. “Sì, ti assomigliava, c’eravamo incontrati in un caffè, la sera facevamo lunghe passeggiate in centro, a vedere i negozi. Fu il classico colpo di fulmine. I giorni con lei passarono in fretta poi ci dovemmo separare: i miei impegni e i suoi esigevano strade diverse. Il giorno dell’addio era un mattino nuvoloso come questo. Non facevo altro che piangere e pensare a lei. Il giorno dopo ero a Venezia per presentare una mia mostra: nascosto dietro un paio di occhiali a specchio, vagavo per le calli in cerca di serenità. Le cupole, i monumenti, il sole, rimarginarono la ferita solo superficialmente. Poteva forse sembrare che io fossi allegro ma dentro morivo in continuazione. Solo il tempo a fatica è riuscito a guarirmi ma ora sento che il male è ancora nel mio cuore e cerco qualcuno che lo possa definitivamente estirpare...” Avevo parlato e mi sentivo molto meglio. “Marco, lei deve aver contato molto per te, vero?” commentò Claudia. La vedevo stranamente indecisa, combattuta, come se fosse preda di un’inquietudine.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Il vaporetto attraccò in Piazza San Marco. Turisti giapponesi fotografa­vano la basilica e il Palazzo Ducale. Vidi una smorfia sul viso di Claudia tramutarsi in un sorriso e cominciò a parlare: “Devo dire che anche tu conti molto per me. Sai, sono partita per sfuggire ai miei problemi. Oh, non è che siano problemi molto gravi. Volevo solo vedere se è questa la mia dimensione, valutare l’amore, il senso della vita. I primi giorni mi chiedevo cosa fossi venuta a fare in quel posto, non sapevo cosa fare, cosa dire... poi ho conosciuto te e sono riuscita a tornare serena. Sì, avevo paura di cadere in un altro amore senza senso, tanto per dire che sei innamorata e invece ho trovato un vero amico”. Mi abbracciava e piangeva lacrime di gioia. “Su, non piangere. Se piangi quando sei felice, cosa farai quando le cose non ti andranno bene?”&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Pranzammo in una pizzeria nella Salizzada San Lio e ci incamminammo verso Rialto. Si stringeva a me, io avevo il braccio sulle sue spalle, sembravamo due innamorati. Glielo dissi. La sua risposta fu un bacio da innamorata. Sul ponte di Rialto una ragazza suonava la chitarra seduta sul suo sacco a pelo e un capannello di turisti la stava ad ascoltare. Di tanto in tanto qualcuno andava via, qualcun altro arrivava. Seduti sulla spalletta del ponte ci tenevamo per mano. Era tornato il sole e i vaporetti lasciavano scie d’oro sulla laguna. La ragazza cantava &lt;i&gt;“… &lt;/i&gt;&lt;i&gt;e tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d'amore fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai, fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai…”&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;em&gt;*&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Cose che capitano al mare quando piove. Io invece mi chiudo in camera a immaginare storie e scrivo racconti…&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&amp;#160;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/3/2/Steff-Green-Honeymoon-in-venice-32439.jpg" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;Steff Green, “Honeymoon in Venice”&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-2993924796891664911?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/2993924796891664911/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=2993924796891664911&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2993924796891664911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/2993924796891664911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/08/al-mare-quando-piove.html' title='Al mare, quando piove'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-8003171313189049349</id><published>2010-07-31T08:25:00.004+02:00</published><updated>2010-08-23T13:23:04.594+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tempo'/><title type='text'>K</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Il cielo aveva assunto sfumature viola, larghe lingue di fuoco ardevano come chiazze di petrolio in un mare dove si era appena consumata una battaglia navale. Era il tramonto, ma Kevin Capparella, 17 anni, studente al secondo anno del liceo classico, i capelli rasati ai lati e lunghi e diritti al centro della testa così da formare una cresta, i pantaloni dal cavallo talmente basso che sfiorava le ginocchia, neanche se ne accorgeva. Seduto su un muretto in una strada di Sessa Aurunca, era intento a digitare sullo schermo del suo cellulare &lt;i&gt;touch screen&lt;/i&gt;: le sue dita si muovevano con una velocità che non si sarebbe creduta umana. Stava componendo uno dei duecento SMS che inviava in media ogni giorno. "Lo so ke nn c6 cmq c vdm alle 9..."&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Non ci fu un bagliore come nei film e neppure una distorsione, non ci fu suono di sorta. Solo, le maglie del tempo si aprirono e Kevin, senza sapere come, si ritrovò catapultato all'indietro di oltre un millennio. Non era più sul muretto ma all'interno di una casa spoglia ma signorile: non c'erano televisore né quadri alle pareti, non c'era neppure elettricità, a ben guardare, ma una lucerna ardeva su un tavolo di legno massiccio. Un uomo, seduto su un alto pesantissimo seggiolone, sembrò non essersi neppure accorto della presenza di Kevin: stava scrivendo su una pergamena con una penna d'oca. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Il ragazzo riuscì a decifrare faticosamente quella scrittura vergata con grafia antica e incerta. "Non dev'essere facile", pensò, "utilizzare quella penna". Sembrava un atto di vendita o comunque un documento relativo a certi terreni. La cosa strana è che era redatto parte in latino parte in uno strano italiano. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Quando l'uomo alzò gli occhi per intingere il calamo nella boccetta d'inchiostro, si accorse della presenza di Kevin: il ragazzo lo guardò e giudicò che il vecchio avesse una settantina d'anni, ma non poteva sapere che il notaio, perché quella era l'attività dell'uomo, non aveva ancora compiuto cinquant'anni. C'era un millennio a separarli, ma ora erano lì per uno strano scherzo del &lt;i&gt;continuum &lt;/i&gt;temporale, nella stessa stanza, e si guardavano. Non vi furono gesti di spavento o di sorpresa, né grida né parole: come se fosse normale per un ragazzo campano del XXI secolo ritrovarsi lì, come se alle soglie dell'anno Mille fosse usuale ritrovarsi in casa un essere strano vestito in maniera allucinante e pettinato anche peggio, proveniente dal futuro.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Comunque, Kevin riuscì a intavolare una discussione linguistica con l'uomo, un po' in italiano, un po' smozzicando il latino che tante volte aveva maledetto in occasione delle versioni, dei compiti in classe e delle interrogazioni - e chi lo avrebbe mai pensato che quella lingua morta tutta declinazioni e consecutio un giorno gli sarebbe potuta venire utile? "Messere", così gli venne di rivolgersi all'uomo, "video vos utere CH, quia non uteris K?" e così dicendo prese la penna d'oca, la intinse, con una naturalezza che non si sarebbe neanche aspettato, nel calamaio, e tracciò su un pezzo di pergamena che l'uomo usava evidentemente per i conti il segno che tante volte aveva digitato sulla tastiera virtuale del suo &lt;i&gt;smartphone&lt;/i&gt;: KE.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;La bolla temporale si richiuse, come si era aperta neanche un minuto prima. E cioè senza lampi, suoni, deformazioni o effetti speciali vari. Kevin si ritrovò seduto sul muretto e solo allora si accorse di avere ancora in mano il telefonino. "Che stupido" pensò, "avrei potuto scattare una foto!"&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Intanto, l'uomo che si trovava alle soglie del secondo millennio, dopo qualche istante di sbalordimento nel quale pensò di aver sognato o di avere avuto un'allucinazione dovuta a quelle radici amare che aveva mangiato a pranzo, continuò a redigere l'atto al quale stava lavorando prima che quel ragazzo con la cresta vestito in modo buffo lo interrompesse: "Sao ke kelle terre, per kelle fini ke ki contene, trenta anni li possette parte sancti Benedicti..."&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Erano i primordi della lingua italiana...&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" src="http://scrineum.unipv.it/biblioteca/Cau/notaio.jpg" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Miniatura © Università di Pavia&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-8003171313189049349?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/8003171313189049349/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=8003171313189049349&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8003171313189049349'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/8003171313189049349'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/07/k.html' title='K'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5110734630842918894</id><published>2010-07-24T08:21:00.002+02:00</published><updated>2010-08-23T13:23:45.670+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>L’amore e l’amicizia</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;La spiaggia era il nostro regno, il luogo dove cementavamo l’amicizia e la spingevamo un po’ più in là, verso la strada che conduce all’amore. Lei amava parlare di questa distinzione: si chiedeva se il rapporto tra un uomo e una donna potesse basarsi solo sull’amicizia o se inevitabilmente dovesse scivolare lungo la china dell’amore. Non avevamo risposte: ci limitavamo a percorrerla quella discesa, a rotolarci piano, giorno dopo giorno di quell’estate dorata e intensa. Un’altra domanda avremmo dovuto però formulare: una volta che una bella amicizia si è trasformata in amore, può, finito l’amore, ritornare amicizia?&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Restavamo sotto l’ombrellone a leggere e a risolvere cruciverba, a raccontarci, a ridere: l’amicizia appunto, ma già l’amore penetrava dagli interstizi, lo si poteva arguire da certi sguardi, da un certo sfiorarsi apparentemente casuale dei corpi, dalla dolcezza che mettevamo nel rito di spalmare la crema sulla sua schiena. E facevamo lunghe passeggiate sulla battigia, ci confessavamo segreti che non avevamo detto a nessuno: l’amicizia era già superata, il labile confine era distrutto da certi suoi sorrisi che mi ammaliavano, da certi miei sguardi che la attraevano. L’invasione era in atto, sarebbe bastato poco a completarla: un bacio come un lancio di paracadutisti, come una colonna di carri armati in rapida avanzata.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Accadde una sera nella pineta resa fresca da una mareggiata: un brivido la scosse e la tirai a me per riscaldarla. Le nostre bocche erano vicine, le labbra si unirono come calamite di polo opposto. Il tempo sembrò fermarsi: la luna ferma nel cielo rendeva immobile ogni cosa, solo il rumore cattivo del mare si sentiva lontano, monotono, uniforme nel suo sciabordare. Restammo a lungo abbracciati, ormai la città era caduta, l’assedio terminato.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;E l’amore fu, amore intenso e vivace che nasceva dalla precedente frequentazione come amici e poggiava su quelle basi, si innalzava su quelle fondamenta che ritenevamo essere granito, basalto, marmo indeformabile e indistruttibile. Ahimè, erano pinnacoli di sabbia, come quelli dei castelli che i ragazzini costruivano in spiaggia. Sabbia friabile, instabile, pronta a lasciarsi erodere dal vento, a farsi trascinare via dalle onde. Il tempo passò, l’autunno e l’inverno subentrarono all’estate e tutto crollò. E lì la domanda che non ci eravamo posti emerse in tutta la sua drammaticità: l’amicizia sopravvive all’amore? Io dissi di sì, ma l’amore forse era ancora in me. Lei disse di no, e dentro certamente le prevaleva il rancore, la rabbia dolorosa che le donne deluse sono in grado di innalzare a punizione. Giungemmo a un compromesso: non dimenticare tutto ciò che di bello c’era stato nella nostra amicizia. E quello alla fine sopravvisse: il ricordo di istanti felici.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="262" src="http://ilricordoperduto.files.wordpress.com/2010/02/couplebeachside.jpg?w=500&amp;amp;h=333" width="390" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Fotografia © Il ricordo perduto&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5110734630842918894?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5110734630842918894/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5110734630842918894&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5110734630842918894'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5110734630842918894'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/07/lamore-e-lamicizia.html' title='L’amore e l’amicizia'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5139321897177111936</id><published>2010-07-17T08:21:00.004+02:00</published><updated>2010-08-23T13:23:55.993+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amore'/><title type='text'>Piano-bar</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;i&gt;Inseguendo una libellula in un prato un giorno che avevo rotto col passato quando già credevo di esserci riuscito son caduto…&lt;/i&gt; Il pianista, un tracagnotto sui trentacinque anni con i blue-jeans e una camicia bianca dalle maniche rivoltate picchiava sui tasti e cantava al microfono atteggiandosi come se si trovasse sul palco del Teatro Ariston per il Festival di Sanremo. Ma non era che il Mojito Bar, un locale della riviera con panche a ferro di cavallo che accoglievano i tavoli e lampadari bassi in stile liberty intonati ai posacenere di vetro della Coca-Cola.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Era stata Anna a condurre lì la compagnia, eravamo in cinque, arrivati stretti sulla vecchia Fiat di Vincenzo, l’amico di Terni che era venuto a villeggiare: oltre a noi tre, c’erano suo fratello Luca e Miriam, un’amica di Anna. L’estate era ormai al suo colmo, luglio si avviava alla fine e il caldo era insopportabile. E l’uomo del piano suonava e suonava e sudava e ogni tanto sbagliava qualche parola. &lt;i&gt;Non esistono leggi in amore: basta essere quello che sei. Lascia aperta la porta del cuore e vedrai che una donna è già in cerca di te.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Ci portarono da bere: in spregio al nome del locale, Luca e Vincenzo avevano chiesto un calice di spumante italiano, io avevo un Cuba Libre e le ragazze due frappé alla banana. La sera scivolava via leggera sotto le pale del ventilatore, scherzavamo e ci raccontavamo… Anna rideva e mi parlava del futuro, mi diceva parole che non riuscivo a far combaciare, come tessere di un puzzle che non trovavano posto. Forse mi diceva anche “Amore mio”, esprimendosi però con diverse parole e io che ritenevo potesse essere la donna della vita, non riuscivo a comprenderle, non mi capacitavo. &lt;i&gt;Suddenly, I'm not half to man I used to be, there's a shadow hanging over me. &lt;/i&gt;&lt;i&gt;Oh, yesterday came suddenly.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Quell’attimo si confuse, divenne subito ricordo. Anna, che teneva la testa appoggiata alla mia spalla, si alzò, o almeno provò a farlo. Sembrava quasi ubriaca, come se in quel suo frappé qualcuno avesse messo della vodka. Non seppi spiegarmi quella sua ebbrezza, non riuscii a capire se fosse un’emozione che voleva frustrare o un modo di nascondere qualcosa. Finalmente, Anna riuscì a mettersi in piedi, rischiando di battere la testa nei bassi lampadari in stile Liberty. Disse: “Vado a vedere se il pianista può suonarci qualcosa di Battisti”. Intanto lui continuava a pestare sui tasti e a cantare nel microfono: &lt;i&gt;Scopare bene, scopare bene, questa è la prima cosa,&lt;/i&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;i&gt;cercare un'altra donna, un'altra donna che non sia troppo vuota,&lt;/i&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;i&gt;per ritornare di sera e non sentirsi ancora soli, ancora più soli.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Anna aspettò che l’uomo terminasse il pezzo di Venditti, poi confabulò con lui qualche secondo e quando tornò a sedersi già cominciavano a diffondersi nell’aria le note di “Emozioni” e le prime parole: &lt;i&gt;Seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi ritrovarsi a volare e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare un sottile dispiacere… &lt;/i&gt;Sentirla lì al mio fianco, seduta, mi infuse coraggio. Aveva la mano appoggiata sulla panca ricoperta di velluto, cominciai ad accarezzarla con delicatezza, mentre gli altri non vedevano. Lei lasciò fare per un po’, poi la strinse e mi guardò. Il suo sguardo era radioso, la sua bellezza promanava come una fosforescenza nella luce soffusa del locale. Il pianista finiva di stonare un’altra canzone: &lt;i&gt;Ed io non ci credevo io e ti tenevo stretta io coi vestiti inzuppati… stare lì a scherzare… poi fermarci stupiti… io vorrei cioè… ho bisogno di te… ho bisogno di te… dammi un po' d'amore...&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Uscimmo sotto un diluvio di luci in una notte di mare che sapeva di sale e di umido. L’auto di Vincenzo era parcheggiata lungo il viale, duecento metri più in là del Mojito Bar. Stavamo per avviarci quando Anna mi prese per la mano. “Andate pure”, disse agli altri “noi torniamo a piedi lungo la spiaggia”. Nessuno ebbe nulla da obiettare, probabilmente avevano visto la mano di Anna che tratteneva la mia come una bambina può stringere il filo del palloncino perché non scappi. “Buona notte” ci dissero.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Il lungomare era lì, cento metri oltre: attraversammo la strada e varcammo l’ingresso sella spiaggia. Gli ombrelloni incappucciati erano file e file di soldatini. La mano nella mano ci incamminammo. Erano almeno tre chilometri da fare: pregai che non finissero mai. La luna piena che accendeva il mare di riflessi d’argento ingigantiva il sogno.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="348" src="http://www.albertosughi.com/f_html/70_a.jpg" width="389" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Alberto Sughi, “Piano-bar”, olio su tela, 2003&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5139321897177111936?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5139321897177111936/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5139321897177111936&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5139321897177111936'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5139321897177111936'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/07/piano-bar.html' title='Piano-bar'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-3867775305991292583</id><published>2010-07-10T08:26:00.001+02:00</published><updated>2010-08-23T13:24:13.673+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><title type='text'>Lo scenario</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;La finestra di questa stanza dove amo scrivere mostra una casa bassa, a un solo piano, immersa nel verde di pini, magnolie e palme. Dietro si stagliano alti pioppi su uno sfondo di cielo. Oggi è azzurro e piccole nuvole bianche galleggiano all'orizzonte. Amo dipingere questo scenario, sempre lo stesso, ma sempre diverso nel corso dei giorni e delle stagioni. L'acquerello ne cattura l'essenza, i colori d'autunno, la neve, il rifiorire di primavera, il rigoglio dell'estate. Ne coglie albe e tramonti e pomeriggi assolati e mattini dorati. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Adesso, per la combinazione della luce, nel vetro della finestra vedo riflesso il mio viso. Sono invecchiato. Non sono più il ragazzo che ero, se mi volto indietro capisco che il tempo è passato: credo di scorgere lei, che come un magnete mi attirava a sé con la sua dolcezza, e invece non è che un punto sempre più lontano sullo scorrere degli anni. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Eppure è solo ieri che rimanemmo a scandire le ore della notte attendendo che i fuochi d'artificio riempissero il cielo di fiori colorati, che le nostre bocche si unissero in un primo bacio. La sua presenza al mio fianco era nuova, il suo vestito a fiori tra le luci delle vetrine e i tavolini dei bar all'aperto era un orgoglio che mi riempiva il cuore, camminare al suo fianco, tenerla per mano, abbracciarla su una panchina. È solo ieri che ci giurammo amore scavalcando le transenne della spiaggia e la nostra gioventù. Solo ieri che ci dicemmo "Il futuro non conta, staremo insieme".&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Ma il futuro, ahimè, contava: il tempo scivolò leggero sotto i ponti e lei veniva nei miei sogni a tentarmi con il suo ricordo: ripeteva discorsi, ne faceva di nuovi, si spogliava e sorrideva, lasciava che mi commuovessi, che mi svegliassi attonito per quel vetro spesso che rimaneva tra noi due, per quel silenzio che regnava nella stanza, per quel letto vuoto dove dormivo solo. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Una bava di vento scuote appena i pioppi, accarezza le foglie della magnolia che risplendono lucide al sole d'estate. Le finestre della casa di fronte riflettono il piccolo cortile lastricato, una tenda si muove nella brezza. Adesso lei come si comporterà, mi chiedo. Di lei che sarà stato? Chissà se ride e scherza, se ha trovato un nuovo compagno di vita, se dei figli hanno rallegrato la sua vita. Avrà assaporato mai quella felicità intensa che provammo in quei giorni? E io? Io continuo a praticare il mio gioco: come Gozzano, rimpiango la vita che poteva essere e non è...&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin: 0px auto" height="269" src="http://farm5.static.flickr.com/4027/4679150612_ec0ddf5d22.jpg" width="402" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Fotografia © DR&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-3867775305991292583?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/3867775305991292583/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=3867775305991292583&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3867775305991292583'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/3867775305991292583'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/07/lo-scenario.html' title='Lo scenario'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://farm5.static.flickr.com/4027/4679150612_ec0ddf5d22_t.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-4526753920491162202</id><published>2010-07-03T08:22:00.001+02:00</published><updated>2010-08-23T13:24:33.972+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tempo'/><title type='text'>L’appuntamento</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Dovrei già essere a Como adesso, incontrarti... Dovrei scambiare parole con te e raccontare di tutti questi anni trascorsi, dirti dove sono stato e cosa ho fatto e con chi. E tu dovresti fare altrettanto, condensare i giorni e i mesi in una sorta di curriculum. È così che fanno due che si ritrovano dopo tanto. È così che dovremmo fare noi, che abbiamo riallacciato il filo reciso grazie a un brevissimo scambio di e-mail.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Dovrei essere lì con te a seguire il riflesso ipnotico delle luci dell'imbarcadero, a lasciarmi spettinare dal vento che soffia sulla diga foranea guardando il cielo grigio rispecchiarsi nell'acqua del lago e agitarsi come mercurio dentro una bottiglia chiara. Dovrei essere lì, seduto su una panchina del lungolario o ai tavolini di un bar tra il viavai dei turisti e i pendolari che vanno verso la stazione.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Invece sto guidando sulla vecchia statale, senza fretta, senza preoccuparmi dei camion che mi avanzano lentamente davanti. Cerco pretesti alla mia fuga, cerco appigli che mi facciano desistere, che mi convincano a trovare uno spiazzo per invertire il senso di marcia e tornare a casa. Cerco una via d'uscita che mi consenta di non scoprirti diversa dal ricordo: mi dico che non potrei sopportare di vedere una ruga sul tuo viso. Temo il momento in cui mi si parerà davanti la città, distesa come un dépliant pubblicitario mentre il sole faticosamente disperde le nuvole e disegna riflessi tra i battelli alla fonda.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Guido e penso alle parole da dirti, mi preparo discorsi che immancabilmente so già si scioglieranno come neve al sole nella memoria non appena dovessi provare a pronunciarne uno. Mi guardo attorno, come se quelle parole le potessi trovare nel cruscotto e senza accorgermi ecco che la città si rovescia sul suo letto di colline, eccomi che parcheggio e cammino a piedi verso Piazza Cavour. Ora il filo dei pensieri si è spezzato: sorridi bellissima e mi saluti dal tavolino di un bar della piazza. È troppo tardi per fuggire: corro a baciarti sulle guance senza neanche scusarmi del ritardo.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="289" src="http://negliocchi.fotoblog.it/photos/medium_20%20nbf%20P1060198.JPG" width="384" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Fotografia © Conoscere Como&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-4526753920491162202?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/4526753920491162202/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=4526753920491162202&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4526753920491162202'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/4526753920491162202'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/07/lappuntamento.html' title='L’appuntamento'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-1314749408024951871</id><published>2010-06-26T08:20:00.002+02:00</published><updated>2010-08-23T13:25:04.470+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>Il filo del passato</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Ci siamo ritrovati per caso in questa gita della Biblioteca che ci porterà alle meraviglie di Venezia, a un museo che ci mostrerà i colori del Manierismo. Ci siamo scorti e salutati nel parcheggio, dove abbiamo lasciato le nostre auto e ritrovato il filo del passato. Quanto tempo? Quanti anni? Lo abbiamo riannodato subito e siamo saliti sul pullman, verso il fondo, come ci è sempre piaciuto, occupando una coppia di sedili sul lato sinistro, perché a me è sempre piaciuto guardare le auto in sorpasso e a lei appoggiarsi alla mia spalla e assopirsi.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Ora no. Non siamo più gli studenti che andavano in gita. Ora abbiamo tanti giorni e tante cose da raccontarci e parliamo fitto fitto mentre il pullman percorre la A4 Serenissima e si lascia dietro frutteti e case coloniche, zone industriali e grandi magazzini, anche un aeroporto.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;L'autista ha messo un CD di successi degli Anni '80, neanche l'avessimo corrotto, e la nostra musica ci riavvicina ancora di più. Annamaria si lascia andare: mi confida dei problemi che ha avuto, il divorzio, il figlio autistico, il suo studio di architettura che non va troppo bene. Come allora trova in me un ascoltatore paziente. Come allora non ho niente da dirle, ma basta la mia attenzione a consolarla.&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Le racconto di quante volte ho percorso questa strada, del mio grande amore liquefattosi senza un perché. Lei coglie con femminile sagacia il mio tormento, mi posa una mano sul ginocchio, lo stringe appena e quel gesto di amicizia è un collante che riesce a riparare la mia voce incrinata. «Ti ricordi di quando ci sbaciucchiavamo di nascosto dai professori su sedili come questi?» mi chiede. Altroché se ricordo: fuori il tramonto incendiava l'autostrada, poi scendeva il buio e noi annegavamo in quella dolcezza. Quanto tempo. Quanti anni...&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Annamaria mi guarda con gli occhi accesi e un lampo furbo nello sguardo: «Dai, che il responsabile della Biblioteca non ci guarda...» mi dice, e posa le sue labbra sulle mie...&lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Il filo è stato riallacciato con un nodo ben stretto.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="469" src="http://jackvettrianocards.com/client_ftp/items/large/5846.jpg" width="372" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Jack Vettriano, “AE Fond Kiss”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-1314749408024951871?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/1314749408024951871/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=1314749408024951871&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1314749408024951871'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/1314749408024951871'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/06/il-filo-del-passato.html' title='Il filo del passato'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-5114806846565796128</id><published>2010-06-19T08:23:00.002+02:00</published><updated>2010-08-23T13:25:36.281+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><title type='text'>Da un poggio</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Qui, dall'alto, da questo poggio che è l'ultimo avamposto prima della pianura, si domina uno spicchio di mondo, come se una mappa a tre dimensioni fosse distesa davanti ai miei piedi. Nella calura che vela la visione d'una foschia leggera, addensata sopra le città, disegno gli scenari apocalittici che i guerrieri del riscaldamento globale continuano a propinarci dai media, ora fronteggiati dai teorici della nuova glaciazione: e dunque sullo sfondo ecco il deserto di Milano, dune di sabbia dove corrono i dromedari e i beduini si rinfrancano tra le palme delle oasi; dove sorge Piacenza, scintillerà il mare... &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Ma su questa collina verdeggiante, una mammella ubertosa sorta dal corpo fertile della Brianza, fiorisce ancora il sambuco e i gatti sonnecchiano al sole tra le antiche mura. La brezza soffia lungo le vie, porta l'odore muschioso degli anditi, il fresco umido delle cantine. Gazze volano tra le fronde, si inseguono con le code bianche ridendo sguaiate come rane. È in posti così che amo fermarmi a riflettere, a farmi i conti in tasca, come adesso, seduto davanti al panorama in questa larga piazza pavimentata a ciottoli. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Lo so che è umano amare. E che ancora più umano è sbagliare. Umano è anche ricordare. Così io so  che ho idealizzato la sua figura, usandola come un salvagente per rimanere a galla nel naufragio dei giorni. L'ho usata come un relitto cui restare aggrappato con tutte le mie forze, come una zattera di fortuna su cui andare alla deriva. Mi sentivo come chi dovesse saltare un ostacolo o chi in quei film d'azione americani passi da un tetto all'altro nella fuga o nell'inseguimento. Prendevo la rincorsa ma risultava sempre troppo corta e rimanevo a penzolare nel vuoto. Per salvarmi ho dovuto tagliare la corda con lei, perderla e tenerla con me sotto forma di ricordo. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Fu un errore, lo ammetto soprattutto con me stesso. Lo so, adesso che da questa collina spazio lontano con lo sguardo e osservo non soltanto i fiumi che tagliano la valle e le città avvolte in una cappa di smog, le autostrade che si snodano, i campanili... Vedo anche il mio passato, i giorni perduti e vigliaccamente conclusi, le fughe davanti alla realtà, le illusioni spacciate per sogni. Mi rattristo, ma non dovrei: rimpiangere è una medaglia al valore che non si è meritata. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Mi alzo, riprendo il sentiero che attraversando filari di viti riporta giù, alle strade trafficate, ai grandi ipermercati, alle zone industriali, alla vita...&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;img style="display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto" height="299" src="http://i710.photobucket.com/albums/ww102/doctordee/Duraga-1.jpg" width="395" /&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p align="center"&gt;&lt;span style="color:#808080;"&gt;Fotografia © DR&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2080943611163649577-5114806846565796128?l=nuvolegialle.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/feeds/5114806846565796128/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2080943611163649577&amp;postID=5114806846565796128&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5114806846565796128'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2080943611163649577/posts/default/5114806846565796128'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nuvolegialle.blogspot.com/2010/06/da-un-poggio.html' title='Da un poggio'/><author><name>DR</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14152647555019312121</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='31' src='http://1.bp.blogspot.com/_P5i_XF3f-0c/SuGUlggXF5I/AAAAAAAABug/pdmed4hdLv4/S220/Avatar09.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2080943611163649577.post-7777170273075191902</id><published>2010-06-12T08:21:00.002+02:00</published><updated>2010-08-23T13:26:08.729+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mare'/><title type='text'>Dopo il temporale</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Il temporale era quasi passato ormai: le pesanti nuvole grigie colme di pioggia gravavano a levante sulla costa, dipingendo strie di fumo sul mare. Avevamo trovato riparo in uno dei bar della spiaggia, seduti con il tuo tè al bergamotto e la mia birra a osservare l'uragano scatenarsi sull'arenile, sugli alberi del lungomare: sembrava volesse svellerli e scagliarli lontano e intanto trasformava la strada in un fiume. Il juke-box suonava canzoni che pesavano sul cuore e si mescolavano ai rombi dei tuoni, allo scroscio incessante e violento sulle grondaie, sui vetri del bar. Le nostre parole erano di due che si erano amati un tempo e forse si amavano ancora ma che il corso degli eventi aveva separato e condotto su strade diverse. Eppure non era trascorso che un anno. &lt;/p&gt;  &lt;p align="justify"&gt;Quando la pioggia finalmente cessò e già un occhio azzurro si apriva nel cielo, uscimmo dal nostro rifugio e ci dirigemmo verso il pontile. Il vento ci incollava addosso i vestiti, il mondo si specchiava difforme nelle vaste pozzanghere lasciate dal fortunale, dove
