sabato 18 marzo 2017

Bang Bang

 

Avevamo cinque anni, correvamo sui cavalli io e lei contro agli indiani, eravamo due cow boy - bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò bang bang, di colpo lei, bang bang, a terra mi gettò.*

Ci conoscevamo da sempre, si può,dire, affiancati nelle carrozzine, nei passeggini, sulle altalene, negli stessi spiazzi di sabbia del parco giochi. I miei genitori e i suoi erano buoni amici, condividevano serate in pizzeria, passeggiate nei parchi, uscite domenicali in cerca del formaggio tipico o del salame nostrano del contadino. Si può dire che crescemmo insieme, giocando nei pomeriggi lunghi d’estate nel mio giardino a rincorrerci oppure nei giorni d’inverno sul pianerottolo fingevamo di essere papà e mamma e ripetevamo le conversazioni orecchiate la sera a tavola.

Quindici anni aveva lei, ricordo quando mi baciò bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò
bang bang, lei mi baciò, bang bang, e a terra mi lasciò.

Frequentammo le elementari assieme, poi le nostre strade si divisero: le mie medie furono presso un istituto maschile dove potevo rimanere tutto il giorno mentre i miei lavoravano, lei finì alla vicina scuola statale. Ma non ci perdemmo di vista, ci ritrovavamo qualche volta il sabato sera quando le famiglie uscivano – sempre meno adesso – e la domenica in oratorio e d’estate ci rifugiavamo spesso nell’oasi del giardino a sognare sui libri. Poi finì che ci trovammo sullo stesso treno – io al liceo classico, lei al linguistico – e mentre i campi e le stazioni di provincia scorrevano dietro i finestrini scoprivo colori nuovi nei suoi occhi. Fu sul treno che mi baciò per la prima volta – sì, fu lei a prendere l’iniziativa: mi tenne le mani a lungo, mi guardò sorridendo dei miei rossori e poi avvicinò il suo viso al mio, le sue labbra sulle mie…


A vent'anni all'improvviso, senza dir perché né dove se n’è andata lei mi ha ucciso come fosse un colpo al cuor bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò bang bang, lei se ne andò, bang bang, e a terra mi lasciò.

Restammo insieme cinque anni: esplorammo i nostri corpi e i territori dell’amore, superammo le insidie della vita e della carriera scolastica, raggiungemmo la maturità in un caldissimo luglio dopo aver studiato insieme. Fu un’estate meravigliosa quella, prendemmo il traghetto per la Grecia e scendemmo a Mykonos dove bevemmo mare, cielo e ouzo. Credevamo di avere trovato il paradiso. Ci iscrivemmo all’Università – io optai per Scienze Politiche, lei ovviamente scelse Lingue e Comunicazione: ci incontravamo in stazione quasi ogni mattina e raggiungevamo Milano dove poi le nostre strade divergevano. Ma di divisero anche le nostre vite piano piano: lei si fece sempre più lontana, io ero preso dai miei primi pesantissimi esami. Non ci accorgemmo neppure che ci eravamo lasciati, così improvvisamente. Lo capii quando mi trovai seduto in terra a piangere un giorno in cui la cercai vicino a me e non c’era. Chiamai suo padre, con cui avevo maggiore confidenza, l’uomo con cui molte volte avevo giocato a carte o a pallone: “Lucia se n’è andata, Davide” mi disse e sentii tutto l’imbarazzo nella sua voce “ha lasciato l’Università e si è trasferita a Londra. Ci ha spiazzato, non ce lo aspettavamo”. Non me l’aspettavo neppure io, ma ragionandoci sopra una notte insonne, compresi che l’avevo sempre saputo, che lei era più forte di me e che aveva voluto prendere in mano la sua vita. Io ero soltanto un danno collaterale…

 

* Bang Bang (Colombini-Del Prete/Bono)

 

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