sabato 29 aprile 2017

Una ragazza tenue

 

È il 28 settembre del 1916. Giuseppe Ungaretti si trova a Locvizza, sul Carso, impegnato nelle battaglie di trincea della Prima Guerra Mondiale. Per sfuggire all'orrore, scrive poesie. L’ispirazione questa sera gli viene dal ricordo: i versi lo portano lontano dal campo di battaglia, dagli attendamenti, dalle gallerie scavate nella roccia. Con la memoria torna a Parigi, dove era arrivato dalla natia Alessandria d'Egitto alla fine del 1912 per seguire dei corsi al College de France e alla Sorbona e dove aveva conosciuto artisti d'avanguardia: Apollinaire, Picasso, Braque, Modigliani, De Chirico, Léger. Su una cartolina di franchigia stropicciata che aveva nel tascapane scrive: “Quando / la notte è a svanire / poco prima  /  di primavera / e di rado / qualcuno passa  / Su Parigi s'addensa / un oscuro colore / di pianto”

Ungaretti nel 1912 aveva 24 anni. In quella cerchia d'artisti c'era una ragazzina sedicenne, Marthe Roux, che si dilettava di pittura e frequentava con la sorella Louise la congrega della Closerie de Lilas, lo stesso caffè dove anni dopo sarà solito scrivere Hemingway. È una notte di fine febbraio, a Montparnasse. L'alba non è molto lontana, il cielo è cupo, nebbioso. Sotto il ponte la Senna scorre grigia, porta via i lumi riflessi nelle sue acque. Il giovane Ungaretti osserva quella ragazza taciturna, sa che Apollinaire vi ha posto gli occhi addosso e gliela contende. Il poeta aggiunge una seconda strofa: “In un canto / di ponte / contemplo / l'illimitato silenzio / di una ragazza / tenue” .

Marthe è un fiore d'alpe tenue e opaco: e lui sente il malessere della ragazza simile al proprio in quella notte da bohémien, ma non fa nulla, rimane lì sul ponte mentre la Senna scorre e si porta via i suoi pensieri: “Le nostre / malattie / si fondono / E come portati via / si rimane.

* * * * *

"Cara Marthe" le scriverà dal fronte nel 1918, "se non sono un libertino, non sono ancora arrivato all'armonia degli angeli; la nostra relazione è stata assolutamente pura, ma io volevo avervi totalmente..."

E quarant'anni dopo, nel 1958, ricorderà di nuovo la ragazza di "Nostalgia": "Ho ancora le vostre foto. Che illusione meravigliosa è stata per me".

2008

 

Cortés

DIPINTO DI EDOUARD CORTÉS

sabato 22 aprile 2017

Pasqua del 1989

 

Se Natale lo passai a casa, nel mio anno di naia, mi toccò invece di trascorrere la Pasqua a Merano: mancavano solo 24 giorni al congedo, ero la “Max” e avevo sei giorni di licenza ordinaria in serbo per la prima settimana di aprile. Nel 1989 la Pasqua cadde il 26 marzo: un giorno che nel ricordo ha la dolcezza della prima primavera e non è solo la nostalgia a renderlo così. C’erano già i fiori nelle aiuole e le classiche sculture di siepi e fiori sul Lungopassirio: il canoista, l’Atlante che regge il mondo… Un bel sole tiepido avvolgeva la città

Ero rimasto solo: i soliti compagni con cui uscivo erano tutti a casa in licenza o assegnati ai vari compiti di caserma. Poco dopo le 9 varcai il passo carraio della Caserma Cesare Battisti e salii verso il centro: Via Palade, Via Petrarca. Raggiunsi Piazza del Teatro e vagabondai poi lentamente lungo i Portici, mi affacciai nel Duomo, dove stava cominciando la messa in tedesco: rimasi ammirato per qualche minuto ad osservare il rito, poi mi avviai verso il Ponte della Posta, riattraversai il Passirio per trovarmi davanti al gotico tedesco di Santo Spirito. Fu lì, sula porta della chiesa che incontrai Marco e un suo amico. Marco lo conoscevo dalla prima corvée cucina alla Leone Bosin: eravamo dello stesso scaglione e ci trovammo a lavorare insieme quel giorno di un giugno ormai lontano quasi un anno. Anche quando fui trasferito alla Battisti, ci capitava spesso di incontrarci per la città o di fissare appuntamenti per uscire a cena.

Ascoltammo la Messa, poi, a mezzogiorno, mi invitarono ad unirmi a loro per il pranzo di Pasqua. L’amico di Marco, che avevo già incontrato in alcuni dei nostri precedenti “vagabondaggi”, aveva la macchina a Merano. Decidemmo su due piedi di salire da Mair am Ort, a Tirolo, località sopra Merano famosa per il suo castello, dove amavamo salire in seggiovia dalla stazione dietro il Duomo per giocare al minigolf o per andare a bere la “boule”, una enorme coppa da macedonia che conteneva frutta a pezzi immersa in un’intera bottiglia di moscato d’Asti.

Entrammo nel locale caratteristico, con i suoi muri rivestiti di legno e le tovaglie a quadri: pranzammo con canederli e poi con un carré di maiale con i crauti, annaffiati da una generosa caraffa di vino bianco. La città si stendeva ai nostri piedi, il fiume scintillava perdendosi tra i vasti appezzamenti. Sentivamo nell’aria la libertà ormai vicina, quel pomeriggio di Pasqua. Finimmo ancora una volta a bere la “boule” e lasciammo che il giorno si sciogliesse, quella prima domenica con l’ora legale che portava più in là il tramonto sulle montagne azzurre.

Presto sarebbe cambiata la nostra vita, lo sapevamo benissimo. Presto quell’anno di naia sarebbe finito diritto nel baule dei ricordi. Ma intanto eravamo là, a rovesciare il liquido dorato nelle coppe, a inforcare pezzi di mela verde e fragole e il momento aveva la malinconica dolcezza delle cose sospese tra passato e avvenire.

 

Tirolo

sabato 15 aprile 2017

Lo stupore

 

“E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto”.


È il Vangelo di Luca (24,12): si parla di Pietro, che è andato a verificare il racconto delle pie donne, preso per vaneggiamento dai discepoli. Il discepolo di Gesù ha trovato il sepolcro vuoto e le bende lasciate a terra. Torna a casa pieno di stupore.

Stupore. È quello che va sempre più mancando ai nostri tempi, in cui lo scientismo tecnologico tende a diffondersi come una piovra e vorrebbe misurare il mondo fin nei suoi più piccoli micron e vorrebbe spiegare tutto sulla base del visibile, annientando la poesia del mistero. Forse solo i bambini si lasciano cogliere dallo stupore. Ma poi crescono e sono già scafati a dieci anni. Le storie di bullismo nelle scuole ne sono la testimonianza più evidente.

E allora, persa l’ingenuità un po’ naif degli antichi, ecco che per stupirsi occorrono i paradisi artificiali, i rave, le folli corse in auto. Più che lo stupore, la disperazione delle vite vuote.

 

24 marzo 2008, Lunedì dell’Angelo

 

Burnand

EUGÈNE BURNARD, “PIETRO E GIOVANNI COORONO AL SEPOLCRO”

sabato 8 aprile 2017

Il diavolo in corpo

 

A metà dicembre del 1920, in una fredda giornata parigina, Picasso e Brancusi seguivano il feretro bianco di un amico, morto ventenne di febbre tifoidea. Jean Cocteau invece non ne ebbe la forza, chiuso nella disperazione, lui che aveva vegliato il ragazzo e che al suo capezzale nella clinica di Rue Piccinni si era sentito dire “Udite una cosa terribile: fra tre giorni sarò fucilato dai soldati di Dio”.

Quel ventenne era Raymond Radiguet, autore di un romanzo, “Il diavolo in corpo”, scritto a soli diciotto anni e pubblicato da Grasset con un battage pubblicitario assolutamente nuovo per l’epoca. L’opera, parzialmente autobiografica, ebbe un successo clamoroso, anche grazie alle narrazioni scabrose: racconta infatti di un amore anticonformista tra un adolescente e una donna il cui marito è al fronte, durante la Prima guerra mondiale. Radiguet è conscio della delicatezza del tema: “Devo aspettarmi dei rimproveri” così comincia “Ma che posso farci? È colpa mia se compii dodici anni qualche mese prima che la guerra fosse dichiarata? (…) Era destino che mi comportassi come un bambino in un’avventura che avrebbe messo in difficoltà persino un adulto?” E l’inquietudine, lo smarrimento, la rivolta morale di quei giovani diventano parte della storia; Radiguet ne parla con sincerità disarmante, con uno stile puro e incantevole, con una lucidità inaspettata in un ragazzo: “La mia lungimiranza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Mi giudicavo meno ingenuo, ma lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge all’ingenuità. Nemmeno la vecchiaia. Questa presunta lungimiranza mi annebbiava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. O meglio, dubitavo di me stesso, perché non mi ritenevo degno di lei”.

Non si sa chi abbia il “diavolo in corpo”, se sia l’irruente ragazzo o la donna infelice di un matrimonio che non voleva, più probabilmente entrambi: “Per la prima volta, mi sentiva pronunciare la parola «morale». Quella parola capitò a meraviglia, giacché anche lei, così poco cattiva, doveva pur attraversare crisi di coscienza, come me, sulla moralità del nostro amore”. Alla fine il protagonista troverà nel “richiamo all’ordine” la soluzione al tabù della differenza d’età e alla riprovazione dell’amare la donna di un soldato in guerra: “L’ordine, alla lunga si dispone spontaneamente attorno alle cose” si legge nelle righe finali del romanzo, concluso da una tragedia ma vivificato dalla speranza.

2009

 

Le diable au corps
1947
Real. : Claude Autant-Lara
Gérard PHILIPE

Collection Christophel

UNA SCENA DA “LE DIABLE AU CORPS” DI AUTANT-LARA, 1947

sabato 1 aprile 2017

Un maglioncino giallo

 

La vide appena uscito dal negozio di casalinghi: una donna sui quarant’anni, che ritornò sui suoi passi, come smarrita, e poi si voltò di nuovo e riprese la strada. Impossibile non notarla: indossava un giubbino primaverile color ciliegia e teneva in mano un maglioncino di cotone giallo paglierino. Il commissario Krüger si incamminò con il suo sacchetto nel quale era incartata e infiocchettata una caffettiera italiana da regalare alla sua compagna. Il tempo si stava mettendo al bello e un pallido sole era uscito a lucidare le strade dopo la pioggia. La donna camminava davanti a lui con passo sostenuto, una decina di metri avanti. Lui non aveva fretta di ritornare alla sua scrivania, ai suoi casi, voleva godersi la primavera ora. Eppure quella donna lo aveva colpito per qualche motivo, non arrivava a dire che lo insospettiva, ma lo interessava: il suo intuito poliziesco aveva colto qualcosa, un’indicazione del suo istinto certo, ma poteva anche non essere nulla.

Cento metri avanti la strada sboccava in un quadrivio. La donna con il giubbino rosso ciliegia svoltò a sinistra, verso la stazione, sempre reggendo in mano il maglioncino giallo. Krüger doveva proseguire dritto, verso il commissariato, ma volle comunque guardare dove la donna si dirigeva. Fu con sorpresa che non la vide nel lungo viale della stazione. Non c’erano palazzi dove sarebbe potuta entrare in quel primo tratto né giardini: una lunga e alta muraglia a destra, le mura di un’antica fabbrica a sinistra. Eppure la donna non c’era. Così il commissario tornò in ufficio con quell’assillo. Cominciò a esaminare i documenti sui quali stava lavorando, tabulati telefonici che non gli resero più facile il compito di dimenticare: i numeri ballavano davanti ai suoi occhi, non riusciva a concentrarsi. Chiamò Zogg, il tecnico informatico e gli chiese di cercargli  le immagini delle ultime due ore delle telecamere di sicurezza poste sul quadrivio. Mezzora dopo Zogg arrivò con una chiavetta USB, Krüger la infilò nel computer e cominciò a visionare le immagini: si fermò quando si vide da lontano uscire dal negozio di casalinghi. Ma la donna non c’era! Non c’era in nessuna delle immagini che visionò, in nessuna delle angolazioni. 

«Sto impazzendo» fu il suo primo pensiero. Poi, un lampo di genio gli attraversò la mente: gli venne l’idea di cercare su Google qualche stranezza accaduta nella via. Non sapeva neppure lui cosa cercare, poi all’improvviso vide il volto della donna che aveva scorto uscendo dal negozio dei casalinghi e gli si rizzarono i capelli: era la vittima di un tragico incidente stradale. Nel 1994 il furgone di una ditta di trasporti aveva travolto e ucciso una mamma con il suo bambino proprio davanti al negozio. C’era anche una fotografia dei soccorsi: abbandonato sullo spartitraffico come un osceno fiore c’era un maglioncino giallo da bambino...

 

Donna

FANNY NUSHKA, “VENTO D’OTTOBRE ALLA SPIAGGIA”

sabato 25 marzo 2017

Il furto della Gioconda

 

La notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci  venne rubato dal Louvre di Parigi. Il furto del secolo. A prelevare il pannello di pioppo di 77 cm x 53 e a nasconderlo sotto il cappotto prima di eclissarsi nella notte parigina fu tale Vincenzo Peruggia, un decoratore e imbianchino italiano emigrato in Francia dalla provincia di Varese. Secondo alcune fonti, si era nascosto in un armadio per le scope durante l’orario di apertura ed era poi sgattaiolato fuori; secondo altre si presentò alle 7 del mattino vestito con l’uniforme bianca degli inservienti del museo, che il 21 era chiuso. Comunque sia, il compito gli fu facilitato dall’aver lavorato alla messa in opera della teca che custodiva il dipinto, posto allora nel Salon Carré, e dall’aver conosciuto in tal modo le abitudini delle guardie: uscì mentre una di esse era andata a farsi riempire un secchio d’acqua e se ne andò in taxi. Il mattino del 22 agosto il pittore Louis Béroud si presentò presto al Louvre per eseguire uno schizzo preparatorio per l’opera che intendeva dipingere, Mona Lisa au Louvre, e trovò il muro vuoto. Chiese allora ai guardiani, che gli dissero che forse era nell’atelier fotografico. Non c’era…

Iniziarono immediatamente le indagini della polizia parigina. Prima di arrivare a Vincenzo Peruggia, molti furono i sospettati: persino il poeta Guillaume Apollinaire, che fu arrestato e passò qualche giorno in prigione, e Pablo Picasso, tirato in ballo da Apollinaire, che venne a lungo interrogato dalla Gendarmerie: i due avevano manifestato l’intenzione di svuotare i musei distruggendo le opere in essi esposti per sostituirle con le proprie. Era una boutade da artisti megalomani, nulla più. E ancora le autorità francesi seguirono un’altra pista; pensarono anche che si trattasse di un affronto dei boches, gli odiatissimi tedeschi. Non era vero, naturalmente. Il Louvre rimase chiuso per un’intera settimana per agevolare le indagini: quando riapri, al posto dell’illustre Monna Lisa era appeso un ritratto eseguito da Raffaello Sanzio, quello del letterato Baldassarre Castiglione..

La polizia parigina finalmente bussò anche alla porta di Vincenzo Peruggia: la Gioconda era nascosta sotto il letto, ma nessuno pensò di perquisire l’appartamento, si accontentarono dell’alibi – naturalmente falso – fornito dall’imbianchino. Rimase lì per quasi due anni, fino a quando Peruggia si trasferì a Firenze. E lì il ladro divenne impaziente, contattò il proprietario di una galleria d’arte, Adolfo Geri, e gli disse che voleva restituire il dipinto alla sua patria, l’Italia. Si diceva un convinto patriota e pensava che un’opera di tal fatta dovesse essere esposta in un museo italiano. Ma un fatale errore era alla base delle sue convinzioni: la Gioconda fu dipinta in Francia e non, come credeva lui e come credono tuttora molti italiani, sottratta a un museo durante le spoliazioni effettuate dalle truppe di Napoleone. Geri mise in contatto Peruggia con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. L’incontro avvenne all’Hotel Tripoli, in Via de’ Cerretani: Peruggia chiese 500.000 lire per le spese sostenute, Poggi chiese invece di poter autenticare l’opera. Nel frattempo, l’imbianchino andò a spasso per Firenze: fu lì che la polizia, allertata da Geri e Poggi, lo arrestò.

Il processo non andò poi tanto male per Vincenzo Peruggia: lo dichiararono “mentalmente minorato” e fu condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotta di cinque mesi. Ma attirò le simpatie di molti, che vedevano nel suo furto un gesto romantico: lui stesso alimentò quell’immagine dichiarando di aver trascorso due anni meravigliosi guardando la Gioconda appesa sopra il tavolo della cucina.

Il dipinto invece cominciò il suo pellegrinaggio per tornare al Louvre: rimase esposto agli Uffizi, poi a Roma, a Palazzo Farnese, ambasciata di Francia, e alla Galleria Borghese in occasione del Natale 1913. Poi fu messo su un treno e inviato a Modane, dove le autorità francesi ne ripresero possesso. Fece tappa a Bordeaux e a Tolosa; il presidente della Repubblica in persona, insieme ai rappresentanti del governo, lo accolse nel Salon Carrè: Monna Lisa era finalmente tornata a casa.

 

Mona_Lisa_stolen-1911 (1)

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FOTOGRAFIE © MUSEO DEL LOUVRE

sabato 18 marzo 2017

Bang Bang

 

Avevamo cinque anni, correvamo sui cavalli io e lei contro agli indiani, eravamo due cow boy - bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò bang bang, di colpo lei, bang bang, a terra mi gettò.*

Ci conoscevamo da sempre, si può,dire, affiancati nelle carrozzine, nei passeggini, sulle altalene, negli stessi spiazzi di sabbia del parco giochi. I miei genitori e i suoi erano buoni amici, condividevano serate in pizzeria, passeggiate nei parchi, uscite domenicali in cerca del formaggio tipico o del salame nostrano del contadino. Si può dire che crescemmo insieme, giocando nei pomeriggi lunghi d’estate nel mio giardino a rincorrerci oppure nei giorni d’inverno sul pianerottolo fingevamo di essere papà e mamma e ripetevamo le conversazioni orecchiate la sera a tavola.

Quindici anni aveva lei, ricordo quando mi baciò bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò
bang bang, lei mi baciò, bang bang, e a terra mi lasciò.

Frequentammo le elementari assieme, poi le nostre strade si divisero: le mie medie furono presso un istituto maschile dove potevo rimanere tutto il giorno mentre i miei lavoravano, lei finì alla vicina scuola statale. Ma non ci perdemmo di vista, ci ritrovavamo qualche volta il sabato sera quando le famiglie uscivano – sempre meno adesso – e la domenica in oratorio e d’estate ci rifugiavamo spesso nell’oasi del giardino a sognare sui libri. Poi finì che ci trovammo sullo stesso treno – io al liceo classico, lei al linguistico – e mentre i campi e le stazioni di provincia scorrevano dietro i finestrini scoprivo colori nuovi nei suoi occhi. Fu sul treno che mi baciò per la prima volta – sì, fu lei a prendere l’iniziativa: mi tenne le mani a lungo, mi guardò sorridendo dei miei rossori e poi avvicinò il suo viso al mio, le sue labbra sulle mie…


A vent'anni all'improvviso, senza dir perché né dove se n’è andata lei mi ha ucciso come fosse un colpo al cuor bang bang, di colpo lei, bang bang, lei si voltò bang bang, lei se ne andò, bang bang, e a terra mi lasciò.

Restammo insieme cinque anni: esplorammo i nostri corpi e i territori dell’amore, superammo le insidie della vita e della carriera scolastica, raggiungemmo la maturità in un caldissimo luglio dopo aver studiato insieme. Fu un’estate meravigliosa quella, prendemmo il traghetto per la Grecia e scendemmo a Mykonos dove bevemmo mare, cielo e ouzo. Credevamo di avere trovato il paradiso. Ci iscrivemmo all’Università – io optai per Scienze Politiche, lei ovviamente scelse Lingue e Comunicazione: ci incontravamo in stazione quasi ogni mattina e raggiungevamo Milano dove poi le nostre strade divergevano. Ma di divisero anche le nostre vite piano piano: lei si fece sempre più lontana, io ero preso dai miei primi pesantissimi esami. Non ci accorgemmo neppure che ci eravamo lasciati, così improvvisamente. Lo capii quando mi trovai seduto in terra a piangere un giorno in cui la cercai vicino a me e non c’era. Chiamai suo padre, con cui avevo maggiore confidenza, l’uomo con cui molte volte avevo giocato a carte o a pallone: “Lucia se n’è andata, Davide” mi disse e sentii tutto l’imbarazzo nella sua voce “ha lasciato l’Università e si è trasferita a Londra. Ci ha spiazzato, non ce lo aspettavamo”. Non me l’aspettavo neppure io, ma ragionandoci sopra una notte insonne, compresi che l’avevo sempre saputo, che lei era più forte di me e che aveva voluto prendere in mano la sua vita. Io ero soltanto un danno collaterale…

 

* Bang Bang (Colombini-Del Prete/Bono)

 

sabato 11 marzo 2017

Viaggio intorno alla mia camera

 

Un viaggio dove non si va da nessuna parte, o meglio dove rimanendo fermi si vola dappertutto, si evade dalla prigione della propria vita ispezionando il proprio io come se fosse un mondo… È “Viaggio intorno alla mia camera”, un esile volumetto di un centinaio di pagine scritto tra il 1790 e il 1794 da Xavier de Maistre, fratello minore del più celebre Joseph, filosofo e diplomatico savoiardo, che darà alle stampe il testo nel 1795.

E dunque Xavier de Maistre, ventiseienne aiutante maggiore di battaglione, del reggimento di fanteria La Marina, poco prima del carnevale del 1790 ha una vertenza d’onore a Torino con l’ufficiale Patono de Meyran con il quale va a duello, vincendolo. Il duello gli costa però una punizione: viene confinato agli arresti domiciliari nella sua stanza alla cittadella militare del capoluogo piemontese. Xavier, che qualche anno prima, pochi mesi dopo il lancio del primo aerostato da parte dei fratelli Montgolfier, aveva sperimentato l’ebbrezza del volo compiendo un’ascensione di duemila metri in mongolfiera, trova la libertà nella dicotomia tra anima e corpo: lascia il proprio corpo nella stanza e dà libero sfogo all’immaginazione con quella che Saint-Beuve definì una “grazia sorridente” e che altro non è se non l’afflato della poesia, la consapevolezza che la sensibilità può spalancare le porte di un mondo incantato nel quale trovare la felicità a dispetto delle contingenze materiali.

De Maistre ripercorre, anticipando Robbe-Grillet, tutti gli oggetti della stanza – la poltrona, il letto, stampe e quadri, lo specchio, la scrivania, la sedia – usandoli come trampolino per l’evasione fittizia verso quel paese fantastico che diverrà la terra della libertà, tanto che, allo scoccare dei 42 giorni, così dirà: “Incantevole paese dell’immaginazione, che l’Essere benefico per eccellenza ha concesso agli uomini per consolarli della realtà, ti debbo lasciare. – Oggi stesso, certe persone da cui dipendo hanno la pretesa di ridarmi la libertà: – come se me l’avessero tolta! come se avessero potere di rubarmela un solo istante, e d’impedirmi di percorrere a mio piacimento il vasto spazio sempre aperto, dinanzi a me! – Mi hanno vietato una città, un punto; ma mi hanno lasciato l’universo intero; l’immensità e l’eternità sono ai miei ordini”.

2009

 

Kersting

GEORG FRIEDRICH KERSTING, “UOMO CHE LEGGE ALLA LUCE DI UNA LAMPADA”

sabato 4 marzo 2017

Un mare quieto

 

Seduto sulla postazione rialzata del bagnino, Giovanni continuava a guardare il mare: una distesa di piccole onde che, portate dal leggero grecale, accarezzavano la spiaggia. In realtà, lo sguardo di Giovanni era fisso sul mare, come se i suoi occhi in quel momento fossero un impiccio per i suoi pensieri, che invece vagavano con un ritmo simile a quello delle onde. Il punto era quell’amore che aveva finalmente trovato – o che aveva trovato lui, si diceva spesso meravigliato: non si capacitava, non corrispondeva a quell’idea di amore che si era fatto in tanti anni, non credeva fosse possibile innamorarsi così. Eppure, in quel rapporto spensierato e spontaneo, si muoveva a suo agio, sentiva di incastrarsi perfettamente con Anna: riflettendo, pensò alle tessere di un puzzle o a certi intarsi in legno che diventano praticamente inseparabili.

Quella semplicità, quella giocosa complicità non l’aveva provata neppure con il primo amore, troppo elucubrato, troppo cerebrale forse, intento a interpretare la novità, a cogliere i segnali di quello che poteva sembrare un sogno – in effetti era come un’avventura, aveva significato per lui conoscere anche se stesso oltre che i meccanismi dell’amore, un po’ come fanno gli esploratori o i viaggiatori che si spostano in una città sconosciuta dove si parla una lingua che non si padroneggia. L’incomprensione e l’inesperienza portarono a troncare quel rapporto che lo ferì forse oltremodo. Non trovò strano arrivare poi disilluso, prevenuto, a qualche successivo tentativo: non riusciva a valutare il sentimento, non era in grado di dargli un nome più preciso, più definito. In breve, non era più riuscito a innamorarsi compiutamente, a lasciarsi andare.

Si stava rassegnando ormai, quando si era imbattuto in Anna, in quella che lui aveva definito “donna dall’esuberante timidezza” ben sapendo che lei avrebbe risposto che “la aveva fotografata esattamente”. Quell’empatia toglieva ogni velo, era il segreto della tranquillità che provavano entrambi, uno stato di serenità che li faceva stare bene.

“Il nostro amore” si disse rialzandosi e spolverandosi con le mani la sabbia dai blue-jeans, “è un mare quieto”.

 

sabato 25 febbraio 2017

Presso l’Adda

 

A Imbersago, Brianza lecchese, nel piazzale dove ci si imbarca sul traghetto di disegno leonardesco che attraversa il fiume Adda, c’è una lapide sul muro con incisa una poesia di Salvatore Quasimodo, quella che comincia così: “Striscia l'Adda al tuo fianco nel meriggio / e segui l'ombra a rovescio del cielo.  / Qui, dove curve pecore risalgono / con il capo affondato dentro l'erba,  / saltava l'acqua a taglio della ruota, / e s'udiva la mola del frantoio  / e il tonfo dell'uliva nella vasca”. Una scelta davvero azzeccata: ci si mette lì un po’ di profilo e, leggendola, si possono tradurre quelle parole in immagini, come se fosse un film. Ecco il cielo riflettersi nell’acqua e le nuvole che fanno a gara con i germani nello sguazzare; ecco i boschi della sponda dove ancora raramente capita di incontrare le greggi, soprattutto d’inverno, e di notare i loro bioccoli lanosi appesi a qualche spina di roveto. Se non c’è la mola del frantoio, è possibile trovare qualche manufatto per lo scolo delle acque; di certo per tutta la bella stagione c’è il sambuco, dapprima odoroso con i suoi fiori bianchi, poi adornato delle sue belle bacche scure; le canne palustri agitano al vento le loro chiome, riempiendo vasti tratti in prossimità della riva.

Adesso è normale apprezzare questa tranquillità, questo scenario di pace: quando Quasimodo scrisse questa poesia, la guerra era ancora un freschissimo ricordo, probabilmente si era conclusa da poco. Ma da qualche parte, presso l’Adda, il poeta siciliano trova risposte alle sue domande: la vita a primavera riemerge, le piante rinverdiscono, porgono il loro saluto alla terra in un emblema della lotta dell’umano al disumano, così diverso dall’«erba maligna» che «tra tombe di macerie solleva il suo fiore». E in questa rigogliosa natura anche il poeta adesso ritrova la sua certezza, mentre con la mano fa schermo agli occhi, abbacinati dai riflessi dell’Adda.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 febbraio 2017

Anima e corpo

 

“Dopo il pranzo Nataša, pregata dal principe Andrej, andò al clavicembalo e si mise a cantare. Il principe Andrej stava ritto a una finestra, parlando con le signore, e tendeva l’orecchio a lei. A mezzo di una di quelle frasi musicali, il principe Andrej ammutolì, e sentì, sorpreso, che in gola gli saliva il pianto, cosa di cui non si sarebbe creduto capace. Posò lo sguardo su Nataša che cantava, e nell’intimo dell’essere gli avvenne qualcosa di nuovo e di felice. Si sentiva felice e, nello stesso tempo, si sentiva triste. Non aveva, assolutamente, nessuna ragione di piangere, eppure stava sul punto di rompere a piangere. Di che cosa? Dell’amore d’un tempo? Della piccola principessa? Delle delusioni patite?… Delle speranze nell’avvenire?… Sì e no. Più d’ogni altra cosa, quello di cui gli veniva voglia di piangere, era (nell’improvvisa, viva coscienza che gliela svelava) la tremenda contraddizione fra un che d’infinito, di sublime e d’indefinibile, che c’era in lui, e un che di angusto e di corporeo, che costituiva l’essere suo, e anche l’essere di lei. Questa contraddizione lo struggeva e lo faceva esultare mentre lei veniva cantando”.

È un brano di Guerra e pace di Lev Tolstoj, esattamente dal capitolo XIX della terza parte del secondo libro: nel classico modo di raccontare tolstojano i personaggi si scaldano e si accendono di qualcosa che trascende le vicende umane. Così il principe Andrej Bolkonskij, ferito ad Austerlitz e colpito poco tempo prima dalla morte di parto della moglie Lisa, ha una rivelazione in una serata mondana a casa dei Rostov, mentre la bella Nataša canta accompagnandosi al clavicembalo. Felicità e tristezza fuse insieme, un’emozione fortissima che gli impedirà poi di dormire e che ancora non è in grado di chiamare amore per Nataša. Ma quella sera il principe Andrej prova qualcosa che tutti noi probabilmente abbiamo provato – che sia stato l’amore o una sera in riva al mare o una notte in un rifugio montano a guardare le stelle – e cioè la sensazione di avere un qualcosa che travalica il nostro corpo, chiamiamolo anima oppure essere o ancora spirito. Quella sensazione che ci fa capire di come l’infinito possa raccogliersi nel piccolo, di come sia vera l’affermazione delle Upanishad che “l’anima tua è l’intero mondo”.

 

2011

 

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UNA SCENA DA “GUERRA E PACE”, 2016 © BBC

sabato 11 febbraio 2017

Il miope

 

Guardo la luna stendersi nel blu nella quiete di questa notte fredda: l'aria che sale dal fiume la solleva in alto come una lanterna cinese. Non è astrazione stasera la vita, non è un segreto serbato nel cuore ma solo questa mia presenza qui e adesso di fronte alle luci gialle. I sogni e le illusioni non contano quando sono racchiusi nell'attimo: c'è solo questo incanto di cielo sospeso nel buio sopra la valle. Chiamalo poesia, chiamalo emozione.

Adesso le parole tacciono. Quelle parole che affiorano talvolta dalle lettere dimenticate oramai, legate con un nastrino rosso – asterischi tra le righe punteggiano il passato, l’amore si trasforma sempre più in ombra, la sua luce è un flebile bagliore che svanisce. E questa ombra di un amore che rimane imprigionata nel cono senza luce nasconde quello che contiene per rivelare lo splendore di ciò che resta fuori. Nei fondi di bottiglia del ricordo leggo il tempo perduto – appare deformato agli occhi miopi, ogni bordo è indefinito, ogni oggetto risulta sfuocato. La sua musica forma un accordo che alla memoria risuona incantato ma che alla ragione sembra stonato, in contrasto con il mondo che fatalmente evoca. Cedere a questa illusione diventa un gioco, mescolare il sogno al reale e ridisegnare ciò che fu davvero. Ma sono io il primo a sapere di essere come chi, bussando al portone di un oscuro castello, sa già quale tesoro sia nascosto nel maniero.

Questo stato di vita che mi impongo, questo sentire che mi assale in piena notte e mi lascia sulla pelle brividi se è ancora amore, è purissimo amore. Arde in me, non mi divora ma mi nutre: alimenta l'anima come il sangue dona alla carne tutti i suoi elementi. La mente ha questi lucidi ritorni – quello che volevamo è perduto ma rimane sul greto inaridito della memoria. Salgo alle sorgenti, ridiscendo tra i rovi del passato per riscoprirti ed essere con te. Lo so che quella notte con la luna a occhio di gatto prendemmo due strade differenti, ma la via del ricordo non è tortuosa, si disegna piana sulla mappa che unisce ieri ad oggi. Per questo adesso tolgo gli occhiali per sfuocare il mondo, per spingere il reale nel suo angolo e rintanarmi in ciò che a me è vicino. In questo stato di miopia mi perdo come ci si smarrisce dentro un sogno: potrei improvvisamente essere altrove, potresti all’improvviso esserci tu.

2008

80s-Clubsmen-Glasses

FOTOGRAFIA © FRAMEGEEK

sabato 4 febbraio 2017

Tradizioni

 

Questa mattina, invece delle solite fette biscottate con un velo di marmellata, ho accompagnato il mio caffè americano appena macchiato di latte con una fetta di panettone. Già, perché oggi è San Biagio e a Milano e in gran parte della Lombardia è tradizione propiziarsi la salute della gola mangiando panettone e recitando un Gloria. Almeno, questa è la versione moderna di quella tradizione: un tempo si intingeva nel latte del pane messo da parte a Natale, divenuto nel frattempo secco e tenuto al riparo nella credenza. Un’assicurazione taumaturgica, possiamo dire, così come la benedizione della gola con le candele del 2 febbraio, Presentazione di Gesù al Tempio, ma ormai per tutti la Candelora, che se fa bello dall’inverno siamo fora, se plora o tira vento invece ci siamo dentro.

Ho sempre amato queste piccole tradizioni, che siano appunto taumaturgiche o apotropaiche, come il fatto di avere in casa del sale quando inizia l’anno, per propiziare affari e salute. Anche le lenticchie mangiate tra San Silvestro e Capodanno naturalmente hanno l’identica funzione per attirare il denaro, vista la forma tonda come monetine dei legumi. O il fatto di bruciare l’anno vecchio o un suo fantoccio tra Sant’Antonio e la fine di gennaio, una liberazione che apre alla nuova stagione del raccolto. Punteggiano il calendario un po’come i proverbi che mescolano superstizione, saggezza contadina e ingenue rime per divinare il tempo atmosferico. Così per San Giovanni si raccoglie la camomilla da seccare poi per le tisane dei lunghi inverni, e ancora si colgono i malli verdi delle noci, ancora morbidi, per farci il nocino. O ancora nei più terribili temporali estivi, per ingraziarsi il cielo, si brucia un ramoscello dell’ulivo benedetto a Pasqua. E ancora le tradizioni di fine anno: la cassoeula della settimana di Ognissanti e la trippa della vigilia di Natale – quest’ultima è forse l’unica cosa che aborro tra tutte queste. E restano anche nel parlato modi di dire che risalgono a tempi remoti, come “fare San Martino” per dire “traslocare”: i primi di novembre, alla fine della stagione, era il periodo in cui scadevano i contratti di mezzadria e, se non rinnovati, i contadini dovevano prendere le loro masserizie e trasferirsi da un’altra parte. 

Sono consapevole che tutte queste cose svaniranno con il tempo, ingoiate dal progresso, dal cambiamento non solo delle abitudini di vita ma anche dalla trasformazione di una società contadina in una tecnologicamente avanzata. Però mi fanno sentire bene, mi ricordano da dove vengo, mi richiamano quelle radici che sono alla base di ciò che sono adesso, mi rammentano i racconti dei nonni, ricreano quella civiltà contadina di polenta e granturco, di verdure dell’orto e frutti della terra, di vanghe e zappe e letame, che ha poi fatto i conti con le macchine, con la rivoluzione industriale. Ecco perché questa mattina ho intinto la mia fetta di panettone nel caffelatte: aveva il sapore del tempo anche se non era il pane di Natale. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto sicut erat in principio, et nunc et semper et in sæcula sæculorum. Amen…

 

San Biagio

sabato 28 gennaio 2017

Una canzone dimenticata

 

Sei dentro di me
nella mia barba
sei nel mio caffè
nel cruciverba
sei negli occhi suoi
ma non ci sei
sei il mio lavoro
il cinema con lei
le mille lire
e nel mio letto
sei fare l’amore
ma non ci sei…

... dalla radio viene quella canzone dimenticata, perduta nei meandri del tempo. Eppure per me è come la madeleinette di Proust. Quel biscotto burroso a forma di conchiglia di San Giacomo intinto in un tè di timo preparatogli premurosamente dalla madre spalanca alla memoria dello scrittore francese l’universo del ricordo: “Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta?”. Come un sapore ritrovato, quella canzone significa anche per me l’irruzione improvvisa del passato nel presente, il canto del mare in una conchiglia ritrovata sul bagnasciuga degli anni. 

Ma come ho potuto dimenticare Anna? Come ho potuto lasciarla andare alla deriva nell’oceano della memoria? Eppure allora, quando facemmo nostra quella canzone e la cantavamo ogni momento, era tutto un fare e disfare il nostro futuro - uno solo il futuro per entrambi, non pensavamo certo che le nostre strade sarebbero state due, sempre più divergenti fino a non poter più scorgere l’altra, inghiottita dalla nebbia, dal bosco, dallo scorrere inesorabile del tempo. Era Anna soprattutto a fantasticare, a costruire quelli che si sarebbero poi rivelati semplicemente dei castelli in aria. In realtà lei era una sorta di Penelope che di continuo tesseva e distruggeva la sua tela: trasferiamoci a Venezia, no a Milano, voglio due bambini no quattro anzi nessuno, mi piacerebbe una casa affacciata sul mare. Avevamo diciassette anni e una vita tutta ancora da scrivere, fingevamo di non saperlo e costruivamo sulla sabbia. Tutto crollò come un gigante dai piedi d’argilla. Gli anni corsero via veloci e i capi di quel gomitolo che intrecciammo si sciolsero e si legarono ad altri, formarono altre matasse. 

Ma adesso... sei la nostalgia davanti al fuoco, sei la mia bugia se mangio poco, sei l’anima mia ma non ci sei...

 

Sei

FOTOGRAFIA © CARLY RODGERS

sabato 21 gennaio 2017

Piano-bar Liceo

 

Al nostro liceo le lezioni cominciavano alle 8 e 20. Ma noi che arrivavamo in città con il pullman o con il treno, giungendo dalle valli, dal lago o dalla pianura, già prima delle otto eravamo nell’atrio. Io, ad esempio, partivo con l’unico treno utile delle 6 e 57 e alle 7 e 25 ero già fuori dalla stazione, nel lungo viale di ippocastani con le cupole e le torri sospese a mezz’aria nel panorama. La prendevo comoda con i miei amici del treno – salutavamo subito i chimici di Via Paleocapa, poi le ragazze dell’Istituto Magistrale di Via Angelo Maj. Rimanevamo io e chi andava allo scientifico di Via Masone. A Porta Nuova ci salutavamo e le nostre strade divergevano.

Così, prima delle otto, eravamo lì nell’atrio a chiacchierare, a scherzare, a fare passare il tempo; qualcuno andava a messa nella cappella della scuola, altri si perdevano a fumare come nella canzone di Venditti. Ma ci fu un periodo – di preciso non ricordo, certamente in seconda o terza liceo classico, visto che c’erano Angelo e Gianluigi – che potevamo accedere al salone delle assemblee al piano terra. E lì, meraviglia delle meraviglie, c’era un pianoforte!

Gianluigi sapeva suonarlo – era organista nella chiesa del suo paese e si vantava di suonare all’organo anche Renato Zero! – e così si sedeva sullo sgabello, sollevava il coperchio e cominciava a muovere le dita affusolate sui tasti. Fuori poteva essere inverno, scendere la nebbia o la pioggia, ma lì dentro d’improvviso scoppiava l’allegria. Erano brani di Lucio Battisti o di Claudio Baglioni, era Beethoven o i Queen, poteva anche essere Guccini o l’ultimo successo sanremese. Quei venti minuti in attesa della campanella volavano con spensieratezza. C’era anche quella di III B dello scientifico a cui facevamo tutti segretamente il filo, e facevamo gli “splendidi” anche per lei. Una volta esagerai, presi un foglio di quelli perforati dal quaderno che usavo per gli appunti, vi scrissi in grande “Per favore non sparate sul pianista” e lo appoggiai sul piano. Non ci fu il fragore di un saloon del vecchio west ma un’esplosione di risate.

Poi inevitabilmente, la campana suonava come una sentenza, Gianluigi chiudeva il coperchio del pianoforte, prendevamo le nostre borse e ci avviavamo verso le scale per entrare in aula e cominciare un lungo e noioso mattino, sperando di essere pronti per i compiti in classe – chiamati in gergo locale “esperimenti” – e le interrogazioni.

 

Piano bar

ILLUSTRAZIONE © SOSUA NEWS

sabato 14 gennaio 2017

Le ragazze del treno

 

C’è una poesia, intitolata Cose in comune, che il poeta catalano Joan Margarit dedica a una ragazza conosciuta su un treno tanti anni prima e mai più rivista: «Le poesie, che sono lettere anonime, /  scritte dove non immagini, / alla stessa ragazza che un autunno / conobbi su un treno vuoto». Mi è molto piaciuta e mi sono messo, dall’alto della mia lunga carriera di viaggiatore di treno, a richiamare, parafrasando il Gozzano del Convito, «le poche donne che mi sorrisero in... treno».

Naturalmente, quelle della compagnia che si era formata ai tempi del ginnasio, e che avrei portato avanti fino alla maturità classica. In cinque anni ci fu quella che si era innamorata di me o della mia timidezza, e che svanì un mattino quando un’altra ragazza ci comunicò che «quella scema» aveva abbandonato al primo anno le magistrali. Ce ne fu un’altra della quale invece mi innamorai vagamente io, la sognavo ascoltando le canzoni sul divano e mi creavo delle specie di videoclip con lei e me protagonisti. Cotta passeggera, se ne andò in fretta. Valentina, Marta, Donatella, Claudia, Anna, Alessandra erano amiche più che altro, ben lontane dalla ragazza di Margarit.

A quel tipo si addiceva di più Silvia (se quello era il suo nome, visto che nutrivo dei dubbi su quello che mi raccontò di lei): mi attaccò bottone appena salii alla stazione e se ne andò poi per una strada che non corrispondeva a tutto quello che mi aveva detto. E il suo abito elegante, un completo pantaloni e bolero blu su una camicetta bianca stonava notevolmente con la sua tracolla militare consunta e piena di scritte a biro blu. Andai alla mia interrogazione di storia – per la quale non avevo studiato in treno per colpa sua – ripensando alle contraddizioni che incarnava. Non la rividi più.

Molte ne incontrai ai tempi dell’Università, ma nessuna in qualche maniera rimase impressa nella mia memoria: come gocce in un mare di visi visti tutti i giorni, nel languore dell’alba o nella stanchezza del pomeriggio. Forse una, della quale ricordo i capelli biondi e ricci, poteva somigliare alla Meg Ryan di Harry ti presento Sally: la cosa curiosa è che il ricordo più nitido che mi appare è il fatto che avesse con sé una copia di Cucina moderna.

Quella che ricordo con più piacere è però un’insegnante di Salerno che aveva cattedra a Monza: ci incontrammo su un treno in ritardo che accumulava ulteriore ritardo. È facile in questi casi lamentarsi, fare gruppo contro le ferrovie, contro il mondo che ci manda all’aria gli impegni e la routine. Parlammo per più di un’ora di Alfonso Gatto, della costiera, e mi affascinava quell’accento meridionale che il suo sorriso ingentiliva ancora di più. Le segnalai alcuni posti interessanti che poteva visitare nei dintorni, poi giunse la sua fermata. Proseguii verso Milano e mi accorsi che non ci eravamo nemmeno presentati. Di lei non sapevo neppure il nome...

 

Edward Hopper, Scompartimento C, Carrozza 293, 1938
New York, IBM Corporation Collection

sabato 7 gennaio 2017

La poesia venne a cercarmi


"Accadde in quell'età. La poesia venne a cercarmi...": comincia così una celebre lirica di Pablo Neruda. Il Nobel cileno coglie un momento fondamentale nella vita di un poeta, quello della folgorazione – come San Paolo sulla via di Damasco, ci si trova improvvisamente illuminati, sbalzati dal cavallo grigio della quotidianità, si comprende che il mondo ha un’essenza che ci viene rivelata in quel momento, la gioventù, è chiaro. Si intuisce che c’è un modo differente di cogliere la realtà, di raccontarla, e che quello è infine l’unico modo per penetrare il mistero del vivere, per vedere di tanto in tanto nel buio alla luce di quel lampo.

Il poeta è preso allora da un’ebbrezza, da una smania che lo porta a riconoscersi tale vergando i primi incerti versi, dei quali poi forse si vergognerà. Ma quello è il punto di partenza, è l’iniziazione che ci porta nell’età adulta, come capita ancora in certe tribù che vivono ai margini della civiltà del XXI secolo.

Così capitò anche a me, ormai tanti anni fa, uno dei primi giorni di gennaio, attraversando in auto con mio padre uno sperduto paese di provincia. La poesia mi si manifestò, lampo improvviso nel grigio. Avevo poco più di 15 anni. Mandai a mente quei brevissimi versicoli di sapore ungarettiano e, una volta arrivato a casa, li trascrissi su un’agenda che mi era stata regalata.  Da allora ne scrivo ogni giorno, fedele al motto “Nulla dies sine linea”…

 

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