sabato 9 luglio 2016

Sei piantine di pomodori

 

Ho sei piantine di pomodori in due larghi vasi di terracotta sul balcone. Poco fa ho provveduto a rimuovere ancora una volta i polloni ascellari, operazione che serve a mantenere la pianta in salute e a farla crescere più forte. Ci sono già dei bei grappoli di pomodori verdi e fiori gialli pronti a loro volta a trasformarsi in quello che sarà poi il mio oro rosso.

Ho le mani che conservano ancora l’odore tipico della pianta di pomodoro. Non amo le striature giallastre che lasciano e che poi toglierò con il sapone, ma l’odore pungente della pianta di pomodoro, quello mi piace. È un odore che sa di terra e sudore, di sole e di estate: è un odore di memoria e di radici, mi fa pensare a mio nonno, che mi insegnò quell’operazione necessaria per rinvigorire la pianta e che qui viene detta “mugnàa i tumàtes”, mi fa ricordare le volte che lo raggiungevo nell’orto e che gli chiedevo se potevo annaffiare le piantine. “Sì, ma stai attento a non bagnare le foglie dei pomodori, devi dare l’acqua al piede della pianta”. Così mi premuravo di seguire le istruzioni, andavo a cogliere i fiori delle zucchine, avendo ormai imparato a distinguere quelli sterili da quelli fecondi, che lasciavo con il loro piccolo dito verde attaccato.

È un odore che mi ricorda le mie origini – io che adesso sono qui a scrivere sulla tastiera del computer con davanti un monitor LCD a 22 pollici e il Concerto Grosso di Arcangelo Corelli che suona senza nemmeno avere bisogno di un disco o dello stereo. È l’odore dei miei avi contadini, quelli che piantavano il melgòt – il nome che qui si dà ancora comunemente al mais – e lo curavano e bestemmiavano quando la grandine lo rovinava ma intanto bruciavano l’ulivo benedetto della Domenica delle Palme per ingraziarsi il cielo, e poi lo mettevano a seccare sotto il tetto della cascina legando in fasci le pannocchie. Lo avrebbero poi usato per la polenta di tutto l’anno, per le bestie, senza sprecare nulla, nemmeno il tutolo, nemmeno le foglie e le barbe, che nel caso si fumavano nella pipa.

Ecco perché – uomo del post terziario informatico e cibernetico – resto ad annusarmi le mani dopo aver potato i polloni ascellari delle piante di pomodoro: perché, come disse il medico, poeta e saggista statunitense Oliver Wendell Holmes Sr., “Ogni uomo è un omnibus in cui viaggiano i suoi antenati”.

 

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FOTOGRAFIA © AGRICULTURERS

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