sabato 25 luglio 2015

Fotografie di Lecco

 

Sono stato a Lecco e il lago era splendido: da lontano sembrava avere il colore di un acciaio temperato, da vicino era verde come una pietra preziosa. Soffiava una leggera brezza che ne increspava la superficie e faceva ondeggiare le barche ormeggiate in porto. I gabbiani stridevano, i piccioni elemosinavano cibo ai pescatori, le anatre galleggiavano tranquille in piccoli gruppetti.

Ho scattato alcune fotografie al lago, alle barche e alla zona della città antistante Piazza Cermenati. Le nuvole bianche sparse nell’azzurro come bioccoli di lana mi hanno suggerito inquadrature particolari: così ho ritratto la statua al centro della piazza affiancata da una grossa nuvola, in modo da far risaltare il contrasto fra le dimensioni sullo sfondo uniforme e brillante del cielo; ho dato una degna cornice al campanile di San Nicolò, così simile a un minareto. Ho pensato che, mostrata a una persona che non è mai stata a Lecco tale fotografia e chiestogli dove fosse stata scattata, questi avrebbe potuto rispondere Mostar, o Ankara, o Istanbul...

Sono queste le fotografie che mi piacciono, non quelle meramente turistiche, lo scatto in un luogo per dire poi ai conoscenti: “Io ero là”, come fanno i giapponesi davanti al Duomo di Milano, che si fanno immortalare da un compagno di viaggio con la cattedrale sullo sfondo. No: le fotografie che preferisco sono quelle che sanno dare un’emozione, un senso di stupore, quelle insomma che possono essere - immodestamente – considerate poesia.

Luglio 2001

 

Lecco

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 luglio 2015

Sicilia

 

Le palme, i fiori di campo appena fuori da Fontanarossa, il pennacchio di fumo del vulcano, le arance della Conca d’Oro, gli agrumeti lungo la statale; i fichi d’India sui muri a secco fanno da siepe e da cancellata.

La processione in Duomo a Siracusa, i ragazzi che portavano i gonfaloni e aspettavano l’inizio, la gente seduta ai tavoli della piazza; San Giorgio a cavallo nel Duomo di Ragusa, lo splendore del barocco, il fascino della devozione.

La terra così brulla e secca, le serre di primizie, il contadino con i pomodori sul motocarro vicino a Gela; il mercato ai due lati della strada, gli ortaggi venduti in mezzo al traffico; l’uomo che vendeva pistacchi sull’Etna, al Rifugio Sapienza, nel baule della 127 verde oliva.

Le case inghiottite dalla lava nell’eruzione del 2001, i tetti che spuntavano dal nero: “Questo era un albergo, questa la chiesa” diceva la guida; il liquore dell’Etna, rosso di fuoco e di peperoncino in vendita tra i souvenir.

Il sole a picco sui templi di Agrigento, l’ombrello a fiori della guida, la Magna Grecia, il mito; la granita di limone mangiata a cucchiaiate fuori dal tempio di Zeus, quella di caffè sorbita in un bar di Pozzallo; il liquore di fichi d’India, dolce e forte, in tre colori: arancione, rosso e giallo.

Il fiume Ciane, le canoe che scivolavano leggere poggiando tra le rive di papiri; i fiori d’ibisco, rossi, le bougainvilles viola, le siepi d’erba grassa; il cielo azzurro e le nuvole bianche dietro Piazza Armerina, la città disposta sul colle come un presepio; il mare di San Leone, lo smeraldo o il turchese, la sabbia scura, lavica, i ciottoli levigati, le alghe sui lastroni.

Il petrolchimico di Gela, l’odore di petrolio nell’aria, il divieto di balneazione “per ordinanza sindacale”, gli enormi tubi del complesso; il ponte di Modica, uno dei più alti d’Europa, la città minuscola in basso.

Le ville disabitate del litorale, le seconde case costruite a ridosso delle spiagge e del mare; le strade senza traffico, l’impressione di trovarsi in un altro mondo, all’estero; i ponti autostradali, gli svincoli costruiti nei campi e non collegati.

La Wunderkammer del nobile ragusano che viveva con l’anziana madre: le stanze arabescate, i ninnoli, i tappeti, gli strumenti musicali. Non c’era un centimetro libero. Il circolo nobiliare di Ragusa, il soffitto affrescato, i giornali, il pavimento a losanghe; l’acustica del Teatro di Siracusa: un apparecchio scenico caduto dava l’impressione del tuono.

E il mare, il mare ovunque: calmo, agitato, sentito tutta notte, guardato splendere all’alba, intravisto dietro un tempio, dentro un teatro, oltre una curva.

 

2002

 

POZZALLO – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 11 luglio 2015

Se mi lasci non vale

 

Tanto tempo fa. L’estate del 1976. Anguria, cornetti Algida, compiti delle vacanze. Ero nei tre mesi di passaggio dalla prima alla seconda media. Un pomeriggio di domenica, caldo il giusto ma non afoso - non ho memoria di colossali ondate di calore prima del 1983, il luglio dell’esame di maturità, ma forse al ragazzino che ero l’afa passava addosso come i cambiamenti ormonali.

Avevamo appena finito di giocare a calcio in cortile, sullo spiazzo sterrato dove un albero di ligustro e un vecchio annaffiatoio di metallo da un lato e un paletto della rete zincata e un palo portante della casa dall’altro facevano da porte. Io, tre miei cugini, due zii sulla quarantina. Andammo in veranda per bere qualcosa e trovammo tre donne che cantavano a squarciagola “Se mi lasci non vale” di Julio Iglesias, che passava alla radio: mia mamma stava stirando, sua zia C. tagliava e cuciva con il metro da sarta ripiegato sul collo, la cugina D. seduta le osservava. E cantavano, cantavano... “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio e tu senza dir niente hai trovato il coraggio...”

Julio, il bel Julio che cantava con un riconoscibile accento spagnolo - diceva “balligia”, aveva difficoltà a pronunciare “lasci” - Julio che era stato portiere della seconda squadra del Real Madrid ma che ora cantava e mieteva successi in Italia e cuori di donne che vedevano incarnato in lui un sopito sogno erotico. “Ti piace Julio Iglesias?” avevo chiesto a mia mamma, che allora aveva quarant’anni. “Perché?”. Disse che le piaceva come cantava, ma sotto sotto capii che le piaceva anche perché era un bell’uomo, così come più avanti avrebbe apprezzato Richard Gere.

Così tre donne, due sui quaranta e una di quasi sessanta, cantavano “Se mi lasci non vale” un pomeriggio di domenica dell’estate del 1976, come se inseguissero un sogno, o meglio un’illusione sospesa nell’aria. Una quarta donna, mia nonna, seduta su una panchina le guardava divertita - forse apparteneva a un’altra età, forse la sua innata ritrosa eleganza le impediva di scomporsi.

L’altro giorno, passando nella stretta via che taglia in due il centro storico del mio piccolo paese, ho sentito uscire da una finestra aperta quella canzone, probabilmente era Radio Italia Anni '60,  “Dentro quella valigia tutto il nostro passato no, non ci può stare...” mi sono fermato a riassaporare il ricordo che è esploso improvviso, che mi ha colpito come un pugno allo stomaco riavvolgendo il nastro del tempo fino all’estate del 1976. E sono rimasto lì a pensare che non c’è più nessuna di quelle quattro donne, che troppo tempo è trascorso, che Julio Iglesias appartiene a un’epoca lontana. Sono venuto via con il cuore gonfio di una nostalgia dolce e triste insieme, conscio che il tempo va in una sola direzione e che, come diceva Chateaubriand, “tutti i nostri giorni sono degli addii”.

 

Se-Mi-Lasci-Non-Vale

sabato 4 luglio 2015

Siete parcheggiati sui miei ricordi

 

C’è una vignetta dei Peanuts in cui Snoopy si reca all’allevamento della Quercia, il luogo dove è nato, e non lo trova più. Ci hanno costruito un autosilo di sei piani. Snoopy inveisce: “Stupida gente!! Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”

Ho provato la stessa amarezza di Snoopy, perché un luogo a me caro, la caserma “Leone Bosin” di Merano, dove trascorsi parte del mio anno di servizio militare, è stato demolito e destinato a discarica. “Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”, sì, cara amministrazione comunale di Merano/Meran, sei parcheggiata sui miei ricordi, anzi peggio: ne farai frammenti, rottami, sfasciumi e ferrivecchi, li ridurrai ad un immondezzaio.

Ma non li distruggerai, non li annichilirai, non riuscirai a incenerirli: mi riempiono il cuore, mi affollano la mente le emozioni provate là dentro, le amicizie fiorite come un papavero nel cemento in quelle camerate dal pavimento di cotto dove ogni settimana bisognava fare la “saponata”, la noia delle ore di guardia sull’altana, l’allegria delle canzoni scelte sul juke-box dello spaccio, le figure ora quasi leggendarie degli ufficiali e dei sottufficiali. Io ricordo. Tanti che sono passati per la “Leone Bosin” ricordano. E, come i ribelli di Fahrenheit 451 ricordavano a memoria i libri ormai dati alle fiamme, ognuno di noi porterà con sé un pezzettino di memoria.

2013

 

Bosin

MERANO, CASERMA “LEONE BOSIN”, APRILE 1989