sabato 26 luglio 2014

Enormi T rosse

   

Cominciarono a comparire una mattina di maggio: delle enormi T rosse tracciate a bomboletta spray sulle facciate delle case. O, per meglio dire, sulle facciate di alcune case. Il professor Matteo Drang se ne accorse quando stava chiudendo la porta del suo villino. Imprecò. “I soliti vandali, ma mi sentiranno! Li denuncio! Li denuncio stavolta!”. Però, sull’autobus, andando all’Università, mentre rimuginava sulle procedure da seguire, si accorse che non solo casa sua, ma molte altre qua e là lungo il tragitto, senza un ordine apparente, erano state contraddistinte da quella T rossa. Con un notevole sgomento gli venne da pensare alle stelle gialle che i nazisti usarono per segnalare gli ebrei, o ai distintivi blu che i talebani imponevano agli indù. “Un marchio” si disse e inorridì.

All’Università i suoi colleghi non parlavano d’altro. C’era chi aveva – come  lui – avuto la casa segnata e chi no. Il professor Zanghiari, che era stato seminarista in gioventù, proponeva una lettura diversa, più fiduciosa. Disse: “Voi pensate che il segno serva a contraddistinguere qualcuno da colpire. Tu, Drang, mi hai appena fatto l’esempio dei nazisti, quindi credi a un’esclusione. E se invece fosse, come nell’Esodo, un’inclusione? Le case marchiate di rosso sono quelle dei figli di Israele, quelle che Dio risparmierà”.  Gli altri erano molto più scettici e sospettosi. Il professor Milutinovic, che aveva vissuto l’assedio di Srebrenica, addirittura tremava.

Ma nulla accadde. Nulla successe per una settimana. Quelle T rosse rimasero misteri applicati ai muri della città. Ci si domandava che cosa significassero, per cosa stessero? Erano una sorta di croce, o addirittura una forca? O erano l’iniziale di qualche parola? E, in tal caso, quale? Tradizionalista? Terrorista? Trafficante? Teologo? No, teologo no, in tal caso avrebbero marchiato anche la bella villa in collina di Zanghiari. Altre occupazioni intervennero a stornare le menti: ci fu il crollo dell’antichissima torre campanaria, fallì una delle più grandi aziende del paese e, soprattutto, si disputò la partita decisiva per le sorti del campionato di calcio.

Ma la domenica mattina, dieci giorni dopo la comparsa delle misteriose T, il professor Drang fu svegliato di soprassalto da un battere alla porta. Guardò l’ora: erano le sette. Si alzò, indossò un paio di jeans e corse alla porta gridando: “Arrivo! Arrivo!”. Fu quasi travolto da una pattuglia di soldati che lo spinsero indietro con i fucili spianati. Sorpreso, non riuscì neppure a protestare. Ma maggiore fu la sorpresa quando vide avanzare l’ufficiale che li comandava: il generale Nasalli Sfrozza, suo vecchio compagno di liceo.

“Comodo, Matteo, comodo” gli disse Nasalli Sfrozza indicando una poltrona addossata al muro. “Ma, che succede?” riuscì finalmente a balbettare il professor Drang. E fece il collegamento. “Le T, Ugo?”. “Le T, Matteo. Ti sarai domandato cosa simboleggiano. Vedi, tu sei Tu. Noi” e indicò con un largo gesto del braccio che indicava oltre a lui anche la dozzina di soldati in uniforme cachi che riempiva il salone di casa Drang “noi siamo Io. Ti chiederai che cosa rappresenti questa distinzione, che probabilmente ti sembra arcana quanto quelle T rosse. Te lo spiego facilmente: tu ti dedichi al TU, ovvero privilegi il rapporto con l’Altro – e non a caso ti sei dedicato all’insegnamento. Già al liceo ti mettevi in mostra quando c’era da difendere certe posizioni, ti inalberavi nelle discussioni che, lasciamelo dire, erano il più delle volte futili, così come i supposti diritti che sostenevi nelle assemblee erano quasi sempre indifendibili. Io, come questi onorevoli soldati, mi sono sempre dedicato all’IO, ho privilegiato la mia carriera a tutto il resto, ho anteposto sempre la mia persona. E in questo modo sono diventato generale, scavalcando anche molti TU che mi contendevano i posti. E mi sono arricchito notevolmente con le mie speculazioni a svantaggio dei TU. E anche altri, molti altri che conosci. Il tuo collega, ad esempio, Zanghiari. Lui capì che non avrebbe potuto fare strada nel seminario, non aveva le capacità per diventare vescovo o cardinale. Cambiò strada seguendo il suo IO e ora è un barone accademico. Tu sei un idealista invece, hai sempre inseguito il sogno, hai sempre pensato di poter cambiare il mondo, di migliorare la vita degli altri, di altri TU. E adesso, ti prego, Matteo, non venirmi a parlare di etica e di morale, ti prevengo. Accetta con dignità questa situazione”.

Matteo Drang non riuscì a spiccicare parola. Era sgomento, impietrito. Docile lasciò che gli mettessero le manette, si lasciò portare via. Fuori il mattino esplodeva in una luce lussureggiante sul verde nuovo dei viale di maggio. Gli sembrò ancora più triste entrare nel buio del cellulare governativo che lo conduceva chissà dove.

 

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ELABORAZIONE DI “TINY HOUSE”, DIPINTO DI KATE TOWNLEY SMITH

sabato 19 luglio 2014

Noi

 

    Dico che non è una cosa importante, minimizzo, ma alla fine succede spesso che mi sorprenda a pensare – l’ultima volta ieri, mentre ero seduto in treno e la sera esplodeva in un virulento tramonto – a pensare, dicevo, se tu faccia parte della mia vita in modo ormai inscindibile, se i legami si siano stretti talmente da essere indistricabili anche se tu sei di un altro ormai.
   
    E poi, come un sognatore che costruisca castelli in aria, mi perdo a fantasticare incontri che mi facciano dimenticare te, che mi facciano dimenticare questo amore – “amore” sì, lo devo definire così perché ogni altro termine è inadeguato, amore vivo, amore eterno – anche se so che nessun’altra donna potrà mai farmi battere il cuore così come fai tu.

    E allora, come posso tollerare che stasera tu stai con un altro, e cento altre sere, e cento altre notti, che sarà lui a sfiorare la tua pelle di seta, a tenere i tuoi seni tra le mani? Come posso sopportare senza impazzire questa idea? Come posso immaginare i gesti che gli fai, le parole che gli dici? Solo pensando che facendolo tu stia ancora pensando a me, che se sfiori la sua pelle è la mia che invece dentro di te sogni di sfiorare, che lo baci ed è me che baci, che piangi ed è per me che piangi.

    Ed è bugia quello che dici a tutti, ai nostri amici, alle tue amiche con cui dividi la palestra e i segreti: “Non lo amo più”. Io lo so che non è vero, tu lo sai che non è vero. Io so, tu sai che siamo ognuno parte della vita dell’altro, che nonostante tutto – anche divisi, anche lontani – non siamo io e te, siamo ancora noi.

   
[basato sulla canzone Ogni volta di Antonello Venditti]

 

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sabato 12 luglio 2014

Un lampione giallo

 

C’è una fotografia di qualche anno fa in cui sorridiamo abbracciati. Tu indossi una maglietta turchese e porti i capelli biondi sciolti sulle spalle. Io ho una camicia a quadri e lo sguardo un po’ stupito che mi viene nelle fotografie. Allora, quando la notte stanco posavo il capo sul cuscino, tu eri il mio rifugio. Con te dimenticavo il buio che avvolge la realtà oltre la finestra e le imposte, dimenticavo tutte le tensioni del giorno accumulate alla base del collo. Ascoltavo il tuo respiro accanto a me e mi immergevo nel sonno del tuo amore come in un lago di montagna, puro e cristallino.

Un mattino di primavera, quando quel nostro amore era ancora ai suoi esordi, eravamo fermi a guardare lo splendore dell’Adda dalla balaustra del traghetto: il cielo era una pioggia di riflessi e scomponeva il tuo viso alla luce, piccole onde passavano frangendo la superficie scura di quello specchio. Pensavo che finalmente ero insieme a te e i piccoli anatroccoli dei cigni lungo il fiume ben rappresentavano il nostro amore, un grigio batuffolo di piume.

E passeggiando per i parchi che l'autunno tingeva di giallo il tempo vestiva la tua maglia chiara, la luce accendeva l'oro dei capelli. Il cielo di Milano si riversava come un fiume nelle cascate rapide delle ore: ti ascoltavo e le tue parole davano sussulti, mi aggrappavo al profumo di menta delle tue labbra. Dove tu posavi la borsa fioriva un mondo – la sedia del caffè, ad esempio – e i discorsi galleggiavano, attinie nel mare del pomeriggio, nella noia grigia che frantumavi già solo con la tua presenza. Ridevi, e spalancavi universi in cui precipitavo sereno e lieve senza più il peso di tutti i miei affanni.

Come quel giorno che mi chiedesti se la felicità esiste o è solo una giornata tirata a lucido,

un tempo levigato come un ciottolo di fiume, un filo teso tra due estremi di noia, di insofferenza o di disinganno. «Accarezzami» risposi, «tienimi stretto, lascia che ci scorra addosso la luce, non ti curare di questi pensieri, del mondo fuori, delle circostanze. Felicità è il tempo strappato al nulla». Ero forse conscio che un giorno ti avrei perduta, così come ti avevo trovata.

Eppure, ora il vento che taglia in due la notte e spazza i viali mulinando foglie secche non riesce a cancellare il silenzio di te che mi rimbomba al centro della testa. Nella strada un lampione giallo brilla più intenso degli altri, come il tuo ricordo lungo i bastioni dei miei pensieri.

 

Pink show

LEONID AFREMOV, “PINK SHOW”

sabato 5 luglio 2014

Una primavera a Merano

 

Alle cinque il maresciallo Peruzzello e i Carabinieri salirono sulle loro auto e se ne andarono, come ogni sera, attraverso il cancello verde che uno dei tre ragazzi aveva aperto. La primavera diffondeva i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline circostanti; un tepore piacevole aleggiava nell’aria. Andrea chiuse il cancello, poi lanciò una pallina da tennis nel cortile. I ragazzi cominciarono a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsava la vita: scorrevano automobili, motorini, biciclette; gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostavano e ripartivano caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entravano nel vicino deposito, altri ne ripartivano. Il sole calava e nella conca dei monti scendeva l’oscurità. Andrea pensava che mancavano pochi giorni al congedo, si beava di quella situazione, sentiva che tutti gli sforzi di un anno svanivano lentamente nel sapore della libertà che si apprestava a gustare di nuovo.

Ora non si vedeva quasi più, si accendevano le luci della strada, si illuminavano le finestre dei palazzi. Andrea raccolse la pallina e chiuse l’ufficio. Ferrola serrò la porta del Nucleo Carabinieri. I tre ragazzi si avviarono verso la camerata per farsi una doccia e cambiarsi prima di uscire.

Quella sera decisero di cenare al ristorante cinese Kota Radija: forse fu la primavera a imporre la scelta. Entrarono attraverso la porta adorna di lampioni di carta e di ideogrammi. Presero posto ad un tavolo da cui si vedeva il giardino: nel centro c’era un albero gigantesco e sui rami centinaia di gemme erano pronte ad esplodere in verdi foglie. Una dolce musica orientale suonava. La cameriera, una giovane ragazza orientale minuta e molto carina, portò birra di Shangai e “nuvole di drago”, riso alla cantonese e pollo alle mandorle. Provarono a mangiare con i bastoncini, solo Andrea continuò per tutta la cena. “Sono un veterano” pensò con un sorriso ricordando la prima volta che era stato lì e la cameriera che gli aveva insegnato l’uso delle bacchette posizionando le dita con le sue mani morbide.

 

1997

 

Ferrario e Rossi

  FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA