sabato 26 aprile 2014

Il maestro

 

Don Angelo è segnato dalla malattia: ha la voce flebile e una debolezza nel fisico, già salire le scale per lui è un problema. Ma è un filosofo, il mio antico maestro, e come tale prende la vita. È anche sacerdote, e in Dio trova la forza.

Abita un locale di una vecchia cascina, con il camino e un soffitto tondeggiante che mi ha ricordato i trulli pugliesi: nella stanza ha sistemato un piccolo letto per evitare di salire le scale, il tavolo è ingombro di libri e fogli di appunti, così come sopra il camino sono ammassati altri libri, accanto alle immagini della Madonna e del Sacro Cuore. Sulla credenza un piccolo televisore e tre brocche di rame; ai lati due sedie in stile Impero e un enorme calderone di rame , “Fa acqua da tutte le parti - dice lui - ma costerebbe troppo stagnarlo”.

Abbiamo ricordato i tempi in cui ci insegnava la gioia delle Lettere, abbiamo ricostruito come un puzzle quei giorni ormai lontani, tessera dopo tessera, fino ad ottenere un quadro quasi completo. E abbiamo parlato di libri, i libri che anch’egli accatasta per terra, non essendovi sugli scaffali più posto per ospitarli. Ha apprezzato la mia predilezione per il Novecento e per il romanzo americano: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck.

“Leggo i libri che vengono premiati adesso: sì, c’è eleganza, estetica come diciamo noi filosofi, ma non c’è contenuto, non c’è sugo” ha detto. Poi mi ha esortato a scrivere, narrativa, poesia. Mi ha lusingato il complimento che mi ha fatto: “Già allora scrivevi bene, univi armonia e profondità”. E mi ha congedato regalandomi tre volumi di storia della filosofia. “Così, quando c’è qualche disputa, vai a rileggerti i testi dei filosofi”.

E allora, comincio: Aristotele, Etica Nicomachea: “Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene...”

1994

 

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JAN LIEVENS, “IL PRINCIPE CARLO LUIGI CON IL SUO MAESTRO”

sabato 19 aprile 2014

Il valore delle cose

 

"La colonna rallenta e un compagno ne approfitta per slegare ed aprire il telone. Come assetati beviamo l'aria pura del mattino: poter lavarsi il viso, sciacquarsi la bocca per cacciar fuori la polvere naftosa e bere un caffè, sentire l'odore del pane appena sfornato, vedere il sorriso di una ragazza. Ma questo era una volta e non ne sapevamo il valore: ora mi sembra d'essere inutile come una borraccia vuota". È un giorno di novembre del 1941 quello che Mario Rigoni Stern ricorda in Quota Albania: la traversata da Brindisi è stata particolarmente dura, il mare non era calmo e gli aerei britannici bombardavano le navi. Da Durazzo i soldati vengono portati a Tirana su camion militari. Da lì raggiungeranno Korça in aereo. Sul Pindo la Julia è già in combattimento, il Morbegno e il Tirano sono impegnati sui monti albanesi.

Durante una breve sosta Rigoni Stern, che ha vent'anni e viene dalla tranquilla Asiago, riflette sul valore delle cose: l'aria del mattino, un caffè, il pane fresco, le ragazze per le strade. Tutte cose ormai perdute: ora c'è solo la guerra. Invece delle corse con gli sci, delle uscite a caccia in cerca di pernici o urogalli, di albe ad inseguire le tracce della volpe, di scarpinate verso le malghe, per lui ci saranno i muli e le giberne, il rancio e il fango dell'Albania. Quelle piccole cose sono perdute e pensa quasi con rabbia a quando le aveva e non ne valutava esattamente la portata, le dava per scontate. Dice in parole moderne quello che scrisse Shakespeare qualche secolo prima: "Non si apprezza il valore di quel che abbiamo mentre ne godiamo, ma appena lo perdiamo e ci manca, lo sopravvalutiamo e gli troviamo il pregio che il possesso rendeva invisibile, finché era nostro". È una massima che riconosciamo vera soltanto quando è troppo tardi. Eh sì: "non ne sapevamo il valore". Quando il nostro mondo cambia, all'improvviso o impercettibilmente giorno per giorno, arriviamo a riflettere su quei piccoli dettagli, su quelle abitudini semplici che ci sembravano diritti acquisiti, tanto da non considerarne neppure la loro rilevanza nelle nostre vite.

Come la libertà: spesso ci lamentiamo, ma non dobbiamo scordare che è un bene grande, costato sacrifici e privazioni. La respiriamo a pieni polmoni, come se fosse inesauribile. Solo quando viene a mancare, ci rendiamo conto della sua importanza. Come l’aria…

 

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FOTOGRAFIA © ISTITUTO LUCE

sabato 12 aprile 2014

Semi di tarassaco

 

La pioggia di aprile arruffa i soffioni, ne fa bianchi pulcini bagnati. Quando eravamo bambini, il nostro fiato li faceva volare nel vento quei semi di tarassaco, e restavamo ad osservare rapiti la loro nuvola disperdersi nel sole; magari immaginavamo che fossero paracadutisti in missione, come quelli che avevamo visto nei film, lanciati sulla Normandia a salvare l'Europa, o ballerine in tutù che volteggiavano leggere.

Poi i semi cadevano da qualche parte, svanivano alla nostra vista, sarebbero un giorno diventati una piantina, un bocciolo verde, un largo fiore giallo, un altro soffione... Ma già a noi non interessava più: sdraiati sul prato fiorito, tra le margherite e le viole, succhiavamo la cannuccia dello stelo, ne gustavamo quel sapore amaro cercando di riconoscere animali e oggetti nelle nubi che cambiavano forma nel cielo azzurro.

L'infanzia è un territorio magico, ha ancora la dimensione del sogno, del gioco che costruisce e non è imposto dagli schemi meccanici dei videogiochi. Non vive quell'ansia di crescere, quel male di vivere che circonda come un alone anche le adolescenze più felici. Nell'infanzia si vive forse il periodo più spensierato, quando non si è "causa sui" ma si è soggetti alle cure parentali, quando ancora si è tutti simili e quindi perfettamente accordati: "E dire che, quando saremo grandi, forse saremo stupidi come loro!" dice degli adulti uno dei protagonisti della "Guerra dei bottoni" di Louis Pergaud.

Purtroppo le cronache ci dicono che la soglia dell' età "innocente" si abbassa sempre più, che l'isola felice dell'infanzia rischia di sparire perché i bambini di oggi imitano gli adulti e non sono più capaci di emozionarsi davanti a quei semi di tarassaco che volano nel vento di aprile.

 

Kush

VLADIMIR KUSH, “FLOWING WITH THE WIND”

sabato 5 aprile 2014

Cinquecento lire

 

Stava per finire anche l’inverno del 1973 – febbraio ormai lasciava posto a marzo e la primavera dava segni qua e là nei prati. Davide aveva otto anni compiuti e frequentava la terza elementare. La mamma gli spettinò la zazzera bionda mentre lui si infilava il montgomery verde. Quanto gli piaceva quella specie di cappotto: la fodera interna che assomigliava al vello di una pecora, il cappuccio che poteva tirarsi sulla testa quando pioveva o tirava vento, quei bottoni strani da allacciare. Si chiamano “alamari” aveva detto la mamma e lui aveva pensato ai calamari, anche se sapeva che non c’entravano niente.

Era domenica e stava per andare all’oratorio dove, dopo la catechesi, avrebbe giocato tutto il pomeriggio con i suoi compagni di classe. La mamma non aveva monete, così gli mise in mano una banconota da 500 lire, quella con una testa di donna sulla destra, un mare di onde dove saltano delfini e sulla sinistra un’aquila che prende un serpente con gli artigli. “Non perderlo, Davide, mi raccomando”. “No, mamma” disse lui, uscendo trotterellando dalla porta e infilando poi la strada dopo avere guardato a destra e a sinistra come gli hanno insegnato.

All’oratorio don Mario parlò del buon Samaritano, disse che tutti dovrebbero comportarsi come lui, che quando un bambino vede un suo compagno in difficoltà deve aiutarlo, magari sostenerlo quando fatica a fare i compiti, i più bravi – e lì aveva lanciato un’occhiata a Davide – non devono lesinare consigli, condividere il loro sapere. Fece in fretta quel pomeriggio, e li lasciò liberi di correre fuori a frotte a inseguire il pallone sul campo spelacchiato. Anche Davide giocò un po’ a pallone, poi passò con Alessandro nel salone dove si trovavano i giochi. Rimasero al calciobalilla per un po’ poi andarono al bar dell’oratorio a prendere qualcosa. Davide aveva voglia delle caramelle Goleador e degli asabesi, e cercò le 500 lire nelle tasche. Non c’erano! Provò allarmato a guardare meglio: tasca sinistra in basso, tasca destra in basso, taschino per le mani sinistro, taschino per le mani destro: niente! Sbottonò il montgomery e provo nella tasca interna: niente!

Si sentiva avvilito, perché ricordava quel “Non perderlo, Davide, mi raccomando”. Erano le quattro, aveva ancora un’ora e mezza prima di tornare a casa. E non riusciva a non pensare a quelle 500 lire misteriosamente scomparse. Lui e Alessandro tornarono nel salone, c’era libero il biliardino con i maniglioni e rimasero lì un po’, ma continuava a pensare a quella banconota. Uscirono a giocare un po’ a pallacanestro ma si sentiva come svuotato. Salutò Alessandro e gli altri compagni e tornò a casa, in anticipo sull’orario. Mentre camminava si frugava ancora in quelle maledette tasche. Niente! Niente! Niente!

“Ciao” la voce un po’ smorta. “Allora? Com’è andata?” chiese la mamma. “Non trovo più i soldi che mi hai dato”, lo sguardo basso, la consapevolezza di avere tradito la fiducia. “Hai guardato bene nelle tasche?” “Sì”. L’avvilimento di Davide era davvero tanto. La mamma si allarmò: “È successo qualcosa?”. “No”. “Hai speso tutto?” “No, non ho speso niente”. “Le hai date a qualcuno?” “No”. “Dai, Davide, non preoccuparti, vedrai che salteranno fuori, e se non salteranno fuori non importa...”

Anche la cena a Davide sembrò un po’ scipita, la mangiò un po’ svogliato, lo sguardo ancora ogni tanto perso nel piatto all’inseguimento di quelle 500 lire. Fu quando si spogliò per andare a letto che sentì qualcosa di strano nella tasca della camicia. Un pezzo di carta, un foglietto. Lo tirò fuori: erano le famose 500 lire. “Mamma!” gridò, e quando lei apparve nel riquadro della porta, le mostrò la banconota. Nella fretta di uscire aveva confuso la tasca del montgomery con quella della camicia. Sorrideva Davide, un largo sorriso. Sorrideva sollevata anche la mamma. Gli carezzò la zazzera bionda e gli lasciò il denaro. “Tienilo, lo userai domenica”. Davide chiuse la banconota nel cassetto del comodino. “Di qui non mi scappi” sussurrò finalmente tranquillo.

 

500 lire