sabato 27 dicembre 2014

Un riflesso di luce

 

La prima volta che se ne accorse stava passeggiando per i viali di un cimitero di campagna: tra il ghiaietto, sotto l’ombra degli alti cipressi secolari, gli parve di vedere balenare qualcosa, come se un soffio di vento avesse mosso l’acqua di una minuscola pozzanghera, un riflesso di luce in uno specchio scuro. Aveva guardato bene, ma non c’era nulla, né acqua né specchio né un frammento di vetro. Liquidò la cosa come un’inspiegabile sciocchezza, pensò magari a un gioco di riflessi nel vetro dei suoi occhiali. Poi uscì e, passeggiando, si scordò completamente dell’episodio.

Qualche tempo dopo però gli ritornò alla mente, un giorno che quello stesso fenomeno gli si ripresentò, nel cielo questa volta. Sembrò che dietro l’azzurro dove alcune piccole nuvole pascolavano come un gregge, vi fosse qualcosa di diverso, un indefinibile grigio, un piccolissimo squarcio di cielo temporalesco. Così per pochi secondi, poi si tolse gli occhiali, si sfregò gli occhi e il cielo era lo stesso di prima, con le piccole nuvole disperse e la sera che già si approssimava arrossandone un poco gli orli.

Erano bazzecole, piccoli segnali che non riusciva a cogliere pienamente, che non sapeva comprendere, lacune che la sua conoscenza della fisica non poteva colmare. Accaddero altri di questi bizzarri episodi: il volto su una moneta lasciò trasparire per qualche istante un’altra immagine, uno scalino di granito parve avere una sua parte in marmo levigato, un oleandro sfarfallò mischiando la sua immagine a quella di un inesistente larice, una camicia azzurra gli diventò beige per meno di un secondo.

La cosa andò avanti così per un paio d’anni, poi di colpo capì, quando il giornale mutò sotto i suoi occhi abbastanza a lungo perché potesse leggerne ampi stralci. Era un altro mondo quello in cui il papa si chiamava Callisto VI e l’Italia era uno dei 48 degli Stati Uniti d’Europa e faceva affari con la Repubblica indipendente della Louisiana e con il Regno Unito di Scandinavia. Il nostro universo si stava sfaldando lentamente, come una pelle usurata di serpente pronta per la muta e ne usciva il sottostante universo parallelo...

Fu a quel punto che arrivò l’infermiera con il carrello delle medicine.

 

Fringe

IMMAGINE © WARNER BROS

sabato 20 dicembre 2014

Angelo

 

Angelo ha quasi novant’anni. I capelli candidi e soffici sembrano quasi piume in sintonia con il suo nome. Ha un sorriso che disarma e gli acciacchi stemperati nell’ironia. Siamo rimasti un poco a parlare su una panchina del centro commerciale dove spesso va a passare il tempo – prende un caffè dal distributore automatico e si siede, intanto che lo sorbisce lentamente guarda passare i carrelli e la folla carica di borse della spesa.

Ci eravamo conosciuti anni fa ad una gita: gli piaceva raccontare dei risvolti storici dei monumenti che ammiravamo, ha sempre avuto questa dote di affabulatore, la capacità di non annoiare, di sapere dove fermarsi. Adesso che ormai siamo vicini a Natale mi racconta dei regali che chiedono i suoi bisnipoti, tutti nomi difficili da pronunciare, tecnologici, americanizzati. Così finisce con il narrare di quando lui era ragazzo – i tempi di Mussolini, naturalmente, quando non potevi fiatare, non potevi andare in giro a criticare il Duce perché aveva l’amante e chiedeva di santificare il matrimonio. Sono racconti che già conosco, perché li sentivo dai miei nonni – le corti di paese in fondo si assomigliano un po’ tutte, con i loro contratti di mezzadria, con le stalle, le vacche, l’asino. Ecco, mi dice, allora ci si aiutava tra vicini, non come adesso che neanche ci si conosce più, ci si scambiava favori, cibo.

E arriva finalmente al Natale, deplora questa moda del Santa Claus bianco rosso e panzone americano. Da noi venivano i Magi e – pensa un po’ come eravamo ingenui, la notte di Natale lasciavamo fuori, sul davanzale della finestra, una ciotola d’acqua per i cammelli. E la mattina trovavamo nella calza mandarini, noci, nocciole, carrube… Ah, che tempi… Ci contentavamo di poco. Ed erano tempi più belli di adesso…

Si è fatto tardi per me, ho un appuntamento importante che mi attende in un ufficio del centro: devo salutare Angelo, a malincuore. Stringo la sua mano nodosa, e vado via per i corridoi del centro commerciale pensando alle carrube… Quest’anno, quasi quasi…

 

Natale

FOTOGRAFIA © FORWALLPAPER

sabato 13 dicembre 2014

Aspettando

 

(martedì)

E non ha chiamato neppure oggi. Mi sono alzato e la speranza si è levata con il sole, nuova - come se il lunedì non fosse trascorso invano. Con il passare delle ore però si è fatta come un’eco lontana, come il rumore del mare nelle sere d’estate quando siedi al tavolino di un caffè a bere birra o a mangiare una coppa di gelato, che so, un “Eis-Café” o una “Nafta”, o ancora come la musica di un’orchestrina che arriva soffusa da un giardino o un’opera lirica alla radio in certe mattine piene di sole.

Così mi ha infine preso il nervosismo, sono stato teso e scattavo per un non­nulla, finché non sono caduto in una sorta di avvilimento, che perlomeno è riuscito a calmarmi. Spero di non arrivare al panico...

Poi c’è stato anche il temporale, con chicchi di grandine grossi come biglie di vetro e vento che mi ha portato un bruscolino nell’occhio. C’è voluta più di mezz’ora perché riuscissi a toglierlo, e in quel tempo non ho certo pensato a lei che non mi chiama. Forse per il sollievo mi sono sdraiato sul letto ad ascoltare un album degli Eagles, “Take it easy”. E ho ripensato a lei.

Poco fa mi sono messo nel posto in cui mi ha detto quella famosa frase “Ti faccio sapere qualcosa”, come per esorcizzare i miei timori. Allora era quasi mezzo­giorno e c’era il sole a picco, adesso è sera, c’è la tramontana lasciata dal temporale e nuvole bianche e grigie chiazzano il cielo. Non è la stessa cosa.

(mercoledì)

“Non dari spes sine metu nec metum sine spe” scrisse Baruch Spinoza nella sua “Ethica”. È vero. Posso testimoniarlo in questi giorni di speranza venata d’angoscia: sogno che avvenga quello che desidero e al contempo temo che non avvenga, per qualsiasi motivo.

Ho provato a enumerare le varie ragioni per cui lei non mi ha ancora chiamato, dalla mia errata interpretazione delle sue parole a problemi che affliggano lei, a eventi che le abbiano impedito di svolgere la sua missione. Ciò mi ha fatto stare meglio: la mia aspettativa ha ripreso un po’ di fiducia. Sarà anche lo splendido sole che sfavilla, sole d’estate piena in un cielo azzurro e terso, quello che lasciano i temporali quando se ne vanno.

(giovedì)

La speranza si va lentamente trasformando in illusione, come per una di quelle magie mitologiche: Bauci trasformata in statua di sale o Niobe impietrita. Il prossimo passo è lo sconforto, ma mi auguro che non arrivi mai.

L’approssimarsi di un altro lunedì mi ridà pero carica, quasi avessi potuto comprendere male le sue parole, quasi che in effetti lei intendesse non il lunedì che è alle spalle, ma il prossimo, quello venturo nella quindicina.

Così trascorro giorni quasi uguali, nell’attesa. Ascolto radio e sono tornato al mio vecchio pallino: i dischi degli anni Settanta di Lucio Battisti.

(venerdì)

Con la logica. Con la logica - ho pensato - posso venirne fuori. Ed infatti la mia speranza ha recuperato vigore: lei non mi ha telefonato (“Ti faccio sapere qualcosa”) per dirmi di sì, d’accordo, ma neppure ha telefonato per dirmi di no, cosa che avrebbe sicuramente messo K.O. oltre alle speranze anche il mio morale.

Con la logica dunque ancora mi salvo, come naufrago aggrappato a un salva­gente, e mi sono preparato una valanga di motivi per cui la sua telefonata ha tardato e tarderà ancora.

(1999)

 

Olson

ERIK OLSON, “CHRIS”

sabato 6 dicembre 2014

Lunedì

 

Non so che dire. Questa attesa è frustrante. Il telefono non ha ancora squillato una volta quest’oggi. Ho addirittura temuto che si sia rotto, poi ho controllato: funziona. Non trovo pace: comincio a fare qualcosa, poi smetto, cammino su e giù e non concludo.

Solo sull’amaca, una mezz’oretta dopo il pranzo e il telegiornale, sono riuscito a riordinare i miei pensieri, a valutare la situazione senza comunque venirne a capo. Però mi sentivo bene, la luce del giorno disegnava una tendina arancio sugli occhi chiusi, quasi mi appisolavo...

“Lunedì” ha detto lei, un frammento di discorso cui forse ho assegnato un’eccessiva importanza. “Lunedì” ha detto lei e mentre se ne andava ha aggiunto “Ti faccio sapere qualcosa”, quattro parole che mi hanno reso euforico per tutta la settimana, come una scarica di adrenalina, quella dei centometristi alla partenza della finale olimpica o degli astronauti che posero il piede sulla luna.

Lunedì, le sedici e tre minuti. Il telefono non ha suonato ancora una volta quest’oggi. Neppure un amico che avesse bisogno di qualcosa o i coetanei per una rimpatriata o venditori d’olio, di vino o di enciclopedie. Neppure uno che ha sbagliato numero e chiede di Marta o del capofficina.

Solo il campanello, stamattina: era il postino che mi consegnava un pacco, il cappellino che ho vinto al concorso della birra Bud, color kaki, con visiera carminio e le scritte Bud in bianco su rosso e King of Beers in blu, e una formica con un bicchiere in mano.

Ma lei, lei non chiama. Adesso sarà certamente al lavoro. Dovrà restarci ancora un paio d’ore. Poi, forse chiamerà. “Lunedì”. È lunedì fino alla mezzanotte, anche se penso che non mi telefonerebbe così tardi. Magari verso le otto, o le nove. Magari no.

“Lunedì”. Però non aveva associato lunedì a “Ti faccio sapere qualcosa”, quando se n’è andata. “Lunedì” l’aveva detto prima, parlando dell’argomento che mi sta a cuore. Potrebbe anche darsi che telefonerà domani o mercoledì, o un altro giorno...

Le sedici e undici. Il tempo oggi fatica a passare. Ho letto un po’ tre libri di­versi, un brano da ciascuno: “L’ultima amante di Hachiko” di Banana Yoshimoto, “Op-Center Parallelo Russia” di Tom Clancy, tre capitoli della “Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj. Come ho fatto a cominciare tre libri in contemporanea? E sulla scrivania c’è “Lo strangolatore” di Manuel Vázquez Montalbán, che ho comprato ieri. Spero non mi venga la tentazione di iniziare a leggere anche quello senza aver finito gli altri.

Avrei anche bisogno di riordinare la biblioteca, di collocare nelle scatole libri che non mi interessano più così da fare spazio, ma oggi fa troppo caldo: trentatré gradi e un’umidità del sessanta per cento. Lascerò i libri accatastati uno sull’altro ancora per un po’ e so già che finirò col non trovare poi il tempo di farlo.

“Lunedì”. C’era un tempo che odiavo il lunedì, quella sua ineluttabile imposizione di ricominciare, quell’abulia che ne permeava gran parte della giornata.

Oggi lo benedirei questo lunedì se mi portasse l’esito sperato, santificherei in qual­che modo tutti i lunedì e me ne infischierei degli scioperi dei treni o dei mezzi pubblici, della neve, della pioggia, del sole a picco, della nebbia. Se lei telefonasse, se lei dicesse sì questo lunedì.

Più tardi

Ho appurato che il telefono funziona: ho fatto il 161 e una voce di donna sul sottofondo della “Danza delle Ore” di Ponchielli mi ha comunicato che erano le diciassette e cinquantatré e trentacinque secondi. Poi ho chiamato il numero di casa dal cellulare ed ha squillato.

Nulla. Non mi ha chiamato e sono le sette e mezza di lunedì. “Lunedì”. Così ho letto qualche pagina della Yoshimoto, dove la protagonista Mao incontra un italiano, che poi è il traduttore del libro, ma che nel romanzo è un critico d’arte-dongiovanni-violentatore, e poi ho ascoltato un po’ di radio. Canzoni datate: “Vecchio frac” di Modugno, “Cirano” di Guccini, “Margherita” di Cocciante, “Generale” di De Gregori, qualche pubblicità e un breve notiziario.

Ma il telefono non ha suonato. Il telefono non suona. L’euforia dei giorni scorsi è da un bel po’ ch’è passata, ora semmai propendo per la delusione, tenendo comunque sempre viva la speranza, come la fiamma sacra delle Vestali.

(1999)

 

Hopper

EDWARD HOPPER, “ROOM IN NEW YORK”, PART.

sabato 29 novembre 2014

Il tempo e il lavoro

 

La mia bisnonna non l’ho conosciuta: era una donna nata a fine Ottocento e scomparsa sul principio degli Anni Sessanta, prima che io venissi al mondo. Di lei conosco la fotografia austera su una lapide del cimitero di campagna dove è sepolta: una donna vestita di nero con i capelli grigi che dimostrava ben più della sua età, come tutti i nostri avi.

Questa bisnonna, che di nome faceva Margherita, diceva una frase che deve essere rimasta impressa a mia madre, visto che spesso me la ripeteva: “Il tempo non si vede, ma il lavoro sì”. Ovvero, per quanto ognuno di noi ci si applichi, il risultato del suo lavoro – che sia un oggetto fisico o intellettuale, che sia una sedia o una poesia, una tovaglia ricamata o un film -  conserva in sé il sudore necessario per ottenerlo o la spremitura di meningi.

Qualche anno fa, pochi giorni prima del penultimo Natale vissuto da mia madre, la aiutavo a pulire i globi di cristallo dei lampadari del suo salotto, e ancora una volta uscì quella frase, nel dialetto brianzolo con cui evidentemente la bisnonna Margherita lo pronunciava: “Bagàj, ul tèmp al se véd méa, ma ul laurà sé”. Io, in piedi sulla scala con il secchio, la spugna, il liquido per i vetri, chiesi a mia madre  qualcosa su quella sua nonna a me completamente sconosciuta.

Ebbene, quella frase era la richiesta di non badare al tempo necessario per svolgere un lavoro di ricamo: un impasto di onestà, di orgoglio e, perché no?, di gusto estetico: se qualcosa è fatto con cura, lo si noterà nell’oggetto finito. E naturalmente poi le cateratte della memoria si spalancarono e il ritratto venne ampliato:  ne uscirono i ricordi di una stalla dove la sera si faceva filò, di latte appena munto, di fette di salame spesse un dito, di polenta fumante… Poi è arrivato il progresso…

 

filò

FOTOGRAFIA © DIALETTICON

sabato 22 novembre 2014

Binario 7

 

Il cielo rovescia secchiate d’acqua sugli archi della stazione, sembra non debba smettere mai, continuare a piovere finché la vetrata cederà e l’acqua invaderà ogni cosa, spazzerà via i botteghini dei giornali, i baracchini che vendono i biglietti dei treni, i chioschi dei panini, i negozi alla moda dalle vetrine scintillanti.

Marco ha fatto una corsa, ha la giacca bagnata, ha i capelli bagnati, gli occhiali bagnati e appannati: doveva essere qui, doveva assolutamente venire in stazione per salutare Anna, per dirglielo... È da anni ormai che sono amici, hanno condiviso turni di lavoro in ospedale e feste e gite. Hanno spesso pranzato o cenato allo stesso tavolo, si sono confidati segreti, si sono raccontati tutte le storie che intraprendevano. Ma adesso... Adesso Anna parte per un ospedale del sud, si trasferisce per stare vicina alla madre malata e lui, lui deve dirglielo. Deve. Quel pensiero lo ha ossessionato per tutto il tragitto a piedi sotto quella pioggia grassa nelle vie ancora più grigie di Milano.

È davanti al grande monitor con le partenze e gli arrivi, si asciuga gli occhiali per leggere, ma non serve: il Frecciarossa per Napoli è annunciato in partenza dal binario 7. È vicino, vi si precipita travolgendo anche una valigia, spintonando i viaggiatori in transito. Trova Anna mentre sta per salire, è scesa per prendere una bottiglietta d’acqua dal distributore automatico: la guarda con quegli occhi da buono, le labbra si aprono in un sorriso stirato, sofferente. Riesce a pronunciare tutto d’un fiato: «Voglio che tu resti: ti amo». Ecco, è finalmente riuscito a dirlo e lei rimane lì immobile, come una statua di sale. O almeno è quello che gli sembra per qualche secondo, almeno fino a che anche lei apre il sorriso, un po’ imbarazzato e un po’ dolce, e gli accarezza i capelli. Adesso sa che senz’altro Anna partirà: le sue valigie sono già sul treno, ci ha già messo un piede, ci ha già messo la sua vita. Marco lo sa: non resterà proprio adesso che ha deciso, non tornerà.

È ormai tempo di salire: manca un minuto alla partenza del treno. Lui sta così male che quasi non si rende neppure conto che lei gli sta baciando le labbra: non sa più che cosa pensare, non sa più quale sarà il suo futuro. Anna sale sul treno che la porterà al sud, si volta ancora una volta prima che le porte si chiudano, «Anch’io ti amo» gli dice, «Anch’io ti amo» poi gli grida temendo che lui non abbia sentito. Le porte si chiudono, il treno parte, gli rimane l’immagine di lei, della sua mano destra che si agita appena per salutarlo, del bacio che gli lancia prima di girarsi, con gli occhi pieni di lacrime.

Il treno se la porta via, lontano, e Marco resta lì, solo e disperato, seduto su una fredda panchina di marmo al binario 7 della stazione, tanto innamorato. Ripensa a quell’incontro durato meno di cinque minuti, si rende conto che lei lo ha baciato e in fondo al cuore si sente felice. Si incammina, scende le scale mobili, attraversa l’atrio, esce nel piazzale. Piove ancora. Tira su il bavero e torna in ospedale. Le gocce d’acqua si mescolano alle sue lacrime.

 

Say-goodbye-at-the-train-station

sabato 15 novembre 2014

Notti blu


Lunedì 25 luglio

    All'uscita del cinema ho avuto la sensazione di averti perduta per sempre ma non so come è accaduto. Lui ti ha messo una mano sulla schiena, delicatamente, in un gesto innocente che voleva significare “Esci” e che mi ha trafitto il cuore come una pugnalata. Lui chi è? Da dove sbuca? Forse sono un po' disorientato. Stanotte getterò via i miei pensieri amari dentro qualche bar.

Martedì 26 luglio

    Ti sto perdendo in questa notte blu, lo sento, mentre la luna nasconde tra due pini la sua faccia gialla. Ti sto perdendo, lui ti sta portando via, io non posso fare niente. . Il pianista del piano-bar suona “Una rotonda sul mare“, guardo il cielo, guardo questa notte blu e penso che forse è solo un'illusione, che forse mi sono sbagliato, che forse tutto tornerà come prima, domani o fra una settimana. Non sono neppure sicuro che non sia come prima, perché tutto sembra uguale a prima.

Mercoledì 27 luglio

    Allora finisce tutto qui, in questi giorni di fine luglio, mentre lui ti bacia di nascosto. Ma cos'ha lui più di me? Cosa ti dà lui più di me? Non me l'aspettavo che sarebbe finita così. In un altro modo forse, ma non così. Quello che mi fa paura è che non ci soffro più di tanto per la fine di questa storia. Ma questa è una bugia.

Giovedì 28 luglio

    Ora che sei ancora più bella e ho trovato le parole da dirti, ora non sei più mia. E sento le tue mani scivolare dalle mie, sento i tuoi occhi inchiodarmi, vorrei gridare “Ma come?”, fare il matto, e invece incasso tutto con calma e non me la prendo: sento una strana indifferenza dentro di me.

Domenica 31 luglio

    Che confusione! Non riesco a capire: ti ho persa ma sono quasi contento, sei una grande amica e su questo non ho dubbi, non so se sarà diverso oppure uguale poi, non so se cambierà qualcosa, non so se piangere o ridere o urlare.

Lunedì 1° agosto

    Il mio cuore è pieno di rimpianti. Mi dico che non si può vivere di ricordi, che non si può costruire un giorno per poi starci a pensare. Certo, i ricordi sono belli, fanno piacere, ma il passato è andato via per sempre, il presente è una fragile barriera e tutto il resto è futuro. Il futuro.

Mercoledì 3 agosto

    Piove. Non so neanch'io che fare dopo tanti enigmi, dopo tante riflessioni. Aspetto. E poi si vedrà se finisce qui o continuerà. Tradire non è una bugia.

Sabato 6 agosto

    Sembra tutto come prima oggi. Le spiegazioni cadute tra di noi hanno lenito i nostri dolori. “Senza di te come posso fare?” è stata la tua confessione, il tuo cambiamento di rotta. E ti sei appoggiata con la testa al mio braccio, segnale da sempre della nostra intimità. Finalmente noi due soli. E sei rimasta ad ascoltarmi in silenzio. Ti ho preso la mano mentre ridevi e mi hai baciato. Piangevi. È tutto meglio di prima oggi e tu sei ancora mia.         


(Agosto 1983)

 

At last my lovely

JACK VETTRIANO, “AT LAST MY LOVELY”

sabato 8 novembre 2014

La fine di un amore

 

Splende il sole della memoria in questo cielo ancora sospeso tra l’estate e l’autunno, indeciso come certe gioventù che non si decidono a finire: e come per un miracolo, per un incantesimo, spalanca nuovi valichi, apre le porte del tempo se non alla fisica dei corpi almeno alla nostalgia azzurra dei ricordi.

E ora la stanza si è trasformata in un salotto milanese, al secondo piano di un palazzo dalle parti della stazione di Porta Garibaldi, tra le fermate della linea verde di Gioia e Moscova. Ci sono le buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria, centrini, tappeti, porcellane, cristalli nelle vetrinette. E un divano di pelle color cuoio su cui siede lei: è la casa dei suoi, ha vent’anni e indossa un abito azzurro a fiorellini e sandali dorati sulle gambe nude.

Anch’io ho vent’anni nei miei blue-jeans e nella mia camicia azzurra. Sono venuto per parlarle, per dirle tante cose che probabilmente non riuscirò neppure a dirle, per provare a riconquistarla, a ricucire. Ci sovrasta quel cielo pesante, una cappa di smog che grava sui grattacieli di Gioia, sugli alberi delle Varesine, del vicino Parco Sempione. Il panorama alla finestra potrebbe essere quello di un dipinto di Sironi. Lei sembra leggermi nel pensiero. Si alza con grazia, chiude la finestra, lascia fuori il traffico. Ha preparato il tè nel frattempo, lo posa sul basso tavolino e poi si siede accomodando il vestito sotto le gambe con quel suo gesto che ho sempre giudicato terribilmente sexy.

Parliamo di noi, dei nostri sentimenti, ma alla fine le mie ipotesi di riallacciare i rapporti non si rivelano altro che illusioni fraintese, da rosee si sono fatte grigie come quei vecchi palazzi che un tempo mostravano disegni in stile liberty e adesso sono coperti da anni di fumi di scarico. Registro la fine di un amore – per quanto breve è stato, profonda è però la sua stilettata. Nessuna scena, nessun litigio: muore così, per un intimo soffocamento, per un’asfissia autoprovocata...

Molti anni sono passati da allora. È un piccolo ricordo ormai che torna dalle nebbie del passato. Chissà chi ci abiterà ora in quella casa. So che qualche mese dopo la sua famiglia si trasferì in una zona più periferica, dalle parti di Piazzale Dateo. Poi la persi di vista nel deserto metropolitano. E ora, in un giorno così simile, è riaffiorata la sua memoria da un articolo di Repubblica sui luoghi dove andavamo io e lei, sulla Milano che fu, straziata dalle ruspe che costruiscono il volto nuovo della città in vista dell’Expo.

 

Diebenkorn

DIPINTO DI RICHARD DIEBENKORN

sabato 1 novembre 2014

Evghenij Lushpin

 

Mi sono innamorato dei dipinti di Evghenij Lushpin, trovati per caso cercando altro – la famosa serendipità (cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino, diceva scherzosamente ma non troppo Julius H. Comroe).

Cos’è che mi attrae tanto nelle opere di questo artista russo nato a Mosca nel 1966? Ci ho pensato un po’, ma la risposta era evidente: l’atmosfera serale, piovosa, crepuscolare, la malinconia di una giornata che finisce – e magari domani è lunedì – la dolce tristezza. Sì, ma non solo: alla fine ho deciso che il vero motivo per cui mi piacciono è perché desidero ardentemente essere dentro quei dipinti così realistici: insomma, è il fatto di entrare emozionalmente nel dipinto – l’arte in fondo non è questo? Non è questo la poesia? Fare propri i versi di un altro essere umano, infilare i propri sentimenti nei panni altrui e qualche volta – quando la poesia è davvero grande – scoprire che calzano davvero a pennello.

E allora sono uno dei due innamorati su un ponte che si sussurrano parole sotto un solo ombrello, sono un avventore al bar che sorseggia una birra e intanto conversa amabilmente del più e del meno, sono l’anonimo osservatore che da una di quelle finestre caldamente illuminate guarda la meraviglia della sera caduta improvvisa a recidere il giorno.

 

2013

EVGHENIJ LUSHPIN, “RAINY EVENING”

sabato 25 ottobre 2014

Il cielo della sera


    È una sera che il tramonto fa giallastra come l'interno di una chiesa illuminata da antiche finestre d'alabastro e lentamente si sta tramutando nel nero della notte che la luna piena sconvolgerà con una luce lattea e fredda. E chiudono i negozi, anche Giovanni chiude il suo, abbassa la saracinesca, lieto di poter tornare a casa, sale in macchina e guida nel viale alberato e tra i platani e i catarifrangenti che si alternano riconosce lontano l'ultimo cielo della sera.   

* * *

    Matilde è una ragazza e si guarda allo specchio nella stanza illuminata dalla lampada che fa tutto più giallo di come è alla luce del sole. Si aggiusta i capelli, prova acconciature nuove, tenta una coda, poi una treccia che scioglie e le restano scarmigliati i capelli e il viso un po' arrossato. Fuori c'è ancora un cielo giallo oltre le foglie che il vento leggero agita e percuote quasi come uno strumento musicale e Matilde guarda con i suoi occhi castani e pensa alle stagioni che passano e continuano a tornare. Si dice che forse è felice ma ha paura di ammetterlo, teme di rompere un incanto e rimane lì a guardare fuori, così bella così inavvicinabile e dice "Non è così" senza riuscire a staccare gli occhi dal cielo della sera.


16 novembre 1990

 

Sera

LEONID AFREMOV, “REAL SUNSET”

sabato 18 ottobre 2014

Vento di Liguria

 

Il treno correva allegro giocando a rimpiattino con il mare: ora infilava una galleria ora si mostrava al porto ed ai pitosfori. A Loano apparve come un fantasma, impalpabile eppure presente, fortemente presente: il vento della Liguria. Lì accarezzava gli ombrelloni incappucciati nell'aria ancora frizzante del primo mattino. Poi si mimetizzò con la velocità che il treno si lasciava dietro e con il mormorio del mare sugli scogli per ritornare in tutta la sua impudenza alla stazione di Albenga: le palme si agitavano nel cielo turchino con il rumore legnoso delle foglie; i viaggiatori in attesa lottavano con i fogli dei loro giornali che il vento rileggeva dispettoso. Affacciammo la testa ai finestrini e il vento baciò anche noi scompigliandoci i capelli.

E la stessa accoglienza ci riservò ad Alassio, quando lasciammo il treno: si infilava nel bar Roma, filtrava tra i gerani e i pitosfori, sfogliava il mio giornale, spazzava la passeggiata a mare. Da nord soffiava verso sud e da settentrione sospinse qualche nuvola sul mare. Per tutto il giorno fu con noi: curiosava tra le sdraio, giocava a gonfiare le nostre canottiere, imprimeva strane traiettorie al pallone. E quando la nostra gita finì, ci accompagnò alla stazione, questo dispettoso vento di Liguria.


Merano, 15 febbraio 1989

 

Liguria

FOTOGRAFIA © BARBARA PREGLIASCO/PINTEREST

sabato 11 ottobre 2014

Spritz

 

Il mezzogiorno festivo langue. Fuori un pallido sole scopre qua e là le prime foglie gialle o rosse, accende un autunno che incomincia a dorarsi. Quella luce entra dalla finestra, attraversa le tendine di mussola, diventa un velo paglierino sulla cucina di ciliegio.

Prendo un bicchiere, un tumbler basso. Tolgo dal freezer la vaschetta del ghiaccio, quella che forma delle piccole sfere che sembrano di cristallo, ne estraggo una mezza dozzina e le pongo nel bicchiere. Mi piace quel rumore, un suono secco ma al contempo argentino. Apro il frigo, stappo il Prosecco e lo verso sopra il ghiaccio per un terzo. L’Aperol manda riflessi arancioni dalla vetrinetta, quasi che mi chiamasse: ne verso per un altro terzo. Ecco, ho quasi finito: adesso termino il cocktail con acqua fredda frizzante. Ci metto anche un paio di fette d’arancia, per guarnizione ma anche per quel gusto agrumato che conferirà.

Il mio spritz è pronto. Ne gusto un sorso e improvvisamente non sono più a questo tavolo di cucina, con i carpini e i tigli che ingialliscono lentamente oltre la finestra, con il pallido sole di ottobre che fatica a cancellare le nuvole. Sono a Venezia, e davanti a me si staglia immensa Santa Maria della Salute. Posso sentire anche l’odore della laguna, mentre i riflessi lasciati da una gondola di passaggio nel Canal Grande mi abbacinano. Se mi alzassi, con pochi passi sarei a San Marco o al Ponte dei Sospiri.

E sono a Cittadella, all’interno della cerchia muraria, seduto a un tavolino della piazza a guardare la gente che infila le stradelle e si dirige verso il Duomo bianco o verso le mura merlate. Sono a Lazise, sul pavimento a scacchi banchi e neri e il Garda azzurro sembra fermo sotto gli ulivi ma in realtà so benissimo che il vento lo muove come quei turisti che fanno kitesurfing testimoniano. Sono a Verona, in Piazza delle Erbe, a Padova, a Treviso, sono a Conegliano...

Driiiiin! Il timer del forno segnala che le lasagne sono cotte, ben gratinate. Dalla finestra entra un pallido sole d’autunno che accende i carpini e i tigli. Dello spritz resta solo un sorso, che butto giù. È ora di mettersi a tavola, i sogni e le memorie si sciolgono lentamente come il ghiaccio nel bicchiere.

 

Spritz

sabato 4 ottobre 2014

Ragazza seduta in treno


La ragazza siede pensierosa. Ha il muso che ricorda un topolino, ma non è brutta, anzi. Indossa un tailleur nero alla moda. Le gambe sono fasciate da collant scuri. La mise si adatta bene al biondo dei capelli, evidentemente non naturale.

Ha le gambe accavallate. Sta pensando che il suo seno è troppo grosso, imbarazzante quasi. E ricorda quasi con rabbia i giorni in cui si guardava allo specchio e pregava che le sue piccole mammelle crescessero. Ora invece, quando si guarda allo specchio, nota ogni giorno di più - o almeno così a lei sembra - che il suo seno fatica a reggersi da solo, che un po’ cade. E non ha ancora trent’anni. È per questo che ama strizzarlo in un reggiseno, sentirlo compresso e al sicuro, come un gioiello in una cassaforte. Quando cambia posizione alle gambe, una macchia rossa compare dove la gamba sinistra poggiava sulla destra, qualche centimetro sopra il ginocchio. Sembra non accorgersene. Ora tiene le gambe parallele, strette strette, e le ginocchia sporgono in fuori come promontori gemelli, ne hanno quasi l’aspetto roccioso nella grana dei collant, che le ditte produttrici chiamano “denari”.

Adesso sta pensando alla sabbia, al fastidio che dà quando si incolla alla pelle, quando penetra sotto il costume e si incolla al corpo come una specie di malta, s’infila nelle pieghe. E si figura il sollievo di una doccia, la mano saponata guantata di crine che lava via le impurità, il getto che dall’alto massaggia il suo corpo, i capelli imbevuti, il collo che ne riceve beneficio, i muscoli della schiena che si tirano e la fanno sentire bene.

Torna ad accavallare le gambe: la sinistra poggia sulla destra, nel movimento la gonna corta è risalita un po’ sulle cosce; con un rapido gesto delle mani la risistema. Il pensiero che stava seguendo si è perso, come in un gomitolo che abbia molti capi, tutti dello stesso colore.

Così adesso sta pensando a certi sguardi pieni di concupiscenza che gli uomini le rivolgono: alcuni  sono molesti come mosconi nei caldi pomeriggi d’estate, ti si appiccicano come una seconda pelle, una tutina elasticizzata; altri sono carezzevoli e dolci come un vento primaverile, fanno piacere come la mano di un amante che scivola leggera sul viso, che lentamente si impossessa di tutto il corpo. Ha sempre apprezzato di essere guardata così, come una dea, come un’incarnazione di Afrodite. Non come un oggetto di sesso.
Con una mano si tocca le labbra, soprappensiero. Solo adesso si accorge del panorama che scorre dietro il finestrino impolverato: vi presta attenzione per un po’, vede fabbriche, magazzini di periferia, alberi che si susseguono, binari e poi case, passaggi a livello, un campo da golf, strade percorse da automobili.

Torna a seguire i suoi pensieri. Si sente sicura con il suo seno ingombrante ben represso nel reggiseno nero di una misura inferiore.

 

1998

 

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EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, CAR 293”

sabato 27 settembre 2014

Attraversando il Rubicone

 

Nell’agosto di molti, molti anni fa – a ottobre avrei cominciato la seconda media – passai le vacanze estive, una decina di giorni, a Gatteo A Mare, sulla riviera romagnola. Il mio divertimento allora era di raggiungere lungo la spiaggia il vicino porto di Cesenatico per osservare le barche e i pescherecci.

Ma alla mia passione per la storia romana non poteva mancare un’altra meravigliosa scoperta: lì sfocia in mare il Rubicone, il famoso fiume che segnava il confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina e che i generali romani non potevano passare in armi. Giulio Cesare invece, di ritorno dalla Gallia, lo attraversò – facilmente, vista la sua esiguità – il 10 gennaio del 49 avanti Cristo con il suo esercito di undici legioni pronunciando una delle frasi rimaste celebri nella storia dell’umanità, “Alea iacta est”, il dado è tratto. Ovvero, tradotto in termini moderni: sia quel che che sia, me ne frego, succeda quel che succeda.

All’epoca lungo la spiaggia non c’era il bel ponte ciclopedonale con il busto di Cesare, costruito negli anni 2000, ma uno strano condotto che attraversava il fiume a quattro-cinque metri di altezza: senza barriere di sicurezza, senza divieti. Vi passavo sopra tutti i giorni per raggiungere gli amici che avevo qualche centinaio di metri più avanti, a Bellaria. E, invariabilmente non mancavo di pronunciare quella frase, da stupido ragazzino qual ero: “Il dado è tratto”…

 

sabato 20 settembre 2014

Agrigento

 

Al campo dell’Olympeion il gigantesco telamone dorme sulla terra rossastra, fine come sabbia, ma non la sabbia di qui, quella vulcanica che ho visto alla spiaggia di San Leone quando mi sono fermato a pranzo. Il tempo è fermo, immobile in questa Valle dei Templi adagiata tra la campagna e il mare – non ci fosse la città moderna distesa come un indumento sulla collina, non risaltasse quel lungo viadotto autostradale che appare all’improvviso dietro il Tempio di Castore e Polluce. Il tempo sembra sempre fermo in Sicilia: l’ho sentito bloccarsi a Ragusa Ibla, nella piazza davanti alla Cattedrale di San Giorgio; ugualmente ho provato quella sensazione guardando la piana da Piazza Armerina. Forse è per via della luce, così diversa da quella cui sono abituato nel verde lombardo, o è per via di quel colore brunito che permea ogni cosa, case e terre...

Ma poco fa, al Tempio della Concordia, l’ho sentito fuggire all’indietro il tempo, l’ho udito scorrere come un fruscio – forse era soltanto il vento che soffiava leggero dal mare e giocava con le erbe aride sotto le pale dei fichidindia. Ho fantasticato quella peristasi riempita di vita, la vita di oltre duemila anni fa: la Vestale di Era mi considererebbe certo un empio vedendomi frugare le colonne con lo sguardo, provando a immaginarla vestita di una tunica bianca e celebrare i suoi riti. E fuori, al di là del tempio, oltre lo strapiombo, triremi veloci solcavano il mare azzurro di Sicilia, portando mercanzie e soldati.

Mi ha distolto dai miei sogni ad occhi aperti l’ombrello a fiori della guida, la sua voce monocorde si era persa nel mormorio del mare fino a che non ha sollecitato il riso delle donne raccontando una storia sulla verginità delle sacerdotesse. Adesso ha finito il suo giro, ci indica l’uscita. La ragazza del furgoncino delle granite ricorda nei tratti la Venere Ericina...

 

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 13 settembre 2014

La partenza

 

La sera si era fatta un po' più fresca e un chiarore giallo lontano significava che il sole ancora non era scomparso del tutto. Le due ragazze parlavano in dialetto, camminando verso i negozi del centro, e Giovanni faticava a capire: era una lingua che fluiva sciolta, dolce come una carezza, e le sibilanti fischiavano un attimo più del normale.

«Cosa dite?» si arrischiò a chiedere, temendo di essere indiscreto. Fu Anna a rispondere: «Miriam dice che non sa decidersi a partire, questa compagnia - insomma, noi tre insieme - è una cosa bellissima. Non ci sono amori o motivi di rancore: siamo solo amici, tre amici che stanno bene insieme e si conoscono da tanti anni». Ma Anna non si risolveva a venire al nocciolo della questione. Fu Miriam a dire tutto d'un fiato: «Ho trovato lavoro in Australia, parto domattina».

«E allora questa tua ultima sera deve essere memorabile!» esclamò Anna con un tono di orgoglio nella voce. Giovanni taceva pensieroso. Le luci della sera si accendevano e si accendeva anche un'euforia strana nei ragazzi che, seduti su un muretto, cercavano di decidere come festeggiare degnamente l'ultima sera di Miriam. Era un'euforia che contrastava con la notizia che la ragazza aveva dato prima all'amica del cuore, poi a Giovanni, come se le due ragazze volessero prepararlo, quasi spinte da un istinto materno.

Così finì che noleggiarono un tandem a tre posti e iniziarono a scorrazzare per le tranquille vie della cittadina disputandosi l'onore di guidare. Giovanni quella sera era diverso dal solito: allegro, spensierato, divertente, lontano da quella timidezza che inteneriva. Anna se ne accorse, si disse tra sé: “Se Giovanni fosse sempre così potrei innamorarmene forse, ma non sarebbe più l'amico così grande che è”. Attribuì quel turbamento alla particolare situazione: si sentiva anche lei come ebbra, come se avesse bevuto. “Bevuto per dimenticare che domani Miriam se ne va per sempre” pensò con una nota di tristezza.

Pedalavano veloci, canticchiavano, scherzavano. Si avventurarono per strade sconosciute e finirono inevitabilmente con il perdersi. Erano in una zona in cui le vie avevano nomi di musicisti: Wagner, Mendelssohn, Beethoven; non si raccapezzavano più.

Finalmente ritrovarono la strada e condussero il tandem al noleggio. Erano accaldati, rossi in viso. Si incamminarono quasi inconsciamente verso il mare. Giunsero al limitare della spiaggia quando scoppiarono i primi fuochi d'artificio. «Festeggiano te» scherzò Giovanni. «È la notte di San Pietro e Paolo» si schermì Miriam. L'ebbrezza era scomparsa, ora l'animo era preda di una malinconia dolcissima. Si sedettero sulla sabbia a guardare lo spettacolo pirotecnico. Miriam giocava con la sabbia: ne prendeva dei pugni e poi la lasciava filtrare sui piedi nudi, Era fredda ed era piacevole sentirla sulla pelle, quasi la solleticava.

«Come sono triste, Miriam,come sono triste!» riuscì a proferire Anna, quasi piangendo. Giovanni la strinse a sé, ora calde lacrime le sgorgavano sul viso. Giovanni la sentiva sussultare nel singhiozzo, le accarezzava la schiena. Miriam si alzò e le si sedette vicino, con una mano le asciugò il viso, come a una bambina capricciosa. Anna si calmò ma rimase stretta a Giovanni, come se non volesse perdere anche lui.

Miriam partì poco dopo l'alba. Giovanni e Anna andarono a salutarla all'aeroporto. Miriam non pianse, si rivelò fortissima. Anna continuava a passarsi il fazzoletto sugli occhi. Anche a Giovanni sfuggì una lacrima nello stringere la mano a Miriam dopo averle baciato le guance. «Il ricordo di me resta qui, non parte» disse Miriam e, rivolta a Giovanni: «Abbi cura di lei, ora siete voi due soli».

Il cielo era plumbeo, minacciava pioggia. Anna e Giovanni rincasarono abbracciati. Un raggio di sole squarciò le nuvole, in breve sarebbe tornato il sereno. Fu allora che Anna sentì di essersi innamorata di Giovanni.


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HOWARD BEHRENS, “THREE PEOPLE ON THE BEACH”

sabato 6 settembre 2014

Generazione fuori sincrono

 

“Essere nati a cavallo del 1960 significa far parte di una generazione fuori sincrono, arrivata sempre un po’ troppo presto o un po’ troppo tardi per tutto. Ma una cosa differenzia quella generazione da tutte le altre, rendendola unica: la memoria visiva comune. I ragazzini di allora sono gli ultimi ad avere ricordi in bianco e nero, i soli ad avere tutti le stesse nostalgie”. Così scriveva Gianluca Nicoletti su Tuttolibri n. 1847 del 19 gennaio 2013, recensendo l’antologia delle strisce di Nick Carter, fumetto di Bonvi e Guido De Maria.

È verissimo: siamo noi baby boomers – i ragazzi degli Anni  ‘60 e ‘70 – i depositari di questa memoria di un tempo che fu: andavamo alle elementari o alle medie e la sera in televisione trovavamo “Supergulp – fumetti in tivù”, ci deliziavamo con quelle storie minimamente animate in cui comparivano lo stravagante detective Nick Carter con il cinesino Ten e il gigante buono Patsy – “…e l’ultimo chiuda la porta!” è diventato uno slogan di uso comune – con Alan Ford e il Gruppo TNT, Tintin, l’Uomo Ragno, gli Sturmtruppen, i Fantastici Quattro.

Memoria visiva comune: chissà se le nuove generazioni ne avranno mai. Tutto ormai si disperde in mille rivoli, in mille diverse vie tecnologiche. La mia infanzia, la mia adolescenza hanno potuto contare solo sulla radio e la televisione e i canali si contavano su una sola mano: il Nazionale (Rai 1), il Secondo Canale (Rai 2), la Tv Svizzera e Tele Capodistria. Poi sarebbero arrivate le televisioni locali, ma era ormai il 1977, Rai 3 nel 1979 e i canali di Berlusconi nei primi Ottanta.

Sembra di parlare di tempi remoti, ora che non facciamo un passo senza il nostro smartphone e passiamo ore davanti al computer e ai social network. Allora le trasmissioni cominciavano alle 17, addirittura alle 18 d’estate, con la TV dei ragazzi. Prima di quell’ora correvamo nei cortili, giocavamo, leggevamo, sognavamo di essere pirati o calciatori, astronauti o piloti…

Ci siamo persi l’epoca d’oro del beat, il Sessantotto, persino il Settantasette. Siamo stati paninari e poi yuppies. Ci siamo illusi con la Milano da bere. Ma ricorderemo sempre quei giorni in bianco e nero che viravano lentamente a colori mentre noi facevamo i compiti sul tavolo di cucina.

 

sabato 30 agosto 2014

Il caleidoscopio

 

Ora molto tempo è trascorso e il vecchio gioco che facevo allora è mutato, proprio come la figura dentro il caleidoscopio: i pezzi di vetro sono gli stessi ma disposti in maniera diversa, alcuni che erano nascosti ora sono in luce, altri che erano in primo piano sono invece sullo sfondo.

Eccoci lì, sdraiati nell’indolenza di un pomeriggio di mare, con la sabbia che entrava nel tuo costume e le mie ciabatte di corda: una coppia sperduta tra i gabbiani e le onde, tra i bagnanti che affollano la spiaggia e inseguono palloni sul bagnasciuga. Abbiamo vent’anni e stiamo parlando delle poesie di Catullo. In quel momento ignoro ancora che tu sarai la mia Lesbia, che mi spremerai il cuore e te ne andrai. È un tempo felice: la sera andremo a ballare, oppure a passeggiare sul lungomare, scenderemo in spiaggia e il vento ti incollerà addosso il vestito, soffierà i tuoi capelli sul mio viso. Ci baceremo, faremo l’amore nello spiazzo dietro le cabine.

Un’altra scena, evocata dal gioco. Una sera di settembre, con la tristezza che lascia la fine dell’estate nelle località di mare, una malinconia sottile che pervade ogni cosa, che si manifesta nei pochi ombrelloni rimasti, nelle sdraio ammassate dal bagnino nel ripostiglio, nei preparativi per un lungo inverno, quando molti negozi avranno le porte serrate da assi di legno e forse arriverà anche la neve a fare bianca la spiaggia. Andiamo per le strade, tra i pini, e la mia giacca è sulle tue spalle perché hai sentito un brivido improvviso. La luna è piena e vicina, si sdoppia nel mare. Com’eri bella quella sera, com’eri fragile! Una fragilità che non ti apparteneva, che ti faceva ancora più vicina a me e alle mie debolezze. Un momento. Un momento solo. Le stelle brillavano vivide, i grilli cantavano alla notte di resina e sale, indifferenti all’annuncio dell’autunno.

E poi un’altra immagine: un mio arrivo improvviso, non annunciato, la sorpresa di un ritorno. Ti ritrovai già in spiaggia, con un bikini bianco e nero. Mi gettasti le braccia al collo, io ancora con la camicia, i calzoni e le scarpe inglesi. Avevamo bisogno di noi, avevamo bisogno l’uno dell’altra allora: era davvero amore, se anche poi quel calice di cristallo si è incrinato ed è infine scoppiato in mille pezzi, i pezzi di questo caleidoscopio del ricordo che ancora adesso, dopo tanto tempo, mi piace andare ad osservare con la nostalgia di quando si ritrova un gioco che avevamo quando eravamo bambini.

 

Spring fever

HEIDI MALOTT, “SPRING FEVER”

sabato 23 agosto 2014

Domenica pomeriggio

 

Durante la bella stagione, la domenica pomeriggio amo sedermi in terrazza, all’ombra, e osservare la gente che passa per la strada. La mia casa è sulla via che taglia in due il paese, è dunque una strada di scorrimento che consente di raggiungere poi lungo le tante traverse altri luoghi.

Così vedo la vedova che va al camposanto: sul cestino della bicicletta ha i fiori da portare al marito defunto - li ha appena colti nel suo giardino, oppure li ha comprati dalla fiorista che c'è all’ingresso del paese e che tiene aperto anche di domenica. E poi le tante famigliole che, sempre in bicicletta, intraprendono la gita sull’alzaia: variamente composte quanto al numero dei figli, ma generalmente con il padre a tirare il gruppo e la madre a chiuderlo, come una chioccia. E ancora i cicloamatori che sfrecciano via sulle loro biciclette da corsa o da montagna in un sibilare di copertoni: mi fanno pensare spesso a un’opera futurista di Boccioni, quell’inno alla velocità che è tutto un susseguirsi di raggi e di ruote. Ci sono poi gli sfaccendato che si dirigono lentamente verso i bar: fumando quasi abulici, camminano come se non avessero una meta o come se non sapessero in che modo impiegare il loro tempo. In realtà so che li aspetta un pomeriggio di giochi di carte - la briscola chiamata, lo scopone scientifico - o di biliardo, mentre la televisione sospesa passa gli avvenimenti sportivi della giornata e le birre e i bianchini si alternano sui tavoli. E poi i ragazzini che si avviano festosi, a piedi o in bicicletta, chi verso l’oratorio, chi verso altri luoghi di divertimento o di raccolta, dove fioriscono le prime cotte e i primi amori come virgulti di piante ancora deboli nella loro prima primavera.

Io sono lì, sospeso a tre metri d’altezza, e nutro l’illusione di avere condiviso quelle loro esistenze, di avere fatto parte, anche se solo per pochi istanti, di quelle vite, la domenica pomeriggio.

 

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JAKE WINKLE, “WIMBORNE MINSTER”

sabato 16 agosto 2014

La cintura di fuoco

 

Great Gull Island, Orient NY, 12 settembre 2066

Siamo in fuga, noi pochi rimasti, noi sopravvissuti al contagio del virus ribattezzato “Caino”. Dobbiamo agire e pensare durante il giorno, quando la luce impedisce ai malati di uscire e li obbliga a rimanere rintanati nei loro covi bui e polverosi. L’umanità è sull’orlo del suo annientamento, della catastrofe finale: solo una soluzione miracolosa, un medicinale che ci salvi dalla peste, un siero che possa debellare il virus potrebbe ridare un senso alla parola “futuro”. E anche le nostre città sono purulente e putrescenti, anch’esse come infette dallo stesso virus. Ora sì conosciamo in tutta la sua terribile grandezza la parola che troppe volte i giornali e le televisioni hanno adoperato a sproposito: apocalittico.

Perché questo è un vero apocalisse: “Caino” è l’attuazione esatta del secondo verso del capitolo 16: “Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua”. Il morbo, partito dal cuore dell’Africa, ha trasformato migliaia di persone dapprima, milioni poi, in bestie spaventose assetate di sangue. Basta essere morsi per incubare il virus e diventare un’altra bestia: così, in breve tempo, le attività lasciate a se stesse hanno riportato indietro la Terra di centinaia di anni, l’hanno ridotta a una landa oscura e grigia degna del peggior Medioevo: è come se un vulcano avesse eruttato fango e su quel fango fossero poi spuntate giungle e foreste.

Ora tentiamo l’impossibile: isolarci sulla Great Gull Island per respingere di notte gli assalti dei “Caini” e studiare di giorno la struttura del virus. La scorsa notte la nostra protezione ha retto: Jonathan Coen, che aveva lavorato a Hollywood, ha disposto una cintura di fuoco attorno all’isola, alimentata di continuo. I “Caini”, come le belve, temono il fuoco e non possono sopportare la sua luce. All’interno, dove abbiamo trasportato viveri e attrezzature, due premi Nobel studiano il virus e le sue mutazioni, provano a contrastarne la forza, a individuarne i punti deboli per riuscire finalmente a debellarlo. È l’unica speranza che ci è rimasta. È la sola speranza cui ci affidiamo quando il tramonto incendia l’oceano e comincia un’altra notte.

 

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sabato 9 agosto 2014

Il rimpianto

 

Il rimpianto è il ricordo tristemente amaro di qualche cosa che si è perduto: una persona che si è amata nel corso della nostra vita e che poi per colpa nostra o per le contingenze del vivere ha preso un’altra strada; una cosa che ci stava a cuore e che poi fatalmente è andata distrutta, siamo stati costretti a vendere, si è persa nei labirinti dei giorni; o ancora – e soprattutto! – di una strada che abbiamo scelto invece di seguirne un’altra, di un’occasione che abbiamo lasciato passare convinti che sarebbe un giorno o l’altro ritornata. Quello mi sembra essere il vero significato del rimpianto: in esso si cristallizza tutta quanta la nostalgia, come fa il miele in un vasetto di vetro lasciato troppo a lungo sullo scaffale più alto dell’armadio. Ugualmente la nostalgia può apparire dolce sul principio, dolcissima,un sottile piacere persino, ma alla fine quello che davvero ti lascia è quel retrogusto amaro. Un sapore di errori, di sconfitte, di fallimenti. E forse è  terribilmente vero quello che scrisse Emil M. Cioran, un vero teorizzatore del rimpianto, che lui considerava la sola vera funzione della memoria: “Qualcuno ha detto molto giustamente: «Io sono quello che non ho fatto». Con questo si deve intendere che gli atti che non abbiamo compiuto, per il fatto stesso che vi pensiamo di continuo, sono il solo contenuto del nostro essere. In altri termini, io sono i miei rimpianti”.  Però, alla fine, se io sono i miei rimpianti, sono anche le volte che ho scelto la strada giusta, sono le gioie che ho provato, sono i piaceri, anche quelli semplicissimi come guardare la luce del giorno spegnersi nel cielo allagato dal tramonto.

 

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sabato 2 agosto 2014

Come le strade

 

Ti conosco come le strade di questa città dove ogni tanto mi capita di tornare. La prima volta avevo forse tre anni, l’ultima è stata lo scorso maggio. Gli oleandri, le palme, il giardinetto davanti alla chiesa, la via centrale dove si aprono tutti i negozi, la fontana azzurra al fondo. Non ci si può dimenticare, è come andare in bicicletta, come fare l’amore: una volta appreso, quello è.

Eppure, l’ultima volta - non ero solo, c’era gente con me che non era mai stata lì - mi è capitato di prendere una traversa sbagliata. Come succede ai calciatori che sbagliano un gol per troppa sicurezza o che per troppa confidenza compiono un retropassaggio troppo corto e l’attaccante avversario ne approfitta. Non ho fatto una piega, ho finto che fosse proprio quella la strada che dovevo prendere. E del resto sapevo che sarebbe sboccata comunque sulla via traversa. Lo speravo almeno. Chi era con me avrà creduto che volessi prendere una scorciatoia, che avessi scientemente voluto passare per quella strada. Che era sbagliata me ne accorsi a metà, quando mi apparve un ristorante che non avrebbe dovuto essere lì. Ma, come ho detto, finsi di nulla e tirai avanti finché con sollievo ritrovai la via che era la nostra meta. solo un centinaio di metri più avanti nel normale.

E allora ti conosco così, amica mia, ti conosco alla perfezione anche se talvolta mi sorprendi e forse per errore mio oppure perché così deve essere, perché l’imprevedibilità è un sale che può dare maggiore sapore alla nostra tranquilla felicità amorosa.

 

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HALL GROAT II, “TIMES SQUARE”

sabato 26 luglio 2014

Enormi T rosse

   

Cominciarono a comparire una mattina di maggio: delle enormi T rosse tracciate a bomboletta spray sulle facciate delle case. O, per meglio dire, sulle facciate di alcune case. Il professor Matteo Drang se ne accorse quando stava chiudendo la porta del suo villino. Imprecò. “I soliti vandali, ma mi sentiranno! Li denuncio! Li denuncio stavolta!”. Però, sull’autobus, andando all’Università, mentre rimuginava sulle procedure da seguire, si accorse che non solo casa sua, ma molte altre qua e là lungo il tragitto, senza un ordine apparente, erano state contraddistinte da quella T rossa. Con un notevole sgomento gli venne da pensare alle stelle gialle che i nazisti usarono per segnalare gli ebrei, o ai distintivi blu che i talebani imponevano agli indù. “Un marchio” si disse e inorridì.

All’Università i suoi colleghi non parlavano d’altro. C’era chi aveva – come  lui – avuto la casa segnata e chi no. Il professor Zanghiari, che era stato seminarista in gioventù, proponeva una lettura diversa, più fiduciosa. Disse: “Voi pensate che il segno serva a contraddistinguere qualcuno da colpire. Tu, Drang, mi hai appena fatto l’esempio dei nazisti, quindi credi a un’esclusione. E se invece fosse, come nell’Esodo, un’inclusione? Le case marchiate di rosso sono quelle dei figli di Israele, quelle che Dio risparmierà”.  Gli altri erano molto più scettici e sospettosi. Il professor Milutinovic, che aveva vissuto l’assedio di Srebrenica, addirittura tremava.

Ma nulla accadde. Nulla successe per una settimana. Quelle T rosse rimasero misteri applicati ai muri della città. Ci si domandava che cosa significassero, per cosa stessero? Erano una sorta di croce, o addirittura una forca? O erano l’iniziale di qualche parola? E, in tal caso, quale? Tradizionalista? Terrorista? Trafficante? Teologo? No, teologo no, in tal caso avrebbero marchiato anche la bella villa in collina di Zanghiari. Altre occupazioni intervennero a stornare le menti: ci fu il crollo dell’antichissima torre campanaria, fallì una delle più grandi aziende del paese e, soprattutto, si disputò la partita decisiva per le sorti del campionato di calcio.

Ma la domenica mattina, dieci giorni dopo la comparsa delle misteriose T, il professor Drang fu svegliato di soprassalto da un battere alla porta. Guardò l’ora: erano le sette. Si alzò, indossò un paio di jeans e corse alla porta gridando: “Arrivo! Arrivo!”. Fu quasi travolto da una pattuglia di soldati che lo spinsero indietro con i fucili spianati. Sorpreso, non riuscì neppure a protestare. Ma maggiore fu la sorpresa quando vide avanzare l’ufficiale che li comandava: il generale Nasalli Sfrozza, suo vecchio compagno di liceo.

“Comodo, Matteo, comodo” gli disse Nasalli Sfrozza indicando una poltrona addossata al muro. “Ma, che succede?” riuscì finalmente a balbettare il professor Drang. E fece il collegamento. “Le T, Ugo?”. “Le T, Matteo. Ti sarai domandato cosa simboleggiano. Vedi, tu sei Tu. Noi” e indicò con un largo gesto del braccio che indicava oltre a lui anche la dozzina di soldati in uniforme cachi che riempiva il salone di casa Drang “noi siamo Io. Ti chiederai che cosa rappresenti questa distinzione, che probabilmente ti sembra arcana quanto quelle T rosse. Te lo spiego facilmente: tu ti dedichi al TU, ovvero privilegi il rapporto con l’Altro – e non a caso ti sei dedicato all’insegnamento. Già al liceo ti mettevi in mostra quando c’era da difendere certe posizioni, ti inalberavi nelle discussioni che, lasciamelo dire, erano il più delle volte futili, così come i supposti diritti che sostenevi nelle assemblee erano quasi sempre indifendibili. Io, come questi onorevoli soldati, mi sono sempre dedicato all’IO, ho privilegiato la mia carriera a tutto il resto, ho anteposto sempre la mia persona. E in questo modo sono diventato generale, scavalcando anche molti TU che mi contendevano i posti. E mi sono arricchito notevolmente con le mie speculazioni a svantaggio dei TU. E anche altri, molti altri che conosci. Il tuo collega, ad esempio, Zanghiari. Lui capì che non avrebbe potuto fare strada nel seminario, non aveva le capacità per diventare vescovo o cardinale. Cambiò strada seguendo il suo IO e ora è un barone accademico. Tu sei un idealista invece, hai sempre inseguito il sogno, hai sempre pensato di poter cambiare il mondo, di migliorare la vita degli altri, di altri TU. E adesso, ti prego, Matteo, non venirmi a parlare di etica e di morale, ti prevengo. Accetta con dignità questa situazione”.

Matteo Drang non riuscì a spiccicare parola. Era sgomento, impietrito. Docile lasciò che gli mettessero le manette, si lasciò portare via. Fuori il mattino esplodeva in una luce lussureggiante sul verde nuovo dei viale di maggio. Gli sembrò ancora più triste entrare nel buio del cellulare governativo che lo conduceva chissà dove.

 

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ELABORAZIONE DI “TINY HOUSE”, DIPINTO DI KATE TOWNLEY SMITH

sabato 19 luglio 2014

Noi

 

    Dico che non è una cosa importante, minimizzo, ma alla fine succede spesso che mi sorprenda a pensare – l’ultima volta ieri, mentre ero seduto in treno e la sera esplodeva in un virulento tramonto – a pensare, dicevo, se tu faccia parte della mia vita in modo ormai inscindibile, se i legami si siano stretti talmente da essere indistricabili anche se tu sei di un altro ormai.
   
    E poi, come un sognatore che costruisca castelli in aria, mi perdo a fantasticare incontri che mi facciano dimenticare te, che mi facciano dimenticare questo amore – “amore” sì, lo devo definire così perché ogni altro termine è inadeguato, amore vivo, amore eterno – anche se so che nessun’altra donna potrà mai farmi battere il cuore così come fai tu.

    E allora, come posso tollerare che stasera tu stai con un altro, e cento altre sere, e cento altre notti, che sarà lui a sfiorare la tua pelle di seta, a tenere i tuoi seni tra le mani? Come posso sopportare senza impazzire questa idea? Come posso immaginare i gesti che gli fai, le parole che gli dici? Solo pensando che facendolo tu stia ancora pensando a me, che se sfiori la sua pelle è la mia che invece dentro di te sogni di sfiorare, che lo baci ed è me che baci, che piangi ed è per me che piangi.

    Ed è bugia quello che dici a tutti, ai nostri amici, alle tue amiche con cui dividi la palestra e i segreti: “Non lo amo più”. Io lo so che non è vero, tu lo sai che non è vero. Io so, tu sai che siamo ognuno parte della vita dell’altro, che nonostante tutto – anche divisi, anche lontani – non siamo io e te, siamo ancora noi.

   
[basato sulla canzone Ogni volta di Antonello Venditti]

 

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sabato 12 luglio 2014

Un lampione giallo

 

C’è una fotografia di qualche anno fa in cui sorridiamo abbracciati. Tu indossi una maglietta turchese e porti i capelli biondi sciolti sulle spalle. Io ho una camicia a quadri e lo sguardo un po’ stupito che mi viene nelle fotografie. Allora, quando la notte stanco posavo il capo sul cuscino, tu eri il mio rifugio. Con te dimenticavo il buio che avvolge la realtà oltre la finestra e le imposte, dimenticavo tutte le tensioni del giorno accumulate alla base del collo. Ascoltavo il tuo respiro accanto a me e mi immergevo nel sonno del tuo amore come in un lago di montagna, puro e cristallino.

Un mattino di primavera, quando quel nostro amore era ancora ai suoi esordi, eravamo fermi a guardare lo splendore dell’Adda dalla balaustra del traghetto: il cielo era una pioggia di riflessi e scomponeva il tuo viso alla luce, piccole onde passavano frangendo la superficie scura di quello specchio. Pensavo che finalmente ero insieme a te e i piccoli anatroccoli dei cigni lungo il fiume ben rappresentavano il nostro amore, un grigio batuffolo di piume.

E passeggiando per i parchi che l'autunno tingeva di giallo il tempo vestiva la tua maglia chiara, la luce accendeva l'oro dei capelli. Il cielo di Milano si riversava come un fiume nelle cascate rapide delle ore: ti ascoltavo e le tue parole davano sussulti, mi aggrappavo al profumo di menta delle tue labbra. Dove tu posavi la borsa fioriva un mondo – la sedia del caffè, ad esempio – e i discorsi galleggiavano, attinie nel mare del pomeriggio, nella noia grigia che frantumavi già solo con la tua presenza. Ridevi, e spalancavi universi in cui precipitavo sereno e lieve senza più il peso di tutti i miei affanni.

Come quel giorno che mi chiedesti se la felicità esiste o è solo una giornata tirata a lucido,

un tempo levigato come un ciottolo di fiume, un filo teso tra due estremi di noia, di insofferenza o di disinganno. «Accarezzami» risposi, «tienimi stretto, lascia che ci scorra addosso la luce, non ti curare di questi pensieri, del mondo fuori, delle circostanze. Felicità è il tempo strappato al nulla». Ero forse conscio che un giorno ti avrei perduta, così come ti avevo trovata.

Eppure, ora il vento che taglia in due la notte e spazza i viali mulinando foglie secche non riesce a cancellare il silenzio di te che mi rimbomba al centro della testa. Nella strada un lampione giallo brilla più intenso degli altri, come il tuo ricordo lungo i bastioni dei miei pensieri.

 

Pink show

LEONID AFREMOV, “PINK SHOW”

sabato 5 luglio 2014

Una primavera a Merano

 

Alle cinque il maresciallo Peruzzello e i Carabinieri salirono sulle loro auto e se ne andarono, come ogni sera, attraverso il cancello verde che uno dei tre ragazzi aveva aperto. La primavera diffondeva i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline circostanti; un tepore piacevole aleggiava nell’aria. Andrea chiuse il cancello, poi lanciò una pallina da tennis nel cortile. I ragazzi cominciarono a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsava la vita: scorrevano automobili, motorini, biciclette; gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostavano e ripartivano caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entravano nel vicino deposito, altri ne ripartivano. Il sole calava e nella conca dei monti scendeva l’oscurità. Andrea pensava che mancavano pochi giorni al congedo, si beava di quella situazione, sentiva che tutti gli sforzi di un anno svanivano lentamente nel sapore della libertà che si apprestava a gustare di nuovo.

Ora non si vedeva quasi più, si accendevano le luci della strada, si illuminavano le finestre dei palazzi. Andrea raccolse la pallina e chiuse l’ufficio. Ferrola serrò la porta del Nucleo Carabinieri. I tre ragazzi si avviarono verso la camerata per farsi una doccia e cambiarsi prima di uscire.

Quella sera decisero di cenare al ristorante cinese Kota Radija: forse fu la primavera a imporre la scelta. Entrarono attraverso la porta adorna di lampioni di carta e di ideogrammi. Presero posto ad un tavolo da cui si vedeva il giardino: nel centro c’era un albero gigantesco e sui rami centinaia di gemme erano pronte ad esplodere in verdi foglie. Una dolce musica orientale suonava. La cameriera, una giovane ragazza orientale minuta e molto carina, portò birra di Shangai e “nuvole di drago”, riso alla cantonese e pollo alle mandorle. Provarono a mangiare con i bastoncini, solo Andrea continuò per tutta la cena. “Sono un veterano” pensò con un sorriso ricordando la prima volta che era stato lì e la cameriera che gli aveva insegnato l’uso delle bacchette posizionando le dita con le sue mani morbide.

 

1997

 

Ferrario e Rossi

  FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 28 giugno 2014

Merano

 

Merano è un anno della mia vita, quello del servizio militare passato in tre caserme: la “Rossi” del Centro Addestramento Reclute, la “Leone Bosin” del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica e la “Cesare Battisti” del Battaglione Logistico dove venni aggregato e dove passai i restanti nove mesi. Ogni tanto apro la mappa e parto a inseguire ricordi.
 
Merano è la città “imposta” che ho imparato ad amare e ad apprezzare. È la città dei Portici e delle Terme, dell’antica chiesa di Santo Spirito e del Duomo dal tipico aspetto tirolese. È la città delle famose passeggiate lungopassirio che costeggiano il fiume e si snodano sulle alture che la circondano: la più celebre è quella che attraversa la città e che ospita il  Mercatino dell’Avvento. È per questo motivo che ci sono tornato l’ultima volta, cinque anni fa. C’ero già tornato un paio di volte. E ogni volta ho scoperto che le caserme, con la sospensione della leva, sono in un degrado totale, se non addirittura demolite, come la “Leone Bosin”. Il viaggio dunque non può che avvenire nel ricordo, nella memoria per certi luoghi che hanno segnato la mia vita, che mi hanno consegnato amicizie che durano tuttora.
 
Chi ci passa, chi ci va in villeggiatura, trova ottime offerte, svaghi, concerti, passeggiate; può salire in seggiovia a Tirolo o raggiungere i boschi di Avelengo-Merano 2000, divertirsi. A me invece riporta fantasmi e apparizioni, ricordi che si manifestano all’improvviso in una via o in un angolo caratteristico. Come all’ippodromo: è lì che, in un soffice turbine di semi di pioppi, il 21 maggio del 1988 prestai giuramento…

 

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sabato 21 giugno 2014

L’estate del 1982

 

Dal fondo dimenticato di un cassetto saltò fuori una fotografia: Anna! Quanto tempo era passato, quanti anni avevano mutato le vite e la storia... Paolo ricordò subito quando aveva scattato la fotografia: c'era un minaccioso temporale in arrivo, segnalato da nuvole di carbone e il mare era agitato e limaccioso. Trovarono rifugio in un bar poco prima che la tempesta si scatenasse. Ricordava che, dopo che il temporale si fu placato, erano andati al pontile e là, in mezzo al mare, con il vento che scompigliava i capelli, aveva baciato Anna: la sua bocca sapeva di rosa, i suoi occhi erano pieni d'amore.

Paolo riandò subito col pensiero al loro addio, quella stessa estate: Anna cambiava città e lui non poteva seguirla, così legato ai suoi luoghi, agli amici, agli studi, c'erano troppe sensazioni, troppe emozioni che lo trattenevano lì. Era stata una bella estate quella del 1982, con la follia che aveva preso l'Italia per le imprese della Nazionale di calcio trionfatrice del Mondiale spagnolo. Paolo riandò con il pensiero alla notte dell'11 luglio, subito dopo la consegna della Coppa del Mondo nelle mani di Zoff, quelle mani grandi che avevano contribuito alla vittoria che sollevano al cielo il trofeo. E con Anna era sceso in strada, avevano un grosso tricolore e le lacrime agli occhi per la gioia, cantavano a squarciagola "Fratelli d'Italia" e sfottevano i tedeschi che affollavano quella località balneare.

Anna, poco incline alla passione per il calcio, quella volta invece cominciò a scaldarsi durante Italia-Argentina e si scalmanò per i gol di Rossi al Brasile. E al termine della partita si erano abbracciati, la voce roca per il tanto gridare e l'intuizione che ormai era fatta: nessuno avrebbe più potuto fermare gli "azzurri". Paolo ricordava poi le canzoni urlate sulla spiaggia, la sera con gli amici: "Es un sentimiento nuevo che mi tiene alta la vita, la passione nella gola, l’eros che si fa parola…" e le risate ritornando per Viale a Mare ormai de­serto. Ricordava le gite in bicicletta, le serate al cinema all'aperto con le zanzare e Anna che si stringeva a lui.

Paolo sentì la nostalgia prendergli il cuore: non riusciva a staccare gli oc­chi da quella fotografia. E con i ricordi gli sorgevano domande sulla sorte di Anna: si chiese che lavoro facesse, se fosse sposata, magari con dei bambini. E soprattutto si chiese se Anna si ricordasse ancora di lui e di quell'estate.

 

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sabato 14 giugno 2014

Lettera non spedita (X)


Cara P.,

quante cose non ti ho saputo dire, quante altre non ti ho voluto dire: l’estate correva con i suoi giorni di sole come cavalli sulla riva del mare e io invece credevo di avere tanto tempo per esprimerti i miei sentimenti, per raccontarti il futuro come lo vedevo. Credevo di avere davanti dei secoli allora e invece erano solo giorni, ore, minuti, e tutto quello che dovevo fare con te non l’ho fatto, per timore di ferire te o me, oppure per mancanza di coraggio, se vuoi metterla così.

Il risultato di ciò è che infine sono precipitato nel rimpianto di te, quando il ricordo di un tempo ormai perduto avvelena una gioventù che svapora, che si allontana sorda ai richiami di chi grida per chiamarla, certo che infine si volterà. Non si è voltata, non si volta mai: è una donna perduta per sempre, come te.

E tutte le cose che dovevo dirti allora non te le dirò adesso: il tempo che talora è balsamo per certe ferite talvolta si rivela invece veleno – farmaco è parola greca che consente entrambe le accezioni – così non mi umilierò, non mendicherò pietà, non mi prostrerò davanti a una dea che forse per misericordia o convenzione fingerebbe di udire le mie parole sorridendo senza dire. Semplicemente metterò questa lettera nel cassetto, insieme alle altre che non ti ho mai spedito.


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FOTOGRAFIA © PETAR MILOSEVIC

sabato 7 giugno 2014

Sognando di viaggiare nel tempo

 

Nello studio c'è profumo di lavanda - ne ho raccolto i fiori in un sacchettino, dicono che sia rilassante - e suona il Concerto n. 4 in Re Maggiore dai "Dodici concerti grossi" di Arcangelo Corelli. Dovrei pensare ad alcune lettere da scrivere, ma mi attardo a sbrigare la posta, a curiosare tra i contatti in rete...

E finisce che mi perdo in divagazioni. Se si potesse viaggiare nel tempo, è una cosa che ho sempre pensato, non andrei a osservare i grandi eventi storici ma a vivere le atmosfere, le piccole cose di ogni giorno - si chiama antropologia sociale storica. Camminare per i propilei del Liceo di Socrate, osservando i mercanti nel porto del Pireo; curiosare in un convento medievale, perdendomi tra i vasi dello speziale; passeggiare per le strade di Parigi ai tempi di Madame de Stael; imbacuccarmi sul Lungoneva nella Pietroburgo di Dostoevskij...

E la Vecchia Milano, così come non l'ho potuta vedere, quella degli anni Trenta, quella del boom economico degli anni Sessanta... Quella che insomma cerco di ritrovare quando cammino per le sue vie e mi lascio sorprendere da un giardino che si apre dietro un cancello lavorato in ferro battuto o da un'insegna dal sapore antico. Ci sarà ancora la "Rammendatrice" all'inizio di Corso Garibaldi? Anni fa era in vetrina con le sue uova di legno, aghi e filo, la lente per vederci meglio... Mah, l'avrà soppiantata qualche negozio di ricariche telefoniche. Il progresso!

 

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sabato 31 maggio 2014

Motivi che non si dicono

 

Una cosa che mi diverte fare è aprire una raccolta di massime o un’antologia di aforismi o ancora la Bibbia o la Divina Commedia e leggerne un estratto a caso, come se fosse un oroscopo o un oracolo – non a caso uno di questi florilegi di massime, quello di Baltasar Gracián, si intitola “Oracolo di saggezza”. Quella frase la si può applicare alle proprie contingenze immediate o a una riflessione di carattere generale.

Oggi ho preso in mano le “Massime e pensieri” di Nicolas de Chamfort, pensatore del Settecento francese, piuttosto critico sulla società e sui rapporti tra gli esseri umani e il sistema. Come se tirassi i dadi, ho lasciato scorrere avanti e indietro le pagine, finché il caso ha aperto davanti ai miei occhi la meraviglia della massima n. 152: «Si è felici o infelici per una quantità di motivi che non sono palesi, che non si dicono affatto o che non si possono dire». Mica male davvero… Quante sono le cose che taciamo di noi, quante sono quelle che vorremmo dire e invece teniamo dentro, quante cose dobbiamo affidare al silenzio perché se le dicessimo scateneremmo una guerra tra bande! E la nostra felicità – o la nostra assenza di infelicità per dirla alla Leopardi – o la nostra infelicità dipendono da questi motivi che non possiamo rivelare, che teniamo dentro, mentre al di fuori mostriamo la nostra maschera di ipocrisia o di quieto vivere.

 

sabato 24 maggio 2014

Il mare dentro

 

Il mare. Eccolo qui. La prima cosa che ho fatto dopo aver posato le valigie nella mia stanza d’hotel è stata aprire la porta-finestra e uscire sul balcone. Una lingua azzurra al di là dei tetti e della strada, al di là della spiaggia e degli ombrelloni sotto un cielo dove flottano nuvole sparse come paperelle in un laghetto. Ne sento la voce anche, un flusso continuo e rilassante. È il suo respiro, è il pulsare del cuore.

Una doccia, una maglietta pulita e sono pronto ad incontrarlo questo mare. Tolgo la chiave magnetica e si spengono le luci nella stanza, la porta è chiusa, scendo per le scale. E questo mi ricorda una scena simile, tanti anni fa, quando mi scapicollai per le scale di un albergo per sedermi accanto a una ragazza che mi piaceva. Ora l’amore ce l’ho. Ora sono molto più maturo, ma mentre scendo sento la stessa eccitazione di allora e mi accorgo di avere anche affrettato un poco il passo.

L’hotel è affacciato sul lungomare. Sono subito in strada, supero una scalinata, attraverso il viale ed ecco i bagni. Entro dal varco, non ho neppure bisogno di togliermi le scarpe: c'è una lunga passerella colorata che porta al bagnasciuga. Resto un istante a guardare le file di ombrelloni ancora chiusi. Sono di vari colori, ma disposti in modo da dare un bel colpo d’occhio. L’effetto cromatico è grazioso, in qualche modo mi riporta alla memoria i dipinti di Walter Lazzaro.

Ora misuro a passi lenti la spiaggia. Sento già l’odore del mare, un misto di sale, iodio e vita. Eccoci qui, amico mare. Ora siamo proprio l’uno davanti all’altro. Ti sento sussurrare il tuo saluto, anche il vento ha aggiunto la sua voce. L'azzurro che ho visto da lontano ora ha punte di grigio e di verde, ma le onde restano bianche creste spumose che giungono da lontano e si infrangono ai miei piedi. Infilo una mano nell’acqua, la ritiro sporca di salsedine. È stato come un gesto simbolico, una stretta di mano, un saluto rituale. Guardo l’orizzonte, mi perdo nello spazio che non ha fine, oltre le boe, oltre le vele bianche. La libertà.

Raccolgo conchiglie: quando tornerò a casa le metterò in un vaso di vetro e mi sembrerà di averti sempre accanto. In realtà sarà solo un’illusione, perché in fondo lo so che sei dentro di me, mare...

mare

sabato 17 maggio 2014

Il treno delle otto

 

Era un giorno di maggio caldo di sole e dei fragranti profumi di primavera, il cielo terso d'uno splendido azzurro ospitava i voli delle rondini e il volteggiare dei pensieri. Fausto aveva un'interrogazione di storia, l'ultima del trimestre, im­portante per il voto finale. Era venerdì e prendeva il treno delle otto perché le lezioni iniziavano un'ora dopo. L’elettrotreno arrivò con un leggero ritardo, come al solito semivuoto. Fausto salì e scelse un posto vicino al finestrino. Subito aprì il libro di storia moderna senza neppure aspettare che il treno partisse.

All'improvviso si sentì chiedere "È storia?" e gettò uno sguardo un po' indispettito verso la voce: era la ragazza che sedeva oltre il corridoio.

Fausto rispose "Sì" con un'ombra di stupore.

La ragazza si alzò e indicando il sedile di fronte a Fausto "Ti dispiace se mi siedo lì?" disse. Si sedette senza attendere la riposta. "Non vorrai mica studiare?" aggiunse con un tono come recitativo.

"No... Non è una cosa importante" mentì Fausto.

La ragazza forse intuì che non era vero ma non replicò. Disse solo "Io mi chiamo Silvia. E tu?"

"Fausto" rispose e nel parlare le tese la mano e strinse la mano della ragazza. Pensò che Silvia era molto misteriosa e aveva un'aria strana. La osservò meglio rinunciando del tutto a guardare il libro di storia: era elegantissima, pantaloni blu, giacchina a bolero dello stesso colore, una camicia con i pizzi, l'ampia scolla­tura, il lucidalabbra. Notò che la borsa stonava con gli abiti: Silvia aveva uno zainetto da "marine" pieno di scritte a biro, nomi di rockstar e un'ossessiva ripetizione del suo nome. Le stazioni passavano veloci con le loro edicole, i loro bar e i vasi di fiori. Il capostazione fischiò e il treno ripartì: ora dietro i finestrini non c'erano più le campagne ma la squallida periferia, la città era ormai vicina.

Fausto e Silvia scesero insieme dal treno e all'uscita della stazione si salutarono e si separarono. Fausto si diresse verso la scuola con l'amara sensazione che non avrebbe mai più rivisto quella ragazza. Una libreria gli rammentò l'interrogazione. Scosse il capo e affrettò il passo.

1984

 

Roumen

FOTOGRAFIA © SVEN ROUMEN

sabato 10 maggio 2014

Discorsi sulla spiaggia

 

La luce del pomeriggio scivolava via: il cielo, la spiaggia stingevano come una cartolina lasciata al sole. La costa si perdeva in una lenta foschia che ne faceva una lingua di terra informe, cirri bianchi la avvolgevano quasi amorosi. Il mare ormai calmo appariva quasi metallico, rari bagnanti ancora vi si attardavano, una vela al largo navigava bianca come una cavolaia tranquilla in un giardino.

I nostri discorsi scorrevano con quella stessa calma, la avresti forse potuta chiamare monotonia, ma non c’era noia alcuna, soltanto la consapevolezza di vivere il momento, di vivere in quel momento, in quello spezzone di tempo che presto sarebbe irrimediabilmente mutato. Ci sentivamo immersi nel suo flusso, neanche fosse un fiume e noi alla deriva nella corrente su una piccola canoa, su una barchetta verde, assolutamente giovani e fatalisti, incapaci di opporci in un qualsiasi modo agli eventi.

Non lo sapevamo che più avanti, nel corso degli anni, avremmo ripercorso le parole di allora, quei discorsi interminabili sulla spiaggia al tramonto, e che molto più arduo sarebbe stato andare contro corrente, risalire la strada come un sentiero di montagna non più battuto, dovendo tagliare gli sterpi e le fronde per poter ritrovare il tragitto. E infine ritrovarsi delusi perché il ricordo non riesce a ricostruire, può solo arguire, supporre connessioni, trovare un senso alle decisioni solo per sentito dire, solo con la mediazione del sogno e del desiderio, con l’interpretazione. E passare alla realtà dà un gusto denso, lascia il sapore di amare illusioni.

 

HEIDI MALOTT, “PEOPLE WATCHING”

sabato 3 maggio 2014

Una nenia triste e desolata

 

“Era la notte bianca di Natale
ed era l’ultima notte degli alpini;
silenzioso come frullo d’ale
c’era il fuoco grande nei camini”

Ascolto “L’ultima notte” e non riesco a non pensare alle enormi sofferenze che patirono quei giovani italiani, acuite dalla sprovvedutezza del governo fascista. Non erano equipaggiati, non erano adatti a quel terreno pianeggiante, non era colpa loro se l'Italia era alleata della Germania e Mussolini non perdeva occasione di compiacere Hitler, trovatosi impantanato nell'inverno russo come già Napoleone. Dalle trincee scavate nel ghiaccio ma riscaldate in riva al Don, dove si trovavano il 16 gennaio 1943- a Novo Kalitva, a Kulakovka, a Pavlovsk, a Belogorie, a Karabut - questa massa di soldati in ritirata nell'inferno bianco percorse centinaia e centinaia di chilometri, un passo dopo l'altro nella tormenta a 30 gradi sottozero, le barbe lunghe incrostate di ghiaccio, gli occhi cisposi.

Nella pianura grande e sconfinata
e lungo il fiume - parea come un lamento -
una nenia triste e desolata
che piangeva sull’alito del vento”

Ascolto "L'ultima notte" e cammino anch'io con quei soldati, con i sergenti e i capitani che ancora incitano a resistere, con chi ha perso il suo plotone ed è sbandato, con la coperta troppo leggera sulle spalle e un bastone in mano, con il fucile che sega il braccio.

Cammino e guardo chi si è fermato per sempre bocconi nella neve sognando l'Italia lontana, chi dà fuori di matto e gioca con la rivoltella, chi butta via tutte le scartoffie della fureria che portava sulla slitta e ci mette i feriti, li copre come può e li trasporta aiutato dal mulo fedele. Centomila, forse più, in marcia nel deserto bianco, tra un giorno e l'altro, tra una notte e l'altra, un po' di riposo in un'isba affollata, a litigare con i tedeschi che vogliono per loro i posti migliori. E poi gli scontri con i partigiani russi, il parabellum e la stufa, il grasso dei mitragliatori.

Nella testa un pensiero solo: casa. La casa, l'Italia, le valli di montagna, i paesi di campagna, le città. La mamma, la moglie, la fidanzata. Casa. Per andare avanti, per non fermarsi e diventare un'altra croce che poi i girasoli copriranno nell'estate russa.

E alla fine, dopo l'ultimo combattimento a Nikolajewka, ecco la meta: C'è il generale Reverberi in piedi su un cingolato tedesco a salutare gli eroici superstiti. Eroici perché sono rimasti vivi: il bollettino delle autorità russe lo conferma: "Il Corpo d'Armato Alpina deve considerarsi imbattuto in terra di Russia". Erano partiti in 60.000, ne sono tornati solo 12.000. Ma ce n'è di strada da percorrere: prima a piedi nella campagna ucraina, poi sui camion, infine sui treni, per poter arrivare in Italia, a Bolzano, e non essere neanche ringraziati...

Cammina cammina
la guerra è lontana
la casa è vicina
e c’è una campana
che suona, ma piano:
Din, don, dan...
Che suona, ma piano:
Din, don, dan...

 

ritirata

sabato 26 aprile 2014

Il maestro

 

Don Angelo è segnato dalla malattia: ha la voce flebile e una debolezza nel fisico, già salire le scale per lui è un problema. Ma è un filosofo, il mio antico maestro, e come tale prende la vita. È anche sacerdote, e in Dio trova la forza.

Abita un locale di una vecchia cascina, con il camino e un soffitto tondeggiante che mi ha ricordato i trulli pugliesi: nella stanza ha sistemato un piccolo letto per evitare di salire le scale, il tavolo è ingombro di libri e fogli di appunti, così come sopra il camino sono ammassati altri libri, accanto alle immagini della Madonna e del Sacro Cuore. Sulla credenza un piccolo televisore e tre brocche di rame; ai lati due sedie in stile Impero e un enorme calderone di rame , “Fa acqua da tutte le parti - dice lui - ma costerebbe troppo stagnarlo”.

Abbiamo ricordato i tempi in cui ci insegnava la gioia delle Lettere, abbiamo ricostruito come un puzzle quei giorni ormai lontani, tessera dopo tessera, fino ad ottenere un quadro quasi completo. E abbiamo parlato di libri, i libri che anch’egli accatasta per terra, non essendovi sugli scaffali più posto per ospitarli. Ha apprezzato la mia predilezione per il Novecento e per il romanzo americano: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck.

“Leggo i libri che vengono premiati adesso: sì, c’è eleganza, estetica come diciamo noi filosofi, ma non c’è contenuto, non c’è sugo” ha detto. Poi mi ha esortato a scrivere, narrativa, poesia. Mi ha lusingato il complimento che mi ha fatto: “Già allora scrivevi bene, univi armonia e profondità”. E mi ha congedato regalandomi tre volumi di storia della filosofia. “Così, quando c’è qualche disputa, vai a rileggerti i testi dei filosofi”.

E allora, comincio: Aristotele, Etica Nicomachea: “Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene...”

1994

 

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JAN LIEVENS, “IL PRINCIPE CARLO LUIGI CON IL SUO MAESTRO”