sabato 28 dicembre 2013

Paolo e Maria

 

La donna stendeva i panni sul balcone, oppure armeggiava con straccio e spazzolone o ancora bagnava i bei gerani cascanti. L’uomo usciva per andare al lavoro. Lei era la sua nuova vicina di casa. Per qualche giorno si limitarono a guardarsi, poi lui osò un timido gesto con la mano, non proprio un saluto convinto, solo una certificazione di aver notato quella presenza. E lei rispondeva con analogo gesto al quale aggiunse, un paio di giorni dopo, anche un mezzo sorriso.

Fu dopo una settimana che passarono ai «Buongiorno». Ormai l’estate stava divampando come un incendio e le mattine erano limpide e serene. Nessuno dei due seppe perché all'improvviso aggiunsero i loro nomi. «Buongiorno, Maria». «Buongiorno, Paolo». Erano andati di nascosto a leggere la targhetta sulla cassetta delle lettere e sul citofono. Si incontrarono in paese anche, una volta che lui era andato dal medico e lei dal prestinaio. Fu in quell’occasione che passarono al «Ciao», lasciato cadere distrattamente come un fazzoletto in una commedia.

È la fine di luglio, ormai. «Ciao, Maria». «Ciao, Paolo». A questo punto un giallista proseguirebbe la storia trasformando l’uomo in un serial killer e la donna in una vittima. Lui la  sevizierebbe e la ucciderebbe in modo lento e brutale prima di farne sparire per anni il corpo. Un sociologo idealista invece disegnerebbe lei come una disoccupata di lungo corso e lui come un imprenditore avveduto che le offre finalmente un lavoro atteso per anni. Un romantico li traghetterebbe in un amore senza tempo, lui principe azzurro galante e lei bella cenerentola riscattata.

Invece. Invece nulla.  «Ciao, Maria». «Ciao, Paolo». Anche questa mattina si salutano e la storia rimane lì, armata di tutti i suoi possibili futuri. Magari, adesso che lui va in ferie, avrà finalmente tempo e coraggio per suonare quel campanello e presentarsi con un mazzo di fiori. Come? Questa è la storia romantica? Be', certo... E cosa credevi? Paolo sono io.

 

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FABIAN PEREZ, “BALCONY AT BUENOS AIRES”

sabato 21 dicembre 2013

I pastori

 

Il bivacco era presso un anfratto della roccia, il fuoco scaldava anche la pietra. Era piacevole restare lì addossati, sentire quel calore che penetrava le ossa. Zeev guardava da lassù le pecore e si sorprendeva ad osservare le faville che salivano arancioni verso il cielo, ad incrociare quella stella bianca e luminosa con la scia che da giorni splendeva. Più  in basso c’era Reouven: l’aveva sentito muoversi qualche minuto prima per andare a recuperare un agnello che si era allontanato pericolosamente dalla madre. Hadas stava suonando nel flauto una melodia malinconica. Certamente pensava alla sua promessa Saffira e si intristiva per la lontananza.

Zeev era immerso in questo pensiero, gli sembrava che le faville del falò danzassero in qualche modo seguendo la musica di Hadas, quando un bagliore lo accecò all’improvviso e lo riempì di spavento. Sembrava fosse già sorto il giorno da molte ore e invece non era che piena notte. Si portò la mano destra alla fronte, a mo’ di visiera, e riuscì a scorgere la fonte di tale luce innaturale: stentava a credere ai suoi occhi, li sfregò anche, ma era tutto vero. C’era un angelo, con vesti sfolgoranti e le ali candide. Un messaggero del Signore. Zeev si fece più vicino, come attratto da quella luce. E si trovò con Reouven e Hadas. C’erano anche i fratelli Gavriel e Yacoov ed Eleazar, che pascolavano anch’essi nel prato più a valle ed erano saliti a vedere.

«Non abbiate paura» disse l’angelo e Zeev pensò che quella fosse la voce più deliziosa e soave che avesse mai udito nei suoi quindici anni di vita. «Vi annuncio una grande gioia» riprese l’angelo ,«oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore. Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Non aveva ancora finito di parlare che il cielo si riempì di altre figure: angeli, spiriti, Zeev non sapeva bene. Era completamente frastornata dall’apparizione, che intanto aveva cominciato a lodare Dio e a cantare la sua gloria. «Pace in terra agli uomini di buona volontà» e a Zeev sembrava una cosa bella, una cosa buona e giusta che tutti vivessero in pace, che l’amore trionfasse nel mondo. Quante volte aveva fantasticato su un mondo così nelle lunghe notte di veglia al gregge, nei pomeriggi quando rimaneva sdraiato nei campi a farsi solleticare il viso dai papaveri mossi dal vento.

Gli angeli se ne andarono, tornò il buio e quella stella lunga sembrava più vivida adesso, nel cielo così scuro. «Andiamo! Andiamo a Betlemme!» disse Eleazar, che era il più anziano tra i pastori, «non abbiate paura, andiamo a vedere il bambino di cui ha detto l’angelo.» Scesero in fretta dalla collina e giunsero a una stalla di fortuna ricavata da un anfratto nella roccia. Vi avevano trovato riparo tante volte. Adesso c’era un bambino avvolto in fasce, nella mangiatoia piena di paglia. Fuori l’asino con cui erano giunti brucava tra gli sterpi. Eleazar vide la giovane donna che aveva da poco dato alla luce il bambino, aveva un volto radioso come quello di ogni nuova madre. Il padre era rintanato nel suo mantello e guardava il bambino come se fosse una cosa troppo grande per lui. Ma fece cenno ai pastori di avanzare. Yacoov osò prendere la parola: disse quello che aveva annunciato l’angelo, cioè che quello nella mangiatoia era il salvatore. La giovane madre, che aveva detto di chiamarsi Maria, sussultò. Poi rimase come assorta: evidentemente stava cercando di capire il significato di quella notizia.

Eleazar, Yacoov e suo fratello Gavriel, Hadas, Reouven e il giovane Zeev si inchinarono davanti al bambino, poi salutarono la coppia e se ne andarono considerando che tutto era davvero come aveva annunciato l’angelo. Si domandavano quale fosse la grandezza di quel bambino, quale il suo destino. Tornarono al pascolo, alle consuete occupazioni. Zeev alimentò il fuoco che si era quasi spento, lo riattizzò, poi si sdraiò su una pelle di pecora. Guardava quella stella lassù, quella con la coda.

 

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BARTOLOMÉ ESTEBAN MURILLO, “ADORAZIONE DEI PASTORI”

sabato 14 dicembre 2013

Il pontile

 

C’è un pontile di assi che poggia su alti piloni: è una lingua posticcia di terraferma che si inoltra nel mare, che si avventura fin dove possibile come una sfida alla natura. So che qualche volta ha vinto la natura, che con delle forti mareggiate ha piegato o distrutto quell’avamposto. Ma ogni volta con caparbietà qualcuno l’ha ripristinato e lo ha reso ancora più bello. L’ultima volta che l’ho visto ho faticato a riconoscerlo: c’era molto più legno che cemento e bandiere svettavano sul chiosco esagonale posto dove il pontile finisce con uno slargo a capofitto sull’acqua.

Allora, ai tempi di questa storia, c’erano assi consunte e piloni di calcestruzzo. Il temporale era finito da poco, nuvoloni scuri aleggiavano lontano, sulla costa. Ragazzi pescavano i granchi con mollette da bucato dove il fondale risultava più basso e li mettevano nei secchielli pieni d’acqua. Con me c’era lei, l’amore della mia adolescenza. Un ragazzo magro con un sorriso timido, una maglietta a righe e un paio di blue-jeans e una ragazza bionda con un vestito a fiori – simile a una dea vi direbbe il ragazzo, ma lui non fa testo: questa è la fotografia di quel momento, dunque. Il vento appiccica il vestito sul corpo della ragazza, esile e svelto, le disegna le due colline dei seni puntuti e la V dell'inguine. Gioca a sfiorare il viso del ragazzo con i capelli di lei, che è solita portarli legati ma che quel giorno, come per un capriccio del destino, ha deciso di lasciarli sciolti sulle spalle. La ragazza sta parlando di qualcosa, non ha importanza l’argomento: lui penderebbe comunque dalle sue labbra anche se parlasse di fisica quantistica o di filosofia del diritto. Le parole di lei gli bruciano sulla pelle, quasi come la carezza di quei capelli, gli occhi chiari gli penetrano l’anima. In effetti, lei gli sta parlando del loro rapporto, sta parlando d’amore. Adesso sono appoggiati alla ringhiera del pontile e guardano sotto di loro il mare, come una tentazione, mare ribollente di schiume, mosso e furioso. È in quel momento che il ragazzo pensa: l’amo talmente che se lei mi dicesse «Buttiamoci di sotto» tenendole la mano lo farei. Dovrebbe dirglielo. Dovrebbe. Ma il ragazzo è giovane e sciocco, e non glielo dice. Rimpiangerà per anni quel silenzio.

 

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FOTOGRAFIA © MAYDA MASON

sabato 7 dicembre 2013

La scarpa

 

Questa macchina del tempo è decisamente difettosa. Mi lamenterò con l’agenzia dei viaggi cronici. Ah, mi sentirà quella smorfiosa della reception. Come si chiama? Ursula… Non mi limiterò a mandarle una mail-pensiero, stavolta. Manderò il mio ologramma a schiaffeggiarla. Giuro che lo faccio, appena rientrato. E scriverò a tutti i webquotidiani per lamentarmi. Dovevano mandarmi a Salt Lake City alla Piazza del Tempio il 6 aprile del 1893, il giorno dell’inaugurazione. Mi ero già addobbato come un contadino mormone, pronto per prendere parte all’evento – e gliel’ho anche detto che sono un docente di storia delle religioni.

Invece… Invece, che freddo fa qui! E dove sono? E che anno è? Mi si è bloccato anche il crono-orologio. Anche il telefono-pensiero non prende. Non c’è nulla, neanche il Tempio. A dire la verità non si scorge un manufatto umano per miglia. Ma, signorina So-tutto-io dell’agenzia, dove caspita mi avete mandato? Rivoglio indietro i soldi del biglietto, vi citerò per danni! Io vi rovino! Chiaro che non mi servirò mai più dei vostri servizi. Dei vostri disservizi… Ah! Ah! Sono qui che rido tutto solo come un cretino in questa mezza palude.

Oddio! Che cosa ho schiacciato? Che cos’è questa roba strana?…

BZZZZZZZ…..

“Buongiorno, sono Ursula della Agenzia Viaggi Cronici. Ci scusi per il disservizio, signor Smith-Lavrov. C’è stato un guasto nel sistema temporale. Una cosa da niente, ma per pochi minuti il continuum è andato in tilt. Tutto bene? È a Salt Lake City nella mattinata del 6 aprile 1983? Me lo conferma? OK. Tutto bene allora, e non si preoccupi, il presidente mi ha incaricato di riferirle che non pagherà nulla per questo viaggio. Ancora buona giornata e ci scusi ancora”.

* * *

Luglio 1968. William J. Meister è ad Antelope Spring, nello Utah. Cerca fossili per la sua collezione e apre in due una roccia scistosa che promette bene. Ci mette un po’ a capire che cosa sia quello che vede dopo aver diviso la pietra: è l’impronta di una scarpa umana. Una scarpa destra per la precisione, che ha schiacciato un trilobite. La cosa più inspiegabile è che quella roccia risale al medio Cambriano, un periodo risalente a oltre 500 milioni di anni prima…

 

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