sabato 30 novembre 2013

Caffè e cioccolata

 

Dopo tanto tempo siamo qui, seduti al tavolino di un bar. Ci siamo imbattuti l’uno nell’altra dopo molti anni andando per il Corso con le nostre borse di acquisti per Natale. Cioccolata con panna, come sempre. Il mio caffè americano fuma nel bicchiere di cartone come nei telefilm che seguo con costanza. C’è musica in sottofondo, Anni ’80, probabilmente un CD di vecchi successi. Adesso passa “Through the barricades” degli Spandau Ballet. Ma questo caso dice di lei, di me come un oroscopo. Risveglia i suoi orecchini nel pomeriggio, li scuote tinnulo di sonagliere. Poi arriva “A flash in the night” e come un lampo nella notte ci folgora e ci abbatte - era la nostra canzone: gli archi prendevano vita nel cielo, ricadevano a un ritmo di tamburo mentre scoppiava tra noi il gioco dell’amore.

E lei piantava i suoi semi dentro me, le parole che disse allora sono divenute grandi piante oramai, dai loro rami pendevano solo frutti vizzi. Ne ho ricavato il legno solido della mia delusione, sono il re che siede su quel trono duro e scomodo. E come me, anche lei  magari pensava che sarebbero sbocciati fiori profumatissimi e splendenti. Ma nulla è accaduto. Conservo ancora una vecchia fotografia in cui lei sembra sorridere altera, ma forse è solo l’imbarazzo timido della sua adolescenza, lo scoprirsi donna nel piccolo bikini bianco. Così come la sabbia che, seduta sulla sdraio, tormentava con il piede destro disegnandovi un semicerchio. Si può quantificare l’amore? Quanto era in quel giorno lontano sulla spiaggia? Quanto è quello rimasto adesso, qui, in questo momento esatto, in un bar da dove possiamo scorgere le guglie del Duomo, le statue lasciate piovere come pugni di sabbia bianca in un enorme castello sulla riva del mare? C’è una percentuale? L’amore si disgrega? O si esaurisce come la carica di una batteria di cellulare? Oppure si riattizza come fuoco lasciato covare sotto la cenere?

Le parole nella luce della sera che scende danzano leggere come fiocchi di neve o lanugine di pioppi. Sembriamo ebbri adesso, come se non caffè e cioccolata ma whisky di malto avessimo bevuto. In realtà siamo solo due che si sono incontrati dopo tanto e si sono feriti con la lama del tempo. Volendo farsi male. Navighiamo tra i relitti del presente, senza sapere a quale isola approderemo e se approderemo. O se faremo naufragio lungo la vecchia rotta seguendo il fato. Sostiamo imperterriti, traffichiamo con i cellulari, ci scambiamo i numeri, li salviamo tra i contatti, ci scattiamo anche una foto ridendo da abbinare al nome. Ignoriamo l’avvenire, non ne diviniamo neppure l’immagine, l’occasione. Riprendiamo a navigare nella notte in attesa che arrivi la luce dell’alba.

 

coffee

CONNIE CHADWELL, “COFFEE BREAK”

sabato 23 novembre 2013

Come Pessoa

 

“Dorme nel sogno di esistere e nell’illusione di amare”: Fernando Pessoa pensava a me quando scrisse questi versi. In realtà pensava a un tipo d’uomo che si immedesima in un sogno, e indomabile lo persegue. Pensava a se stesso, Pessoa, che nel “Libro dell’inquietudine” scrisse ancora: “Nessuno si stanca di sognare perché sognare è dimenticare e dimenticare non pesa ed è un sonno senza sogni in cui siamo svegli. Nei sogni ho ottenuto tutto”.

Ecco: nei sogni io ho ottenuto tutto. Nei sogni io ho vissuto: dormendo esistevo, vivevo un’altra vita, come la volevo, come la desideravo, come la sognavo. Nei sogni ero il signore del mio regno, il despota assoluto che piegava al suo volere il destino. Nel sogno io ho amato lei, l’avevo tra le mie braccia. Nel giorno, nei territori concreti del reale invece possedevo soltanto l’amaro lavacro della mia nostalgia: e lei era un altro simbolo di malinconia. Infine, se proprio devo dirla tutta, lei, la donna reale, non era altro che un’immagine funzionale, che facesse al caso mio, una figura cui dare da recitare quella parte, una Beatrice da Commedia, un vaso che contenesse il mio sogno – quel mare infinito d’amore che da me sarebbe altrimenti traboccato invano. Ed è per questo che l’ho amata: incarnava in ogni gesto il mio sogno e soltanto grazie a lei aveva vita: era vero e involuto, un arzigogolo compiuto, una trama intricata di connessioni. Ma lei era solo un’illusione. Amavo il suo simulacro. E, come Pessoa, allora davvero posso dire: “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.

 

Pessoa

sabato 16 novembre 2013

LP

 

Ho trovato il vecchio giradischi in una scatola conservata in soffitta. Accanto c’erano anche i 33 giri, sigillati in un cartone con stampigliato il marchio della Vecchia Romagna. L’ho tolto dalla busta di cellofan, l’ho portato in salotto, ho collegato i cavi, ho infilato il jack di uscita nello stereo e ho messo un LP.

And the big wheel keep on turning neon burning up above and I'm just high on this world
Come on and take a low ride with me girl on the tunnel of love, yeah love love”.
Suonano i miei ricordi e mi sorprende il fruscio del vinile: quell'imperfezione mi apre gli occhi, mi dice quanto tempo sia passato. E la stessa sensazione ho provato nell’estrarre il disco dalla busta e porlo sul giradischi, nel posarvi attento la puntina tra un microsolco e l'atro; erano impacciati i miei gesti, desueti, da fruitore di nuove tecnologie. Neanche più l'asettica custodia dei CD, ormai la velocissima e ampissima scelta dell’iPod, di Spotify, della nuvola.

“Juliet the dice were loaded from the start and I bet and you exploded in my heart ”. Anche i miei ricordi sembrano diversi adesso, lontani, come vissuti da un altro: paiono rivestire addirittura un'importanza diversa, mi sembra che ora sia insignificante ciò cui davo valore e viceversa che sia molto più importante ciò che ignoravo perché lo ritenevo quasi irrilevante. Riecco le mie scelte sbagliate – a posteriori è facile giudicare, dire: avrei dovuto comportarmi così, avrei dovuto dire oppure tacere. Riecco i miei amori perduti, frantumatisi come un calice di cristallo caduto sul pavimento – non sono stati inutili, l’esperienza si costruisce così, frammento di vetro dopo frammento di vetro impari, o almeno ti accorgi che c’è una colla che può saldare quelle schegge.

“I wanna live on solid rock, I'm gonna live on solid rock , I wanna give I don't wanna be blocked , I'm gonna live on solid rock”. Alzo la puntina con un gesto che ormai non mi è più abituale, tolgo il vinile e lo ripongo nella sua custodia rossa e turchese riponendovi insieme anche i miei antichi ricordi.

 

Giradischi

sabato 9 novembre 2013

Il cuore e la ragione

 

Era una sera di luglio, afosa e pesante dopo una giornata in cui il sole aveva picchiato come un fabbro sulle spiagge, sulla tela degli ombrelloni, sui corpi arrossati di villeggianti del nord Europa. Ora che era sceso il buio, svolazzavano falene intorno ai lampioni e l’odore della pineta si spandeva nell’aria calda come la scia di profumo lasciata da una bella donna.

La ragazza sedeva sul bordo della fontana, forse per sentire un po’ di fresco. Indossava pantaloni bianchi e una t-shirt chiara a righe. Aveva uno sguardo triste, l’allegria della sera in compagnia le era estranea. Raccolsi il mio coraggio – ero un ragazzo timido allora – e mi sedetti al suo fianco. Le chiesi che cosa avesse, se in qualche modo avessi potuto strapparle un sorriso. Essere timido aveva il suo vantaggio: suscitava nelle ragazze l’istinto materno, la curiosità di spaccare la scorza per vedere cosa c’era sotto. Lei mi parlò di un ragazzo che preferiva la pallacanestro a lei, che l’aveva lasciata lì da sola per andare ad assistere ad un incontro di basket in qualche palazzetto di provincia. «Che infamia» dissi per consolarla, «come si può preferire lo sport a una bella ragazza!». Sorrise, spalancò le labbra nel più meraviglioso sorriso che avessi mai visto. Mi innamorai. Mi innamorai di quel sorriso. Mi innamorai di lei.

*

    Passò fugace come una cometa nei miei giorni, nella mia estate: così riuscii a definire la sua presenza al mio fianco. La mia cometa. Anni dopo, quando la Hale Bopp rimase accesa per mesi nel cielo, pensai che mi ero ingannato. Il suo volo nella mia vita era più simile allo schianto di un meteorite: un lampo ed era passata. Pensavamo di avere tutto il tempo davanti a noi e invece il tempo ci mancava. Fu questo a perderci, eppure allora lo ignoravamo. Un lampo e l’amore si incenerì come la tundra di Tunguska. Lei divenne la stella caduta nei miei ieri: rimaneva soltanto come un lontano bagliore sempre più fievole il suo ricordo.

*

Si incontreranno mai le nostre strade? O – come è più probabile – le parole “mai più” sono stampate, anzi dolorosamente incise sulla nostra pelle con uno stilo arroventato? Solo nel sogno è possibile un altro percorso comune? Solo nell’utopia del desiderio, dei castelli costruiti in aria, ci sono tratti di vie che paralleli scorrono e poi miracolosamente si intersecano? La realtà, la ragione dicono invece che sarà per sempre l’oblio, che le memorie di quei giorni sbiadiranno come cartoline lasciate al sole nel vetro di una cristalliera. Ma la realtà, la ragione, in fondo, che ne sanno dell’amore?


 

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FOTOGRAFIA © HD WALL CLOUD

sabato 2 novembre 2013

Il colonnello

 

Il colonnello D. guidava un vecchio Volkswagen Maggiolino color scarabeo, aveva una barba sale e pepe e la fama di pazzo: i soldati lo temevano per le punizioni che spesso distribuiva a casaccio, senza senso. Al campo estivo di Ponte di Legno, per dire, diede sette giorni di CPS ad una sentinella che, fedele alla consegna ricevuta, rimase in silenzio quando lui, di ritorno dal paese a mezzanotte, lo interpellò: «Parla, rispondimi! Sono il tuo comandante!». All'adunata del mattino fu lui stesso a raccontare il fatto, rosso in viso, furibondo, e qualcuno di noi si immaginò la faccia che aveva la sera prima, quella di Michelangelo quando scagliò via il martello perché il suo Mosè non parlava. Quella volta tutti lasciammo con grande fretta lo spiazzo e ognuno quel giorno compì il suo dovere con grande diligenza e attenzione. Sempre in quel campo estivo il colonnello un giorno sorprese le guardie addormentate nella tenda che fungeva da corpo di guardia: stavano riposando, com’era giusto che fosse, mentre un altro soldato era alla sbarra. La punizione immeritata fu anche per loro sette giorni di CPS.

Ma il colonnello D. era burbero anche in caserma: punì un caporale per essersi attardato un po' di più alla pausa spaccio delle quattro: stava seguendo una tappa del giro d’Italia che attraversava il suo paese. Nessun lavoro sembrava ben fatto, c’erano sempre foglie da raccogliere, piatti e pavimenti da rilavare, magazzini da mettere in ordine. Quando il fischietto e il rombo del Maggiolino annunciavano che il colonnello aveva varcato il cancello ed era uscito, tutta la caserma, dai soldati ai sergenti, dai marescialli ai sottotenenti, persino i muri credo, si rilassava, paventando il momento in cui il fischietto avrebbe annunciato nuovi guai.

Rimasi solo un mese in quella caserma diretta dal colonnello D., poi venni trasferito. Ritornai solo all’atto del congedo, per soli tre giorni. Per oltre nove mesi però avevo udito parlare - mi trovavo in un’altra caserma della stessa città - di punizioni strane e immotivate, gli ex compagni nei bar mi raccontavano storie surreali ed episodi strambi in cui il protagonista era il colonnello. Così, tornando nella sua caserma, tolsi la spilletta metallica con il numero 5 dal fregio del cappello - mi avevano detto che faceva scattare la punizione -e nascondevo i capelli troppo lunghi da congedante, cercavo di girare al largo il più possibile. Però facevo male: il colonnello D. ci firmò libere uscite per quei tre pomeriggi e lo trovai affabile il mattino in cui mi consegnò il congedo: «Bravo, hai svolto un buon lavoro. grazie. E auguri per la vita da civile». Se si accorse che ero rimasto a bocca aperta non lo so... Poi mi ripresi e lo salutai, stringendogli la mano.

21 giugno 1999

 

Colonnello