venerdì 25 ottobre 2013

Un piccolo passo

 

Il pomeriggio del 21 luglio del 1969 i televisori, quei vecchi televisori bombati, con un paio di manopole e senza telecomando, trasmettevano naturalmente l’evento del secolo, forse del millennio: il primo uomo aveva messo piede sulla luna. Nel bianco e nero molto sgranato il pianeta di polvere grigia riempiva tutto lo schermo e un ometto vestito come un pupazzo, con mosse da pupazzo, scendeva una scaletta e posava il piede goffamente sulla superficie.

Un bambino di neanche cinque anni quel pomeriggio aveva la febbre e non poteva uscire a giocare in giardino come sempre. Avrebbe voluto vedere i cartoni animati, ridere delle malefatte di Bugs Bunny, di Duffy Duck, di Wile Coyote, di Porky Pig. Non era come adesso che le televisioni riempiono centinaia di spazi nella lista del digitale terrestre: i canali erano soltanto due, il Nazionale e il Secondo. C’era anche la Televisione Svizzera, in Lombardia. E le trasmissioni iniziavano solamente alle 17 in inverno e alle 18 in estate. Quel bambino dunque, verso le sei del pomeriggio, era molto deluso perché invece dei Looney Tunes c’era un signore con gli occhiali spessi e il ciuffo biondo che con entusiasmo mostrava di continuo quella scena con l’ometto che scendeva da una scala.

Rincasò il padre del bambino. Aveva lavorato tutto il giorno a Milano ed era tornato in treno. Era un po’ stanco perché alle quattro del mattino era ancora lì attaccato al televisore a guardare quel “piccolo passo per l'uomo ma un gigantesco balzo per l'umanità”. Aveva pensato spesso a Neil Armstrong durante il giorno, a quella bandiera a stelle e strisce ferma nell’aria lunare senza vento. Rincasò dunque, e vide il bambino un po’ deluso davanti al televisore. Capì subito il motivo di quella delusione. Toccò la fronte al bambino, gli spettinò dolcemente il ciuffo, poi lo prese sulle ginocchia e gli disse: «Quella è la luna. Questa notte tre uomini partiti dalla Terra sono arrivati fino lassù. Pensa, un giorno forse ci potrai andare anche tu». Quel bambino avrebbe poi letto Jules Verne e la storia di Cyrano de Bergerac, si sarebbe appassionato ad Astolfo e all’Orlando Furioso, alle Cosmicomiche di Italo Calvino. Ma quel pomeriggio, ancora ignaro di tanta letteratura, quella luna dopo che suo padre gli aveva parlato così, non gli sembrava poi tanto lontana. Quando si mise a tavola per la cena disse alla mamma: «Sai, forse un giorno andrò anch’io sulla Luna...»

Quel bambino di neanche cinque anni ero io. Non sono andato sulla Luna. Non ci andrò mai. Ma ho imparato il valore che può avere un sogno. Qualunque sogno.

 

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sabato 19 ottobre 2013

Otto anni dopo


Il lago scivolava via d'un verde turchino dall'aspetto oleoso. I battelli della “Navigarda” attraccavano con puntualità e Giovanni li accompagnava con lo sguardo: da puntini in movimento si accrescevano fino ad essere riconoscibili e dopo l'attracco e la breve sosta in porto rimpicciolivano fino a scomparire all'orizzonte.

Tra la gente scesa dall'ultimo battello Giovanni riconobbe un volto noto ed ebbe un tuffo al cuore: “Anna!” gridò come mosso dall'istinto. Non riusciva a capacitarsi: perché mai aveva gridato a quel modo senza nemmeno pensarci? Anna si avvicinò: non era sola, infatti con lei un'altra ragazza si era staccata dal gruppo che guadagnava l'usci-ta del porto. “Ti avevo lasciata ragazzina e ora sei una giovane donna” disse Giovanni un po' imbarazzato come se il passare del tempo fosse qualche cosa di innaturale. Anna citò Virgilio: “Fugit irreparabile tempus” e dopo un sorriso presentò Valeria, la ragazza che era con lei.

“E ora che fai?” chiese Giovanni, che si sentiva sempre più impacciato, forse anche per la presenza di Valeria. “Lavoro all'albergo con i miei. E tu, cos'hai combinato in tutti questi anni?”. “Ho scritto: articoli, libri, poesie, di tutto“. Voleva aggiungere: “Sono ancora solo” ma la vista della snella Valeria lo inibì. Pensò che Valeria era molto simile all'Anna di quei tempi andati, l'Anna diciottenne che aveva baciato una sera lungo il mare e che la mattina dopo era partita. “Ho fatto anche il militare e sono sempre libero da vincoli” aggiunse senza riuscire a esprimere quel “solo” che gli ronzava nella mente. “Neppure io mi sono sposata” disse Anna guardandolo ancora più a fondo negli occhi.

Il sole tramontava nel lago, accerchiato da nubi che ne diminuivano la luminosità. “Avete fretta? Posso offrirvi qualcosa?” domandò Giovanni e, rassicurato dalle due donne, si diresse con loro al caffè di fronte al porto. Ordinarono tre coppe di gelato. Valeria interloquì: “Così, tu scrivi. Mi piacerebbe moltissimo. Io ogni tanto butto giù qualche poesia, ma trovo difficoltà nell'esprimermi in prosa“. Giovanni iniziò ad elencare le soddisfazioni e le difficoltà della sua professione e si interruppe per l'arrivo del cameriere con i gelati. Continuava a pensare che Valeria, più della stessa Anna, rassomigliava all'adolescente di quella sera in riva al mare.

Anna finì la sua coppa e ruppe gli indugi: “Giovanni, purtroppo ora dobbiamo proprio andare. Sei stato davvero gentile” e ciò detto si alzò per andarsene. Giovanni stentò a riconoscere l'Anna che aveva amato, così socievole, così attaccata ad ogni conoscenza. Come ridestandosi da un sogno, trovò la forza di chiedere: “Dove posso trovarti?”. Allontanandosi, Anna gli gridò il numero di telefono.

(14 maggio 1990)

 

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RICHARD BOYER, “CAFÉ IN ST. REMY”

sabato 12 ottobre 2013

Seguendo la voce di Venezia

 

Dopo molti anni sono tornato a Venezia. E l’ho fatto con lo spirito del viaggiatore e non del turista, come mi piace quando visito una città. Per questo ho seguito il consiglio di Tiziano Scarpa, scrittore veneziano: “Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All'Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona”.

Così ho fatto: mi sono perso, mi sono lasciato condurre per le calli, per i ponti, per campi e campielli seguendo l’ispirazione del momento, una luce, uno slargo o al contrario una strada che si apriva tra i muri come una fessura. Ho lasciato che fosse Venezia a chiamarmi, a guidarmi, a suggerirmi il percorso. Una bifora, una bandiera, una teoria di panni stesi, un riflesso rovesciato nell’acqua lucida di un canale, un campanile apparso all’improvviso dopo una delle tante curve o emerso da un sotoportego, un palazzo fiorito scendendo da un ponte in qualche fondamenta.

Ed ho potuto sentire l’anima di Venezia, il suo canto sommesso e misterioso, la sua bellezza antica e piena di storia, le leggende dei dogi e dei nobili. Ho scorto qua e là il fantasma di una bautta, l’ombra di Casanova, lo spettro di Goldoni, lo spirito di Vivaldi. Ho colto quel suo fascino sottile che emana dai campielli deserti dove spicca una vera da pozzo, dai balconi fioriti, dalle facciate dei palazzi.

Certo, mi sono avventurato anch’io fino al Ponte di Rialto, fino al carnaio umano di Piazza San Marco. Ma mi sono allontanato subito, via da quella folla che prende la città per un enorme parco dei divertimenti, per una Disneyland sull’acqua. Io fotografavo Venezia, cercavo di immortalarne la grazia, di imprigionarne un pezzetto nel piccolo file digitale, i turisti erano invece impegnati a fotografare se stessi in posa davanti al campanile o alla basilica o sulle balaustre di Rialto.

Me ne sono andato verso l’Accademia, perdendomi ancora una volta da Campo San Moisè in là per Calle delle Ostreghe, per Calle dello Spezier, per Campo Santo Stefano, assaporando la lingua veneta sulla lingua come un dolce. Perché viaggiare non è vedere un posto, non è sedersi quasi annoiati su una panchina, non è ciondolare tra un monumento e l’altro come per un contratto: viaggiare è un atto di amore con una città.

5 ottobre 2013

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 5 ottobre 2013

Breve tramonto

 

Nella stanza già era buio: le ombre della sera sembravano già calate.

Ma fuori una larga lama di sole, dell’ultimo sole, accendeva di luce la campagna spazzata dal foehn, che ululava caldo e minaccioso.

Sotto un cielo cupo, pur essendo ancora nelle tonalità dell’azzurro, le colline luminose brillavano di riflessi rispecchiati dai vetri delle case disseminate qua e là come i granelli di zucchero sulle ciambelle. Le ombre dei rilievi e delle forre erano perfettamente visibili, simili ai crateri lunari nelle notti in cui l’astro è pieno.

Piccole vaporose nuvole bianche, inconsistenti come garza, come il tulle dei tutù delle ballerine, sovrastavano la sommità tondeggiante delle colline.

Più vicino, sulle case dipinte di bianco, la luce era proiettata come su uno schermo cinematografico, d’un giallo vivo. I tetti erano di un rosso altrettanto vivo, quasi sanguigno, e l’ordine delle tegole vi spiccava con evidenza.

Gli alti monti a nord vivevano di luce riflessa: il primo, di un verde azzurro, il colore che ha la spuma dei fiumi tumultuosi che si gettano nelle rapide; il secondo quasi violetto, simile ai riflessi di una brocca di vino rosso. Entrambi erano liberi dalla neve, pur essendo gennaio.

Lo spettacolo non durò che pochi minuti, forse dieci, forse quindici: questa era la cosa più straordinaria, questa era la sua importanza.

10 gennaio 1995

 

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PAM CARTER, “ROOM WITH A RUM VIEW”