sabato 27 luglio 2013

Nel tramonto

 

La luce del tramonto cola liquida, riversa i suoi colori sulla sera, ne fa acquerello. Ma adesso è tempo di separarci, è ora che tu mi lasci andare via senza aggiungere parole. Perché io non ti ferisca, perché tu non mi ferisca. Perché non ci tradisca la dolcezza di questo crepuscolo, perché non ci entri nel sangue accendendo nuovi sogni e nuovi desideri, attizzando l’antica fiamma ormai spenta.

Perché potrei anche umiliarmi e chiederti di perdonarmi, perché potrei fare la pazzia di svilirmi e restare qui tra le tue braccia, arrendermi a questo amore che non vuoi e non voglio. Per non cadere nel deliquio di questa atmosfera mi aggrappo alla realtà, osservo le trame delle nuvole, ce ne sono d’oro e di rame, altre sembrano piombo fuso, il vermiglio del sole che precipita le tinge sui bordi di una luce di fiamma. È una sera che stilla romanticismo ed è proprio quello di cui non abbiamo bisogno. Ci sarebbe servita una grigia giornata di pioggia, malinconica e triste per dirci addio, per rassegnarsi a queste strade che divergono – perché la ragione ci dice che devono divergere ma il cuore vorrebbe continuare il suo tragitto a dispetto delle paure.

Ti avvicini. Se adesso mi bacerai, so che non saprò resistere e non andrò più via. Con una mano mi sfiori la tempia. È un gesto d’addio oramai, lo so. Forse è proprio quello che mi serviva, che ci serviva, per prendere il largo e abbandonare questo porto. Accarezzo la mano che mi ha sfiorato la testa e mi volto per non guardare quegli occhi che brillano di pianto. Infilo la porta: un’altra vita comincia. In strada collane di lampioni, è già buio verso est. Dall’altra parte c’è solo una brace rossastra che arde sulla pianura.

 

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DAVY BROWN, “SUNSET OVER ARRAN”

sabato 20 luglio 2013

Ora di punta

 

Paola è sul treno. Ormai il Frecciarossa sarà dalle parti della stazione di Rogoredo, tra i capannoni della prima periferia e i magazzini ferroviari. Giovanni è appena uscito dalla stazione di Porta Garibaldi portandosi negli occhi quei vagoni rossi in movimento, il gioco di specchi dei finestrini. È rimasto ancora un po' sotto la volta buia, poi ha infilato l'atrio dal pavimento di marmo ed ora è fuori, come una piccola formica al cospetto degli enormi grattacieli della piazza. Non è la prima volta che accompagna Paola alla stazione: si vedono così da quando lei è scesa a Roma per lavorare. Nessuno dei due ha mai pensato di mettere fine al loro rapporto, nessuno dei due ha pensato che le distanze siano un ostacolo in grado di frantumare l'amore.

Ma questa volta, ha provato qualcosa di diverso: si sono stretti più forte del solito, si sono baciati più a lungo, hanno indugiato nel tenersi la mano. I discorsi sono rimasti nella gola, soltanto sguardi, intensi sguardi che il silenzio moltiplicava. Cinque giorni. Cinque giorni senza di lei, fino a venerdì sera, quando sarà Giovanni a scendere a Roma con il Frecciarossa. Ormai è da due anni che va avanti così. Però non si sa spiegare perché stavolta lei gli manchi così tanto. Sale in auto e parte, verso il garage sotterraneo dove parcheggerà prima di andare in ufficio.

Sta lì con la sua malinconia, al volante, nel traffico dell'ora di punta. E la radio sembra capire il suo stato d'animo, passa una musica di struggente tenerezza, un brano americano usato spesso nelle colonne sonore di film strappalacrime. È lì, in Piazza della Repubblica, mentre guarda il cielo che le catenarie del tram trasformano in una monocroma opera di Mondrian che Giovanni capisce: è la solitudine che gli pesa, tornare a casa e ritrovarla vuota, doversi cucinare qualcosa... Certo, parla via Skype con Paola tutte le sere, ma vorrebbe averla con sé, vorrebbe sentire la sua presenza nella stanza, volgersi improvvisamente per dirle qualcosa, per commentare il film che guarda alla televisione o una notizia del telegiornale, chiedere consiglio sulle cose da comprare per la cena, sui vestiti da mettersi.

L'auto dietro di lui suona il clacson, il semaforo è diventato verde. Giovanni alza una mano in segno di scusa e riparte. Non c'è soluzione, si ripete. Trasferirsi a Roma, certo. Ma dove lo trova un posto di lavoro a cinquant'anni? La carriera non gli importerebbe... È arrivato.  Infila l'auto nello stallo a lui riservato e prende l'ascensore. Si sorprende a fischiettare il motivo sentito alla radio. “Forza, Giovanni” si dice per farsi coraggio e tirarsi un po' su, “manca soltanto un mese alle ferie di agosto”.

 

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BRENT HEIGHTON, “METROPOLITAN STATION”

sabato 13 luglio 2013

La loquace

 

Parlava di quella sua voglia d’antico, seguendo forse con Gozzano il rimpianto e l’abbandono. Deprecava i mercatini con antichità troppo recenti, falsi compresi, e gli anacronismi di certe monete che del resto basta guardare solamente per capire: bordi lisci, lettere troppo precise, per non parlare del metallo. Gli antichi erano invece artigianali: usavano martelli e pinze e forza di braccia, oggi invece la quasi perfezione delle macchine crea la modernità.

Diceva con un po’ d’enfasi di un suo viaggio in Egitto, disturbata dai clic delle macchine fotografiche: avrebbe voluto vivere nel Settecento senza tanto progresso, in clima preindustriale, magari nella Francia dei lumi o nella Germania dei filosofi. In Italia... in Italia no. E invece ecco i computer e le fibre ottiche, i laser e gli elettrodomestici. Semplificano la vita complicandotela ancora di più. E noi stolti a crederci evoluti quando ne usciamo volgari e imbecilli, e cafoni irrispettosi senza più né morale né senso estetico o etico.

Sul divano di velluto allungò le gambe e appoggiò il tallone evidenziato dalla lunetta delle calze di nylon sul bracciolo. Chissà perché in quel lasso di tempo in cui ella tacque mi venne da pensare a un barbuto profeta che con la tunica vaghi per la città gridando “Egli è qui!” con il portamento di uno stilita.

Come supplicando un ascolto o perlomeno un dormiveglia quasi attento, riprese a parlare di qualcosa che c’entrava con Narciso: una formella o un dipinto, credo. E poi dell’idra. No, non del mostro di Lerna che Eracle combatté: l’idra, quell’insetto che galleggia sull’acqua, pare quasi un idrovolante.

«Piove!» esclamò improvvisa, poi un po’ più sommessa disse «Cade la pioggia» e io distratto solo allora capii e guardai fuori il cielo da chiaro fattosi scuro e sentii l’acqua scrosciare, e nel naso l’odore dell’umido che saliva dalla strada, come se insieme a me si fossero all’unisono ridestati i sensi, più vivi e più allenati.

Guardai che cosa facesse lei: distesa sul divano, taceva, Si era addormentata.

4 ottobre 1994

 

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JACK VETTRIANO, “ALONG CAME A SPIDER”

sabato 6 luglio 2013

Per un bacio

 

Un bacio sfuggì alle nostre bocche, amica mia, un poco rude e ansante ma fragoroso come un tuono, come un lampo di magnesio e chiamalo colpo di fulmine se ti aggrada. Ce ne rendemmo conto quando confusi parlammo di noi e con lo sguardo perso restammo immobili come due statue.

Ma tu pensa che balenio, che corda tesa all’arco di Cupido, che bufera di sentimenti schiumò il mare delle nostre anime per un bacio, per un bacio solo, contatto di due labbra, di due bocche, ché poi non divagammo. Non andammo – che so? – a porre io le mani a lisciare i tuoi capelli o a massaggiare il tuo bel piede nudo, a spingere tu la mia mano a carezzarti un seno per sentirne il calore.

Pensa che collisione, che affondamento di pensieri, quasi un Titanic, per un bacio, un misero isolato bacio.

 

7 ottobre 1994

 

Sealed with a Kiss

FLAMENCO DANCER, “SEALED WITH A KISS”