sabato 29 giugno 2013

Il poeta

 

Da una finestra a Ponente entra l’ultima luce del giorno, data quasi matematicamente dall’arancione che sbiadisce sopra i monti e dai primi lampioni per comodità accesi. Il cinereo pallore di quella luce rivela a occhi abituati e memori la parete con le stampe di dipinti ottocenteschi, una Classe di ballo di Degas, le Ninfee di Monet, il volto del Cristo in legno, cartoline dal mondo.

Sul letto una coperta a righe, tendine alle finestre, uno scrittoio e una libreria; un grande armadio completa la camera. L’uomo seduto al centro della stanza, un poeta, smette di contemplare il tramonto e accende la luce con uno scatto metallico che va a disturbare la musica ricca di suoni di sassofono che riempie la stanza come il caldo pulsare di un cuore.

Sullo scrittoio è posato un fascio di carte legate con un nastro di raso cremisi. Sembra abbandonato con noncuranza, deposto inavvertitamente tra un fermacarte opalescente di vetro di Murano che irradia riflessi luminosi e un portapenne americano di ceramica dal costo spropositato riempito di vecchie penne stilografiche. Invece, quei cartigli sono stati collocati con cura, anche se con mano un poco incerta, dal poeta, in un rituale quasi religioso: come se da quei fogli un aruspice avesse potuto trarre il futuro con gesti misurati, come si faceva con i visceri della vittima sacrificale.

Il poeta li ha soppesati nella mano, ha anche fatto due, tre volte il gesto di aprirli, di sciogliere il nodo e lasciarli spalancare con tutti i loro segreti sullo scrittoio al pari di un mazzo di fiori trattenuto dall’incarto. No, li ha semplicemente adagiati con delicatezza tra il fermacarte e il portapenne, apparentemente dimenticati sul piano di legno mentre il buio invadeva la stanza e il tramonto entrava prepotente a riportare ricordi quasi dimenticati.

Ore prima, stava riordinando il garage quando da una scatola di sigari posata sul culmine di uno scaffale polveroso era uscito quel fascio di carte. Seppe subito che cosa aveva rinvenuto: poesie di tanti anni prima, rimaste nell’oblio di quel nascondiglio, dimenticate a lungo, fino a che l’occhio non aveva scorto quel nastro cremisi. Aveva smesso di riordinare il garage, si era lavato le mani ed era rimasto ad osservare quel tesoro senza avere il coraggio di aprirlo. Ricordava...

 

Ma ora, ragionandovi, non riesce a spiegarsi quell’arcano timore che ha provato nel tenere le carte nel pugno Le prende senza più esitare, lascia cadere sullo scrittoio il nastro, che forma una macchia rossa sul ripiano e comincia a leggere il primo foglio:

NOTTE

Mi intromisi
nello scorrere del tempo.
Ti guardavo
- un tenero fiore di giada
ad ali chiuse.
Quando cantò un bacio,
mio amore,
la stella alle labbra
un altro tempo ci portò.

Il volto di una donna si impone violentemente alla memoria, vi si è insinuato già quando ha aperto la scatola di sigari. Il tenero fiore è lì, uscito dalla penombra della stanza, come proiettato sul muro, dove spicca tra le stampe la sua nudità. Il poeta ricorda quella notte: ebbro d’amore si era seduto a quello stesso scrittoio per vergare di getto quei pochi versi, gli era sembrato che il tempo fluisse nella penna, che fuggisse via tutto nelle parole ricordandogli che lei non era sua, che non lo sarebbe stata mai. E non lo fu.

Il sole si è inabissato nell’oceano dei monti, rimangono solo le strisce del suo passaggio come impronte di pneumatici su una strada sabbiosa, graffi lasciati nel cielo per non cadere giù. Il secondo foglio riporta un’altra poesia:

UN BACIO

Riprende stasera
la malinconia,
fatto oro il vetro.
Studiato con gentilezza
il mare,
solo un bacio rimane
come piccoli semi.
Incontrarla e fare a meno
delle labbra non potevo.
Mi ha premuto sul respiro
la sua improvvisa bocca socchiusa.
Non conoscerla non sapevo.
Non ha detto altro che
«Questa impossibilità d’amare»
e si è allontanata.


Li sente quasi ora quei baci appassionati, sente il seno morbido di lei contro il petto quando gli si stringeva nella sera dorata. E prova ancora l’amarezza infinita che gli rimaneva in cuore quando lei se ne andava. Ed arrivava, come in quel momento, la malinconia. Un groppo in gola: ecco il timore che paventava inconsciamente. Quel groppo in gola di quando lei se ne andò per sempre dopo aver tenuto un lungo discorso sull’amore impossibile che non poteva e non voleva vivere. Il poeta, a quel punto, si era perso, aveva lasciato che le parole di lei fluissero come un rubinetto lasciato aperto: «Un amore impossibile» si ripeteva in silenzio, «come i numeri impossibili» e cercava di ricordare cosa fossero... «Sarà colpa mia o colpa tua, ma così non va» concluse lei «Non sento niente». E se n’era andata lasciando memorie di sé: una fotografia scattata in una località turistica, fiori che appassivano, una raffinata rivista di moda.

C’è un’ultima poesia:

TI PENSERÒ

Ti penserò poggiata,
le braccia sulle ginocchia
e fuori la foga dell’acqua,
vis-à-vis con il caminetto
fingerò d’ignorare
che tu sia di un altro,
che per ignoti meccanismi
una notte mi abbandonasti.

Una lacrima scende lungo la guancia del poeta: il ricordo ha ferito la sua anima più di una punta acuminata, di una lancia nel costato. Tanti anni non sono bastati a cancellare la donna: permane in lui come un umore nel sangue, un’essenza in profondità, indelebile, indistruttibile.

La notte sta calando, accendendo i piccoli spilli delle stelle, i monti sono diventati ombre scure; anche la musica si è fermata. Il poeta ripesca in un cassetto la fotografia che lei aveva lasciato con i fiori e la rivista la notte che se n’era andata. Le rose erano seccate e le aveva gettate nella spazzatura, la rivista di moda aveva acceso più volte il fuoco nel camino. La fotografia invece è lì, ora, nelle sue mani. Guarda un’ultima volta quel viso, la bocca sorridente, i capelli raccolti in una coda, lo sguardo troppo dolce e poi lacera la fotografia, la riduce in piccoli pezzetti. Gli sembra di aver lacerato il suo stesso cuore.

 

Ribbon

sabato 22 giugno 2013

Laura

 

L’amore è il mistero delle tue gambe tornite che fanno voltare gli uomini per la strada. Me ne sono accorto, sai, che, quando succede, prosegui impettita e ti si legge in viso l’intima soddisfazione che provi. Ed è forse questo il fine cui miri la mattina quando impieghi tanto a truccarti, fard, fondotinta, mascara, e a fa­sciarti nei collant neri e in abiti eleganti. Ecco: non ti ho mai vista in jeans e scarpe da tennis. Anzi, sì, in una fotografia, ma eri ancora una ragazzina e i pantaloni che erano di moda allora, quelli larghi in fondo e di una tela secca, mortificavano il tuo corpo appena adolescente.

Ricordi i primi tempi del nostro amore? Ti avevo vista una volta al torneo serale di calcio e subito mi avevi colpito, saranno stati i tuoi capelli lunghi pro­fumati di shampoo, sarà stato il tramonto che incendiava gli alberi ad Occidente, sarà stato il modo in cui mi abbordasti - Scusa, tu a chi tieni? Poi ci incontrammo per caso in un bar: io giocavo a biliardo con tre amici, tu lavoravi come cameriera per racimolare qualche soldo per le tue spese da studentessa. Rimasi tutta la sera a guardarti portare caffè, camomille, whisky e grappini tanto che spesso mi distraevo dal gioco e i miei amici capirono subito che mi ero innamorato.

I nostri incontri furono così più frequenti e meno casuali: ci scambiammo il numero di telefono, ci demmo il primo appuntamento, uscimmo la prima volta insieme. Andammo in un piano-bar del centro, un ambiente fumoso dalle luci soffuse, e lì tra un frullato alla banana e uno scotch ci scambiammo il primo bacio e la prima promessa. Avevi voluto assaggiare il mio whisky e forse un po’ ti aveva dato alla testa perché quando ti alzasti per chiedere al pianista di suonare qualcosa di Battisti mi cadesti in braccio ridendo e io baciandoti il collo ti aiutai a sollevarti. Ti vidi appoggiata al piano parlare con il pianista e quando tornasti quello cantava “Vento nel vento”...Io e te... io e te... perché io e te? Qualcuno ha scelto forse per noi? Mi son svegliato solo poi ho incontrato te, l’esistenza un volo diventò per me e la stagione nuova dietro il vetro che appannava fiorì, fra le tue braccia calde anche l’ultima paura morì. Io e te, vento nel vento. Io e te, nodo dell’anima, stesso desiderio di morire e poi rivivere io e te... E quella canzone che avevi scelto tu divenne la nostra canzone in quella sera d’estate che si stava lentamente tramutando in notte. La luna era un’unghia appesa alle stelle e io an­cora ti baciai.

L’amore è il mistero tra le tue gambe che tu mi svelasti una sera quando il temporale ci sorprese con le biciclette in campagna e trovammo rifugio in un cascinale deserto. C’era un po’ di paglia e accendemmo un fuoco per far asciugare i vestiti. Eri così tenera con i capelli bagnati, sembravi un pulcino, e l’amore venne naturale. L’arcobaleno ci trovò abbracciati con i capelli pieni di paglia e una speranza nuova per la nostra storia. Tornammo a casa nelle strade di cellofan liberi e felici come due gabbiani. L’estate svanì nelle piogge e l’autunno ci portò la nostalgia e rubò tempo al nostro amore perché le scuole ricominciarono e dovevi studiare per la maturità. Ci incontravamo all’alba sul treno che ci portava a Milano. Arrivati sul viale della stazione tutte le mattine mi dicevi quanto ti piace l’autunno con i suoi colori e camminare sul tappeto di foglie secche. Dietro i fine­strini nasceva il sole rosso come un tuorlo d’uovo oppure si diffondeva una fumosa coltre di nebbia e intanto tu mi parlavi di noi o dei tuoi problemi.

Una mattina non c’eri e rimasi solo a guardare i campi coperti di brina pensando a te e ai tuoi occhi grigi. Allora è vero che l’amore nasce dal dolore perché quella mattina ti amavo ancora di più di ogni altra mattina quando tu eri seduta di fronte a me. Alla stazione Centrale incontrai tua cugina e seppi che eri malata, il pomeriggio mi precipitai a casa tua e ti trovai a letto con uno sguardo pieno di febbre. Sembravi un gattino così spettinata e svogliata e l’amore che provai allora forse non l’ho più provato. Ma forse non era amore, era solo voglia di proteggerti, di guarirti. E non è forse amore volere il bene per chi si ama? Un giorno poi tornammo al santuario del nostro amore, quel cascinale sperso nella campagna. Nascondesti una lacrima fugace dentro il fazzoletto e baciandoti ti sentii ancora felice. Un contadino che avevamo incontrato sulla strada ci offrì un grappolo di uva bianca e lo divorammo con lo stesso ardore con cui quella volta avevamo consumato il nostro amore. Passò Natale e la settimana in montagna piena di luoghi comuni e di skilift presi e ripresi. La sera il caminetto acceso ci riportava un po’ di poesia e le nostre ombre tremolanti sul muro erano un’ombra sola mentre fuori la neve cadeva soffice e silenziosa. Allora mi chiedevo spesso se eravamo felici e non trovavo risposta ai miei dubbi. Passò anche l’ultimo dell’anno in casa di amici con la musica assordante e io che continuavo a dirti - Dai, usciamo, andiamo a festeggiare il nuovo anno da soli su qualche panchina. E poi con Carnevale arrivò la primavera.

L’amore è il mistero dei tuoi occhi grigi, due tratti di mare dove i miei pensieri si perdono, due fari nella notte che scrutano la mia anima. E quella primavera li bevvi d’un fiato così che ora non li scorderò mai più. Mai più. La stagione cominciò tra i coriandoli di una festa in costume per Carnevale: vestita da dama del Rinascimento eri ancora più bella, i capelli raccolti, la scollatura ampia che mostrava l’incavo dei seni, i tuoi occhi grigi. Eri la mia regina. Nel mio costume da Cristoforo Colombo mi sentivo impacciato ma devo dire che stavamo proprio bene insieme. E come in quella festa anche nella vita stavamo insieme e gli amici ce lo ripetevano spesso. Eh sì, stiamo davvero bene insieme: forse è perché ci compensiamo, io che cerco di vincere la mia impacciata timidezza, tu che cerchi piuttosto di domare la tua gioiosa esuberanza. Io che mi trovo bene quando sono solo, tu che ti butti giù e cerchi compagnia. Come adesso che ti stringi a me mentre ti ricordo la storia di questo nostro amore. Come adesso che ti togli le scarpe e appoggi la testa sul mio grembo, lasci che io ti accarezzi e dici - Continua, ti prego. - E io continuo a ricordare.

Ricordo un campo di grano, i papaveri tra le spighe mosse dal vento, le biciclette abbandonate sul ciglio della strada e noi sdraiati sotto un cielo azzurro a giurarci nuovo amore, a prometterci di non pensare mai a ciò che la gente può dire e di vivere sempre in libertà. E il fiume lontano faceva sentire la sua voce passando tra le rocce, i grilli facevano la serenata alla nuova estate che nasceva portando il rumore delle trebbiatrici nei campi più remoti.

E ora sei tu a ricordare, parli con voce soave della maturità, di quelle giornate in giardino a studiare e io che ti aiutavo e che ti portai a scuola la mattina e apprezzasti molto quelle mie lunghe attese, forse più ansiose per me che per te che almeno ti dovevi impegnare. E io che leggevo il giornale e guardavo l’orologio e tu dalla finestra mi vedevi e provavi un’infinita tenerezza. Questi sono tra i momenti più belli dell’amore, quando si soffre per il bene dell’altro e non pesa la sofferenza se si pensa all’amore.

L’estate poi fiorì in riva al mare. E partimmo insieme alla fine di luglio, una corsa in autostrada dall’alba alle dieci e nei tuoi occhiali a specchio il Veneto e poi i campi di mais del Friuli. Trovammo una buona compagnia e ci divertimmo come matti. Una notte rimanemmo ad aspettare l’alba in spiaggia e si spegnevano le stelle ad una ad una e i pescherecci tornavano nel cielo rosa con le reti piene mentre i primi barconi arrivavano a dragare i fondali. Rientrando cogliemmo gli oleandri in un giardino e respiravamo l’aria frizzante che sapeva di sale.

Ed eri splendida la sera che fissammo come il primo anniversario del nostro amore e quasi litigavamo perché io sostenevo che io mi ero già innamorato di te il giorno del torneo serale, e tu dicevi che non ho mai parlato di colpo di fulmine e che non era stato quella volta che siamo stati al cinema a Bergamo e poi siamo andati da Balzer e lì ti tenevo le mani e ti baciavo intanto che aspettavamo la cioccolata e le paste: prima c’era stata la sera del piano-bar e non ti ricordi neppure della nostra canzone e della promessa che avevi fatto allora. Come al solito la spuntasti tu e dovetti ammettere che sì, era proprio così e quel 10 agosto era davvero il nostro primo anniversario e per farmi perdonare andammo a cena nel ristorante più chic con le aragoste e lo champagne, anche se tu preferivi una semplice pizza alla napoletana.

E a mezzanotte ti portai sulla spiaggia e c’era una luna piena e bianca che si sdoppiava nel mare e ti baciai e fu tutto come la prima volta, nonostante lo scenario diverso. Quel che conta è l’essere, non l’apparire come vogliono farci credere. Quel che conta è che noi allora ci sentivamo gli stessi di un anno prima e provavamo le medesime emozioni e le nostre anime erano una sola anima come quella doppia luna gigante. L’ultima sera, gli amici ci prepararono una festa sulla spiaggia e accendemmo un falò e qualcuno aveva portato la musica e ballavamo e ridevamo e ci baciammo e poi facemmo il bagno al buio. Sa­ranno cose banali che sembrano uscite da un film sugli anni Sessanta ma è banale sentirsi felici?

1987

 

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JACK VETTRIANO, “ANNIVERSARY WALTZ”

sabato 15 giugno 2013

Le amarene

 

Mi chiamo Romano, ho quasi sei anni e a ottobre andrò a scuola. Sono un figlio della lupa e la mamma mi ha cucito la divisa, quando la indosso però mi danno fastidio i calzerotti, mi pungono le gambe e me le fanno prudere. È perché sono di cafioc, mi ha detto la mamma, che è un materiale autarchico simile al cotone... ma che non è cotone... «Autarchico?» ho chiesto. Significa che sono prodotti che ci facciamo da noi perché non li possiamo importare dalle altre nazioni. Non ha voluto dirmi perché non le possiamo importare, ma io penso che siamo stati cattivi e ci hanno messo in castigo. Comunque quella divisa la devo mettere il sabato quando vado all'asilo e anche i bretelloni bianchi che mi danno tanto fastidio anche loro.

Ma oggi è lunedì sera, è il 10 di giugno e sta per esplodere l’estate con tutti i suoi calori e i suoi colori e io sgambetto sulle mie scarpacce logorate dalle intemperie e dall'uso su queste strade sterrate. Il nonno ha detto che mi porta a cogliere le amarene nel suo piccolo appezzamento di terra e sto andando con lui per il paese. Però c’è tanta gente fuori dal negozio del droghiere. Stanno ascoltando la radio, lui è uno dei pochi ad averla. Ci fermiamo anche noi, il nonno si toglie il cappello e si asciuga con il fazzolettone bianco, poi si mette ad ascoltare con l’orecchio buono.

“Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano”.

«Cosa c’è, nonno?» chiedo. «Siamo in guerra» mi risponde, «il duce ha dichiarato la guerra alla Francia e all'Inghilterra». Mi sembra un po' più stanco il nonno adesso, come se un’ombra gli si fosse posata sul viso. Come quando viene il medico a trovare la nonna, che è sempre malata. Mi guarda con i suoi occhi dolci, però. «Andiamo a cogliere le amarene, Romano. Tienila tu la cesta...». Andiamo... In strada ci raggiunge l'eco di un boato, sono quelli che ascoltano la radio fuori dal droghiere. Li sentiamo ripetere «Vincere... E vinceremo!». Siamo arrivati al campo. Come sono rosse le amarene, hanno il colore del sangue quando mi sbuccio le ginocchia.

 

10giugno

sabato 8 giugno 2013

Il sorriso di lei

 

La ragazza sorride: indossa un vestito chiaro e il sole del tardo pomeriggio illumina il suo viso, disegna riflessi dorati sui capelli castani. Il suo ricordo è un volo di gabbiani nell’azzurro, un raggio di luce che attraversa una nuvola candida e tinge con l’oro i suoi contorni. La ragazza sorride da un giugno ormai lontano, molto lontano e l’uomo seduto da solo sul muretto a guardare il giorno morire lentissimo su un anfiteatro di colline moreniche ripensa a quel tempo in cui anch’egli era un ragazzo, il ragazzo cui il sorriso era rivolto.

Ripensando al passato, non può fare a meno di enumerare ancora una volta tutti i suoi errori. In primis, quello di avere amato la ragazza come un sogno, di averne fatto un simbolo di nostalgia per sopravvivere, per aggrapparsi a qualcosa per non cadere, per non venire trascinato sul fondo: lei fu il salvagente che per anni lo tenne a galla, lei fu l’ancora che permise alla sua esile barca di non andare alla deriva. Fu con la forza di lei che l’uomo era riuscito a resistere ogni volta che volentieri avrebbe mollato, che si sarebbe abbandonato al suo destino come gli sbandati dell’esercito italiano che si sdraiavano nella neve ghiacciata durante la ritirata di Russia. Invece no, aveva continuato a camminare, aveva inseguito ostinatamente, anche contro ogni ragione, la speranza. Nei momenti bui era l’immagine di quella ragazza che gli appariva come una Madonna e gli indicava la via. Era come se recitasse una parte, quella della sua coscienza, di un fato superiore che in qualche modo lo proteggesse. Era per questo che la amava: lei incarnava il suo sogno, in pratica era un vaso che conteneva la sua vita ed evitava in ogni modo che lui la versasse. Con il passare del tempo era diventata un’ombra del passato, ma sempre distaccata dalle altre figure della memoria: una Beatrice a indicare la strada del suo personale Paradiso, con il viso luminoso che irradia tutta la sua sicurezza.

Un aereo cuce cielo e terra a oriente, dove la luce ancora permane: è il suo rombo a ridestare l’uomo dalle sue memorie. Si alza dal muretto e riprende a camminare verso la sua meta tra i giardini fioriti. Sul suo viso riluce il sorriso di lei.

 

Morgan

FOTOGRAFIA © SCOTT MORGAN

sabato 1 giugno 2013

Prima del tramonto

 

Una ragazza rideva sull’altalena rossa, una spinta più forte generava di tanto in tanto un urletto che si confondeva con lo stridulo canto dei gabbiani. A spingerla era un ragazzo bruno dalle fattezze mediorientali, ma forse era quella barba scura a trarre in inganno. Badaloni disse che il movimento dell’altalena gli rammentava un altro movimento e che sembrava che i due ragazzi stessero facendo l’amore, anche per i gridolini di lei. Ma per Badaloni il sesso è un chiodo fisso e nessuno prestò molta attenzione alla sua teoria, tanto meno Rossi, che era intento ad osservare una ragazza prona sulla battigia proprio dove le onde lambivano la spiaggia: aveva le gambe nel mare e il busto sulla sabbia ed era pensierosa, il capo chino, appoggiata sui gomiti. Badaloni avrebbe certamente detto che la ragazza era in quella posizione perché faceva l’amore con il mare, rivolgendo il sesso alla carezza delle onde. Ma Badaloni le volgeva le spalle e fortunatamente non poteva vederla.

Più in là una donna parlava all’orecchio di un uomo: erano entrambi sdraiati e lei si mostrava di schiena, dava proprio l’impressione di un violino, anche l’abbronzatura con il suo colore ligneo contribuiva all’idea. Maria Sole provò a spostare il discorso sulla psicologia, per sottrarre il gruppo alle morbose teorie di Badaloni: “Belli i gabbiani... Sapete che gli uccelli simboleggiano un grande bisogno di libertà e di desiderio di fuga dai vincoli sempre più forti della quotidianità? Be’, non tutti: il corvo è la frustrazione...” Badaloni chiese cosa simboleggiasse invece il sole e - manco a dirlo - Maria Sole gli rispose che indica creatività e comprensione nonché un io molto forte, ma soprattutto una dirompente sessualità. “Il fatto che il mio nome sia Maria Sole” aggiunse “non significa però che tu la debba esprimere nei miei riguardi, caro Badaloni”.

La ragazza che era sdraiata sulla battigia era entrata in mare solo pochi metri e, seduta sui talloni, guardava l’orizzonte dove nuvole basse imitavano una costa formata da monti innevati. Un’ultima vela tornava a riva: bianca davanti al faro bianco, mi rammentò “Le Bagnanti” di Picasso; cercavo tra le ragazze che si attardavano sul bagnasciuga qualcuna che potesse essere in quel quadro: c’era quella che si lisciava i capelli seduta ma non trovai quella che si pettinava né quella che si asciugava i capelli sdraiata. Un movimento davanti a me mi distolse dalle fantasticherie artistiche: la donna che sembrava un violino si era alzata e si preparava ad andarsene. Il seno le traboccava dal costume. Indossati un pareo ed un cappello di paglia, se ne andò mentre l’uomo la seguiva portando borse e teli di spugna. “Queste donne: più le adori e più ti fanno schiavo” disse Rossi e subito Badaloni replicò: “Vorrei essere io lo schiavo di una così!”

La ragazza della battigia aveva raggiunto uno scoglio e vi si era seduta: ancora guardava l’orizzonte come se aspettasse qualcosa, l’arrivo di un puntino che a poco a poco si trasforma in nave, vela, zattera o relitto. Con un gesto improvviso si voltò e si tuffò in mare; con poche bracciate raggiunse la riva e si diresse verso le cabine. L’afa del pomeriggio era caduta e un vento fresco soffiava dalla pineta portando un odore di terra e resina. “È un’ora così bella e così triste” disse Maria Sole, “andiamo, altrimenti piango”.

(16 maggio 1991)

 

Pablo Picasso, Les baigneuses

PABLO PICASSO, “LE BAGNANTI”