sabato 23 febbraio 2013

Il volano

 

Ricordo ancora le sere in cui le ragazze giocavano al volano davanti all'alta cancellata. Una racchetta lanciava un ultimo volano che moriva nella notte addormentata sotto il fogliame.                                 
FRANCIS JAMMES, "Il volano”

La parola "volano" mi fa pensare a una sera dolce di maggio con le ragazze che giocano sotto una pianta centenaria, forse una quercia, forse un ombroso platano, le racchette in mano, il rosso del sole che si tuffa nella campagna, il vento che soffia sulle gonne. Al mio amico sono sicuro che questa parola ricorda quel pezzo del motore che non so neppure a cosa serva né dove sia. Ma è così: a lui piacciono i motori e li ama come io amo questo romanticismo che mi fa associare alla parola "volano" un tramonto di maggio dolce come quella sera che incontrai Laura, c'era il Palio calcistico delle contrade e lei mi apparve come una madonna fiorentina. O quell'altra sera di maggio in cui ero solo e mi stupii della incredibile dolcezza che aleggiava nell'aria colorata d'arancione, un disco suonava e le note di un pianoforte sembravano essere lì nella stanza.

E adesso che "La Settimana Enigmistica" mi ha proposto questa definizione, "La pallina piumata che si colpisce con il tamburello", subito ho pensato alle ragazze con le racchette in mano intente a trovare il modo di togliere il volano dalle fronde di quell'alto albero centenario. E l'associazione di idee mi ha portato dal volano in una sera di maggio a Laura al torneo di calcio e a quella volta che ho scoperto nella mia solitudine l'infinita dolcezza della malinconia.
                                                

(Merano, 3 marzo 1989)

 

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JEAN-BAPTISTE SIMEON CHARDIN, “RAGAZZA CON RACCHETTA E VOLANO”

sabato 16 febbraio 2013

Il sogno di Jimmy

 

Il cielo era un broccato di nuvole d’aprile che svaporavano lente sulla città, sui lunghi viali alberati a misura d’uomo. Anche la luce ne risultava spumosa, soffice come l’albume d’uovo montato a neve, chiara e delicata al contempo, quasi che qualcuno avesse dipinto la scena ad acquarello. Si scioglieva sulle torri, avviluppava come un rampicante i giardini fioriti di lillà e di magnolie.

Gerlando Scanavino detto «Jimmy» aveva fatto un lungo viaggio per essere lì, in quella città che un tempo avrebbero definito “di provincia” e che adesso invece era una bomboniera per i turisti, un pacchetto per fine settimana che ingolosiva l’Est europeo e le coppiette in cerca di intimità. Aveva preso due treni e un autobus che percorreva strade di campagna per essere lì, Jimmy. Aveva attraversato due regioni e una dozzina di province. Si era alzato all’alba per giungere all’appuntamento e ora era finalmente arrivato. Era lì per incontrare Paola.

La vide davanti a lui, di schiena. Stava camminando nel viale d’aprile con una grazia indescrivibile – una volta l’aveva definita “madonna fiorentina” – indossava un paio di blue jeans chiari e una maglietta azzurra, i suoi capelli biondi splendevano al sole. La raggiunse, le toccò una spalla e lei si voltò. Paola! “Ho fatto un lungo viaggio per essere qui” le disse. Camminarono un po’ per la cittadina, si fermarono a prendere la cioccolata in un grazioso caffè del centro, si sedettero a parlare davanti a una fontana e lo scroscio dell’acqua sembrava frangere i discorsi come tante monetine di nichel. Cenarono in un locale con le pareti rivestite di legno e le tovaglie a quadri bianchi e rossi, candele riverberavano sui loro visi.

Quando infine scese la sera andarono in una camera d’albergo. Aveva prenotato Paola, aveva fatto tutto lei, che abitava in una città vicina. Jimmy si fece una doccia, sentiva la stanchezza del giorno e la lavò via. Quando uscì dal bagno trovò Paola con addosso un pigiama a righe, la trovò incredibilmente sexy. “Allora, buonanotte” gli disse lei, indicandogli il vano che si apriva nel salottino. Capì che il suo letto era lì, un bianco lettuccio ricavato da un vecchio sofà. Fu solo in quel momento, fu solo di fronte a quell’assurdità che Gerlando Scanavino detto «Jimmy» comprese di stare sognando, e all’improvviso si rese conto che la ragazza che era lì con lui, non era Paola. O meglio era Paola, sì, ma la Paola di vent’anni prima. Come colpito da quella constatazione, Jimmy si svegliò. “Che strano sogno”, pensò… Fuori le prime luci dell’alba accendevano un pallido cielo di febbraio.

 

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RENÉ MAGRITTE, “BAISER”

sabato 9 febbraio 2013

Lettera non spedita (IX)

 

Carissima D.,

ho rivisto “Harry ti presento Sally” l’altra sera – mi meraviglio che ancora il DVD non si sia consumato, vaporizzato, tante volte l’ho fatto girare nel lettore. E ho ritrovato noi stessi: sì, abbiamo i loro stessi dubbi, le loro stesse passioni. Ci siamo chiesti un milione di volte se l’amicizia possa trasformarsi in amore o se invece non succeda il contrario, che l’amore distrugga l’amicizia e che – una volta finito, perché gli amori finiscono – non resti neppure più la consolazione di una bellissima amicizia.

E, come loro, anche noi ci siamo presi e ritrovati tante volte senza giungere a far scoccare finalmente quella scintilla nel nostro serbatoio d’amore. Ci siamo feriti, siamo riusciti a indisporci l’uno con l’altra appartenendo ad altre donne e ad altri uomini per poi ritrovarci in lunghe discussioni in cui non abbiamo fatto altro che compiangerci senza vedere che la soluzione era lì tra di noi, anzi era in noi e sarebbe bastato andare oltre, demolire la fragile barriera per essere finalmente l’uno dell’altra.

Nei nostri silenzi è scritta tutta la storia, come quella di Harry e Sally… e pazienza se Milano non è New York. La speranza resta accesa come una fiammella pilota e la vita dura ben più dell’ora e mezza di un film. Chissà che un lieto fine non si scriva per questa nostra sceneggiatura, chissà che uno di noi – o entrambi all’unisono, perché no, vista l’empatia? – non riesca un giorno a dire quel benedetto “Ti amo”.

 

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sabato 2 febbraio 2013

La giostra

 

L’avevo vista per la prima volta nel parco… Era il 1970, l’anno in cui ad ottobre sarei andato alle elementari. Ma allora era inverno, era appena passato Capodanno, c’era la neve intorno e la giostra girava in tutto quel candore – anni dopo probabilmente avrei sognato una corsa di cavalli nella steppa russa, mi sarei immaginato al posto di Michele Strogoff compiere il viaggio del corriere con importanti documenti da consegnare.

Ma allora avevo solo cinque anni e guardavo quella giostra soltanto con la voglia di salire su quei cavalli – avrei scelto il bianco o il nero? – per sentire l’ebbrezza del movimento, il vento pungente tra il bavero del mio cappottino e il cappellino con i paraorecchie. Fu lì, mentre giravo e il bianco della neve e gli alberi nudi giravano intorno a me che notai quel bel visino – una bambina con il cappottino chiaro e un berrettino azzurro di lana lavorato a mano. La guardavo ridere e fingere di cavalcare come una provetta amazzone su quel cavallino, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, scomparve tutto il resto: gli alberi, la neve, smisi persino di mirare con l’immaginaria pistola delle dita che mi faceva sentire un cowboy.  A quell’età non si può parlare certo di innamoramento, di colpo di fulmine, ma qualcosa rimase impresso in me. 

Lasciai la giostra e non ci pensai più. Altre cose avranno assorbito la mia mente: il palloncino, lo zucchero filato, gli orsetti. Ma quella sensazione covò in me – come il virus della varicella che si annida per decenni nella rete neurale e poi ritorna sotto forma di fuoco di Sant’Antonio – tanto che riapparve il giorno in cui la bambina venne a sedersi al mio fianco nel piccolo banco della prima elementare, il 1° ottobre. Caso, destino, coincidenza, deliberata scelta, chi lo sa. Ma Stefania – seppi il suo nome quel giorno – divenne la mia compagna di banco e lo rimase per cinque anni scambiando con me bigliettini, merende, pezzi di compiti, matite, pastelli, pennarelli, giocattoli.

Alle medie le nostre strade si divisero: io andai in una scuola lontana, avevo poco tempo anche per i miei ex compagni. Ne ebbi dei nuovi, altre prospettive mi si spalancarono davanti, altri mondi. E ancora di più quando divenni un iniziato delle lingue morte, il latino e il greco, al liceo classico. Stefania dopo le medie, seppi che si era iscritta a un corso per infermiere. Poi più niente: i suoi genitori, già anziani, morirono; lei si trasferì in un paese dell’hinterland.

Ma oggi eccoci qui, davanti a questa giostra: no, non la stessa, quella chissà che fine avrà fatto. Un’enorme giostra tutta lucine dentro un centro commerciale: gira e le luci cambiano colore, mentre suona un valzer. Io e Stefania, seduti sulla panchina con gli altri genitori. L’ho riconosciuta subito, nonostante siano passati gli anni e tutto quello che di lei mi ricordavo era un giorno triste nel suo cappotto di montone. Ci siamo abbracciati, ci stiamo raccontando un paio di decenni. Mio figlio, sua figlia girano sui cavalli di quella giostra. Sono vicini… Ho notato, quando mi sono passati davanti, che il mio Paolo sta guardando Marika, la figlia di Stefania. Dicono tutti che Paolo ha lo sguardo come il mio…

 

IZIS BIDERMANAS, “GIOSTRA AL GIARDINO DELLE TUILERIES, 1950”