sabato 24 agosto 2013

Always on my mind

 

È passato del tempo, un bel po’ di tempo a dire il vero. Giorni e settimane, mesi e stagioni, e anche anni. Ma adesso Angelo Schewingen si ritiene finalmente guarito. Ha inghiottito amaro per molti di questi mesi e anni, si è curato con il disinganno, con la disillusione, si è sottoposto a una terapia di autoconvincimento, ha lottato con i ricordi, così da dimenticarli uno per uno – come si strappa un intero prato di margherite. Quella volta che sotto un cielo di porpora, là alla darsena, i casoni dei pescatori sembravano in fiamme e la mano di lei aveva la morbidezza di certe sete. Quella volta che la luce cadeva radente sul suo bikini verde smeraldo e la leggerissima peluria bionda risaltava come pagliuzze d’oro e intorno nell’aria arroventata le voci dei bagnanti smorivano come grida di gabbiani. Quella volta che il buio della notte scese come una coperta a rivestire le poltroncine di vimini da giardino e le stelle cadevano come falene impazzite dalla volta di un agosto dolcemente languido mentre lui sentiva il cuore di lei battere sotto la sua mano. Sì, perché la malattia di Angelo Schewingen era l’amore, quell’amore che aveva perduto quando lei se n’era andata. Anche quello era un ricordo rimosso: il rumore di un anello buttato sul tavolino – sembrò ruotare su se stesso per un tempo infinito prima di spegnersi in un silenzio che sarebbe stato per sempre – quel suono gli era rimasto a lungo nelle orecchie, fu il più difficile da cancellare, anche più della porta sbattuta, del frusciare delle foglie nella passeggiata d’autunno che aveva fatto subito dopo l’addio, del canto della pioggia che cullò triste i primi giorni dell’abbandono.

Ma ne è passato del tempo, adesso. Sono passate le poesie e le note vergate furiosamente sul diario con calligrafia spesso indecifrabile per la fretta con cui annotava i suoi pensieri. Bruciate. Arse nel camino. Quello è stato facile, sentire crepitare i fogli, vederli arricciarsi, ingiallirsi, annerirsi, ridursi in cenere, scomparire sul fondo, tra i ciocchi e gli alari. Facile fare sparire le cose materiali, più difficile le memorie spirituali, le sensazioni, le emozioni. Alla fine però, Angelo Schewingen c’è riuscito. È un uomo nuovo adesso, rinsavito, ristabilito. Eccolo lì che sta per uscire incontro alla vita di uno splendido giorno di primavera: si è messo un abito grigio a tre bottoni, la camicia bianca, le scarpe inglesi. I capelli brizzolati luccicano al sole della nuova stagione. Cammina per strada, fischiettando, ammirando la dolcezza dell’aria, annusando il sentore di fiori che permea ogni cosa. Un uomo rinato...

All’altezza di Via Leopardi c’è un chiosco ambulante, di quelli che vendono pannocchie arrostite e bruscolini, caldarroste d’inverno, zucchero filato a Carnevale. Angelo Schewingen non ci ha fatto neanche caso, ci passa accanto ancora fischiettando, quando d’improvviso si accorge della musica che esce dalla radio, sotto l’ombrellone a strisce bianche e rosse: “Tell me, tell me that your sweet love hasn't died”... è la loro canzone, nella versione di Willie Nelson, la stessa che suonava in quel juke-box nel bar della spiaggia quando si erano seduti a bere una birra e si erano alzati due ore dopo che sapevano tutto l’uno dell’altra. La loro canzone. Quella non è riuscito a cancellarla, è riemersa così come una moneta d’oro da uno scavo archeologico e ora è lì, una farfalla nell’aria di primavera. Angelo si lascia andare su una panchina della piazza, il viso nella gabbia delle mani, e comincia a piangere: “You were always on my mind, you were always on my mind”.

 

NOTA: Confesso il mio debito per questo racconto a un brano da “Le precauzioni inutili” di Dino Buzzati: in effetti, questa ne è una variazione, mutando sesso al protagonista, che là è una donna, Irene.

 

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EDWARD HOPPER; “PORTRAIT OF A MAN”

 

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