sabato 2 febbraio 2013

La giostra

 

L’avevo vista per la prima volta nel parco… Era il 1970, l’anno in cui ad ottobre sarei andato alle elementari. Ma allora era inverno, era appena passato Capodanno, c’era la neve intorno e la giostra girava in tutto quel candore – anni dopo probabilmente avrei sognato una corsa di cavalli nella steppa russa, mi sarei immaginato al posto di Michele Strogoff compiere il viaggio del corriere con importanti documenti da consegnare.

Ma allora avevo solo cinque anni e guardavo quella giostra soltanto con la voglia di salire su quei cavalli – avrei scelto il bianco o il nero? – per sentire l’ebbrezza del movimento, il vento pungente tra il bavero del mio cappottino e il cappellino con i paraorecchie. Fu lì, mentre giravo e il bianco della neve e gli alberi nudi giravano intorno a me che notai quel bel visino – una bambina con il cappottino chiaro e un berrettino azzurro di lana lavorato a mano. La guardavo ridere e fingere di cavalcare come una provetta amazzone su quel cavallino, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, scomparve tutto il resto: gli alberi, la neve, smisi persino di mirare con l’immaginaria pistola delle dita che mi faceva sentire un cowboy.  A quell’età non si può parlare certo di innamoramento, di colpo di fulmine, ma qualcosa rimase impresso in me. 

Lasciai la giostra e non ci pensai più. Altre cose avranno assorbito la mia mente: il palloncino, lo zucchero filato, gli orsetti. Ma quella sensazione covò in me – come il virus della varicella che si annida per decenni nella rete neurale e poi ritorna sotto forma di fuoco di Sant’Antonio – tanto che riapparve il giorno in cui la bambina venne a sedersi al mio fianco nel piccolo banco della prima elementare, il 1° ottobre. Caso, destino, coincidenza, deliberata scelta, chi lo sa. Ma Stefania – seppi il suo nome quel giorno – divenne la mia compagna di banco e lo rimase per cinque anni scambiando con me bigliettini, merende, pezzi di compiti, matite, pastelli, pennarelli, giocattoli.

Alle medie le nostre strade si divisero: io andai in una scuola lontana, avevo poco tempo anche per i miei ex compagni. Ne ebbi dei nuovi, altre prospettive mi si spalancarono davanti, altri mondi. E ancora di più quando divenni un iniziato delle lingue morte, il latino e il greco, al liceo classico. Stefania dopo le medie, seppi che si era iscritta a un corso per infermiere. Poi più niente: i suoi genitori, già anziani, morirono; lei si trasferì in un paese dell’hinterland.

Ma oggi eccoci qui, davanti a questa giostra: no, non la stessa, quella chissà che fine avrà fatto. Un’enorme giostra tutta lucine dentro un centro commerciale: gira e le luci cambiano colore, mentre suona un valzer. Io e Stefania, seduti sulla panchina con gli altri genitori. L’ho riconosciuta subito, nonostante siano passati gli anni e tutto quello che di lei mi ricordavo era un giorno triste nel suo cappotto di montone. Ci siamo abbracciati, ci stiamo raccontando un paio di decenni. Mio figlio, sua figlia girano sui cavalli di quella giostra. Sono vicini… Ho notato, quando mi sono passati davanti, che il mio Paolo sta guardando Marika, la figlia di Stefania. Dicono tutti che Paolo ha lo sguardo come il mio…

 

IZIS BIDERMANAS, “GIOSTRA AL GIARDINO DELLE TUILERIES, 1950”

1 commento:

Asia ha detto...

Magari osa di più....chissà