sabato 12 gennaio 2013

Lettera non spedita (VIII)

 

Carissima P.,
        le parole sono semi, lo sai, diceva una canzone. E le parole che un giorno ormai lontano uscirono dalla tua dolce bocca ora sono piante in me. Ne ho fatto solido legno della mia delusione, potrei ricavarne tronchi su cui sedere.

    Carissima, che piacere... E invece no, incontrarti potrebbe non bastare, non m’interessa più, così come averti tra le mie braccia o addirittura nel letto. Perché tu vivi per sempre in me con le parole di allora: non sei la donna che sei diventata ma una ventenne in perpetuo, ingenua quanto lo potevi essere allora, cioè quasi niente.

    Ti denigro adesso, e non è giusto. Ti chiedo scusa. Vedi, il fatto è che non c’entri più niente con me, almeno fisicamente, come sei adesso, una donna ormai smaliziata e probabilmente pure felice, con i finti problemi della crema antirughe che metterai la sera prima di coricarti... e chissà con chi!

    Ho in me l’esteriorità dei tuoi vent’anni, le parole che mi dicevi, i gesti, la tua figura e nulla potresti fare per sostituirla, non sarebbe uguale, non saresti uguale a te stessa, come ti penso io. Perciò restiamo estranei - amici come prima - amici che si ignorano e che lasciano a un remoto caso di incontrarsi.

    Fortuitamente, chissà cosa potrebbe succedere... Magari in una stazione del Nord-Est, o in un bar di Milano, magari in un affollato ristorante nell’ora di punta. Molte volte nella mia mente ho vissuto la situazione di un incontro con te, i preliminari, i baci sulle guance, le parole e le domande di rito. E poi il silenzio, l’imbarazzo...

    Allora restiamo lontani, perfetti estranei che un giorno si conobbero e poi non si videro più.

 

31 agosto 1996

 

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