sabato 26 gennaio 2013

Il mercato

 

Si fece tutto buio davanti agli occhi di Emidio Chrombacher, il magnate delle telecomunicazioni, uno dei dieci uomini più ricchi e potenti del mondo secondo l’ultima edizione di Forbes: oltre 25 miliardi di dollari di patrimonio e un impero esteso su cinque continenti. Tutto buio, così, d’improvviso, mentre camminava per la strada portando a passeggio i suoi ottantadue anni, il cappello Borsalino grigio, il bastone con il pomolo argentato, i baffi elegantemente curati e il cappotto con il colletto di astrakan. Prima c’era stato quel dolore al petto, quella sensazione di svenire...

Poi, dopo un mezzo minuto di smarrimento, entrò in un cono di luce soffusa ma contemporaneamente molto vivida, con la sensazione di avere varcato qualcosa, forse una porta temporale o un passaggio tra due dimensioni. Avanzò con il bastone, il cappello, il cappotto, con passo lento, attratto dalla fonte di quella luce: era un’ampia piazza dove si svolgeva un mercato. C’erano bancarelle con tende a strisce e ogni ben di Dio di merci esposte: pesci che sembravo d’argento, conchiglie, vasi, pagnotte, saponi profumati, collane di madreperla, addirittura gioielli d’oro.

Emidio lesse le targhette con i prezzi: erano ridicolmente bassi, anzi, se si faceva un raffronto tra il valore delle merci, l’oro veniva a costare meno del pane e la madreperla delle conchiglie. C’erano delle grandi ceste sparse qua e là tra i banchi, a disposizione dei clienti perché vi riponessero gli acquisti. Il ricco magnate ne prese uno e si diresse subito verso la bancarella dell’oro. Prese qualche collana, dei bracciali, orecchini, addirittura alcuni lingotti. Lì vicino c’erano degli oggetti in corallo. Prese anche quelli. E argento, sete preziose, damaschi. Gli toccò servirsi di un altro cesto per porvi tutte le mercanzie. Alla fine infilò anche due pagnotte e del pesce essiccato, pensando di avere fame.

Si pagava a una cassa unica, posta all’uscita del grande mercato. C’era un uomo biondo e riccioluto: prese ogni articolo e lo depositò in altri cesti, al di là della cassa. Infine, calcolò il totale: era ridicolmente basso per tutta quella spesa, Emidio pensò di avere fatto un grande affare, il più colossale di tutta la sua vita. Tolse di tasca il portafogli e porse al tizio la carta di credito. “Mi dispiace, non accettiamo questo tipo di denaro“. Un po’ seccato, il magnate estrasse un paio di banconote da cinquecento euro. “No, signore, non ha capito: qui non ha alcun valore il denaro” gli spiegò cortesemente il cassiere. “Vede: qui non vale il denaro che si è avuto, ma solo quello che si è donato. Lei ne ha?”

Emidio Crombacher, perplesso, si grattò il capo come mai aveva fatto nella sua lunga, avarissima vita. “No, non molto, credo...” disse sorridendo – altra cosa che raramente gli era capitato di fare. “Aspetti, controllo” gli disse il cassiere. Quando si voltò per consultare un macchinario simile a un complicato abaco, il ricco uomo d’affari vide che sotto il grembiule dell’addetto spuntavano due ali. “Cinque euro...” calcolò il commesso, “cinque miseri euro con questo ultimo sorriso... posso darle soltanto il pane e i pesci”. Emidio era smarrito... balbettò “V-v-va bene” e poi domandò: “Ma, mi scusi, dove siamo?” “Come dove siamo? Lei è morto, signore. Questo è l’aldilà...”

 

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TREVOR CHAMBERLAIN, “TEHRAN BAZAR 1994”

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