sabato 28 dicembre 2013

Paolo e Maria

 

La donna stendeva i panni sul balcone, oppure armeggiava con straccio e spazzolone o ancora bagnava i bei gerani cascanti. L’uomo usciva per andare al lavoro. Lei era la sua nuova vicina di casa. Per qualche giorno si limitarono a guardarsi, poi lui osò un timido gesto con la mano, non proprio un saluto convinto, solo una certificazione di aver notato quella presenza. E lei rispondeva con analogo gesto al quale aggiunse, un paio di giorni dopo, anche un mezzo sorriso.

Fu dopo una settimana che passarono ai «Buongiorno». Ormai l’estate stava divampando come un incendio e le mattine erano limpide e serene. Nessuno dei due seppe perché all'improvviso aggiunsero i loro nomi. «Buongiorno, Maria». «Buongiorno, Paolo». Erano andati di nascosto a leggere la targhetta sulla cassetta delle lettere e sul citofono. Si incontrarono in paese anche, una volta che lui era andato dal medico e lei dal prestinaio. Fu in quell’occasione che passarono al «Ciao», lasciato cadere distrattamente come un fazzoletto in una commedia.

È la fine di luglio, ormai. «Ciao, Maria». «Ciao, Paolo». A questo punto un giallista proseguirebbe la storia trasformando l’uomo in un serial killer e la donna in una vittima. Lui la  sevizierebbe e la ucciderebbe in modo lento e brutale prima di farne sparire per anni il corpo. Un sociologo idealista invece disegnerebbe lei come una disoccupata di lungo corso e lui come un imprenditore avveduto che le offre finalmente un lavoro atteso per anni. Un romantico li traghetterebbe in un amore senza tempo, lui principe azzurro galante e lei bella cenerentola riscattata.

Invece. Invece nulla.  «Ciao, Maria». «Ciao, Paolo». Anche questa mattina si salutano e la storia rimane lì, armata di tutti i suoi possibili futuri. Magari, adesso che lui va in ferie, avrà finalmente tempo e coraggio per suonare quel campanello e presentarsi con un mazzo di fiori. Come? Questa è la storia romantica? Be', certo... E cosa credevi? Paolo sono io.

 

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FABIAN PEREZ, “BALCONY AT BUENOS AIRES”

sabato 21 dicembre 2013

I pastori

 

Il bivacco era presso un anfratto della roccia, il fuoco scaldava anche la pietra. Era piacevole restare lì addossati, sentire quel calore che penetrava le ossa. Zeev guardava da lassù le pecore e si sorprendeva ad osservare le faville che salivano arancioni verso il cielo, ad incrociare quella stella bianca e luminosa con la scia che da giorni splendeva. Più  in basso c’era Reouven: l’aveva sentito muoversi qualche minuto prima per andare a recuperare un agnello che si era allontanato pericolosamente dalla madre. Hadas stava suonando nel flauto una melodia malinconica. Certamente pensava alla sua promessa Saffira e si intristiva per la lontananza.

Zeev era immerso in questo pensiero, gli sembrava che le faville del falò danzassero in qualche modo seguendo la musica di Hadas, quando un bagliore lo accecò all’improvviso e lo riempì di spavento. Sembrava fosse già sorto il giorno da molte ore e invece non era che piena notte. Si portò la mano destra alla fronte, a mo’ di visiera, e riuscì a scorgere la fonte di tale luce innaturale: stentava a credere ai suoi occhi, li sfregò anche, ma era tutto vero. C’era un angelo, con vesti sfolgoranti e le ali candide. Un messaggero del Signore. Zeev si fece più vicino, come attratto da quella luce. E si trovò con Reouven e Hadas. C’erano anche i fratelli Gavriel e Yacoov ed Eleazar, che pascolavano anch’essi nel prato più a valle ed erano saliti a vedere.

«Non abbiate paura» disse l’angelo e Zeev pensò che quella fosse la voce più deliziosa e soave che avesse mai udito nei suoi quindici anni di vita. «Vi annuncio una grande gioia» riprese l’angelo ,«oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore. Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Non aveva ancora finito di parlare che il cielo si riempì di altre figure: angeli, spiriti, Zeev non sapeva bene. Era completamente frastornata dall’apparizione, che intanto aveva cominciato a lodare Dio e a cantare la sua gloria. «Pace in terra agli uomini di buona volontà» e a Zeev sembrava una cosa bella, una cosa buona e giusta che tutti vivessero in pace, che l’amore trionfasse nel mondo. Quante volte aveva fantasticato su un mondo così nelle lunghe notte di veglia al gregge, nei pomeriggi quando rimaneva sdraiato nei campi a farsi solleticare il viso dai papaveri mossi dal vento.

Gli angeli se ne andarono, tornò il buio e quella stella lunga sembrava più vivida adesso, nel cielo così scuro. «Andiamo! Andiamo a Betlemme!» disse Eleazar, che era il più anziano tra i pastori, «non abbiate paura, andiamo a vedere il bambino di cui ha detto l’angelo.» Scesero in fretta dalla collina e giunsero a una stalla di fortuna ricavata da un anfratto nella roccia. Vi avevano trovato riparo tante volte. Adesso c’era un bambino avvolto in fasce, nella mangiatoia piena di paglia. Fuori l’asino con cui erano giunti brucava tra gli sterpi. Eleazar vide la giovane donna che aveva da poco dato alla luce il bambino, aveva un volto radioso come quello di ogni nuova madre. Il padre era rintanato nel suo mantello e guardava il bambino come se fosse una cosa troppo grande per lui. Ma fece cenno ai pastori di avanzare. Yacoov osò prendere la parola: disse quello che aveva annunciato l’angelo, cioè che quello nella mangiatoia era il salvatore. La giovane madre, che aveva detto di chiamarsi Maria, sussultò. Poi rimase come assorta: evidentemente stava cercando di capire il significato di quella notizia.

Eleazar, Yacoov e suo fratello Gavriel, Hadas, Reouven e il giovane Zeev si inchinarono davanti al bambino, poi salutarono la coppia e se ne andarono considerando che tutto era davvero come aveva annunciato l’angelo. Si domandavano quale fosse la grandezza di quel bambino, quale il suo destino. Tornarono al pascolo, alle consuete occupazioni. Zeev alimentò il fuoco che si era quasi spento, lo riattizzò, poi si sdraiò su una pelle di pecora. Guardava quella stella lassù, quella con la coda.

 

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BARTOLOMÉ ESTEBAN MURILLO, “ADORAZIONE DEI PASTORI”

sabato 14 dicembre 2013

Il pontile

 

C’è un pontile di assi che poggia su alti piloni: è una lingua posticcia di terraferma che si inoltra nel mare, che si avventura fin dove possibile come una sfida alla natura. So che qualche volta ha vinto la natura, che con delle forti mareggiate ha piegato o distrutto quell’avamposto. Ma ogni volta con caparbietà qualcuno l’ha ripristinato e lo ha reso ancora più bello. L’ultima volta che l’ho visto ho faticato a riconoscerlo: c’era molto più legno che cemento e bandiere svettavano sul chiosco esagonale posto dove il pontile finisce con uno slargo a capofitto sull’acqua.

Allora, ai tempi di questa storia, c’erano assi consunte e piloni di calcestruzzo. Il temporale era finito da poco, nuvoloni scuri aleggiavano lontano, sulla costa. Ragazzi pescavano i granchi con mollette da bucato dove il fondale risultava più basso e li mettevano nei secchielli pieni d’acqua. Con me c’era lei, l’amore della mia adolescenza. Un ragazzo magro con un sorriso timido, una maglietta a righe e un paio di blue-jeans e una ragazza bionda con un vestito a fiori – simile a una dea vi direbbe il ragazzo, ma lui non fa testo: questa è la fotografia di quel momento, dunque. Il vento appiccica il vestito sul corpo della ragazza, esile e svelto, le disegna le due colline dei seni puntuti e la V dell'inguine. Gioca a sfiorare il viso del ragazzo con i capelli di lei, che è solita portarli legati ma che quel giorno, come per un capriccio del destino, ha deciso di lasciarli sciolti sulle spalle. La ragazza sta parlando di qualcosa, non ha importanza l’argomento: lui penderebbe comunque dalle sue labbra anche se parlasse di fisica quantistica o di filosofia del diritto. Le parole di lei gli bruciano sulla pelle, quasi come la carezza di quei capelli, gli occhi chiari gli penetrano l’anima. In effetti, lei gli sta parlando del loro rapporto, sta parlando d’amore. Adesso sono appoggiati alla ringhiera del pontile e guardano sotto di loro il mare, come una tentazione, mare ribollente di schiume, mosso e furioso. È in quel momento che il ragazzo pensa: l’amo talmente che se lei mi dicesse «Buttiamoci di sotto» tenendole la mano lo farei. Dovrebbe dirglielo. Dovrebbe. Ma il ragazzo è giovane e sciocco, e non glielo dice. Rimpiangerà per anni quel silenzio.

 

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FOTOGRAFIA © MAYDA MASON

sabato 7 dicembre 2013

La scarpa

 

Questa macchina del tempo è decisamente difettosa. Mi lamenterò con l’agenzia dei viaggi cronici. Ah, mi sentirà quella smorfiosa della reception. Come si chiama? Ursula… Non mi limiterò a mandarle una mail-pensiero, stavolta. Manderò il mio ologramma a schiaffeggiarla. Giuro che lo faccio, appena rientrato. E scriverò a tutti i webquotidiani per lamentarmi. Dovevano mandarmi a Salt Lake City alla Piazza del Tempio il 6 aprile del 1893, il giorno dell’inaugurazione. Mi ero già addobbato come un contadino mormone, pronto per prendere parte all’evento – e gliel’ho anche detto che sono un docente di storia delle religioni.

Invece… Invece, che freddo fa qui! E dove sono? E che anno è? Mi si è bloccato anche il crono-orologio. Anche il telefono-pensiero non prende. Non c’è nulla, neanche il Tempio. A dire la verità non si scorge un manufatto umano per miglia. Ma, signorina So-tutto-io dell’agenzia, dove caspita mi avete mandato? Rivoglio indietro i soldi del biglietto, vi citerò per danni! Io vi rovino! Chiaro che non mi servirò mai più dei vostri servizi. Dei vostri disservizi… Ah! Ah! Sono qui che rido tutto solo come un cretino in questa mezza palude.

Oddio! Che cosa ho schiacciato? Che cos’è questa roba strana?…

BZZZZZZZ…..

“Buongiorno, sono Ursula della Agenzia Viaggi Cronici. Ci scusi per il disservizio, signor Smith-Lavrov. C’è stato un guasto nel sistema temporale. Una cosa da niente, ma per pochi minuti il continuum è andato in tilt. Tutto bene? È a Salt Lake City nella mattinata del 6 aprile 1983? Me lo conferma? OK. Tutto bene allora, e non si preoccupi, il presidente mi ha incaricato di riferirle che non pagherà nulla per questo viaggio. Ancora buona giornata e ci scusi ancora”.

* * *

Luglio 1968. William J. Meister è ad Antelope Spring, nello Utah. Cerca fossili per la sua collezione e apre in due una roccia scistosa che promette bene. Ci mette un po’ a capire che cosa sia quello che vede dopo aver diviso la pietra: è l’impronta di una scarpa umana. Una scarpa destra per la precisione, che ha schiacciato un trilobite. La cosa più inspiegabile è che quella roccia risale al medio Cambriano, un periodo risalente a oltre 500 milioni di anni prima…

 

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sabato 30 novembre 2013

Caffè e cioccolata

 

Dopo tanto tempo siamo qui, seduti al tavolino di un bar. Ci siamo imbattuti l’uno nell’altra dopo molti anni andando per il Corso con le nostre borse di acquisti per Natale. Cioccolata con panna, come sempre. Il mio caffè americano fuma nel bicchiere di cartone come nei telefilm che seguo con costanza. C’è musica in sottofondo, Anni ’80, probabilmente un CD di vecchi successi. Adesso passa “Through the barricades” degli Spandau Ballet. Ma questo caso dice di lei, di me come un oroscopo. Risveglia i suoi orecchini nel pomeriggio, li scuote tinnulo di sonagliere. Poi arriva “A flash in the night” e come un lampo nella notte ci folgora e ci abbatte - era la nostra canzone: gli archi prendevano vita nel cielo, ricadevano a un ritmo di tamburo mentre scoppiava tra noi il gioco dell’amore.

E lei piantava i suoi semi dentro me, le parole che disse allora sono divenute grandi piante oramai, dai loro rami pendevano solo frutti vizzi. Ne ho ricavato il legno solido della mia delusione, sono il re che siede su quel trono duro e scomodo. E come me, anche lei  magari pensava che sarebbero sbocciati fiori profumatissimi e splendenti. Ma nulla è accaduto. Conservo ancora una vecchia fotografia in cui lei sembra sorridere altera, ma forse è solo l’imbarazzo timido della sua adolescenza, lo scoprirsi donna nel piccolo bikini bianco. Così come la sabbia che, seduta sulla sdraio, tormentava con il piede destro disegnandovi un semicerchio. Si può quantificare l’amore? Quanto era in quel giorno lontano sulla spiaggia? Quanto è quello rimasto adesso, qui, in questo momento esatto, in un bar da dove possiamo scorgere le guglie del Duomo, le statue lasciate piovere come pugni di sabbia bianca in un enorme castello sulla riva del mare? C’è una percentuale? L’amore si disgrega? O si esaurisce come la carica di una batteria di cellulare? Oppure si riattizza come fuoco lasciato covare sotto la cenere?

Le parole nella luce della sera che scende danzano leggere come fiocchi di neve o lanugine di pioppi. Sembriamo ebbri adesso, come se non caffè e cioccolata ma whisky di malto avessimo bevuto. In realtà siamo solo due che si sono incontrati dopo tanto e si sono feriti con la lama del tempo. Volendo farsi male. Navighiamo tra i relitti del presente, senza sapere a quale isola approderemo e se approderemo. O se faremo naufragio lungo la vecchia rotta seguendo il fato. Sostiamo imperterriti, traffichiamo con i cellulari, ci scambiamo i numeri, li salviamo tra i contatti, ci scattiamo anche una foto ridendo da abbinare al nome. Ignoriamo l’avvenire, non ne diviniamo neppure l’immagine, l’occasione. Riprendiamo a navigare nella notte in attesa che arrivi la luce dell’alba.

 

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CONNIE CHADWELL, “COFFEE BREAK”

sabato 23 novembre 2013

Come Pessoa

 

“Dorme nel sogno di esistere e nell’illusione di amare”: Fernando Pessoa pensava a me quando scrisse questi versi. In realtà pensava a un tipo d’uomo che si immedesima in un sogno, e indomabile lo persegue. Pensava a se stesso, Pessoa, che nel “Libro dell’inquietudine” scrisse ancora: “Nessuno si stanca di sognare perché sognare è dimenticare e dimenticare non pesa ed è un sonno senza sogni in cui siamo svegli. Nei sogni ho ottenuto tutto”.

Ecco: nei sogni io ho ottenuto tutto. Nei sogni io ho vissuto: dormendo esistevo, vivevo un’altra vita, come la volevo, come la desideravo, come la sognavo. Nei sogni ero il signore del mio regno, il despota assoluto che piegava al suo volere il destino. Nel sogno io ho amato lei, l’avevo tra le mie braccia. Nel giorno, nei territori concreti del reale invece possedevo soltanto l’amaro lavacro della mia nostalgia: e lei era un altro simbolo di malinconia. Infine, se proprio devo dirla tutta, lei, la donna reale, non era altro che un’immagine funzionale, che facesse al caso mio, una figura cui dare da recitare quella parte, una Beatrice da Commedia, un vaso che contenesse il mio sogno – quel mare infinito d’amore che da me sarebbe altrimenti traboccato invano. Ed è per questo che l’ho amata: incarnava in ogni gesto il mio sogno e soltanto grazie a lei aveva vita: era vero e involuto, un arzigogolo compiuto, una trama intricata di connessioni. Ma lei era solo un’illusione. Amavo il suo simulacro. E, come Pessoa, allora davvero posso dire: “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.

 

Pessoa

sabato 16 novembre 2013

LP

 

Ho trovato il vecchio giradischi in una scatola conservata in soffitta. Accanto c’erano anche i 33 giri, sigillati in un cartone con stampigliato il marchio della Vecchia Romagna. L’ho tolto dalla busta di cellofan, l’ho portato in salotto, ho collegato i cavi, ho infilato il jack di uscita nello stereo e ho messo un LP.

And the big wheel keep on turning neon burning up above and I'm just high on this world
Come on and take a low ride with me girl on the tunnel of love, yeah love love”.
Suonano i miei ricordi e mi sorprende il fruscio del vinile: quell'imperfezione mi apre gli occhi, mi dice quanto tempo sia passato. E la stessa sensazione ho provato nell’estrarre il disco dalla busta e porlo sul giradischi, nel posarvi attento la puntina tra un microsolco e l'atro; erano impacciati i miei gesti, desueti, da fruitore di nuove tecnologie. Neanche più l'asettica custodia dei CD, ormai la velocissima e ampissima scelta dell’iPod, di Spotify, della nuvola.

“Juliet the dice were loaded from the start and I bet and you exploded in my heart ”. Anche i miei ricordi sembrano diversi adesso, lontani, come vissuti da un altro: paiono rivestire addirittura un'importanza diversa, mi sembra che ora sia insignificante ciò cui davo valore e viceversa che sia molto più importante ciò che ignoravo perché lo ritenevo quasi irrilevante. Riecco le mie scelte sbagliate – a posteriori è facile giudicare, dire: avrei dovuto comportarmi così, avrei dovuto dire oppure tacere. Riecco i miei amori perduti, frantumatisi come un calice di cristallo caduto sul pavimento – non sono stati inutili, l’esperienza si costruisce così, frammento di vetro dopo frammento di vetro impari, o almeno ti accorgi che c’è una colla che può saldare quelle schegge.

“I wanna live on solid rock, I'm gonna live on solid rock , I wanna give I don't wanna be blocked , I'm gonna live on solid rock”. Alzo la puntina con un gesto che ormai non mi è più abituale, tolgo il vinile e lo ripongo nella sua custodia rossa e turchese riponendovi insieme anche i miei antichi ricordi.

 

Giradischi

sabato 9 novembre 2013

Il cuore e la ragione

 

Era una sera di luglio, afosa e pesante dopo una giornata in cui il sole aveva picchiato come un fabbro sulle spiagge, sulla tela degli ombrelloni, sui corpi arrossati di villeggianti del nord Europa. Ora che era sceso il buio, svolazzavano falene intorno ai lampioni e l’odore della pineta si spandeva nell’aria calda come la scia di profumo lasciata da una bella donna.

La ragazza sedeva sul bordo della fontana, forse per sentire un po’ di fresco. Indossava pantaloni bianchi e una t-shirt chiara a righe. Aveva uno sguardo triste, l’allegria della sera in compagnia le era estranea. Raccolsi il mio coraggio – ero un ragazzo timido allora – e mi sedetti al suo fianco. Le chiesi che cosa avesse, se in qualche modo avessi potuto strapparle un sorriso. Essere timido aveva il suo vantaggio: suscitava nelle ragazze l’istinto materno, la curiosità di spaccare la scorza per vedere cosa c’era sotto. Lei mi parlò di un ragazzo che preferiva la pallacanestro a lei, che l’aveva lasciata lì da sola per andare ad assistere ad un incontro di basket in qualche palazzetto di provincia. «Che infamia» dissi per consolarla, «come si può preferire lo sport a una bella ragazza!». Sorrise, spalancò le labbra nel più meraviglioso sorriso che avessi mai visto. Mi innamorai. Mi innamorai di quel sorriso. Mi innamorai di lei.

*

    Passò fugace come una cometa nei miei giorni, nella mia estate: così riuscii a definire la sua presenza al mio fianco. La mia cometa. Anni dopo, quando la Hale Bopp rimase accesa per mesi nel cielo, pensai che mi ero ingannato. Il suo volo nella mia vita era più simile allo schianto di un meteorite: un lampo ed era passata. Pensavamo di avere tutto il tempo davanti a noi e invece il tempo ci mancava. Fu questo a perderci, eppure allora lo ignoravamo. Un lampo e l’amore si incenerì come la tundra di Tunguska. Lei divenne la stella caduta nei miei ieri: rimaneva soltanto come un lontano bagliore sempre più fievole il suo ricordo.

*

Si incontreranno mai le nostre strade? O – come è più probabile – le parole “mai più” sono stampate, anzi dolorosamente incise sulla nostra pelle con uno stilo arroventato? Solo nel sogno è possibile un altro percorso comune? Solo nell’utopia del desiderio, dei castelli costruiti in aria, ci sono tratti di vie che paralleli scorrono e poi miracolosamente si intersecano? La realtà, la ragione dicono invece che sarà per sempre l’oblio, che le memorie di quei giorni sbiadiranno come cartoline lasciate al sole nel vetro di una cristalliera. Ma la realtà, la ragione, in fondo, che ne sanno dell’amore?


 

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FOTOGRAFIA © HD WALL CLOUD

sabato 2 novembre 2013

Il colonnello

 

Il colonnello D. guidava un vecchio Volkswagen Maggiolino color scarabeo, aveva una barba sale e pepe e la fama di pazzo: i soldati lo temevano per le punizioni che spesso distribuiva a casaccio, senza senso. Al campo estivo di Ponte di Legno, per dire, diede sette giorni di CPS ad una sentinella che, fedele alla consegna ricevuta, rimase in silenzio quando lui, di ritorno dal paese a mezzanotte, lo interpellò: «Parla, rispondimi! Sono il tuo comandante!». All'adunata del mattino fu lui stesso a raccontare il fatto, rosso in viso, furibondo, e qualcuno di noi si immaginò la faccia che aveva la sera prima, quella di Michelangelo quando scagliò via il martello perché il suo Mosè non parlava. Quella volta tutti lasciammo con grande fretta lo spiazzo e ognuno quel giorno compì il suo dovere con grande diligenza e attenzione. Sempre in quel campo estivo il colonnello un giorno sorprese le guardie addormentate nella tenda che fungeva da corpo di guardia: stavano riposando, com’era giusto che fosse, mentre un altro soldato era alla sbarra. La punizione immeritata fu anche per loro sette giorni di CPS.

Ma il colonnello D. era burbero anche in caserma: punì un caporale per essersi attardato un po' di più alla pausa spaccio delle quattro: stava seguendo una tappa del giro d’Italia che attraversava il suo paese. Nessun lavoro sembrava ben fatto, c’erano sempre foglie da raccogliere, piatti e pavimenti da rilavare, magazzini da mettere in ordine. Quando il fischietto e il rombo del Maggiolino annunciavano che il colonnello aveva varcato il cancello ed era uscito, tutta la caserma, dai soldati ai sergenti, dai marescialli ai sottotenenti, persino i muri credo, si rilassava, paventando il momento in cui il fischietto avrebbe annunciato nuovi guai.

Rimasi solo un mese in quella caserma diretta dal colonnello D., poi venni trasferito. Ritornai solo all’atto del congedo, per soli tre giorni. Per oltre nove mesi però avevo udito parlare - mi trovavo in un’altra caserma della stessa città - di punizioni strane e immotivate, gli ex compagni nei bar mi raccontavano storie surreali ed episodi strambi in cui il protagonista era il colonnello. Così, tornando nella sua caserma, tolsi la spilletta metallica con il numero 5 dal fregio del cappello - mi avevano detto che faceva scattare la punizione -e nascondevo i capelli troppo lunghi da congedante, cercavo di girare al largo il più possibile. Però facevo male: il colonnello D. ci firmò libere uscite per quei tre pomeriggi e lo trovai affabile il mattino in cui mi consegnò il congedo: «Bravo, hai svolto un buon lavoro. grazie. E auguri per la vita da civile». Se si accorse che ero rimasto a bocca aperta non lo so... Poi mi ripresi e lo salutai, stringendogli la mano.

21 giugno 1999

 

Colonnello

venerdì 25 ottobre 2013

Un piccolo passo

 

Il pomeriggio del 21 luglio del 1969 i televisori, quei vecchi televisori bombati, con un paio di manopole e senza telecomando, trasmettevano naturalmente l’evento del secolo, forse del millennio: il primo uomo aveva messo piede sulla luna. Nel bianco e nero molto sgranato il pianeta di polvere grigia riempiva tutto lo schermo e un ometto vestito come un pupazzo, con mosse da pupazzo, scendeva una scaletta e posava il piede goffamente sulla superficie.

Un bambino di neanche cinque anni quel pomeriggio aveva la febbre e non poteva uscire a giocare in giardino come sempre. Avrebbe voluto vedere i cartoni animati, ridere delle malefatte di Bugs Bunny, di Duffy Duck, di Wile Coyote, di Porky Pig. Non era come adesso che le televisioni riempiono centinaia di spazi nella lista del digitale terrestre: i canali erano soltanto due, il Nazionale e il Secondo. C’era anche la Televisione Svizzera, in Lombardia. E le trasmissioni iniziavano solamente alle 17 in inverno e alle 18 in estate. Quel bambino dunque, verso le sei del pomeriggio, era molto deluso perché invece dei Looney Tunes c’era un signore con gli occhiali spessi e il ciuffo biondo che con entusiasmo mostrava di continuo quella scena con l’ometto che scendeva da una scala.

Rincasò il padre del bambino. Aveva lavorato tutto il giorno a Milano ed era tornato in treno. Era un po’ stanco perché alle quattro del mattino era ancora lì attaccato al televisore a guardare quel “piccolo passo per l'uomo ma un gigantesco balzo per l'umanità”. Aveva pensato spesso a Neil Armstrong durante il giorno, a quella bandiera a stelle e strisce ferma nell’aria lunare senza vento. Rincasò dunque, e vide il bambino un po’ deluso davanti al televisore. Capì subito il motivo di quella delusione. Toccò la fronte al bambino, gli spettinò dolcemente il ciuffo, poi lo prese sulle ginocchia e gli disse: «Quella è la luna. Questa notte tre uomini partiti dalla Terra sono arrivati fino lassù. Pensa, un giorno forse ci potrai andare anche tu». Quel bambino avrebbe poi letto Jules Verne e la storia di Cyrano de Bergerac, si sarebbe appassionato ad Astolfo e all’Orlando Furioso, alle Cosmicomiche di Italo Calvino. Ma quel pomeriggio, ancora ignaro di tanta letteratura, quella luna dopo che suo padre gli aveva parlato così, non gli sembrava poi tanto lontana. Quando si mise a tavola per la cena disse alla mamma: «Sai, forse un giorno andrò anch’io sulla Luna...»

Quel bambino di neanche cinque anni ero io. Non sono andato sulla Luna. Non ci andrò mai. Ma ho imparato il valore che può avere un sogno. Qualunque sogno.

 

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sabato 19 ottobre 2013

Otto anni dopo


Il lago scivolava via d'un verde turchino dall'aspetto oleoso. I battelli della “Navigarda” attraccavano con puntualità e Giovanni li accompagnava con lo sguardo: da puntini in movimento si accrescevano fino ad essere riconoscibili e dopo l'attracco e la breve sosta in porto rimpicciolivano fino a scomparire all'orizzonte.

Tra la gente scesa dall'ultimo battello Giovanni riconobbe un volto noto ed ebbe un tuffo al cuore: “Anna!” gridò come mosso dall'istinto. Non riusciva a capacitarsi: perché mai aveva gridato a quel modo senza nemmeno pensarci? Anna si avvicinò: non era sola, infatti con lei un'altra ragazza si era staccata dal gruppo che guadagnava l'usci-ta del porto. “Ti avevo lasciata ragazzina e ora sei una giovane donna” disse Giovanni un po' imbarazzato come se il passare del tempo fosse qualche cosa di innaturale. Anna citò Virgilio: “Fugit irreparabile tempus” e dopo un sorriso presentò Valeria, la ragazza che era con lei.

“E ora che fai?” chiese Giovanni, che si sentiva sempre più impacciato, forse anche per la presenza di Valeria. “Lavoro all'albergo con i miei. E tu, cos'hai combinato in tutti questi anni?”. “Ho scritto: articoli, libri, poesie, di tutto“. Voleva aggiungere: “Sono ancora solo” ma la vista della snella Valeria lo inibì. Pensò che Valeria era molto simile all'Anna di quei tempi andati, l'Anna diciottenne che aveva baciato una sera lungo il mare e che la mattina dopo era partita. “Ho fatto anche il militare e sono sempre libero da vincoli” aggiunse senza riuscire a esprimere quel “solo” che gli ronzava nella mente. “Neppure io mi sono sposata” disse Anna guardandolo ancora più a fondo negli occhi.

Il sole tramontava nel lago, accerchiato da nubi che ne diminuivano la luminosità. “Avete fretta? Posso offrirvi qualcosa?” domandò Giovanni e, rassicurato dalle due donne, si diresse con loro al caffè di fronte al porto. Ordinarono tre coppe di gelato. Valeria interloquì: “Così, tu scrivi. Mi piacerebbe moltissimo. Io ogni tanto butto giù qualche poesia, ma trovo difficoltà nell'esprimermi in prosa“. Giovanni iniziò ad elencare le soddisfazioni e le difficoltà della sua professione e si interruppe per l'arrivo del cameriere con i gelati. Continuava a pensare che Valeria, più della stessa Anna, rassomigliava all'adolescente di quella sera in riva al mare.

Anna finì la sua coppa e ruppe gli indugi: “Giovanni, purtroppo ora dobbiamo proprio andare. Sei stato davvero gentile” e ciò detto si alzò per andarsene. Giovanni stentò a riconoscere l'Anna che aveva amato, così socievole, così attaccata ad ogni conoscenza. Come ridestandosi da un sogno, trovò la forza di chiedere: “Dove posso trovarti?”. Allontanandosi, Anna gli gridò il numero di telefono.

(14 maggio 1990)

 

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RICHARD BOYER, “CAFÉ IN ST. REMY”

sabato 12 ottobre 2013

Seguendo la voce di Venezia

 

Dopo molti anni sono tornato a Venezia. E l’ho fatto con lo spirito del viaggiatore e non del turista, come mi piace quando visito una città. Per questo ho seguito il consiglio di Tiziano Scarpa, scrittore veneziano: “Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All'Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona”.

Così ho fatto: mi sono perso, mi sono lasciato condurre per le calli, per i ponti, per campi e campielli seguendo l’ispirazione del momento, una luce, uno slargo o al contrario una strada che si apriva tra i muri come una fessura. Ho lasciato che fosse Venezia a chiamarmi, a guidarmi, a suggerirmi il percorso. Una bifora, una bandiera, una teoria di panni stesi, un riflesso rovesciato nell’acqua lucida di un canale, un campanile apparso all’improvviso dopo una delle tante curve o emerso da un sotoportego, un palazzo fiorito scendendo da un ponte in qualche fondamenta.

Ed ho potuto sentire l’anima di Venezia, il suo canto sommesso e misterioso, la sua bellezza antica e piena di storia, le leggende dei dogi e dei nobili. Ho scorto qua e là il fantasma di una bautta, l’ombra di Casanova, lo spettro di Goldoni, lo spirito di Vivaldi. Ho colto quel suo fascino sottile che emana dai campielli deserti dove spicca una vera da pozzo, dai balconi fioriti, dalle facciate dei palazzi.

Certo, mi sono avventurato anch’io fino al Ponte di Rialto, fino al carnaio umano di Piazza San Marco. Ma mi sono allontanato subito, via da quella folla che prende la città per un enorme parco dei divertimenti, per una Disneyland sull’acqua. Io fotografavo Venezia, cercavo di immortalarne la grazia, di imprigionarne un pezzetto nel piccolo file digitale, i turisti erano invece impegnati a fotografare se stessi in posa davanti al campanile o alla basilica o sulle balaustre di Rialto.

Me ne sono andato verso l’Accademia, perdendomi ancora una volta da Campo San Moisè in là per Calle delle Ostreghe, per Calle dello Spezier, per Campo Santo Stefano, assaporando la lingua veneta sulla lingua come un dolce. Perché viaggiare non è vedere un posto, non è sedersi quasi annoiati su una panchina, non è ciondolare tra un monumento e l’altro come per un contratto: viaggiare è un atto di amore con una città.

5 ottobre 2013

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 5 ottobre 2013

Breve tramonto

 

Nella stanza già era buio: le ombre della sera sembravano già calate.

Ma fuori una larga lama di sole, dell’ultimo sole, accendeva di luce la campagna spazzata dal foehn, che ululava caldo e minaccioso.

Sotto un cielo cupo, pur essendo ancora nelle tonalità dell’azzurro, le colline luminose brillavano di riflessi rispecchiati dai vetri delle case disseminate qua e là come i granelli di zucchero sulle ciambelle. Le ombre dei rilievi e delle forre erano perfettamente visibili, simili ai crateri lunari nelle notti in cui l’astro è pieno.

Piccole vaporose nuvole bianche, inconsistenti come garza, come il tulle dei tutù delle ballerine, sovrastavano la sommità tondeggiante delle colline.

Più vicino, sulle case dipinte di bianco, la luce era proiettata come su uno schermo cinematografico, d’un giallo vivo. I tetti erano di un rosso altrettanto vivo, quasi sanguigno, e l’ordine delle tegole vi spiccava con evidenza.

Gli alti monti a nord vivevano di luce riflessa: il primo, di un verde azzurro, il colore che ha la spuma dei fiumi tumultuosi che si gettano nelle rapide; il secondo quasi violetto, simile ai riflessi di una brocca di vino rosso. Entrambi erano liberi dalla neve, pur essendo gennaio.

Lo spettacolo non durò che pochi minuti, forse dieci, forse quindici: questa era la cosa più straordinaria, questa era la sua importanza.

10 gennaio 1995

 

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PAM CARTER, “ROOM WITH A RUM VIEW”

sabato 28 settembre 2013

Una coppia

 

La fenditura delle labbra dipinte d’un rossetto color terra è la bocca di una grotta per ripararsi dalla pioggia, lui vi entra e la sente tutta sua, stringendola a sé diventa suo anche il seno, un imbarazzo morbido che permea la sua carne, che si fa la sua carne e uomo e donna adesso sono una creatura che non ha sesso e che li ha entrambi.

Nel portone buio filtra un raggio di lattea luce proveniente da un lampione, i fiati sono evidenti, promanano da corpi accaldati. Non piove più, sottobraccio lui la stringe ancora mentre vanno via e si appartengono.

Lei gli sta raccontando che vorrebbe tanto abitare in una casa tra i monti, quelle di legno con le finestre delle ante dipinte a strisce bianche e rosse, con i canali di rame e i fermaneve tra i coppi d’ardesia, con cascate di gerani ai davanzali, con un camino e, in giardino, una catasta di legna ed un pozzo, oppure una fontanella. Gli sta disegnando la vita che trascorrerebbero lì: avrebbero un gatto, forse un cane - un pastore tedesco o un dalmata, lui a spaccare la legna quando occorre, la staccionata potrebbe dipingerla lei, magari mentre lui d’estate, seduto in veranda, scrive il suo nuovo romanzo. E poi lei certamente si metterebbe a dipingere: i ghiacciai, le vette, coprirebbe le tele con il verde dei pini, con i rossi e i gialli dei tramonti. «Chiudi gli occhi» gli dice «prova a immaginare solo un istante».

Lui tace. Pensa che lei sia come il vento, che cambi l’umore come il tempo e le stagioni, che il suo amore sia come una foglia sul ramo e forse presto si staccherà, sicuramente si staccherà il giorno in cui lui finalmente non sarà più stregato dalla sua bellezza. Il suo cuore ha cadenze strane, fasi lunari, gli viene da pensare: chissà se sono così tutte le donne? Un giorno giura di amarlo alla follia, fa progetti di vita in posti lontani, lo copre di baci e di carezze, lo invita all’amore; un altro è fredda e distante come una stella, giunge quasi ad insultarlo; il giorno seguente è zucchero e miele, si emoziona per la luna o per un tramonto.

Crede di conoscerla ma in effetti - quasi rabbrividisce al pensiero - non conosce che il suo corpo, quel corpo che genera calore nel cappotto, che sente al suo fianco destro, avvinghiato come un animale marino allo scoglio o al pilone di un pontile. Conosce bene il suo copro: potrebbe farne una mappa dettagliata: le colline gemelle dei seni, l’avvallamento del grembo, il fiore esotico del sesso, le gambe da ballerina. Ma il resto, quanto al resto ci vorrebbero migliaia di geografi e anni di lavoro... come adesso che parla di una casa in montagna, un maso magari.

Ora lei sta sorridendo, lo guarda e sorride: sembra che tutta l’anima le sia sul volto, quasi potesse leggergli nei pensieri. Sorride e gli ruba un altro pezzo di cuore con la sua semplicità (o non è che sia invece una delle sue personalità?), sorride e lo strega con i suoi sguardi ingenui (o fintamente ingenui?) eppure così smaliziati. “Mi legge nel cuore” pensa “siamo così uniti eppure così lontani, così uguali e così diversi: sorride delle mie debolezze, delle mie ansie, delle mie malinconie. C’è un muro tra di noi, c’è sempre stato, anche quando i nostri corpi diventano una cosa sola. Non è ipocrisia come talora di e lei riempiendosi la bocca di una parola ad effetto. È che siamo due pianeti su orbite diverse, due navi che percorrono rotte verso porti assai distanti tra loro”.

«Sapessi...» dice lei come un vanto, come un mistero, come un misconosciuto segreto, interrompendo i suoi pensieri. «Sapessi...» ripete e non prosegue: lascia lì quei puntini di sospensione come una vestale il fuoco sacro, li calca fino a farli diventare l’intera frase, sono pause musicali che durano ormai d intere battute. Poi scoppia in un’argentina risata a rivelare il gioco: «Sapessi che voglia ho di avere un bambino! Ci pensavo prima mentre ti raccontavo della casa in montagna: un gatto, un cane e... perché non un bambino?»

Lui tace. La bacia. La saluta e la lascia davanti casa. Lei è entrata, si è spogliata e si guarda allo specchio: ritrovai suoi difetti noti solo a lei, alcuni addirittura solo alla sua immaginazione. Si protende,si sorride, guarda il seno che si gonfia e la curva del ventre. Lo accarezza e dice: «È già dentro quel bambino...»

2 febbraio 1998

 

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JACK VETTRIANO, “DRIFTERS”

sabato 21 settembre 2013

Due fotografie

 

La tua camera è una scenografia da film, da opera teatrale, con il grande letto d’ottone e il piumone a piccoli fiori chiari su uno sfondo pastello. È inverno adesso. D’estate il disegno della copertina non varia poi molto, forse un po’ più vivi i colori. È una camera formale, come formali sono rimasti i rapporti tra noi, divisi dopo i chiarimenti, ma con una sorta di diplomazia che, se ci ha tolto i tormenti, in compenso ci ha donato la serenità di chi dimentica. E formale sei anche tu, con i tuoi atteggiamenti posati, mai sopra le righe, mai sotto, con i tuoi riti e le tue piccole liturgie, con l’estroversa affabilità che così bene si compenetrava con la mia introversa scontrosità.

In una foto di tanto tempo fa noi ci baciamo sotto un acquazzone e, qualche ora dopo, la bufera scoppiò improvvisa come una congiura: ad essere assassinato fu il nostro amore, sopraffatto, ucciso, gettato giù da un ponte e poi dimenticato.

Ma noi siamo ancora qua che ci baciamo nel 15x10 di una stampa Kodak con i colori resi bianco e nero dalla pioggia che ci sorprese un pomeriggio e siamo gli attori di quella storia che si sviluppò più tardi.

Siamo un po’ stranieri adesso, senza la passione, con altre storie e altre persone alle spalle e a fianco, danziamo nei ricordi e beviamo coppe d’amaro veleno rivangando un giuramento che suona un po’ meschino visto che la promessa non si è mantenuta e qualcuno potrebbe anche esclamare “Io l’avevo detto!”. Ma no, noi non cerchiamo di addossare colpe, lasciamo che la verità scopra da sola il suo corpo sinuoso e se turberà qualcuno, pazienza. È troppo tardi adesso per pentirsi, certo che la maturità servirebbe in gioventù e invece è proprio allora che sbagliamo.

Non lo confesserai mai, ne sono certo, ma i tuoi lamenti non erano che una copertura della fragilità che inconsciamente forse porti dentro, la roccia ti è all’esterno e nessuno ti sospetta fragile dentro se non chi ha amato tanto quel tuo modo d’essere. Sì, certo ne vai fiera e chissà che altro ancora, vanità femminile... Io invece ho sempre l’aria di chi resta senza benzina, in piedi accanto a un’auto inservibile.

Ma tu dimmi perché ci sono ancora io in quella cornice tra le tue creme e le tue matite, tra i rossetti e le boccette di profumo. Sono lì che suono il pianoforte aggrappato ai tasti, bianco e nero anch’io come l’avorio e l’ebano e tutti i giorni tu ascolti quella melodia che suona lontana e ti dice che era troppo bello tutto e poi ci fu l’addio. Allora è proprio vero che l’amore è un mistero e che non ne conosciamo proprio nulla: “L’amore è tutto e tutto ciò che noi sappiamo dell’amore”.

30 novembre 1995

 

Petite Pianiste, robe bleue

HENRI MATISSE, “PETITE PIANISTE, ROBE BLEUE”

sabato 14 settembre 2013

Un incontro alla stazione

 

Paola si materializzò nella stazione semideserta delle quattro del pomeriggio; nell’afa di quel caldo giorno d’estate sembrava proprio un miraggio.

«Dopo tanto tempo...» Era ancora la stessa, forse il corpo addirittura un po’ più affusolato nonostante i dieci anni trascorsi. Indossava un abitino color verde mela, dello stesso stile e della stessa eleganza che ricordava, come del resto anche in quell’ultima scena che per tanti anni si era portato appresso: quello spolverino bianco che sventolava nella brezza settembrina.

«E così ora che cosa fai? Ti occupi ancora dell’azienda di famiglia?» Anche le parole, i gesti, erano gli stessi di allora, quelli della ragazza adolescente che provava i primi rossori, che pensava a divertirsi e ogni sera inventava qualche cosa di nuovo, qualche posto insolito dove andare. Gli stessi gesti, le stesse parole di quel settembre avanzato in cui per l’ultima volta furono insieme, mentre il cielo già sporco di smog s’incupiva per l’avvicinarsi di un temporale.

«Il tuo treno parte subito o hai tempo?» per lei avrebbe preso anche l’ultimo treno, vi avrebbe pure rinunciato, avrebbe dormito in stazione pur di restare con lei un minuto di più. E invece lei diceva «Mezz’ora» e lui già guardava l’orologio, il grande orologio dai numeri gialli che scattavano impietosi. «E quanto tempo passerà prima che tu torni?» Gli sembrava di aver già detto quelle parole, forse in un altro contesto, forse con un accento più accorato, come se provenissero da un’altra vita: era stato quell’ultimo giorno, nel salotto di lei, arredato come una stanza dell’Ottocento.

Il sole arroventava le pensiline, ne cadeva sotto forma di luce colando come i famosi orologi di Dalí. Due ragazzi abbracciati passarono sbaciucchiandosi, gli ricordarono Paola e lui di quindici anni prima, i due che adesso come estranei si stavano scambiando banalità, imbarazzati quasi di quel loro passato che era sembrato essere l’universo intero. Come attori che recitassero un copione stavano lì a parlare del tempo e del lavoro, a indignarsi per la situazione politica, quasi solo per il fatto di essersi incontrati dopo tanti anni in una stazione - per puro caso - un pomeriggio d’estate davanti al chiosco delle bibite, e due che si incontrano per caso in una stazione devono parlare del tempo, del lavoro e di politica, non certo dei loro amori. Magari, a incontrarsi in spiaggia o in un ristorante è ancora possibile, ma in una stazione! E l’orologio scattò ancora una volta.

«Ora bisogna proprio che vada» disse Paola e lo baciò sulle guance, lo stesso modo affettuoso di salutare che aveva anche allora. «Telefonami, se ti fa piacere». Rimase lì a guardarla, mentre si avvicinava al treno; i tacchi risuonavano forte sull’ammattonato. La vide salire e voltarsi ancora una volta, salutare con la mano. Rispose al saluto e non la vide più. Aspettò che il treno partisse, lo guardò andare via, finché non divenne un puntino sull’orizzonte, poi se ne andò portando nella memoria e nel cuore un’altra scena di addio.

3 maggio 1995

 

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JACK VETTRIANO, “THE RAILWAY STATION”

sabato 7 settembre 2013

Leggendo Pessoa

 

Leggo Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”. Una pagina al giorno, senza esagerare, qualche volta anche solo uno dei capitoletti che compongono l'opera. Lo centellino, come una bottiglia di porto posata su un tavolino di quei bar all’aperto che il poeta portoghese frequentava a Lisbona. Come una Bibbia da consultare soltanto per un versetto, come una filosofia portatile, un testo da cui trarre una divinazione.

Così oggi mi capita di soffermarmi su questa affermazione: “Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma con la presupposizione di un altro sentimento. E questa presupposizione è, di fatto, un altro sentimento”. E di conseguenza resto a riflettere sulla mia situazione contingente, sul momento che sto vivendo, sui rapporti che intercorrono tra me e P.

Analizzo questo sentimento che provo. Non ha la stigma dell'amore, o almeno non ancora. È un territorio inesplorato dove picchiare paletti, dove ipotizzare costruzioni: come quelle aree fabbricabili piene di sterpi e di erbe secche che si muovono al vento - l'architetto vi sogna già palazzi, strade, alberi, vede già persone che vivono in quelle case, in quei giardini che esistono solo nella sua mente, nella sua fantasia. Ecco, così è questo sentimento: vive del fascino del possibile, come in un sogno.

E intanto sono, così, semplicemente, languidamente. Lascio scorrere la vita come un fiume placido, in questa tranquilla domenica di fine estate, senza preoccupazioni, senza patemi. Mi lascio anche andare ad una fantasia amorosa, ma come un brivido di febbre che invada il corpo. E penso a lungo a qualche posto dove sarebbe bello andare per una passeggiata pomeridiana sapendo che poi non andrò da nessuna parte.

 

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ALMADA NEGREIROS, “RITRATTO DI FERNANDO PESSOA”

sabato 31 agosto 2013

Un appuntamento

 

«Dunque me ne stavo lì con le mani in mano in quel salone tutto illuminato, con la musica e i ballerini che mi vorticavano intorno. Ascoltavo il fruscio delle gonne nel valzer e il colpo secco dei tacchi e meditavo di andare a farmi un goccetto al bar, quando d'improvviso, come sbucata dal nulla, una ragazza mi invitò a ballare.

Era una bionda minuta, con i lunghi capelli sule spalle e un filo di trucco a correggere forse qualche leggera imperfezione dei tratti, sapete come fanno le donne, no? Il suo corpo era splendido, ben fatto, nella normalità... voglio dire: non aveva seni enormi o fianchi esagerati, o inesistenti che sembrasse un uomo. Una bella ragazza, insomma, e mi chiede di ballare. Io ero lì che mi annoiavo e, invece di dirle che non so proprio ballare, accettai. Forse neppure lei era tanto capace, così sorvolò sui miei difetti e danzammo tutta la sera.

Non ci crederete, quando andò via mi fissò un appuntamento, sì: fu proprio lei a fissarlo, “Vediamoci sul lungofiume domani sera, vuoi? Ti va bene per le nove?"»

Alle otto e tre quarti, finito di cenare in un ristorante sotto i portici, era tornato a casa che era quasi buio, aveva preso una birra dal frigorifero e si era disteso vestito sulle coperte a guardare la televisione. Dopo un po' la spense. Forse provava davvero rimorso per aver abbandonato quella ragazza, sentiva un po' di compassione per quella creatura docile e indifesa, permeata di dolcezza, forse anche di ingenuità, che aspettava invano appoggiata al parapetto, magari le veniva anche la tentazione di buttarsi giù. Pensò anche di scendere a vedere se fosse là, invece si alzò a prendere un'altra birra e tornò a sdraiarsi.

Se la immaginava parlare con un’amica, dirle “Gli uomini sono tutti dei mascalzoni” e giù a raccontarle la storia di quel damerino impomatato che in quel salone sembrava far tappezzeria ma che forse stava là perché on sapeva ballare troppo bene e che proprio per quello le aveva fatto tenerezza...

«Le donne!» disse «E magari mi aspettava là sulla panchina con l’idea di andare in qualche posto, in qualche camera a fare l’amore... Sì, perché la bellezza fisica, vedete, passa velocemente, viene recisa come un fiore di papavero quando si fa la messe... Magari voleva fare qualcosa intanto che è giovane, godersela, spassarsela. Perché, credete a me, alle donne non resta altro da fare che sdraiarsi sulla schiena, credetemi».

Così almeno ci raccontò una sera al Café Liszt, seduto davanti a una mezza dozzina di bicchieri da vodka vuoti, a pochi metri da luogo in cui la ragazza gli aveva dato appuntamento, quasi trent’anni prima.

23 ottobre 1995

 

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CASSANDRA RONNING, “GREECE, MAN IN CAFÉ”

sabato 24 agosto 2013

Always on my mind

 

È passato del tempo, un bel po’ di tempo a dire il vero. Giorni e settimane, mesi e stagioni, e anche anni. Ma adesso Angelo Schewingen si ritiene finalmente guarito. Ha inghiottito amaro per molti di questi mesi e anni, si è curato con il disinganno, con la disillusione, si è sottoposto a una terapia di autoconvincimento, ha lottato con i ricordi, così da dimenticarli uno per uno – come si strappa un intero prato di margherite. Quella volta che sotto un cielo di porpora, là alla darsena, i casoni dei pescatori sembravano in fiamme e la mano di lei aveva la morbidezza di certe sete. Quella volta che la luce cadeva radente sul suo bikini verde smeraldo e la leggerissima peluria bionda risaltava come pagliuzze d’oro e intorno nell’aria arroventata le voci dei bagnanti smorivano come grida di gabbiani. Quella volta che il buio della notte scese come una coperta a rivestire le poltroncine di vimini da giardino e le stelle cadevano come falene impazzite dalla volta di un agosto dolcemente languido mentre lui sentiva il cuore di lei battere sotto la sua mano. Sì, perché la malattia di Angelo Schewingen era l’amore, quell’amore che aveva perduto quando lei se n’era andata. Anche quello era un ricordo rimosso: il rumore di un anello buttato sul tavolino – sembrò ruotare su se stesso per un tempo infinito prima di spegnersi in un silenzio che sarebbe stato per sempre – quel suono gli era rimasto a lungo nelle orecchie, fu il più difficile da cancellare, anche più della porta sbattuta, del frusciare delle foglie nella passeggiata d’autunno che aveva fatto subito dopo l’addio, del canto della pioggia che cullò triste i primi giorni dell’abbandono.

Ma ne è passato del tempo, adesso. Sono passate le poesie e le note vergate furiosamente sul diario con calligrafia spesso indecifrabile per la fretta con cui annotava i suoi pensieri. Bruciate. Arse nel camino. Quello è stato facile, sentire crepitare i fogli, vederli arricciarsi, ingiallirsi, annerirsi, ridursi in cenere, scomparire sul fondo, tra i ciocchi e gli alari. Facile fare sparire le cose materiali, più difficile le memorie spirituali, le sensazioni, le emozioni. Alla fine però, Angelo Schewingen c’è riuscito. È un uomo nuovo adesso, rinsavito, ristabilito. Eccolo lì che sta per uscire incontro alla vita di uno splendido giorno di primavera: si è messo un abito grigio a tre bottoni, la camicia bianca, le scarpe inglesi. I capelli brizzolati luccicano al sole della nuova stagione. Cammina per strada, fischiettando, ammirando la dolcezza dell’aria, annusando il sentore di fiori che permea ogni cosa. Un uomo rinato...

All’altezza di Via Leopardi c’è un chiosco ambulante, di quelli che vendono pannocchie arrostite e bruscolini, caldarroste d’inverno, zucchero filato a Carnevale. Angelo Schewingen non ci ha fatto neanche caso, ci passa accanto ancora fischiettando, quando d’improvviso si accorge della musica che esce dalla radio, sotto l’ombrellone a strisce bianche e rosse: “Tell me, tell me that your sweet love hasn't died”... è la loro canzone, nella versione di Willie Nelson, la stessa che suonava in quel juke-box nel bar della spiaggia quando si erano seduti a bere una birra e si erano alzati due ore dopo che sapevano tutto l’uno dell’altra. La loro canzone. Quella non è riuscito a cancellarla, è riemersa così come una moneta d’oro da uno scavo archeologico e ora è lì, una farfalla nell’aria di primavera. Angelo si lascia andare su una panchina della piazza, il viso nella gabbia delle mani, e comincia a piangere: “You were always on my mind, you were always on my mind”.

 

NOTA: Confesso il mio debito per questo racconto a un brano da “Le precauzioni inutili” di Dino Buzzati: in effetti, questa ne è una variazione, mutando sesso al protagonista, che là è una donna, Irene.

 

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EDWARD HOPPER; “PORTRAIT OF A MAN”

 

sabato 17 agosto 2013

Una stella cadente

 

Serata perfetta per osservare le stelle cadenti, per rimanere nell’ombra della veranda e guatarle come un avvoltoio: della luna c’è solo un’unghia e per di più bassa sull’orizzonte adesso, impigliata nei rami metallici di un’antenna televisiva; e poi questa è una zona dove basso è l’inquinamento luminoso, hanno addirittura spento le luci che illuminano il santuario, per l’occasione.

È una notte magica, come quella del solstizio d’estate o quella di Valpurga: ma qui non escono le streghe a celebrare il loro rito, né gli adoratori del sole. È una notte da romantici, da innamorati: e pensare che altro non è che la scia di una cometa ad intersecare la rotta terrestre: lo sciame consente di osservare centinaia di “stelle cadenti” ogni notte.

Eccomi lì con lo sguardo rivolto al cielo buio dove tremano tutte quelle capocchie di spillo: ecco l’Orsa Minore, il Cigno, la Volpetta, la Lira. E… una stella, una stella cadente! No, è un aereo, ora ne sento anche il rumore. Le lucine lampeggianti, si sposta lento da occidente a oriente, probabilmente tra pochi minuti atterrerà a Orio al Serio.

Un tempo – quando ero bambino – credevo che le stelle cadenti fossero piccoli cuori di luce palpitanti, con le loro belle cinque punte, e andavo a cercarle nel giardino buio, convinto di trovarvi stelle marine bianche e fosforescenti. Anche Linus, il protagonista dei Peanuts… Infatti c’è una bellissima striscia in cui chiede a Charlie Brown se, nel caso ne cadesse una, potrebbe metterla nel suo secchiello e portarla a casa.

Un tempo, quando ero ragazzo, un adolescente timido e introverso, al loro passaggio esprimevo un desiderio che sapevo già irrealizzabile, un’illusione pazzesca che non aveva nulla della speranza, ma solo i crismi dell’irrealizzabilità. E infatti nessuno di questi desideri ha potuto realizzarsi mai.

Si sa invece che questo tipo di desideri devono essere enormi, appassionati, non facili da essere appagati. E forse proprio in questo sta la loro eccezionalità. Non si chiede alle stelle cadenti quello che si potrebbe domandare a Babbo Natale o al Grande Cocomero di Linus. Si chiede qualcosa che va oltre, non un bene materiale, ma un bene spirituale, che attinge alla sfera affettiva.

Eccola! Eccola! Bellissima! Una stella cadente, un bolide bianco che ha graffiato il cielo per un secondo che è sembrato durare molto più a lungo, come il batticuore. Ed ho espresso il mio desiderio: stavolta so che potrebbe un giorno realizzarsi, so che è nel limite finito del possibile, stavolta ho chiesto un sogno…

 

IMMAGINE DAL WEB

sabato 10 agosto 2013

Afa

 

Dalla finestra socchiusa entrava il caldo della prima estate. Il rumore lontano di una trebbiatrice persisteva pesante nell’aria. Sdraiato sul letto, Cesare contemplava il soffitto bianco; immaginava che i propri pensieri fossero acrobati e che volteggiassero intorno al lampadario.

Nella strada passò una motocicletta. L’immobilità assoluta era l’unico modo di vincere l’afa, restare fermi come un sasso sul greto di un fiume, perfettamente immobili. Una mosca volava nella stanza e il suo ronzio si confondeva con il rumore della trebbiatrice lontana. Cesare pensò a Teresa: l’altro giorno, insieme agli altri ragazzi, era stato alla gita lungo il fiume. E c’era anche lei.

Teresa aveva lunghi capelli scuri e un’aria molto furba. Ciò che più gli piaceva in lei era la voce, quella voce calda e dolce. Erano stati insieme tutta la giornata eppure lui non le aveva rivolto neanche una volta la parola, se non nel saluto corale, quando a sera ognuno aveva ripreso la via di casa. E pensare che si era immaginato tante volte il giorno in cui sarebbero stati insieme lui e Teresa in una delle famose gite degli amici. Come quando erano stati in montagna e avevano detto che sarebbe venuta anche Teresa ma poi lei non c’era e lui quante volte aveva pensato a lei quel giorno...    

Cesare meditò sul fatto che non solo con Teresa si era comportato così ma con tutte le ragazze. Proprio tutte no: c’era Lucia, che lui considerava ormai come una sorella, con lei parlava anche per ore. Poi c’era Maria, così sensibile, così simile a lui. Forse era proprio quella compatibilità di carattere che lo aveva spinto a parlarle. Cesare pensò ancora una volta a Teresa, così dolce, così desiderabile. Si voltò su un fianco e fantasticò su come fare per dichiararsi a lei… Con la sua immagine negli occhi e nei pensieri, si addormentò. 


(Maggio 1989)

 

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ASHA CAROLYN YOUNG, “YOUNG MAN SLEEPING”

sabato 3 agosto 2013

La ragazza bionda

 

“Such a lovely place, such a lovely place... such a lovely face plenty of room at the Hotel California any time of year... any time of year..."

Cantavano i ragazzi in riva al mare e il vento che soffiava da Levante portava fin lì qualche spruzzo e faceva volare come gonfaloni i capelli delle ragazze. Il tipo che suonava la chitarra, con una felpa Best Company sui calzoncini da bagno ci dava dentro con gli accordi, si atteggiava a virtuoso. Accanto a lui c'era un brufoloso con una maglietta californiana che batteva ritmicamente su un paio di bonghi. C'era una ragazza in pareo che teneva il tempo con le mani, ed era certamente legata a un altro ragazzo bruno con una polo rossa che di tanto in tanto le accarezzava i capelli o si allungava per scambiare un bacio con lei. Ma Giovanni, che sedeva sulla sbarra azzurra dove erano legati i pattini, intento a inseguire i suoi pensieri e il corso veloce delle nuvole, aveva occhi solo per un'altra ragazza del gruppo, una biondina con un maglioncino bianco sul bikini e una timidezza nei gesti che gli stringeva il cuore.

“Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi le tue calzette rosse, e l'innocenza sulle gote tue, due arance ancor più rosse"...

Cantalo l'amore, ragazza, cantalo... pensava Giovanni. Canta la nostalgia che provi dentro di te e quel batticuore che ti prende quando scende la sera e il cielo si tinge di fumo e di fuoco. Cantalo quell'amore che sogni, che ti brucia come un incendio, canta quello che non hai dato e quello che non hai avuto. Cantalo, ragazza bionda, cantalo anche per me... perché io ti somiglio.

"But you only want the ones you can't get.... Desperado oh you ain't gettin' no younger..."

I ragazzi si alzarono e si incamminarono lungo il mare. Probabilmente sarebbero usciti al varco del pontile per rientrare in città. Stavano parlando tra di loro, tranne la ragazza che Giovanni stava osservando da tempo. Così, gli passò davanti silenziosa, ma lo guardò negli occhi per qualche secondo - nel ricordo gli sarebbero sembrati poi minuti, secoli, un'eternità - e gli sorrise. Il dissimile che avverte un altro dissimile, si disse tornando a casa.

 

Spiaggia

FOTOGRAFIA © VISUALPHOTOS

sabato 27 luglio 2013

Nel tramonto

 

La luce del tramonto cola liquida, riversa i suoi colori sulla sera, ne fa acquerello. Ma adesso è tempo di separarci, è ora che tu mi lasci andare via senza aggiungere parole. Perché io non ti ferisca, perché tu non mi ferisca. Perché non ci tradisca la dolcezza di questo crepuscolo, perché non ci entri nel sangue accendendo nuovi sogni e nuovi desideri, attizzando l’antica fiamma ormai spenta.

Perché potrei anche umiliarmi e chiederti di perdonarmi, perché potrei fare la pazzia di svilirmi e restare qui tra le tue braccia, arrendermi a questo amore che non vuoi e non voglio. Per non cadere nel deliquio di questa atmosfera mi aggrappo alla realtà, osservo le trame delle nuvole, ce ne sono d’oro e di rame, altre sembrano piombo fuso, il vermiglio del sole che precipita le tinge sui bordi di una luce di fiamma. È una sera che stilla romanticismo ed è proprio quello di cui non abbiamo bisogno. Ci sarebbe servita una grigia giornata di pioggia, malinconica e triste per dirci addio, per rassegnarsi a queste strade che divergono – perché la ragione ci dice che devono divergere ma il cuore vorrebbe continuare il suo tragitto a dispetto delle paure.

Ti avvicini. Se adesso mi bacerai, so che non saprò resistere e non andrò più via. Con una mano mi sfiori la tempia. È un gesto d’addio oramai, lo so. Forse è proprio quello che mi serviva, che ci serviva, per prendere il largo e abbandonare questo porto. Accarezzo la mano che mi ha sfiorato la testa e mi volto per non guardare quegli occhi che brillano di pianto. Infilo la porta: un’altra vita comincia. In strada collane di lampioni, è già buio verso est. Dall’altra parte c’è solo una brace rossastra che arde sulla pianura.

 

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DAVY BROWN, “SUNSET OVER ARRAN”

sabato 20 luglio 2013

Ora di punta

 

Paola è sul treno. Ormai il Frecciarossa sarà dalle parti della stazione di Rogoredo, tra i capannoni della prima periferia e i magazzini ferroviari. Giovanni è appena uscito dalla stazione di Porta Garibaldi portandosi negli occhi quei vagoni rossi in movimento, il gioco di specchi dei finestrini. È rimasto ancora un po' sotto la volta buia, poi ha infilato l'atrio dal pavimento di marmo ed ora è fuori, come una piccola formica al cospetto degli enormi grattacieli della piazza. Non è la prima volta che accompagna Paola alla stazione: si vedono così da quando lei è scesa a Roma per lavorare. Nessuno dei due ha mai pensato di mettere fine al loro rapporto, nessuno dei due ha pensato che le distanze siano un ostacolo in grado di frantumare l'amore.

Ma questa volta, ha provato qualcosa di diverso: si sono stretti più forte del solito, si sono baciati più a lungo, hanno indugiato nel tenersi la mano. I discorsi sono rimasti nella gola, soltanto sguardi, intensi sguardi che il silenzio moltiplicava. Cinque giorni. Cinque giorni senza di lei, fino a venerdì sera, quando sarà Giovanni a scendere a Roma con il Frecciarossa. Ormai è da due anni che va avanti così. Però non si sa spiegare perché stavolta lei gli manchi così tanto. Sale in auto e parte, verso il garage sotterraneo dove parcheggerà prima di andare in ufficio.

Sta lì con la sua malinconia, al volante, nel traffico dell'ora di punta. E la radio sembra capire il suo stato d'animo, passa una musica di struggente tenerezza, un brano americano usato spesso nelle colonne sonore di film strappalacrime. È lì, in Piazza della Repubblica, mentre guarda il cielo che le catenarie del tram trasformano in una monocroma opera di Mondrian che Giovanni capisce: è la solitudine che gli pesa, tornare a casa e ritrovarla vuota, doversi cucinare qualcosa... Certo, parla via Skype con Paola tutte le sere, ma vorrebbe averla con sé, vorrebbe sentire la sua presenza nella stanza, volgersi improvvisamente per dirle qualcosa, per commentare il film che guarda alla televisione o una notizia del telegiornale, chiedere consiglio sulle cose da comprare per la cena, sui vestiti da mettersi.

L'auto dietro di lui suona il clacson, il semaforo è diventato verde. Giovanni alza una mano in segno di scusa e riparte. Non c'è soluzione, si ripete. Trasferirsi a Roma, certo. Ma dove lo trova un posto di lavoro a cinquant'anni? La carriera non gli importerebbe... È arrivato.  Infila l'auto nello stallo a lui riservato e prende l'ascensore. Si sorprende a fischiettare il motivo sentito alla radio. “Forza, Giovanni” si dice per farsi coraggio e tirarsi un po' su, “manca soltanto un mese alle ferie di agosto”.

 

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BRENT HEIGHTON, “METROPOLITAN STATION”

sabato 13 luglio 2013

La loquace

 

Parlava di quella sua voglia d’antico, seguendo forse con Gozzano il rimpianto e l’abbandono. Deprecava i mercatini con antichità troppo recenti, falsi compresi, e gli anacronismi di certe monete che del resto basta guardare solamente per capire: bordi lisci, lettere troppo precise, per non parlare del metallo. Gli antichi erano invece artigianali: usavano martelli e pinze e forza di braccia, oggi invece la quasi perfezione delle macchine crea la modernità.

Diceva con un po’ d’enfasi di un suo viaggio in Egitto, disturbata dai clic delle macchine fotografiche: avrebbe voluto vivere nel Settecento senza tanto progresso, in clima preindustriale, magari nella Francia dei lumi o nella Germania dei filosofi. In Italia... in Italia no. E invece ecco i computer e le fibre ottiche, i laser e gli elettrodomestici. Semplificano la vita complicandotela ancora di più. E noi stolti a crederci evoluti quando ne usciamo volgari e imbecilli, e cafoni irrispettosi senza più né morale né senso estetico o etico.

Sul divano di velluto allungò le gambe e appoggiò il tallone evidenziato dalla lunetta delle calze di nylon sul bracciolo. Chissà perché in quel lasso di tempo in cui ella tacque mi venne da pensare a un barbuto profeta che con la tunica vaghi per la città gridando “Egli è qui!” con il portamento di uno stilita.

Come supplicando un ascolto o perlomeno un dormiveglia quasi attento, riprese a parlare di qualcosa che c’entrava con Narciso: una formella o un dipinto, credo. E poi dell’idra. No, non del mostro di Lerna che Eracle combatté: l’idra, quell’insetto che galleggia sull’acqua, pare quasi un idrovolante.

«Piove!» esclamò improvvisa, poi un po’ più sommessa disse «Cade la pioggia» e io distratto solo allora capii e guardai fuori il cielo da chiaro fattosi scuro e sentii l’acqua scrosciare, e nel naso l’odore dell’umido che saliva dalla strada, come se insieme a me si fossero all’unisono ridestati i sensi, più vivi e più allenati.

Guardai che cosa facesse lei: distesa sul divano, taceva, Si era addormentata.

4 ottobre 1994

 

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JACK VETTRIANO, “ALONG CAME A SPIDER”

sabato 6 luglio 2013

Per un bacio

 

Un bacio sfuggì alle nostre bocche, amica mia, un poco rude e ansante ma fragoroso come un tuono, come un lampo di magnesio e chiamalo colpo di fulmine se ti aggrada. Ce ne rendemmo conto quando confusi parlammo di noi e con lo sguardo perso restammo immobili come due statue.

Ma tu pensa che balenio, che corda tesa all’arco di Cupido, che bufera di sentimenti schiumò il mare delle nostre anime per un bacio, per un bacio solo, contatto di due labbra, di due bocche, ché poi non divagammo. Non andammo – che so? – a porre io le mani a lisciare i tuoi capelli o a massaggiare il tuo bel piede nudo, a spingere tu la mia mano a carezzarti un seno per sentirne il calore.

Pensa che collisione, che affondamento di pensieri, quasi un Titanic, per un bacio, un misero isolato bacio.

 

7 ottobre 1994

 

Sealed with a Kiss

FLAMENCO DANCER, “SEALED WITH A KISS”

sabato 29 giugno 2013

Il poeta

 

Da una finestra a Ponente entra l’ultima luce del giorno, data quasi matematicamente dall’arancione che sbiadisce sopra i monti e dai primi lampioni per comodità accesi. Il cinereo pallore di quella luce rivela a occhi abituati e memori la parete con le stampe di dipinti ottocenteschi, una Classe di ballo di Degas, le Ninfee di Monet, il volto del Cristo in legno, cartoline dal mondo.

Sul letto una coperta a righe, tendine alle finestre, uno scrittoio e una libreria; un grande armadio completa la camera. L’uomo seduto al centro della stanza, un poeta, smette di contemplare il tramonto e accende la luce con uno scatto metallico che va a disturbare la musica ricca di suoni di sassofono che riempie la stanza come il caldo pulsare di un cuore.

Sullo scrittoio è posato un fascio di carte legate con un nastro di raso cremisi. Sembra abbandonato con noncuranza, deposto inavvertitamente tra un fermacarte opalescente di vetro di Murano che irradia riflessi luminosi e un portapenne americano di ceramica dal costo spropositato riempito di vecchie penne stilografiche. Invece, quei cartigli sono stati collocati con cura, anche se con mano un poco incerta, dal poeta, in un rituale quasi religioso: come se da quei fogli un aruspice avesse potuto trarre il futuro con gesti misurati, come si faceva con i visceri della vittima sacrificale.

Il poeta li ha soppesati nella mano, ha anche fatto due, tre volte il gesto di aprirli, di sciogliere il nodo e lasciarli spalancare con tutti i loro segreti sullo scrittoio al pari di un mazzo di fiori trattenuto dall’incarto. No, li ha semplicemente adagiati con delicatezza tra il fermacarte e il portapenne, apparentemente dimenticati sul piano di legno mentre il buio invadeva la stanza e il tramonto entrava prepotente a riportare ricordi quasi dimenticati.

Ore prima, stava riordinando il garage quando da una scatola di sigari posata sul culmine di uno scaffale polveroso era uscito quel fascio di carte. Seppe subito che cosa aveva rinvenuto: poesie di tanti anni prima, rimaste nell’oblio di quel nascondiglio, dimenticate a lungo, fino a che l’occhio non aveva scorto quel nastro cremisi. Aveva smesso di riordinare il garage, si era lavato le mani ed era rimasto ad osservare quel tesoro senza avere il coraggio di aprirlo. Ricordava...

 

Ma ora, ragionandovi, non riesce a spiegarsi quell’arcano timore che ha provato nel tenere le carte nel pugno Le prende senza più esitare, lascia cadere sullo scrittoio il nastro, che forma una macchia rossa sul ripiano e comincia a leggere il primo foglio:

NOTTE

Mi intromisi
nello scorrere del tempo.
Ti guardavo
- un tenero fiore di giada
ad ali chiuse.
Quando cantò un bacio,
mio amore,
la stella alle labbra
un altro tempo ci portò.

Il volto di una donna si impone violentemente alla memoria, vi si è insinuato già quando ha aperto la scatola di sigari. Il tenero fiore è lì, uscito dalla penombra della stanza, come proiettato sul muro, dove spicca tra le stampe la sua nudità. Il poeta ricorda quella notte: ebbro d’amore si era seduto a quello stesso scrittoio per vergare di getto quei pochi versi, gli era sembrato che il tempo fluisse nella penna, che fuggisse via tutto nelle parole ricordandogli che lei non era sua, che non lo sarebbe stata mai. E non lo fu.

Il sole si è inabissato nell’oceano dei monti, rimangono solo le strisce del suo passaggio come impronte di pneumatici su una strada sabbiosa, graffi lasciati nel cielo per non cadere giù. Il secondo foglio riporta un’altra poesia:

UN BACIO

Riprende stasera
la malinconia,
fatto oro il vetro.
Studiato con gentilezza
il mare,
solo un bacio rimane
come piccoli semi.
Incontrarla e fare a meno
delle labbra non potevo.
Mi ha premuto sul respiro
la sua improvvisa bocca socchiusa.
Non conoscerla non sapevo.
Non ha detto altro che
«Questa impossibilità d’amare»
e si è allontanata.


Li sente quasi ora quei baci appassionati, sente il seno morbido di lei contro il petto quando gli si stringeva nella sera dorata. E prova ancora l’amarezza infinita che gli rimaneva in cuore quando lei se ne andava. Ed arrivava, come in quel momento, la malinconia. Un groppo in gola: ecco il timore che paventava inconsciamente. Quel groppo in gola di quando lei se ne andò per sempre dopo aver tenuto un lungo discorso sull’amore impossibile che non poteva e non voleva vivere. Il poeta, a quel punto, si era perso, aveva lasciato che le parole di lei fluissero come un rubinetto lasciato aperto: «Un amore impossibile» si ripeteva in silenzio, «come i numeri impossibili» e cercava di ricordare cosa fossero... «Sarà colpa mia o colpa tua, ma così non va» concluse lei «Non sento niente». E se n’era andata lasciando memorie di sé: una fotografia scattata in una località turistica, fiori che appassivano, una raffinata rivista di moda.

C’è un’ultima poesia:

TI PENSERÒ

Ti penserò poggiata,
le braccia sulle ginocchia
e fuori la foga dell’acqua,
vis-à-vis con il caminetto
fingerò d’ignorare
che tu sia di un altro,
che per ignoti meccanismi
una notte mi abbandonasti.

Una lacrima scende lungo la guancia del poeta: il ricordo ha ferito la sua anima più di una punta acuminata, di una lancia nel costato. Tanti anni non sono bastati a cancellare la donna: permane in lui come un umore nel sangue, un’essenza in profondità, indelebile, indistruttibile.

La notte sta calando, accendendo i piccoli spilli delle stelle, i monti sono diventati ombre scure; anche la musica si è fermata. Il poeta ripesca in un cassetto la fotografia che lei aveva lasciato con i fiori e la rivista la notte che se n’era andata. Le rose erano seccate e le aveva gettate nella spazzatura, la rivista di moda aveva acceso più volte il fuoco nel camino. La fotografia invece è lì, ora, nelle sue mani. Guarda un’ultima volta quel viso, la bocca sorridente, i capelli raccolti in una coda, lo sguardo troppo dolce e poi lacera la fotografia, la riduce in piccoli pezzetti. Gli sembra di aver lacerato il suo stesso cuore.

 

Ribbon

sabato 22 giugno 2013

Laura

 

L’amore è il mistero delle tue gambe tornite che fanno voltare gli uomini per la strada. Me ne sono accorto, sai, che, quando succede, prosegui impettita e ti si legge in viso l’intima soddisfazione che provi. Ed è forse questo il fine cui miri la mattina quando impieghi tanto a truccarti, fard, fondotinta, mascara, e a fa­sciarti nei collant neri e in abiti eleganti. Ecco: non ti ho mai vista in jeans e scarpe da tennis. Anzi, sì, in una fotografia, ma eri ancora una ragazzina e i pantaloni che erano di moda allora, quelli larghi in fondo e di una tela secca, mortificavano il tuo corpo appena adolescente.

Ricordi i primi tempi del nostro amore? Ti avevo vista una volta al torneo serale di calcio e subito mi avevi colpito, saranno stati i tuoi capelli lunghi pro­fumati di shampoo, sarà stato il tramonto che incendiava gli alberi ad Occidente, sarà stato il modo in cui mi abbordasti - Scusa, tu a chi tieni? Poi ci incontrammo per caso in un bar: io giocavo a biliardo con tre amici, tu lavoravi come cameriera per racimolare qualche soldo per le tue spese da studentessa. Rimasi tutta la sera a guardarti portare caffè, camomille, whisky e grappini tanto che spesso mi distraevo dal gioco e i miei amici capirono subito che mi ero innamorato.

I nostri incontri furono così più frequenti e meno casuali: ci scambiammo il numero di telefono, ci demmo il primo appuntamento, uscimmo la prima volta insieme. Andammo in un piano-bar del centro, un ambiente fumoso dalle luci soffuse, e lì tra un frullato alla banana e uno scotch ci scambiammo il primo bacio e la prima promessa. Avevi voluto assaggiare il mio whisky e forse un po’ ti aveva dato alla testa perché quando ti alzasti per chiedere al pianista di suonare qualcosa di Battisti mi cadesti in braccio ridendo e io baciandoti il collo ti aiutai a sollevarti. Ti vidi appoggiata al piano parlare con il pianista e quando tornasti quello cantava “Vento nel vento”...Io e te... io e te... perché io e te? Qualcuno ha scelto forse per noi? Mi son svegliato solo poi ho incontrato te, l’esistenza un volo diventò per me e la stagione nuova dietro il vetro che appannava fiorì, fra le tue braccia calde anche l’ultima paura morì. Io e te, vento nel vento. Io e te, nodo dell’anima, stesso desiderio di morire e poi rivivere io e te... E quella canzone che avevi scelto tu divenne la nostra canzone in quella sera d’estate che si stava lentamente tramutando in notte. La luna era un’unghia appesa alle stelle e io an­cora ti baciai.

L’amore è il mistero tra le tue gambe che tu mi svelasti una sera quando il temporale ci sorprese con le biciclette in campagna e trovammo rifugio in un cascinale deserto. C’era un po’ di paglia e accendemmo un fuoco per far asciugare i vestiti. Eri così tenera con i capelli bagnati, sembravi un pulcino, e l’amore venne naturale. L’arcobaleno ci trovò abbracciati con i capelli pieni di paglia e una speranza nuova per la nostra storia. Tornammo a casa nelle strade di cellofan liberi e felici come due gabbiani. L’estate svanì nelle piogge e l’autunno ci portò la nostalgia e rubò tempo al nostro amore perché le scuole ricominciarono e dovevi studiare per la maturità. Ci incontravamo all’alba sul treno che ci portava a Milano. Arrivati sul viale della stazione tutte le mattine mi dicevi quanto ti piace l’autunno con i suoi colori e camminare sul tappeto di foglie secche. Dietro i fine­strini nasceva il sole rosso come un tuorlo d’uovo oppure si diffondeva una fumosa coltre di nebbia e intanto tu mi parlavi di noi o dei tuoi problemi.

Una mattina non c’eri e rimasi solo a guardare i campi coperti di brina pensando a te e ai tuoi occhi grigi. Allora è vero che l’amore nasce dal dolore perché quella mattina ti amavo ancora di più di ogni altra mattina quando tu eri seduta di fronte a me. Alla stazione Centrale incontrai tua cugina e seppi che eri malata, il pomeriggio mi precipitai a casa tua e ti trovai a letto con uno sguardo pieno di febbre. Sembravi un gattino così spettinata e svogliata e l’amore che provai allora forse non l’ho più provato. Ma forse non era amore, era solo voglia di proteggerti, di guarirti. E non è forse amore volere il bene per chi si ama? Un giorno poi tornammo al santuario del nostro amore, quel cascinale sperso nella campagna. Nascondesti una lacrima fugace dentro il fazzoletto e baciandoti ti sentii ancora felice. Un contadino che avevamo incontrato sulla strada ci offrì un grappolo di uva bianca e lo divorammo con lo stesso ardore con cui quella volta avevamo consumato il nostro amore. Passò Natale e la settimana in montagna piena di luoghi comuni e di skilift presi e ripresi. La sera il caminetto acceso ci riportava un po’ di poesia e le nostre ombre tremolanti sul muro erano un’ombra sola mentre fuori la neve cadeva soffice e silenziosa. Allora mi chiedevo spesso se eravamo felici e non trovavo risposta ai miei dubbi. Passò anche l’ultimo dell’anno in casa di amici con la musica assordante e io che continuavo a dirti - Dai, usciamo, andiamo a festeggiare il nuovo anno da soli su qualche panchina. E poi con Carnevale arrivò la primavera.

L’amore è il mistero dei tuoi occhi grigi, due tratti di mare dove i miei pensieri si perdono, due fari nella notte che scrutano la mia anima. E quella primavera li bevvi d’un fiato così che ora non li scorderò mai più. Mai più. La stagione cominciò tra i coriandoli di una festa in costume per Carnevale: vestita da dama del Rinascimento eri ancora più bella, i capelli raccolti, la scollatura ampia che mostrava l’incavo dei seni, i tuoi occhi grigi. Eri la mia regina. Nel mio costume da Cristoforo Colombo mi sentivo impacciato ma devo dire che stavamo proprio bene insieme. E come in quella festa anche nella vita stavamo insieme e gli amici ce lo ripetevano spesso. Eh sì, stiamo davvero bene insieme: forse è perché ci compensiamo, io che cerco di vincere la mia impacciata timidezza, tu che cerchi piuttosto di domare la tua gioiosa esuberanza. Io che mi trovo bene quando sono solo, tu che ti butti giù e cerchi compagnia. Come adesso che ti stringi a me mentre ti ricordo la storia di questo nostro amore. Come adesso che ti togli le scarpe e appoggi la testa sul mio grembo, lasci che io ti accarezzi e dici - Continua, ti prego. - E io continuo a ricordare.

Ricordo un campo di grano, i papaveri tra le spighe mosse dal vento, le biciclette abbandonate sul ciglio della strada e noi sdraiati sotto un cielo azzurro a giurarci nuovo amore, a prometterci di non pensare mai a ciò che la gente può dire e di vivere sempre in libertà. E il fiume lontano faceva sentire la sua voce passando tra le rocce, i grilli facevano la serenata alla nuova estate che nasceva portando il rumore delle trebbiatrici nei campi più remoti.

E ora sei tu a ricordare, parli con voce soave della maturità, di quelle giornate in giardino a studiare e io che ti aiutavo e che ti portai a scuola la mattina e apprezzasti molto quelle mie lunghe attese, forse più ansiose per me che per te che almeno ti dovevi impegnare. E io che leggevo il giornale e guardavo l’orologio e tu dalla finestra mi vedevi e provavi un’infinita tenerezza. Questi sono tra i momenti più belli dell’amore, quando si soffre per il bene dell’altro e non pesa la sofferenza se si pensa all’amore.

L’estate poi fiorì in riva al mare. E partimmo insieme alla fine di luglio, una corsa in autostrada dall’alba alle dieci e nei tuoi occhiali a specchio il Veneto e poi i campi di mais del Friuli. Trovammo una buona compagnia e ci divertimmo come matti. Una notte rimanemmo ad aspettare l’alba in spiaggia e si spegnevano le stelle ad una ad una e i pescherecci tornavano nel cielo rosa con le reti piene mentre i primi barconi arrivavano a dragare i fondali. Rientrando cogliemmo gli oleandri in un giardino e respiravamo l’aria frizzante che sapeva di sale.

Ed eri splendida la sera che fissammo come il primo anniversario del nostro amore e quasi litigavamo perché io sostenevo che io mi ero già innamorato di te il giorno del torneo serale, e tu dicevi che non ho mai parlato di colpo di fulmine e che non era stato quella volta che siamo stati al cinema a Bergamo e poi siamo andati da Balzer e lì ti tenevo le mani e ti baciavo intanto che aspettavamo la cioccolata e le paste: prima c’era stata la sera del piano-bar e non ti ricordi neppure della nostra canzone e della promessa che avevi fatto allora. Come al solito la spuntasti tu e dovetti ammettere che sì, era proprio così e quel 10 agosto era davvero il nostro primo anniversario e per farmi perdonare andammo a cena nel ristorante più chic con le aragoste e lo champagne, anche se tu preferivi una semplice pizza alla napoletana.

E a mezzanotte ti portai sulla spiaggia e c’era una luna piena e bianca che si sdoppiava nel mare e ti baciai e fu tutto come la prima volta, nonostante lo scenario diverso. Quel che conta è l’essere, non l’apparire come vogliono farci credere. Quel che conta è che noi allora ci sentivamo gli stessi di un anno prima e provavamo le medesime emozioni e le nostre anime erano una sola anima come quella doppia luna gigante. L’ultima sera, gli amici ci prepararono una festa sulla spiaggia e accendemmo un falò e qualcuno aveva portato la musica e ballavamo e ridevamo e ci baciammo e poi facemmo il bagno al buio. Sa­ranno cose banali che sembrano uscite da un film sugli anni Sessanta ma è banale sentirsi felici?

1987

 

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JACK VETTRIANO, “ANNIVERSARY WALTZ”

sabato 15 giugno 2013

Le amarene

 

Mi chiamo Romano, ho quasi sei anni e a ottobre andrò a scuola. Sono un figlio della lupa e la mamma mi ha cucito la divisa, quando la indosso però mi danno fastidio i calzerotti, mi pungono le gambe e me le fanno prudere. È perché sono di cafioc, mi ha detto la mamma, che è un materiale autarchico simile al cotone... ma che non è cotone... «Autarchico?» ho chiesto. Significa che sono prodotti che ci facciamo da noi perché non li possiamo importare dalle altre nazioni. Non ha voluto dirmi perché non le possiamo importare, ma io penso che siamo stati cattivi e ci hanno messo in castigo. Comunque quella divisa la devo mettere il sabato quando vado all'asilo e anche i bretelloni bianchi che mi danno tanto fastidio anche loro.

Ma oggi è lunedì sera, è il 10 di giugno e sta per esplodere l’estate con tutti i suoi calori e i suoi colori e io sgambetto sulle mie scarpacce logorate dalle intemperie e dall'uso su queste strade sterrate. Il nonno ha detto che mi porta a cogliere le amarene nel suo piccolo appezzamento di terra e sto andando con lui per il paese. Però c’è tanta gente fuori dal negozio del droghiere. Stanno ascoltando la radio, lui è uno dei pochi ad averla. Ci fermiamo anche noi, il nonno si toglie il cappello e si asciuga con il fazzolettone bianco, poi si mette ad ascoltare con l’orecchio buono.

“Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano”.

«Cosa c’è, nonno?» chiedo. «Siamo in guerra» mi risponde, «il duce ha dichiarato la guerra alla Francia e all'Inghilterra». Mi sembra un po' più stanco il nonno adesso, come se un’ombra gli si fosse posata sul viso. Come quando viene il medico a trovare la nonna, che è sempre malata. Mi guarda con i suoi occhi dolci, però. «Andiamo a cogliere le amarene, Romano. Tienila tu la cesta...». Andiamo... In strada ci raggiunge l'eco di un boato, sono quelli che ascoltano la radio fuori dal droghiere. Li sentiamo ripetere «Vincere... E vinceremo!». Siamo arrivati al campo. Come sono rosse le amarene, hanno il colore del sangue quando mi sbuccio le ginocchia.

 

10giugno

sabato 8 giugno 2013

Il sorriso di lei

 

La ragazza sorride: indossa un vestito chiaro e il sole del tardo pomeriggio illumina il suo viso, disegna riflessi dorati sui capelli castani. Il suo ricordo è un volo di gabbiani nell’azzurro, un raggio di luce che attraversa una nuvola candida e tinge con l’oro i suoi contorni. La ragazza sorride da un giugno ormai lontano, molto lontano e l’uomo seduto da solo sul muretto a guardare il giorno morire lentissimo su un anfiteatro di colline moreniche ripensa a quel tempo in cui anch’egli era un ragazzo, il ragazzo cui il sorriso era rivolto.

Ripensando al passato, non può fare a meno di enumerare ancora una volta tutti i suoi errori. In primis, quello di avere amato la ragazza come un sogno, di averne fatto un simbolo di nostalgia per sopravvivere, per aggrapparsi a qualcosa per non cadere, per non venire trascinato sul fondo: lei fu il salvagente che per anni lo tenne a galla, lei fu l’ancora che permise alla sua esile barca di non andare alla deriva. Fu con la forza di lei che l’uomo era riuscito a resistere ogni volta che volentieri avrebbe mollato, che si sarebbe abbandonato al suo destino come gli sbandati dell’esercito italiano che si sdraiavano nella neve ghiacciata durante la ritirata di Russia. Invece no, aveva continuato a camminare, aveva inseguito ostinatamente, anche contro ogni ragione, la speranza. Nei momenti bui era l’immagine di quella ragazza che gli appariva come una Madonna e gli indicava la via. Era come se recitasse una parte, quella della sua coscienza, di un fato superiore che in qualche modo lo proteggesse. Era per questo che la amava: lei incarnava il suo sogno, in pratica era un vaso che conteneva la sua vita ed evitava in ogni modo che lui la versasse. Con il passare del tempo era diventata un’ombra del passato, ma sempre distaccata dalle altre figure della memoria: una Beatrice a indicare la strada del suo personale Paradiso, con il viso luminoso che irradia tutta la sua sicurezza.

Un aereo cuce cielo e terra a oriente, dove la luce ancora permane: è il suo rombo a ridestare l’uomo dalle sue memorie. Si alza dal muretto e riprende a camminare verso la sua meta tra i giardini fioriti. Sul suo viso riluce il sorriso di lei.

 

Morgan

FOTOGRAFIA © SCOTT MORGAN