sabato 25 febbraio 2012

L’incontro

 

Fanny De Silipo

“allora… ci vediamo alle 11 all’ago, filo e nodo di piazzale cadorna”

Michele Protomayor

“va bene :-)”

Fanny De Silipo

“tanto, la mia faccia la conosci, è nel profilo… e la tua anche, e non è neppure troppo bella :-P”

Michele Protomayor

“sì, dai, domani alle 11… adesso devo andare, sta entrando il direttore. baci”

Fanny De Silipo

“baci”

E così l’appuntamento era fissato. Anzi, l’Incontro, come avevano stabilito di chiamarlo, con la I maiuscola. Dopo un anno di chat su Facebook in cui si erano raccontati di tutto e avevano disquisito per ore su film, libri e arte, si erano finalmente decisi. Un luogo neutro, una terra di nessuno: lo snodo di Piazzale Cadorna dove si aggrovigliano due linee della metropolitana, una stazione ferroviaria e le fermate degli autobus. E c’è quella orrenda scultura che a lei piace tanto e che lui non può soffrire. “Ago, nodo e filo” di Claes Oldenburg: una gugliata multicolore che esce dall’asfalto come un vorace serpente di mare e violenta l’armonia della piazza, la sua tranquillità un po’ borghese che ricordava dai tempi in cui frequentava l’università negli Anni ’80. Era tutto più sobrio: non c’erano neppure quei piloni rossi e quelle tettoie verdi a circondare l’edificio della stazione, un suk di bar e negozietti dove ora si spalma la varia umanità che ciondola nel piazzale.

Eccolo lì, Michele. Ha preso la linea rossa alla fermata Rovereto, vicino a dove abita ed è sceso in Cairoli perché manca ancora quasi mezzora alle 11. Sta camminando lentamente per Foro Bonaparte con i fiori che ha comprato per lei. Tulipani, come ha imparato a conoscere. Possibile che si riesca a conoscere così nel profondo una persona senza neppure frequentarla, solo scambiandosi messaggi e impressioni attraverso due computer e una connessione ADSL? Un’intimità simile Michele non ricorda di averla mai avuta neppure con i suoi amici della scuola, del quartiere, non con i colleghi in banca neppure con le sue ragazze. Forse qualcosa di simile con i compagni di naja, ma lì era più cameratismo, complicità del momento, e infatti molti di loro non li ha neanche più rivisti. Invece Fanny… basta che sente il segnale acustico e adesso già sa che cosa lei gli scriverà, che cosa pensa dell’ultimo evento mondano, dell’ultimo film premiato agli Oscar, del poeta che ha vinto il Nobel.

Eccola lì, Fanny. Sta uscendo dalla Stazione Nord. Si guarda intorno e intanto tormenta il nastro dorato con cui ha legato il pacchetto con il libro d’arte che ha portato in regalo a Michele. Abita ad Asso e ha dovuto prendere il treno per arrivare a Milano. Lei è cassiera in un supermercato e oggi fa il turno di riposo perché dovrà lavorare di domenica. “Dov’è?” sta pensando. “Oddio, sono arrivata troppo presto”. L’orologio digitale sul muro segna le 10.53. Si siede su una panchina di granito sotto la tettoia verde, davanti a un chiosco di bibite. Ha il cuore in tumulto, come una ragazzina al primo appuntamento. “Fanny, hai 39 anni, non puoi sentirti così…”. E intanto l’ago, il nodo e il filo annodano un cielo azzurro dove galleggiano nuvole come fiocchi d’ovatta e la città che già ha un fremito di primavera nelle aiuole.

Michele avanza lentamente verso il piazzale, attraversa al semaforo dal lato di Viale Alemagna, è sotto i portici e la vede… Fanny, seduta davanti al baretto. Uguale come nella foto del profilo, forse un po’ più seria. Anche Fanny si volta per guardare se per caso lui arrivi da sinistra e lo vede camminare nel cappotto scuro. “Strano” si dice “ avevo pensato che camminasse in un altro modo”, ma è un pensiero effimero che si spegne mentre lui accelera il passo e apre un largo sorriso sotto il pizzetto sale e pepe. “Ah, Fanny, finalmente!”. Si guardano un attimo, poi si abbracciano.

Vanno verso il Castello, verso Via Dante, dove troveranno un ristorante per sedersi e raccontarsi dal vivo, non più attraverso due monitor. Avranno occasione di conoscere le voci e le smorfie, i segni di espressione, le intonazioni. Michele guarda Fanny e, indicando la scultura di Oldenburg, le dice: “Certo che è proprio orrenda questa Ago, nodo e filo, sembra un verme”… Lei gli dà un pugnetto sul braccio, segno di un contatto che può preludere ad altro, e ribatte “Ma se è bellissima, tutta colorata!”. Le risate di Fanny e Michele si perdono cristalline nel vento, mentre svoltano in Piazza Castello.

 

 

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 febbraio 2012

Lettera a me stesso

 

Il sogno. Hai sempre tenuto il sogno come scorta per l’avvenire. L’anelito di speranza che gonfia le vele quando la bonaccia più spaventosa non lascia spazio, che regge il timone nelle tempeste e consente alla tua nave di passare indenne tra gli scogli e riprendere il mare con più tranquillità.

Il sogno che è anche desiderio, che è un impasto di futuro e speranza e che talvolta si perde come una bolla di sapone che non riesce a elevarsi e scoppia senza raggiungere il cielo. Quando è capitato l’hai sempre chiamato illusione, senza disperarti troppo per la sua perdita, neanche lo avessi messo in conto da subito che sarebbe potuta finire così.

Il sogno che qualche volta sconfina nel ricordo e ti porta in luoghi dove sei stato felice e allora forse neppure te ne rendevi conto. Eppure, la felicità ricordata è anch’essa un po’ felicità, se anche sulla sua superficie di perla appare qualche screziatura di nostalgia, mai di rimpianto. Così qualche volta hai preso la macchina e ci sei andato davvero in quei posti: hai rivisto le piante e le case, hai calcato le passeggiate e ti sei aggirato per i moli con l’aria trasognata di chi ha finalmente appagato una sua mira. Sei andato anche a vedere dove avevi dato un bacio, dove ti eri fermato a discorrere, a pranzare, a scrivere una poesia. E quella tua sete si è placata un poco, l’estasi ti ha riempito la testa e il cuore di un’adrenalina che ti ha consentito di tirare avanti fino al sogno successivo.

Che poi quel sogno è qualcosa che è dentro di te e ogni giorno ti freme nelle mani e ti costringe a prendere la penna, la matita, la tastiera del computer e scrivere, scrivere, scrivere… I tuoi versi sono il solo modo per catturare quella bellezza che vedi e che entra dentro di te: la fai decantare sul fondo finché non filtra da sola la purezza cristallina e quella è la parola che esprime il tuo sogno, è la luce che hai racchiuso per un istante e che finalmente riesci a estrarre, a liberare come un cardellino dalla gabbia. Vola, libera, la luce. Vola la poesia che diventa inchiostro di penna stilografica o grafite di matita o una serie di pixel sullo schermo di un computer o caratteri stampati su un foglio bianco.

Che cosa vengo a dirti allora? Che cosa posso dirti se non di coltivarlo ancora quel sogno, di continuare ad annaffiarlo giorno dopo giorno, verso dopo verso, con le amorevoli cure che si prestano a una pianta d’appartamento cui si tiene particolarmente… Ma questo tu lo sapevi già, vero?

 

WILLIAM MICHAEL HARNETT, “STILL LIFE WITH LETTER TO MR LASK”

sabato 11 febbraio 2012

L’aria imbronciata

 

Il poeta ha quell'aria imbronciata, ma forse è soltanto una posa studiata per le fotografie che finiranno sulle riviste specializzate - si chiede che cosa ne penseranno quei lettori di nicchia di quel suo atteggiamento di chi ha preso la vita di petto, l'ha messa sulle ginocchia e l'ha trovata noiosa (talvolta si atteggia anche dentro di sé, pensa davvero di essere Rimbaud). 

In realtà il poeta ama follemente la vita e certe sue tipiche manifestazioni: adora i papaveri, ad esempio, scoprire il loro rosso sulle strade di campagna oppure in mezzo alle traversine dei treni o ancora sugli spartitraffico dell'autostrada: c'è un tratto in Toscana sulla A1 che lo fa letteralmente impazzire.

Che dire poi della malinconia che lo afferra alla gola certi giorni di novembre quando la pioggia batte sui tetti e si porta via le ultime foglie dai rami rigando i vetri delle finestre? Gli pare quasi di toccarlo quel doloroso piacere, ha la sensazione che se allungasse una mano ne potrebbe afferrare un lembo. E il cielo che si riempie di nuvole a primavera, magari in uno dei quei giorni di aprile dolci e sonnolenti, lo riempie di un gioioso languore. E l'estasi che ha provato davanti a certi monumenti, poi! Mont Saint-Michel, le pietre di Stonehenge, il Cenacolo di Leonardo. Da sindrome di Stendhal... E camminare tra la folla a New York sulla Fifth Avenue, perdersi nei vicoli di Trastevere, inseguire un ricordo lungo la Rive Gauche, girare per ore senza meta a Milano...

Niente da fare: nelle fotografie viene così da sempre. Ha un bel dire che è una posa. Già da piccolo, la foto della prima comunione ne è testimone, lo scatto lo ha sorpreso così. E dire che nello specchio non si è mai visto quell'espressione. Eppure eccola lì: il primo giorno di scuola con il fiocco blu e il grembiulino, con la divisa da militare durante la naja, con l'abito da cerimonia, con il frac, con il tweed di adesso mentre guarda dalle pagine di Nuova Poesia  Italiana. Non sembra neanche lui... Si riconosce dal sigaro sospeso tra l'indice e il medio, un vezzo che gli appartiene da sempre, perché quell'aria imbronciata, e quando mai l'ha avuta?

 

FOTOGRAFIA © MENSOLERIE

sabato 4 febbraio 2012

Il mare è femmina

 

“Quid mirare meas tot in uno corpore formas?”
   PROPERZIO   (Elegie – IV,2)     

È meravigliosa questa casa sul mare che mi sono acquistato: davanti ha il giardinetto e lo steccato di legno che dà sulla strada per Pisa, ma dietro, dietro mostra tutto il suo splendore: un’uscita che dà direttamente sulle acque azzurre del Tirreno. Mi piace lasciarla aperta questa porta, ascoltare la voce delle onde, annusare l’odore del mare, farmi accecare dallo scintillio dei riflessi. E gli amici amano venire qui, dal caro vecchio Giorgio, e sedersi nella verandina con vista sul mare. Un whisky, quattro chiacchiere, antichi ricordi che si sciolgono come il ghiaccio nei bicchieri.

Oggi è passata a farmi visita Wilma. È una sceneggiatrice romana sulla quarantina con un ex marito alle spalle e molte voci sulla sua fama di mangiauomini. Indossa una tunica che la fa sembrare molto hippy, anche per via della lunga collana di legno e cuoio. Ha voglia di raccontarsi, è in vena di confidenze. “Ho amato tanto” dice. “Ho amato tanto” ripete come una considerazione tra sé e sé. “Non c’è proprio nulla da fare: non riesco a cambiare e nemmeno lo voglio, sono volubile come il mare e le sue onde. Lo vedi il mare? Oggi calmo, domani appena solcato, un altro giorno tanto agitato da sembrare l’oceano, poi ancora liscio come l’olio. Hanno ragione i francesi: il mare (la mer) è femmina”.

E così dicendo non riesce a celare il nervosismo delle dita, ora strette a pugno, ora distese nel palmo, ora impegnate a tormentare gli anelli. Improvvisamente si alza, dice di volere assolutamente fare un tuffo in quelle acque cristalline. Si toglie la tunica, si stringe nelle braccia in un gesto di tenerezza, come per nascondere il seno che ad ogni passo compie un saltello, quasi a voler imitare il tremolio della prima stella che tra poco si accenderà.

“È il tramonto” -  dice - “l’ora in cui preferisco fare il bagno: l’acqua è più calda e non c’è nessuno, il mare è tutto mio”. Scende e si tuffa, la vedo nuotare, prendere pose alla Esther Williams. Una sirena bionda davanti a casa mia. Quando esce, si infila nell’accappatoio bianco che le porgo e  continua a raccontarsi: “Vedi, Giorgio, io vivo e lascio vivere: non so se avrò mai la felicità, se questa è la felicità. Al mattino mi sveglio e guardo chi mi dorme accanto, stanco; mi diverte restare ad ascoltare il suo respiro: è un ritmo, una musica; forse sì: allora mi sento felice e tutta questa mia felicità la esprimo in una carezza a quel corpo addormentato”.

“Quello che davvero temo è l’inverno” - continua - “temo la neve: dicono che cade in morbidi fiocchi, per me è invece inaudita la sua violenza; hai mai visto quei vecchi film muti? Ecco: la neve mi dà l’impressione di un pianoforte sospeso per un trasloco che cade al suolo e va in mille pezzi. Bella è bella, questo lo ammetto, ma io credo che la sua bellezza sia effimera, che si consumi in se stessa. Voglio dire, Giorgio: è una bellezza un po’ crudele, non si trasforma in eternità. Il mare invece sì: può essere bello ma bello in un modo sempre diverso, sa anche essere orribile con le sue maree: vedi, te l’avevo detto che il mare è femmina”.

 

 

EDWARD HOPPER, “ROOMS BY THE SEA”