sabato 1 dicembre 2012

Il deus ex machina

 

Seguono le barche a vela i suoi occhi, le accompagnano all’orizzonte finché non scompaiono inghiottite dalla punta del promontorio, lasciando scie bianche che svaporano nella luce del tramonto. Guarda il sole basso che arrossa la baia e intanto sogna un futuro di rose, ignara ancora del mio disincanto.

Ma lei non fa altro che recitare la sua parte qui, sul palcoscenico dove recita anche il mare, la sabbia tra le quinte e un boccascena di pinete. Se lei crede di vivere e amare, se la sua innocenza ignora che la vita è teatro, questo non lo so. Con le sue gambe nude, con il vestito a fiori, con i capelli come uno stendardo di battaglia accarezzato dal vento, pronuncia parole che lo scenario suppone ed esige ed è vivendo che lei diventa la parte che nessuno le ha assegnato.

Quel legame chimico che si sprigionò tra noi – amore lo chiamano i poeti, amore gli stessi innamorati, accecati dalla passione – dischiuse i giorni come cortine all’alba: nei miei occhi lei apparve come una visione. In realtà si deve essere trattato dell’effetto del sole che inondava la strada, del mare udito da lontano, del caldo miraggio in cui si era trasformata la via – trucco teatrale, fondale dipinto, luci manovrate con maestria – e qualcosa scoccò, come una scintilla a risolvere la scena, a portare avanti la trama. Qualcuno avrebbe potuto affermare che era stato Cupido a scagliare la sua freccia e che il dardo acuminato non fallì il bersaglio, colpendo diritto al centro dei nostri cuori.

Un vago dolore, un senso di malessere dello spirito ci separerà adesso, mentre settembre addolcisce la sera e il sole tramonta come un soldo di rame nel volo dei gabbiani. Quando la bianca luna uscirà dal mare nuda come un’Afrodite, me ne sarò già andato e non mi sarò neppure voltato indietro. Finale amaro? Non è scontato che il lieto fine coroni opere, film e romanzi. Lei avrà abbandonato la sua innocenza come l’isola che si lascia un giorno per poi non farvi ritorno mai più.

Le barche a vela scompaiono al largo, sulla baia la notte cala già. È tempo che io – il deus ex machina – finalmente vada...

 

FOTOGRAFIA © PAM CARTER

 

NOTA: Il deus ex machina era un espediente del teatro greco del quale si servivano tragediografi e commediografi per risolvere una situazione intricata: entrava in scena una macchina di legno a simulare l’intervento di un dio, impersonato da un attore sollevato per mezzo di corde.

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