sabato 2 giugno 2012

La signora

 

La scorsa settimana ho preso il treno per Baltimora, quello che parte dalla Penn Station alle due e cinque del pomeriggio e arriva alle quattro e trentacinque. Viaggio tranquillo, mi sono immerso nella lettura di un volume di racconti di Henry James. Almeno, fino a Philadelphia.

È lì che ho notato la signora vestita di nero con un cappellino elegante e alcuni quaderni che sfogliava con attenzione. Ti devo dire che da allora ho faticato a tenere gli occhi sul libro: controllavo di continuo cosa facesse la bella signora, attento a ogni mossa che faceva – in realtà continuava a scartabellare quei suoi fogli: ero riuscito a notare che erano scritti a mano con un carattere minuto, femminile, a inchiostro blu. Sembravano sterminate file di nomi.

Teneva le gambe accavallate: la sinistra poggiava sulla destra. Quando è passato il controllore, nel movimento per porgere il biglietto la gonna corta è risalita un po’ sulle cosce; con un rapido gesto delle mani l’ha risistemata. Il pensiero che stavo seguendo si è perso, come in un gomitolo che abbia molti capi, tutti dello stesso colore. Ma lei ha colto il mio sguardo che si staccava, che andava a vagare fuori dal finestrino per i campi dell’America rurale: eravamo dalle parti di Wilmington ormai, nel Delaware. “Stia tranquillo” mi ha detto, “non sono qui per lei”.

Quella frase sibillina rimase nell’aria, come una promessa mancata. Chissà cosa voleva dire. E chi era quella donna. Abbandonai il libro sul sedile, ormai non avevo più la concentrazione necessaria per leggere, ero intrigato da quella presenza di fronte a me nello scompartimento, ma non osavo neanche più guardarla dopo che il mio sguardo era stato sorpreso dai suoi occhi vigili. Osservavo il pomeriggio fluttuare sui campi, sui villaggi, sulle periferie e andavo a lei solo con la coda dell’occhio. Al massimo studiavo il suo riflesso leggero nel vetro del finestrino.

Finalmente giungemmo a Baltimora. Presi la mia borsa di pelle, lei raccolse i suoi quaderni. Altri viaggiatori giunsero con i bagagli. C’era anche Jonathan Smith-Johnson, il professore di Etnologia comparata che conoscevo da quando l’avevo intervistato per il New York Herald nel 1934. Mi fece un cenno di saluto e uno dei suoi soliti grugniti. Ma sembrava conoscere la signora. O almeno così credevo quando, abbandonando la Penn Station di Baltimora, li vidi andare via discutendo amichevolmente. La signora aveva posto un braccio sotto il suo e camminavano tranquilli.

Ieri ho saputo che Jonathan Smith-Johnson è morto proprio quel giorno, sul treno da New York a Baltimora: un colpo apoplettico lo ha fulminato. E allora ho compreso chi fosse quella signora che mi aveva detto: “Stia tranquillo, non sono qui per lei”…

 

Compartment C, Car 293

EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, CAR 293”

1 commento:

Vania ha detto...

Stia tranquillo, non sono qui per lei...................

...mi piace!!:))
ciaoo Vania