sabato 19 maggio 2012

Valentina

 

Il treno correva per la campagna lombarda: già c’erano i papaveri nell’erba alta, doveva essere aprile, forse maggio. Oppure è il mio ricordo ad imbrogliarmi, a disegnare fiori oltre il finestrino. Il fatto è che molto tempo è passato, troppi anni se ne sono andati lenti come fiumi ma inesorabili. Probabilmente erano invece i primi di febbraio e fuori si stendevano campi brulli, arati e seminati a frumento. Ma ricordo con precisione le panche di legno di quel vecchio treno che mi conduceva a scuola e che dalla scuola poi mi riportava a casa. E la vernice grigio-blu che rivestiva i vagoni. Ho una vivida memoria di come il sole dell’alba si riflettesse sulle borchie di rame dei miei Levi’s. E di Valentina, naturalmente…

I suoi occhi erano quelli di un vispo furetto che esplorava il mondo: avere terminato le medie ed essere lanciati nell’avventura del liceo classico per me e delle magistrali per lei ci aveva spalancato un universo di libertà che fino a pochi mesi prima ci sognavamo soltanto. Essere lì su quel treno significava sentirsi vivi, finalmente vivi, con la nostra adolescenza che sprizzava da tutti i pori. Avrò avuto il mio solito giubbino di jeans o quell’altro che mi piaceva tanto, il Levi’s double-face che portavo sempre dal lato di velluto a costine color crema. Lei con i pantaloni e il giubbino di jeans, che era un’uniforme per i ragazzi di allora.

Dopo un po’ lei prendeva la mia mano e la teneva, semplicemente. Non la accarezzava, non ci giocava, non la portava a sfiorare il suo corpo. La stringeva e sentivo la sua pelle calda e morbida. “Tu sei timido” mi disse una volta – aveva certo notato come talora i miei sguardi sfuggissero, come arrossivo, come diventavo schivo. “Mi piace questa tua fragilità”. Ci avrei giocato anni dopo su questo fatto, ne avrei fatto un’arma per colpire il lato materno di ogni donna, per tirare loro fuori questo aspetto della personalità femminile. Ma allora non ero così smaliziato, muovevo i primi passi sul lungo viale dell’amore. Le sorrisi. Soltanto le sorrisi. Non fui capace di avvicinare il mio viso al suo viso, la mia bocca alla sua bocca. Sarebbe stato il momento perfetto per baciarla. Invece rimasi lì con il mio sorriso da scemo.

Qualche giorno dopo Valentina abbandonò gli studi. Donatella, un’amica comune che frequentava la compagnia del treno, mi prese da parte e me lo disse. Era arrabbiata: continuava a ripetere che era troppo presto, che almeno avrebbe potuto terminare l’anno, che era proprio una stupida e non avrebbe mai combinato niente. Ma non l’ascoltavo più: continuavo a pensare che Valentina non avrebbe più preso quel treno, che non l’avrei più rivista, che non mi avrebbe più tenuto la mano.

Sono passati trent’anni, e tante cose sono accadute. Tante altre ragazze e donne ho conosciuto, e mi hanno tenuto la mano e le ho baciate, ma ogni tanto mi capita di pensare a quel bacio non dato. E lo rimpiango…

 

RAYMOND LEECH, “HOW MANY TIMES CAN WE SAY GOODBYE”

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