sabato 21 aprile 2012

Il debito

 

“Ti ho detto che in questo momento non li ho!”

Il cielo sembra cadere sulle vecchie case, sui palazzi ingrigiti dallo smog cittadino. Cesare Celentano dà quasi l’impressione di piangere, ma forse sono solo gocce di pioggia, forse è semplicemente una messinscena per intenerire come ha sempre fatto, un ulteriore stratagemma per guadagnare tempo. Altro tempo. Ha sempre fatto così. E la sua vita, da quello che ricorda è stato un affannarsi a chiedere prestiti, a trovare denaro per le sue fantomatiche attività, per le sue imprese che aprivano e chiudevano nello spazio di un mattino. In realtà il periodo di incubazione, come per le farfalle, era più lungo: restava sveglio la notte e pensava al modo di sfondare finalmente. L’aziendina per lo stampaggio di materie pressofuse è stata quella che ha resistito un po’ di più, giusto qualche mese, ma il resto è stato un fallimento dopo l’altro: l’import-export, il franchising, la vendita porta a porta di un improbabile robot. Ma lui senza vergogna ha continuato imperterrito a chiedere soldi agli amici. A quei pochi che ancora si fidavano a dargli qualcosa, impietositi dalla sua situazione. Probabilmente quando lo vedevano arrivare con la sua faccia da topo, l’alito di fumatore accanito e il codino grigio portato come un vezzo, tentavano di rendersi invisibili, poi si dicevano certo “Oddio, ancora lui, vorrà di nuovo dei soldi…”

Anche Leandro, di sicuro. Ora lo vede più incattivito: la crisi sicuramente non ha fatto bene neppure a lui, che vende gioielli e orologi. Si sa che il lusso è il primo ad essere tagliato, e vendere il superfluo non è una bella cosa in tempi così. E adesso non è più tanto accondiscendente: li vuole indietro i 300.000 euro che gli ha anticipato nel corso di un paio d’anni. Ha gli occhiali scuri, seduto al tavolino del bar, ma gli legge chiaramente negli occhi che non è più disposto a tollerare ritardi. Leandro, con il quale andava a pescare arborelle nell’Adda. Leandro, che qualche volta era stato anche a casa sua a mangiare le orecchiette con le cime di rapa e la mollica di pane. Leandro, che ora rivoleva indietro almeno due terzi del capitale.

“Non li hai! Bella questa! E dove li hai messi? Come spariscono 300.000 euro? Avrai mica fatto come quello della Lega che li ha convertiti in lingotti d’oro? Li hai seppelliti in giardino? Cazzo, Cesare!” ringhia Leandro, esasperato. E la voce gli s’incrina, come se la delusione di aver perso un amico si sia insinuata in lui, come se la rabbia di aver perso il denaro lo avesse svuotato al pari di un portafogli. Si siede, anzi si accascia sulla sedia, le mani sulla testa.

“Vado a prendere due Spritz” gli dice Cesare. La periferia sembra ancora più squallida sotto il pallido sole di fine inverno, smorta, arrugginita come le sedie del bar che hanno bevuto troppa pioggia. È la zona che vive del margine, che ancora non è città borghese ma già non è più la campagna serena con i suoi ritmi tranquilli. Posto dove i ragazzi crescono in fretta. Dove le idee malsane fanno più in fretta a crescere. Torna Cesare con i due bei bicchieri di Spritz: il liquido arancione manda riflessi, sembra essere l’unica cosa colorata nel raggio di chilometri.

“Adesso provo a rimediarne un po’” dice, più tranquillo, porgendo l’aperitivo a Leandro. “Ho un affare in corso che…” Intanto Leandro beve, succhia il limone di guarnizione come sua abitudine. “È amaro”, dice, “forse era marcio questo limone. Il tuo com’è? Prova ad assaggiarlo”. Cesare annusa la fettina gialla, poi la mangia. “No, è normale”. Ma Leandro non risponde altro: vede nero, un velo gli scende sugli occhi, si lascia andare, svenuto.

Cesare entra con il vassoio e i bicchieri. Urla: “Presto, chiamate il 118! C’è un uomo che sta male!” Lo sa bene e sa anche che cos’ha e perché sta male: poco fa ha imbevuto di cianuro il limone nel bicchiere di Leandro. Per cancellare un debito. Per non sentirsi più un fallito. Ed è proprio quello che lo frega. Perché il barista ha notato l’incongruenza di quel vassoio e gli si è annidata in qualche angolo del cervello. Lo dirà ai Carabinieri, così, pensando non sia neanche una cosa importante, quando gli chiederanno se ha visto qualcosa di strano…

 

LORENZO MATTOTTI, “APEROL BAR”

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