sabato 24 marzo 2012

I voli brevi dei ricordi

 

È un momento terribile della mia vita: le mie convinzioni sono messe in discussione, mi sono ritrovato con il sedere per terra dopo un colpo inaspettato. Dall'oggi al domani tutto è cambiato, sono rimasto al tappeto mentre l'arbitro contava, ma ben prima che arrivasse al fatidico 10 ho cominciato a rialzarmi. Eccomi lì: la fotografia di questo momento mi potrebbe trovare alle corde, mentre mi sorreggo e tento di tornare a combattere. Il ring è la vita. Il combattimento è la vita. Tutto è una metafora della vita.

E questa sera, cinque giorni dopo, mi sono detto che devo fare qualcosa di nuovo, ne sento il bisogno. Scrivere parole che raccolgano la vita, anche se ancora non so bene che cosa scriverò né quanti fogli riuscirò a riempire.

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La prima cosa è un senso di déjà-vécu che non mi riesco a spiegare: mentre scrivevo le frasi precedenti mi sembrava di averlo già fatto in passato - cosa impossibile e non mi dilungo a spiegarne il motivo, ma perché ci sono cose che per pudore voglio tenere soltanto per me.

Non è mai successo, non è mai successo... Perché il déjà-vécu, perché?

Con l'espressione francese déjà-vu, "già visto", si indica nel linguaggio psicologico una paramnesia, cioè un disturbo qualitativo della memoria per il quale si ha la sensazione illusoria di aver già visto una certa immagine o addirittura di aver già vissuto una determinata situazione (déjà-vécu), anche se la circostanza può essere facilmente smentita per via razionale.

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...e il tempo sembra passare lento, non interporre mai il suo sostanzioso dono - lenire le pene, mitigare il dolore. Continua a scivolare piano come l'acqua di un fiume placido sotto un ponte e io alla spalletta lo seguo scorrere. Una partita a scacchi tra me e lui, un gioco in cui già molte mie pedine sono cadute e le sue invece troneggiano baldanzose - sono pezzi di marmo i suoi, i miei invece intagliati nel legno e consunti dalle intemperie.

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Poi basta una vecchia fotografia e l'emozione rinasce, rifiorisce come un biancospino a primavera e il cielo sembra riprendere i suoi colori, i fiori gialli hanno uno splendore che ieri soltanto non avevano. Il groppo in gola che hai sentito di nuovo quando qualcuno ti ha abbracciato stretto ha un diverso sapore, ora è meno amaro, è più tenero, della dolcezza triste della nostalgia d'accordo, però in qualche modo dolce. Le ore della notte sono ancora fonde, ma l'alba non è più così lontana.

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Milano. Era da prima che non ci venivo. Da quando la fontana di Piazza Castello era una torta di ghiaccio, da quando gli alberi del parco Sempione erano nudi scheletri tesi verso il cielo. Adesso l'acqua scorre in getti e zampilli che i turisti giapponesi fotografano con le loro macchinette in miniatura. E qua e là appare qualche segno di primavera, timido ma deciso nei suoi colori pastello. Le piante di Corso Garibaldi, con quella nuvoletta rosa tra il grigio dei palazzi, il verde intenso dell'erba tra i binari del tram in Via Legnano, anche la luce umida indecisa tra pioggia e sole che discende sulle guglie del Duomo. 

Sono entrato in Duomo, il militare all'ingresso ha controllato lo zaino: c'erano solo i giornali e un libro di poesia. La penombra mi ha subito fatto sentire la spiritualità del luogo. Ho acceso una candela, mi sono seduto su una panca ed era già preghiera quel mio gesto, quel mio essere lì, assorto mentre i soliti giapponesi vagavano per la navata fotografando statue e dipinti. La vetrata dietro l'altare bruciava come un tramonto sul mare.

E tu eri lì. Tu eri dentro il mio cuore. Tu sei dentro il mio cuore, al di là dei voli brevi dei ricordi.

 

3-6 marzo 2012

 

Foto2825

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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