sabato 21 gennaio 2012

Nulla dies sine linea

 

Héctor Adréjez Silva Ocampo stava sfogliando i taccuini in cui annotava le poesie. Era la prima volta che lo faceva: scriveva una poesia ogni giorno e quella gli bastava per realizzare la sua sete di sapere, per circoscrivere il mondo nelle gabbie dei versi usando la sferza solida degli endecasillabi, nelle ordinate schiere delle quartine e delle terzine, nelle buste standard dei sonetti. Aveva 24 anni e scriveva ormai da otto anni, da quando una ragazza gli rubò il cuore e se lo portò via nel suo cestino da lavoro. Successe a Madrid, il pomeriggio terso e ventoso del 24 aprile 1920. Da allora si mise a inseguirlo quel suo cuore strappatogli, lo vedeva nelle nuvole che si stendevano in cielo come panni, lo vedeva nelle ombre che avvolgevano la città, lo vedeva addirittura riflesso sul volto di altre ragazze che incontrava sui tram o nelle vie.

Ma quel giorno, 24 aprile del 1928, quando ricorreva l’anniversario della sua prima poesia, mentre una giornata di vento primaverile sferzava le finestre, mise mano al primo dei numerosi taccuini che aveva accatastato sul ripiano più alto della libreria. Ne accarezzò il dorso di pelle nera, togliendovi la polvere, si sistemò sulla poltrona di damasco e lo aprì. L’inchiostro era più chiaro di come se lo ricordava, o probabilmente la tinta era sbiadita con il passare degli anni, appariva diversa da quella che usava ora. Iniziò a leggere: aveva sin da allora deciso di numerare ogni lirica progressivamente. “1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Saltò sulla poltrona, sussultò proseguendo la lettura del sonetto.

Gli tremavano le mani quando prese il taccuino più recente, quello che usava adesso. Lo aprì, trovò il segnalibro di seta che indicava l’ultima poesia scritta e lesse: “2922. “1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Precisa, identica fin nelle virgole, parola per parola, rima per rima. Aprì a caso un altro taccuino: “1456. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”… Ne prese un altro e un altro ancora: “1297. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “760. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “761. Non dea, né Diana, né Afrodite”… “762. Non dea, né Diana, né Afrodite”… La stessa poesia, giorno dopo giorno, per otto interi anni senza neppure accorgersene.

Héctor Adréjez Silva Ocampo si alzò, guardò dalla finestra e come per incanto la ragazza del suo cuore era lì, scesa da un tram esaminava i carciofi che un verduraio esponeva nella calle come se fossero preziosi gioielli. In realtà non c’era: lo sapeva anche lui che era un parto della sua immaginazione. Chissà dov’era finita quella ragazza: probabilmente sposata, con intorno dei pargoletti a tirarle la sottana e un marito esigente. Ma per lui anche quella mattina era lì, come tutte le mattine: dal verduraio, dal macellaio, nel giardinetto dall’altro lato della strada, seduta su una panchina, china a raccogliere acqua dalla fontanella. Oppure scendeva da un’automobile lussuosa, da un calesse, attraversava a piedi la via, scendeva gli scalini della bottega della sarta…

La sua Musa era finalmente giunta: l’ispirazione gli premeva nelle dita, sembrava volesse distillarvi direttamente l’inchiostro. Héctor intinse la penna nel calamaio e cominciò a scrivere: “2923. “ 1. Non dea, né Diana, né Afrodite sei / ma una donna nel timido tremore / dello sguardo dolcissimo dai bei / toni sfumati che in tanto candore”…

 

ARMAND POINT “A MUSE”

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