sabato 31 dicembre 2011

Werner

 

«È stato solo sesso»: Chiara continua a ripeterselo come un mantra adesso che il tremore finalmente si è calmato. Ci sono voluti due bicchieri di whisky per fermarlo, sentire il calore dell’alcol pervadere il suo organismo così come aveva fatto il sesso dell’uomo qualche ora prima. Si era sentita come galleggiare via, fluttuare nello spazio; con lui aveva provato un piacere che poteva soltanto definire ultraterreno. «È stato solo sesso» e ancora ci ripensa, adesso che sono le tre di notte, sdraiata sul divano di casa, fumando e inseguendo i pensieri sul soffitto. «Oddio…»

Si erano incontrati alla festa per il compleanno di Morena Scattolin: champagne a fiumi, balli, i divanetti in giardino dove conversare. Un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici. Tutta la sera si erano monopolizzati, avevano ballato, si erano raccontati, aveva sentito il  viso accarezzato dalla barba di tre giorni del ragazzo mentre danzavano, aveva odorato il suo profumo che aveva sentore di muschio. Conosceva solo il suo nome: Werner. Non aveva neanche pensato di chiedere a Morena chi fosse, del resto lei stava incollata al suo nuovo e molto più giovane boy-friend come una cozza allo scoglio.

A mezzanotte avevano salutato la compagnia: «Vieni, conosco un posto bellissimo subito dietro la villa» le aveva sussurrato Werner con dolcezza. Era vero: un luogo di incantevole bellezza, una distesa di erba verde e soffice in riva a un canale, contornata da filari di pioppi. Si erano amati su quell’erba, cullati dalla musica soave dell’acqua, dal vento che suonava le foglie come dei leggeri tamburelli. Ed era stato bellissimo. Tornarono alla villa e lì si salutarono con un lunghissimo bacio.

Chiara salì in auto e mise in moto. Infilando il cancello però si accorse di non avere più il foulard di Gucci. Rammentò di averlo legato alla bell’e meglio ad un ramo nella foga amorosa. Fermò l’auto e tornò a percorrere la stradina che portava al canale. Il foulard era là, un vessillo chiaro che sventolava tra i riflessi. Lo sciolse e se lo annodò al collo: cominciava a fare fresco nelle notti di agosto. Stava per andarsene quando, con la coda dell’occhio, scorse un cippo proprio sotto l’albero a cui aveva legato il foulard. Era una lapide: “WERNER SANTONI 1975-2005. Strappato all’affetto dei suoi cari dalla furia delle acque”. C’era anche la fotografia: un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici.

 

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL”

sabato 24 dicembre 2011

Questa è la mia strada

 

Guardate. Questa è la mia strada, il mio piccolo quartiere di un villaggio di campagna non troppo distante dalla capitale dello stato. Quale? Fate voi. Si somigliano un po’ tutte in America queste zone residenziali. Se vi va, pensate pure che si trovi nel Midwest oppure in Virginia, dalle parti di Alexandria, o ancora nel Rhode Island, nel Kentucky, nell’Oregon. Non importa.

Questa sulla destra, con la verandina, è la casa dei Robinson: la figlia Lynn ora lavora per la NASA, ha messo la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ travagliata. L’ho vista crescere: da bambina correva con la biciclettina rosa, aveva delle frange colorate che pendevano dai manubri e lei una treccia all’indiana che le sbatteva sul collo. Ad Halloween andava di casa in casa con un buffo costume da streghetta e il sorriso perennemente stampato sulla faccia lentigginosa. Poi è andata al liceo ed è successo quello che è successo. Per anni non si è più vista fino a quando un giorno non è comparsa nei televisori di mezzo mondo: era nella stanza di controllo durante il lancio di una missione Apollo. I Robinson abitano ancora lì: poco fa li ho visti attraverso le finestre illuminate, stavano addobbando l’albero e preparando i doni per i nipotini… già perché Lynn è divenuta una brava madre.

Più avanti, la casa con le tegole scure e i bow-window, è quella delle sorelle Johnson. Non si sono mai sposate, da piccoli dicevamo che si mangiavano gli uomini, ma in realtà assommavano solitudine a solitudine. Nessuno ha mai saputo per certo di loro amanti, anche se molti vociferavano – facile in una cittadina così piccola – oppure fantasticavano. Ora le sorelle Johnson, Evelyn e Selma, hanno quasi novant’anni, ma allora erano bellezze mature e uscivano eleganti per le strade del quartiere. Avevano anche una Oldsmobile verde acqua sempre lucida, con la quale scarrozzavano sacchetti di terra e di concime per il giardino che curavano personalmente. Capitava spesso di vederle chine sui roseti o accoccolate a sarchiare le viole.

Là in fondo, sempre sul lato destro, c’è il preside Allen. Lo chiamano tutti così, anche se è andato in pensione da un paio di anni. Ha cresciuto generazioni di ragazzi nel liceo locale, anche me. Sempre gentile, anche se giustamente severo quando necessario. Non l’ho mai visto una volta senza cravatta. E sua moglie senza cappellino. Vestita più o meno come la signora Kennedy, Jacqueline intendo. Non hanno avuto figli, ironia della sorte per un preside e una maestra, ma forse bastavano loro i ragazzi della scuola, gli allievi che hanno cresciuto.

Attraversiamo la strada, adesso. Là sulla sinistra ci sono ancora due case: in quella più lontana c’è il postino, Bert Gillespie. Ha quarantasei anni e una ferita di guerra che porta come un trofeo. Se l’è fatta in Italia, dalle parti di Cassino. E tutta la via conosce a menadito ogni dettaglio di quella giornata, come se fossimo stati tutti quanti là, a fronteggiare i tedeschi. In realtà non è poi una gran ferita: Bert zoppica un pochino soltanto quando cambia il tempo. Lo fa dannare di più la moglie Rose, che lo comanda a bacchetta. In compenso, spesso gioca a baseball con Ricky, il figlio che tanto gli somiglia, con lo stesso ciuffo di capelli rossi. Stravede per quel ragazzino, gli ha costruito anche una casa sull’albero e una volta alla settimana lo porta a pescare.

Infine, la casa illuminata dei Kruger: lì regna l’allegria scanzonata e chiassosa di chi deve gestire cinque figli maschi. Luther, il padre, e Jenna, la madre, stanno freschi. Il più piccolo ha otto anni, il maggiore sedici. Quello che sta portando a spasso il cane ha dodici anni e si chiama Herbert, gli altri sono Lee, Peter, Jack e Bobby. Staranno aiutando a preparare la casa per la cena di stasera. Arriveranno di sicuro i genitori di Luther e quelli di Jenna, forse anche Doug, il fratello di lei, se è riuscito a ottenere la licenza. L’ultima volta che ho avuto notizie di lui era a Da Nang.

E infine, eccoci a me: oggi, 24 dicembre 1967, sono qui, nella mia strada, in un villaggio di campagna non distante dalla capitale di uno dei cinquanta stati americani ad osservare il Natale che scende a colorare di speranza non solo i frontoni delle case e i giardini addobbati con gli alberi illuminati, ma anche e soprattutto i cuori. La mia casa? Ah, non lo avete ancora capito? Io sono Lynn Robinson…

 

THOMAS KINKADE, “HOMETOWN CHRISTMAS”

sabato 17 dicembre 2011

Un vecchio Super 8

 

C’è un vecchio filmino da qualche parte in un armadio, insieme ad altre bobine infilate in una scatola da scarpe. Se ci penso, mi immagino le lingue delle pellicole che fuoriescono appena dall’involucro, la maggior parte nere, alcune mostrano delle figure più chiare, quadratini che sembrano tutti uguali ma che impercettibilmente diversi, proiettati in velocità danno il senso del movimento. In quel vecchio filmino c’è la ripresa di un Natale lontano nel tempo: sembra ieri quando ci pensi, sembra che sia stato solo l’anno scorso o due, tre, cinque anni fa. Invece è un Natale dei primissimi Anni ’70, quando si cominciava a portare i pantaloni a zampa e a indossare camicie fiorate. No, non mio padre: lui in quel filmato non c’è perché reggeva la telecamera Pathé, un aggeggio piuttosto pesante con l’oculare di gomma e il galletto stampigliato su entrambi i lati, però ricordo com’era vestito. Indossava un abito grigio con una cravatta rossa a disegni dorati, la massima concessione estetica allo spirito natalizio.

Io sono a quattro zampe sul tappeto – uno di quei tappeti pelosissimi che andavano di moda allora – sotto l’albero di Natale, e scarto i doni che nella notte mi ha portato Gesù Bambino: Babbo Natale non si era ancora materializzato, avrebbe atteso qualche anno ancora, fiondandosi sull’onda delle pubblicità della Coca Cola e sui programmi delle televisioni commerciali. Eccomi lì, a sei anni, compitare le parole su uno dei libri dell’enciclopedia che mi è stata regalata – sono i famigerati Quindici, li sfoglierò a lungo durante la mia infanzia, imparando a costruire, a sognare, a viaggiare con la mia fantasia di figlio unico. “Sa…” ma la parola è ostica, me la sono scelta proprio bella, “Sa-ara”. “Bravo, Sahara”, giunge la voce fuori campo di mio padre “è il deserto più grande del mondo”. Intanto compare la mano di mia madre, che con la scusa di mettermi a posto il ciuffo e il cravattino, invece mi accarezza dolcemente. Appare anche lei nell’inquadratura, con un vestito blu. Com’erano belli quegli anni, quando la festa ci si vestiva appunto “della festa”.

Poi c’è uno scatto avanti: sono sempre sul tappeto e sto manovrando una macchinina rossa con delle righe gialle, è una Chevrolet Daytona e funziona a batterie. Infilando una scheda perforata si muove lungo un tragitto predefinito, che è quello di un famoso circuito: Montecarlo, Indianapolis, Monza. La seguo zigzagare sul pavimento di palladiana, passare tra un vaso di fiori e la piantana di una lampada. È un Natale felice, intarsio i ricordi con vecchie fotografie di gente che ho amato e che non c’è più: mio nonno con il cappello, mia nonna con il paletot dal collo di pelliccia che mi piaceva tanto restare ad accarezzare. C’erano anche loro in quel Natale dei primi Anni ’70 a fare festa con noi.

Basta… Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Questa nostalgia non solo mi bagna le palpebre di lacrime, mi sommerge come un’onda, mi strazia. Avevo idea di andare a cercare quel vecchio Super 8 e proiettarlo a Natale ma ora non se ne farà più niente. Mi siederò semplicemente a tavola con i miei, con gli zii, con i cugini e i loro bimbi. E il piccolo D. gattonerà sul tappeto rasato che usa adesso.

 

FOTOGRAFIA © SUPER8DATA

sabato 10 dicembre 2011

Pane e zucchero

 

Ha visitato Montecarlo, ha percorso le strade che aveva visto piene di bolidi alla televisione nei gran premi di Formula 1 – non che fosse una appassionata – le piaceva solo quel circuito, il suo fascino nobile e mondano. Ha calpestato le vie che il principe Alberto e la triste principessa Charlene hanno attraversato tra due ali di folla il giorno del loro matrimonio – anche allora era davanti al piccolo schermo, in un hotel di Taormina, mentre fuori il sole del sud arroventava le spiagge e ingrassava i fichidindia.

È entrata anche al casinò, ha giocato una mezz'ora alla roulette ascoltando la voce del croupier scandire i numeri e il colore, il pari e il dispari. Ha preso il sole in bikini su uno dei più lussuosi yacht ormeggiati nel porto, ha pasteggiato a champagne e ostriche. Ha preso alloggio all’Hôtel de ***, usufruendo del suo servizio d’eccezione. Ha fatto acquisti nei negozi più alla moda: Louis Vuitton, Valentino, Bulgari, Chanel, Piaget…

Avrebbe dovuto sentirsi come in una favola – quella ormai era la sua vita di star, svincolata dal bisogno, immersa nel lusso, nelle comodità. Invece non ha sentito niente, non ha provato niente se non l’eccitazione effimera dell’acquisto, la fugace impressione di un momento, il fascino di una veduta subito rimosso. Ha trovato umide le lenzuola, salata l’acqua di marca, ruvido l’asciugamani, fastidioso il sole, secca l’aria.

Poi, stamattina, si è seduta a bere un caffè, ha preso Nice-Matin che giaceva sulla sedia e ha visto lui, il compagno d’infanzia con cui aveva trascorso anni indimenticabili, l’adolescente con il quale aveva esplorato i rudimenti del sesso, il ragazzo che aveva abbandonato partendo per le passerelle di mezzo mondo. È li nella fotografia in prima pagina, con la sua faccia da schiaffi e la barba di due giorni, in manette tra due uomini della Gendarmerie con la testa bassa e i pantaloni tutti spiegazzati. “Arrestato ladro di gioielli italiano” dice il titolo.

“Eravamo nella stessa città e neanche lo sapevo” è il suo primo pensiero. Ma poi qualcosa si muove, una vera emozione, un sentimento riaffiora in lei, calde lacrime scendono sulle guance, cominciano a colorarsi del nero del trucco. E, come per incanto, dopo anni trascorsi a tartine di caviale e aragoste, la memoria le riporta distinto il sapore della merenda che facevano da bambini, pane e zucchero.

 

JACK VETTRIANO, “MORNING NEWS”

sabato 3 dicembre 2011

L’ultimo giorno d’inverno

 

“Dovunque andiamo e traslochiamo, e cambiamo qualcosa sarà perduto... qualcosa resterà dietro di noi”.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Belli e dannati

Questa è una storia di gatti, ma potrebbe benissimo essere una storia di uomini. Pochi giorni prima di Natale, Clarissa, una gattina bianca e nera, capitò nel giardino della fattoria, spinta dal freddo e dalla fame. Subito il fattore le portò una ciotola di latte e degli avanzi di carne. Clarissa bevve e mangiò avidamente e rimase seduta davanti alla porta fino a sera; il fattore non si sorprese di trovarla ancora lì e le portò dell'altro latte. Cominciò così il sodalizio tra l'uomo e l'animale: in cambio del cibo, Clarissa si prestava a giocare con i figli del fattore, aspettava sullo zerbino oppure rimaneva per ore e ore sui davanzali della cucina e accorreva velocemente quando si apriva la porta e il fattore usciva con il cibo.

Il tempo passava. A volte Clarissa spariva per un paio d'ore: esplorava le forre, si arrampicava sugli alberi o si sdraiava al debole sole d'inverno manifestando un gran desiderio di libertà. Qualche volta il fattore la lasciava entrare e restava a giocare con lei; e Clarissa si strusciava sulle gambe dell'uomo e lo guardava con quegli occhi luminosi miagolando e facendo le fusa. Con il passare dei giorni, la gattina conobbe alcuni gatti delle fattorie vicine: in particolare stava volentieri con Fulva, che divenne presto la sua migliore amica; e poi c'era Margo, un gatto bianco e nero che le faceva la corte e capitava sempre più spesso alla fattoria.

In breve venne anche la fine dell'inverno, la neve non cadde più e l'aria si fece meno fredda. Clarissa rimaneva lontana sempre più tempo: rincorreva le farfalle, esplorava le zone della fattoria dove non era mai stata, i vecchi canali, le cantine, il deposito degli attrezzi, la legnaia, le serre. Un giorno, l'ultimo giorno d'inverno, arrivarono alla fattoria due gatti randagi, Spink e Tigre. Spink era affascinante: alto, snello, il pelo corto e bianco, le orecchie scure e i baffi lunghi e neri, un bell'esemplare di gatto. Tigre era tutto l'opposto: basso e grasso, metà bianco e metà tigrato, e non aveva né il fascino né il carisma di Spink. Nonostante questo, i due stavano bene insieme e vivevano felici la loro vita di hippies: se non trovavano niente da mangiare, lo rubavano. Clarissa rimase tutto il giorno con loro: era affascinata da Spink, ma anche il fido scudiero Tigre le piaceva. Decise di seguire i due randagi e se ne andò con loro dalla fattoria.

Margo la vide mentre camminava elegante tra i due. Ne fu sconvolto. Per un attimo pensò di associarsi anche lui al gruppo, ma non ci sarebbe mai riuscito: sapeva che non avrebbe mai potuto rinunciare al benessere della fattoria, all'affetto della vecchia padrona, e poi si era abituato a quel posto, vi era affezionato. Corse via veloce dalla parte opposta, verso il fiume, e rimase a guardare l'acqua verde che scorreva. Anche il suo amore finito sarebbe passato come quell'acqua e ne avrebbe conservato solo un'immagine.

28 febbraio 1984

 

KEVIN SNYDER, “SUN CATS”