sabato 29 ottobre 2011

La Dea

 

Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…

Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.  Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.

“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.

D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.

Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.

Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.

 

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”

sabato 22 ottobre 2011

La nave

 

Fui ammesso a visitare il castello di G. un giorno di febbraio, anche troppo caldo per la stagione. L'antico maniero si stagliava su una collina dalla quale poteva dominare come una sentinella la vastità della pianura circostante. Forse, nei giorni più tersi, spazzati dal vento, si poteva scorgere molto lontano il mare, come un miraggio che appaia al viaggiatore nel deserto.
    Non era facile entrare in quel castello, circondato da leggende che lo dicevano infestato dagli spiriti e da voci che descrivevano come depravati gli attuali abitanti, discendenti dal nobile casato di Uguccione, che aveva fatto erigere l'edificio nel XII secolo. Forse erano solo gente riservata, che voleva mantenere quella parvenza di nobiltà rimasta attraverso un atteggiamento snob.
    Ma un giorno, il Professor Eleuterio Krum, ordinario di Storia Navale e mio carissimo amico, mi disse di essere stato convocato lassù per una perizia. Eleuterio non è nuovo a trovate del genere: non sa dire di no e si lascia trascinare in avventure di ogni genere. Il fatto è che non solo non sa guidare, ma neppure possiede alcun mezzo di locomozione: ovunque deve andare, usa i mezzi pubblici o i piedi. Il castello di G. è sfortunatamente lontano sia dalle stazioni ferroviarie sia da qualsivoglia fermata di autobus. E neppure nella nostra piccola città c'è un servizio di taxi. Il buon Eleuterio mi cooptò nell'azione: "Giovanni, devi assolutamente accompagnarmi in un posto".

    La riservatezza dei residenti era a dir poco sottostimata in città: il castello di G. non aveva un ponte levatoio, ma cancelli altissimi ed impenetrabili, al resto provvedevano le antiche mura a strapiombo: nella forra sottostante ti aspettavi di vedere scheletri scarnificati dai secoli, resti di armature arrugginite, catapulte sfasciate. Invece, un personaggio a metà tra la guardia armata e il maggiordomo, ci si fece incontro, esaminò i nostri volti e aprì l'immane cancellata. Davanti a noi si spalancò un vasto giardino all'italiana con piante di ligustro e palme, con fontanelle che zampillavano e panchine invitanti: un piccolo paradiso, altro che l'arido inferno che si raccontava nei bar.

    "Professor Krum!" - un uomo elegante ci si avvicinò, evidentemente il padrone di casa. Eleuterio mi presentò: "Scusi se mi sono fatto accompagnare, ma io, purtroppo, non guido: ho dovuto avvalermi come autista di un amico, l'Avvocato Giovanni Sormani". E così strinsi la mano al discendente di Uguccione, che scoprì chiamarsi nobilmente conte Goffredo, come un paio di dozzine di suoi avi.
    Pensavo che ci avrebbero condotti in uno studio per quella famosa perizia, invece Goffredo ci fece strada verso una porzione del giardino, dove spuntavano dei grandi gazebo bianchi. Il nobile, man mano che ci avvicinavamo, manifestava sempre più la sua trepidazione, quasi gli tremava la voce e affrettava il passo, rallentandolo vedendo che noi rimanevamo indietro.
    Sotto i gazebo era aperto uno scavo, un enorme scavo, lungo circa ottanta metri, e largo circa la metà. Goffredo indicò a Eleuterio un angolo e lui, lento com'è nei movimenti - lui stesso si definisce spesso "impagliato" - guardò: quello che avevo visto io non era che una serie di assi di legno marciti e corrosi, coperti di muffe e di terra.  Quello che aveva visto lui doveva essere davvero importante perché sbiancò, vacillò un attimo e svenne tra braccia del conte, che probabilmente si aspettava una scena simile.
    - "Professor Krum! Professor Krum!" e intanto gli dava dei colpetti di taglio sul viso. Eleuterio si riprese, ma assunse un'espressione sbigottita. "Ma quella è... Ma quella è..." continuava a ripetere senza essere in grado di completare la frase.

    Quella era un'imbarcazione, a ottocento metri di altezza sul livello del mare! In realtà era il fondo piatto di una nave, realizzata in legno di pino: così Eleuterio aveva stabilito dopo essere sceso nel cantiere e aver dato un'occhiata da vicino. Una grossa chiatta, una nave adibita esclusivamente al trasporto: non doveva combattere né essere veloce, doveva soltanto galleggiare comodamente.
    I lavori di scavo furono da allora sovrintesi dal Professor Krum, che si trasferì al castello in una sontuosa stanza per gli ospiti, e abbandonò per qualche mese l'insegnamento, affidando le sue lezioni alla dottoressa Mara Rossi, un'assistente carina che nessuno poteva sospettare fosse la sua amante. Non seppi più nulla fino a metà giugno, quando Eleuterio mi telefonò per augurarmi buon compleanno. "Ho scoperto una cosa sensazionale" mi disse "ma non posso dirlo a nessuno, nemmeno a te. Auguri e addio!"
    Il giorno dopo mi recapitarono un suo criptico biglietto. L'indirizzo sulla busta era strano: la G di Giovanni e la n di Sormani erano ricalcate, come a simulare un grassetto. Il foglio all'interno era a dir poco delirante: "Sei ne fai e quattro me ne dici,stupido". Subito pensai che la fama del castello di G. fosse davvero reale, che Eleuterio, che la respirava ormai da quattro mesi, ne fosse stato traviato, ridotto ormai alla follia e alla depravazione. Ma ci ragionai sopra e pensai che quel messaggio era inusuale per lui, che doveva esserci sotto qualcosa.

    Chiamai Mara, che lo conosceva bene, e che avrebbe anche potuto darmi delucidazioni in campo squisitamente tecnico su navi e affini. Perché lì doveva essere il segreto: in quell'imbarcazione sepolta nel giardino del castello, a 800 metri sul livello del mare. Ci incontrammo nello studio del professor Krum all'università e ragionammo su quell'inquietante biglietto. "G" e "n" risaltavano e poi sei, quattro e dici. "Stupido" lo lasciammo da parte, come se fosse un complimento alla mia persona. Scrivemmo lettere e numeri su un foglio e subito ci apparve la soluzione dell'enigma di Eleuterio: Gn, 6,14. La Genesi, capitolo 6, versetto 14. Mara compulsò subito la Bibbia trovata nella biblioteca e lesse ad alta voce: "Fatti un'arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume di dentro e di fuori". Le mancarono le parole... Quella sepolta nel giardino del castello di G. era l'Arca di Noè ed Eleuterio era tenuto prigioniero per non rivelare il segreto. Mara mi abbracciò e cominciò a piangere.

"Ah, bravi!" ve la intendete bene voi due. Un vocione ci fece sobbalzare, insieme alla porta che ancora sbatteva sui cardini. Era Eleuterio! "Ma che dici?" rispose con prontezza Mara "Eravamo preoccupati per te. Non eri prigioniero al castello per aver scoperto l'Arca di Noè?"
"Gente, voi delirate".
Gli mostrai il biglietto. Lui lo guardò stupito e cominciò a ridere. "Sei... quattro... ah... ah... ah. Quanti anni hai compiuto ieri?" "Quarantasei". E lì capii che il messaggio non era altro che un biglietto d'auguri, che la "G" e la "n" marcate non erano altro che un difetto della stilografica, che le parole sottolineate facevano parte di un calembour. Ero diventato rosso come un peperone. Eleuterio si stava ancora sbellicando: "L'Arca di Noè... ah ah ah... L'Arca..."
    Insomma, il manufatto rinvenuto al castello era sì una nave, ma non aveva mai navigato, tanto meno nel Diluvio Universale: nella biblioteca del conte Goffredo una delle sue figlie era riuscita a rinvenire un'antica pergamena che aveva fatto luce sul mistero.  Uno degli antenati, tale Ildebrando, aveva preso parte alla battaglia di Lepanto ed era rimasto tanto affascinato dall'ambiente marinaro, lui, uomo di montagna, da farsi costruire una nave in giardino: lo schema di costruzione ne specificava anche l'uso. Infatti, oltre a una robusta tavola di legno, vi erano molti scaffali per otri, fiasche, bottiglie e anfore: quella che avevo pensato essere l'Arca di Noè altro non era che un'eccentrica cantina a forma di nave. E questo spiegava perché fosse interrata.

    "Comunque Noè c'entrava" disse Mara sorridendo "non fu lui a inventare il vino?"

 

IMMAGINE © WATTABETCH

sabato 15 ottobre 2011

Il lungo crepuscolo

 

L’amore è tutto nel suo nascere, nella scintilla che origina l’incendio. Talvolta capita che cada su un terreno già predisposto, come se la paglia non attendesse altro: così arde alto come le stoppie secche che i contadini bruciano d’autunno per liberare il campo. Talora invece si origina come un Big Bang: due vite che fino a quel momento si ignoravano entrano in collisione e subito divampano le fiamme. La passione è il vento torrido che le alimenta, che le propaga celermente come nei roghi d’estate.

Quello è l’amore, allora. Ma poi le cose cambiano, la routine subentra alla novità, ci si conosce, ci si frequenta, si vive in simbiosi. E allora l’amore diventa nei casi migliori armonia, piacevole abitudine, oppure si trasforma in tolleranza, in sopportazione, in continua lite per rivendicare il possesso e lo spazio. O ancora quell’incendio innesca bombe e granate e l’amore implode su se stesso proprio come quegli enormi edifici che vengono demoliti con le cariche. Non c’è una regola, nessuno la può indicare: neppure i saggi, nemmeno i filosofi, tanto meno gli psicologi.

Ci sono anche amori che continuano a vivere anche se sono morti: la loro forza splende ancora proprio come la luce del giorno che non vuole finire e si attarda a colorare i crepuscoli. Il sole dell’amore è sorto nell’alba, è salito sui cancelli, sui giardini, si è levato alto nel cielo di mezzogiorno e poi si è via via affievolito fino a cadere sull’Occidente. Un gesto, una parola, e l’amore è finito, ma il suo riflesso ancora scintilla leggero, è un tremulo e vago ricordo che emana la sua flebile luce...

Tutto questo preambolo per raccontare il mio amore. Ebbe inizio come il vagito di un bimbo che nasce – ricordo che guardai il cielo sereno per vedere da quale nuvola fosse partito il fulmine che mi aveva colpito. O forse credevo di vedere Cupido allontanarsi con l’arco a tracolla e la faretra ormai vuota. In realtà era stata una ragazza a colpirmi: la incrociai per strada e ne rimasi tramortito, un pugile andato ko, centrato da un diretto al mento. Non succede per tutti così? Per molti, almeno, se escludiamo quelli che ho citato nell’esempio della paglia: amici, compagni di scuola, gente che sta insieme e che lentamente incappa in quella scintilla. Poi però il percorso è identico: vedi il suo sorriso ovunque, lo incolli negli specchi, chiudi gli occhi e ancora sei affascinato dal suo sguardo, dalla sua andatura, dalle cose che dice e dal modo in cui le dice. Ma l’amore che sale sulla sua parabola si inerpica inesorabilmente verso l’apice, il punto in cui, senza nemmeno renderti conto, è cominciata la curva di discesa. Ed è così che si arriva, o almeno che io sono arrivato allo strazio: precipitando nel vuoto lentamente. Ricordo delle fotografie in cui una modella è ritratta da sotto un vetro spesso: angolando la camera in modo diverso, sembra che stia cadendo e resti aggrappata alla cornetta di un telefono rischiando di finire sul letto di chiodi che c’è sull’orlo inferiore dell’immagine. Mi sono sentito così. Cadere è più lacerante dell’impatto, ancora più che morire.

Per questo ieri mattina, quando l’ho vista avanzare tra la gente – un’immagine arancione di schiena nella folla – non l’ho seguita, non l’ho rincorsa. Era il fiume che fluiva, l’acqua che finalmente scorreva sotto il ponte. L’ho lasciata andare, ho lasciato che il tempo sfuggisse dalle mie mani. Ed è scesa la notte – no, non su quel mattino, su quell’amore. Si è chiuso il conto con il dolore e una nuova alba si è accesa , una luminosa alba di pace in cui ricominciare a vivere.

 

IMMAGINE © OVERFITTING DISCO

sabato 8 ottobre 2011

Il 30 settembre

 

Era il 30 settembre. Avevo appena compiuto ventun anni, lei stava per compiere i venti. Mi aveva telefonato qualche giorno prima: grande fu la sorpresa quando mi passarono la cornetta e mi dissero “È Marta…” Voleva sapere come stessi, riallacciare i rapporti dopo l’estate, la prima che non avessimo trascorso insieme da sette anni. Aveva lasciato nell’aria l’idea di un incontro, un appuntamento che vibrava come un punto di domanda, senza specificare una data, una modalità.

Avrei dovuto avvisarla, fissare in anticipo – l’esperienza è un biglietto della lotteria scaduto che vale milioni ma che non è possibile in alcun modo riscuotere. Avrei dovuto, ma la gioventù coniuga l’incoscienza e la stupidità: così partii in treno, raggiunsi Milano e le telefonai da una cabina di Porta Garibaldi. Non era seccata, forse un po’ stupita. Certamente pensava che lasciassi passare qualche giorno, che non mi precipitassi dal sabato al lunedì. Ero impaziente di vederla, questo fu il mio errore principale, non sapere resistere all’ansia del desiderio, al dolce logorio dell’attesa. Insomma, alla fine mi disse che mi sarebbe venuta a prendere alle dieci all’uscita della metropolitana a Gioia. E lì cominciai a fantasticare su quel gioco di parole, a presagire, a pronosticare su gioia e felicità.

Arrivò un po’ in ritardo, scendendo dalla Mini bianca che le avevo visto guidare al mare. Indossava uno spolverino chiaro che la faceva un po’ signora ma straordinariamente donna con i collant e le scarpe con il tacco. In quel momento era bella come non lo era stata mai – era una dea discesa dall’Olimpo a condividere l’ambrosia con me. Salii in macchina e mi condusse nella piazza dove si affacciava la sua casa, un edificio di inizio secolo intonacato di giallo. Parcheggiò davanti a un ristorante e attraverso un andito scuro raggiungemmo il suo appartamento, al primo piano. Mi fece accomodare in soggiorno: c’erano due poltrone e un divano di pelle color rame posati su un tappeto orientale, i mobili erano lavorati in stile antico: su uno scaffale c’era uno stereo con qualche musicassetta, alle pareti dei quadri. Il suo labrador dormiva sul pavimento.

Dalla finestra aperta entravano i rumori della città: traffico e macchinari. La veduta era da quadro di Sironi: opifici e ciminiere, il sole pallido aumentava la sensazione. Mi parlò di come aveva passato l’estate con i suoi nuovi misteriosi amici: la Grecia e le bevute di ouzo, le brioches comprate all’alba nei panifici di Riccione. Io le dissi di Lignano, di come la compagnia si fosse sciolta e riformata attorno ad un nucleo nuovo, con ragazze belghe e ragazzini italiani. Tutto sembrava strano, diverso da come me l’ero immaginato. Mi ero pentito di essere stato così precipitoso, di essermi mostrato vulnerabile, preso da quell’orgasmo di incontrarla. Sedevo lì e pensavo già di andarmene. Quando mi chiese di restare a pranzo, declinai l’invito adducendo un impegno improrogabile che non avevo. In una parola fuggii.

Con la Mini bianca mi accompagnò alla stazione. La guardavo attenta nella guida, le osservavo le gambe svelte schiacciare frizione, acceleratore e freno e scoprirsi sempre più nella foga. A un incrocio tagliò la strada a un’altra vettura e quasi inchiodò: la donna la volante la apostrofò “Scema!”. Mi sembrò che la magia che si era andata ricreando con quel po’ di erotismo delle sue gambe velate dai collant si fosse improvvisamente infranta su quell’epiteto, al pari di una lucente bolla di sapone che tocca un oggetto e svanisce, o di un palloncino colorato sfuggito dalla mano di un bambino che esplode su un ramo spinoso.

Ci salutammo davanti alla stazione, frettolosamente. Non c’era parcheggio e il mio treno sarebbe partito di lì a pochi minuti. Ci scambiammo i soliti baci sulle guance, poi lei salì in auto e partii. La guardai ancora muoversi nel traffico, vidi la Mini scomparire nel fiume di veicoli che scorreva in Via Vitruvio ed entrai in Centrale.

Non la vidi più.

 

DIPINTO DI JACK VETTRIANO

sabato 1 ottobre 2011

Il pranzo scolastico

 

Sto leggendo un libro che promette “lezioni di scrittura creativa”. Uno dei capitoli invita a cimentarsi in un racconto sul “pranzo scolastico”. Naturalmente, essendo il libro scritto da un’americana, fa riferimento alla tradizione statunitense di portarsi il pranzo da casa: un panino con burro d’arachidi oppure con mortadella, senape e insalata o ancora con marmellata di ciliegie. Come Charlie Brown, quando siede su una panchina guardando la ragazzina dai capelli rossi e smaniando per lei: un morso, un sospiro, un morso, un po’ di autocommiserazione, un morso, un altro sospiro, finché non arrivano Linus o Lucy a chiudere la striscia con una battuta.

“Va bene, accetto la sfida, cara signora Anne che insegni scrittura creativa”. Anche perché la scorsa domenica sono ritornato in quella scuola media, anzi di più, proprio in quella mensa – in realtà la chiamavamo refettorio – e ci ho anche pranzato con una decina di compagni di classe di allora, rinverdendo i ricordi poiché alcuni di loro tornavano lì per la prima volta dopo 33 anni! Tutto cambiato naturalmente: le spartane sedie di laminato plastico finto legno si sono trasformate in sedili di resina verde brillante, le pareti giallo pallido sono ora dipinte per un gran tratto di arancione, è spuntato “l’angolo del self per i ragazzi”, l’austerità antica degli Anni Settanta si è stemperata nella folle girandola dei Duemila. Resistono imperterriti però, come dei fossili di quel tempo, i bicchieri della Duralex, quelli economici e quasi infrangibili: invece che con l’acqua di rubinetto che veniva servita in bottiglioni da due litri, li abbiamo riempiti con Barbera, Chardonnay e acqua minerale da bottiglie in PET. Eh, questi capelli diradati o ingrigiti, queste pancette, queste rughe qualche diritto ce lo daranno…

E lì seduti, mentre pranzavamo e mangiavamo gli affettati, i salatini e i tomini dell’antipasto, le lasagne e il risotto con i funghi del bis di primi, la cima ripiena con contorno di patate arrosto e infine la torta, ci siamo abbandonati anche ai ricordi del pranzo scolastico. La prima cosa: tutti indistintamente odiavamo i bastoncini di pesce – ce li davano il venerdì – tanto da non essere più in grado non solo di mangiarli, ma neppure di sopportarne la vista, da avere l’istinto di sparare al capitano quando appare in televisione per pubblicizzarli. Seconda cosa: tutti apprezzavamo quella che allora chiamavamo “pizza”, ma che in realtà era un panzerotto, o meglio un sofficino – che tra parentesi per ironia della sorte è un prodotto della stessa ditta – che ci veniva servito il giovedì. Il lunedì invariabilmente c’era l’affettato: cinque fette di salame di tipo Milano oppure tre di prosciutto cotto o cinque di coppa o ancora quattro o cinque di tacchino; il martedì era il turno della bistecca di manzo; il mercoledì ci veniva servito il pollo; il sabato, grazie a Dio, tornavamo a casa alle 12. C’era anche qualcosa di contorno: verdure lesse o patate. E c’era naturalmente anche un primo: pasta al sugo, risotto allo zafferano, qualche volta un’altra cosa che tutti abbiamo scoperto di odiare visceralmente: la polenta con un ragù piuttosto oleoso. Per finire un frutto di stagione: una pera, una mela, un’arancia, un paio di mandarini oppure un cachi – io lo so perché odio il cachi, perché ero costretto a mangiarlo allora.

Non erano previsti menù particolari per celiaci, vegetariani o musulmani: della celiachia in quel periodo neanche se ne parlava, i vegetariani erano stravaganti hippies e i musulmani neppure esistevano in Italia; le stranezze maggiori erano un compagno di classe che aveva la madre ebrea e un altro con origini istriane, se proprio c’era qualcuno delicato di stomaco gli portavano la pasta in bianco. Piuttosto, ciò che regnava in quel refettorio – lo chiamo ancora così, anche perché lo gestivano i frati – era una grande disciplina: per ogni mancanza si veniva puniti rimanendo per qualche minuto a guardare il muro. Rovesciavi distrattamente l’acqua sulla tovaglia: al muro! Facevi cadere la forchetta sul pavimento: al muro! Non finivi la tua michetta: al muro! Disturbavi: al muro! Il servizio militare, a noi che lo abbiamo provato, è sembrato meno duro del collegio, e potete credermi se vi dico che è vero. Io ero e sono molto disciplinato, tanto che non ho scontato neppure un giorno di punizione tra gli alpini del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica. Invece lì, in quel refettorio, qualche volta il muro l’ho guardato…

Uscendo, abbiamo visto altri “totem”: le lunghe vasche con i rubinetti dove ci si lavava le mani prima di entrare – e ce n’era bisogno, visto che passavamo la ricreazione a giocare a pallone o a rincorrerci nei “quattro cantoni” – e il magazzino dove per cento o duecento lire si poteva acquistare una bottiglia di Royal Crown Cola o di gazzosa o di aranciata. Siamo stati anche a gironzolare per i corridoi e per le aule e ci sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il compagno mandato in cucina con il cesto per la merenda. Chissà, forse oggi ci sarebbe stata la focaccia dolce o il panino con il salame o con la Nutella, o magari il cubetto di cotognata… Se c’era la tavoletta di cioccolato, qualcuno sarebbe poi passato a raccogliere la stagnola per i ciechi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA