sabato 27 agosto 2011

In veranda

 

Siedo in veranda guardando Giovenzana e bevendo tè freddo, come un gentiluomo del Sud, di quelli che popolavano le scene di Via col vento o i romanzi di Maurice Denuzière. Certo, loro non guardavano Giovenzana, ma dalle verande di quelle belle ville bianche di legno con le alte colonne e le enormi scalee interne, lo sguardo spaziava sui campi di cotone, sugli ampi giardini dove svettavano pioppi, olmi, querce e noci di pecan. In redingote, sorbivano la loro bevanda ghiacciata dondolandosi sulle sedie.

Io invece guardo Giovenzana, lassù, adagiata con il suo campanile sul Monte San Genesio, una ferita bianca nel verde scuro del colle adesso che l’estate è ancora al suo colmo sebbene stia declinando verso la dolcezza di settembre. Indosso jeans e maglietta, ma il bicchiere di tè freddo è lo stesso, i cubetti di ghiaccio vi danzano regalando al bicchiere minute goccioline che contrastano con la calura di questo giorno d’agosto. Quella del colle è la visione consueta, quella che mi si presenta da questa veranda guardando a nord, ben prima che il Resegone o la Grigna si staglino nel cielo. Sono le prime propaggini delle Prealpi, quelle che ospitano i laghetti morenici di Annone, Alserio, Pusiano e Segrino. Appena di qua dal San Genesio la conca in cui riconosco l’imponente edificio dell’ospedale e la torre caratteristica della cittadina. Devo guardare un po’ più a ovest per scorgere il santuario di Montevecchia. Di solito mi soffermo ad ammirare il tramonto cadere lento su questa valletta, sciogliersi in tinte che vanno dall’arancione al rosa, innescando talora con le nuvole incredibili reazioni d’oro e d’argento, di porpora e di viola.

Sono le tre di pomeriggio e il sole picchia forte. Per fortuna, sono all’ombra con il mio libro di racconti. Ho letto troppo, ho la vista annebbiata. Tolgo gli occhiali, chiudo gli occhi. Ed è lì con gli occhi chiusi che mi viene l’idea, mentre nella strada passa un camion che forse con il suo rumore di gomme ha inconsciamente risvegliato un antico ricordo: adesso riapro gli occhi e non sono più qui, su questa veranda a guardare Giovenzana allungarsi nella foschia del San Genesio, ma mi trovo su un’altra veranda, quella dell’Hotel C*** di Lignano Pineta e davanti ho il grande palazzo bianco con i portici e decine di appartamenti affittati per le vacanze. Per la strada passano turisti austriaci e tedeschi, olandesi e italiani con i materassini e le infradito, turiste con le borse da spiaggia e il pareo, oppure con il reggiseno del bikini e i pantaloncini. E dal bar arriva rumore di bicchieri, di cucchiaini che tintinnano nelle tazzine di caffè. Nell’aria il salmastro del mare e l’aroma di resina che proviene dai pini. Così, come per incanto, come avviene in certi film americani senza pretese o in misteriosi racconti di Buzzati o di Kafka. Adesso riapro gli occhi e mi trovo davvero là… Ma intanto continuo a figurarmi quella scena, per paura che svanisca se dovessi riaprire gli occhi: il tavolino sotto i pini, lo stesso libro davanti, lo stesso tè, i palazzoni bianchi di Pineta, i turisti per la strada.

Poi gli occhi li devo riaprire per forza, mica posso restare tutto il pomeriggio così, a sognare di trovarmi altrove: non c’è Lignano Pineta, non è la veranda dell’Hotel C*** ma il mio solito balcone di tutti i giorni con le vecchie mattonelle porose grigie e rosse, con la ringhiera verde e le gazanie nelle fioriere appese, gli ibischi e le piante grasse nei vasi. E Giovenzana abbarbicata al colle. Come mi piace la sera quando nell’ultima luce il San Genesio si tinge di viola…

 

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FOTOGRAFIA © REAL ESTATE EUROPE GROUP

sabato 20 agosto 2011

Il dottor Ross

 

Mi hanno detto che adesso hai un fidanzato. Notizia sparata lì come se neppure mi dovesse interessare, come se tu non fossi stata da sempre la mira segreta del mio amore. Del resto, per essere sensibili nei miei riguardi, avrebbero dovuto essere a conoscenza di questo mio recondito sentimento. Io, come il poeta Nicanor Parra, ho risposto che quella notizia non poteva affatto riguardarmi. Non fiorivano le mimose come in quella poesia, ma un grigio novembre si perdeva nelle sue malinconiche spire fatte di pioggia e di nebbia.

Mi hanno detto anche che ci vai a letto – quello in realtà lo sospettavo, anche senza che me lo dicessero, evidentemente – ma, in realtà questa notizia era funzionale a un’altra: tua madre ci è rimasta male quando vi ha trovati abbracciati e nudi nel suo letto. Io mi sono immaginato la scena: tu nuda, lui nudo – aveva la faccia da fesso del dottor Ross di “Medici in prima linea” e una mascella che avrei contribuito volentieri a slogare a forza di pugni. In questo modo tua madre è venuta a scoprire che lo nascondevi in soffitta perché lei non sospettasse niente. Adesso è ridotta uno straccio, continua a borbottare e rischia che le venga un colpo. È andata a sfogarsi da un’amica pettegola e così il telefono senza fili ha portato la notizia fino a me.

Io intanto continuavo a dissimulare, facevo l’indifferente, il finto tonto. Ma eravamo a tavola e il boccone mi era andato di traverso. Cercavo di non tossire e guardavo con avidità il bicchiere dove scintillava un Chianti che pensavo sarebbe stato più piacevole. E continuavano a parlarmi di quel tipo – il dottor Ross, o insomma quello che mi immaginavo con il suo volto: “Dovresti conoscerlo” mi stava dicendo Ermete, che poi era il padrone di casa e mi aveva invitato a cena. “Era animatore in un club della Riviera” aggiunse Ileana, sua moglie ed eccellente cuoca, nonostante il rospo che mi si era piazzato in gola. Ma io non lo conoscevo, io non mi ricordavo di averlo mai incontrato, di averci mai avuto a che fare, se non per interposta persona e quella persona, accidenti! eri tu nel tuo letto, nuda, avvinghiata a lui...

Il televisore era acceso, a volume bassissimo: all’improvviso in uno spot ti vidi fuggire, inseguita da tua madre. Il tuo ganzo con la faccia del dottor Ross stava salendo su una scala a pioli, tentavate di arrampicarvi su un gigantesco ulivo centenario. Come in “Amarcord” quando lo zio matto interpretato da Ciccio Ingrassia sale su un albero e grida “Voglio una donna!” E a quel punto finalmente capii che tutto quanto non era che un sogno, uno spaventoso incubo in cui tu mi tradivi con il dottor Ross, e che il mio amore rimaneva salvo, almeno per il momento. Ero finalmente sveglio, sveglio come mai ero stato nella mia vita e presi la decisione di abbandonare gli indugi e di dichiararti quanto prima tutto il mio amore.

 

FOTOGRAFIA © NBC

sabato 13 agosto 2011

Lettera non spedita (III)

 

Carissima Eleonora,

ti ho vista ieri pomeriggio davanti all’Arena. Eri appena scesa dal 2 e controllavi l’orologio, probabilmente avevi un appuntamento: andavi di fretta. Vestita di nero eri ancora più bella, le braccia nude abbronzate, i capelli raccolti come quando andavamo al mare la domenica. Ti guardavo camminare sui tacchi alti, attenta che non si incastrassero nei binari del tram: avevi un modo così signorile, così nobile, di muoverti. Mi hai ricordato cosa mi ha fatto innamorare di te quel giorno di fine maggio: la tua grazia. E la tua bocca dolce, dove un tempo morivano tutti i miei guai.

Sto bevendo un bicchiere di Pinot grigio adesso e il suo sapore mi fa ripensare a quella volta che siamo stati ad Alassio, ri­vedo le luci gialle della sera, i pitosfori, le palme. Rivedo le nostre sere e i nostri luoghi: l’hotel, la gelateria vestita di luci azzurre, il muretto, la spiaggia stretta a ridosso della strada... Forse fu in quei giorni che l’amore tra noi ebbe la sua massima intensità. L’amore a due, intendo. Perché la massima intensità quell’amore ce l’ha adesso, in me solo. È divampato come un fuoco alimentato dal vento appena ti ho rivista. Era una brace che da sempre covava in me ed è bastato un nulla a ridarle vigore.

Tu eri lì, dall’altro lato della strada, a una decina di metri da me, elegante ed altera. Il traffico di automobili e furgoni fluiva per Via Legnano: ho avuto la tentazione di scansare auto per auto, gettarmi verso di te. Ho avuto l’idea di gridare il tuo nome: ti saresti voltata, mi avresti individuato tra la gente in attesa al semaforo. Mi avresti sorriso, probabilmente. O avresti fatto finta di niente, magari solo un fugace cenno di saluto. Ma nulla di tutto ciò: sono rimasto muto, fermo ad aspettare il verde. E magari bastava che ti chiedessi di te, bastava che ti invitassi a bere un caffè per ricordare i bei tempi… Non so se mi sia mancato il coraggio o se mi sia venuta meno la voglia, stregata dai ricordi o dall'impossibilità di risvegliare il passato. 

Tornato a casa ho trovato i miei ricordi boccheggianti come pesci rossi sfuggiti a una boccia di vetro: li ho rimessi nell’acqua e ho scoperto di non amare te, ma il tuo rimpianto.

 

JACK VETTRIANO, “A DAY WITH FATE”

sabato 6 agosto 2011

Ballata in quattro quarti

 

1.

Basta con le domande, basta con le liti furibonde. Se lei aveva orrore di quello che siamo diventati, se lei si doveva limitare sacrificandosi per seguire i miei desideri, se lei finiva sempre con il chiedere «Tu cosa vuoi?» come un mantra che mi lasciava un’ombra di colpa su ogni discussione, ora è finalmente libera. Libera di fare quello che più le pare e piace. E libero sono io, libero come forse mai sono stato. Libero di costruirmi un futuro senza vincoli, di andarmene al mare a inseguire la mia passione di fotografare. Senza più quei riti che facevano della nostra storia una specie di messa cantata. Senza più quei compiti e quegli impegni obbligati che per compiacerla mi incatenavano sempre più.

Libero di tornare agli amici che erano troppo poco per lei – o forse era gelosia del mio tempo passato con loro, tanto che sempre meno li potevo frequentare e mai insieme a lei. La vedevo storcere il naso quando per caso ne incontravo uno per strada o – Dio ne guardi – uno veniva a cercarmi a casa… Luca, per esempio, con il quale avevo condiviso le elementari e le medie e tutte le feste comandate di quei tempi, comunioni e cresime, l’amico di cui sono stato consolatore nei momenti bui. Luca, con il quale ho deciso di condividere questa vacanza d’estate da “single”.

Abbiamo scelto Lignano, in nome dei bei vecchi tempi, delle spensierate vacanze senza limiti della nostra adolescenza e della prima gioventù. E ora eccoci qui in un tramonto da favola che incendia la laguna di luce riflessa a fotografare i casoni con i tetti di paglia. La mattina, appena dopo l’alba, lasciamo la casa che abbiamo affittato nella pineta e andiamo a correre al Parco Hemingway e poi sulla spiaggia. Poi di giorno fotografiamo, l’altro ieri siamo stati ad Aquileia, ieri a Venezia. Abbiamo in programma anche un workshop a Portogruaro, anche se il mare si lascia fotografare molto bene… La sera andiamo a letto presto, verso mezzanotte: facciamo i bravi, rientriamo da una passeggiata in centro tra turisti austriaci e tedeschi e restiamo sul balcone a parlare e a bere una birra gelata.

 

2.

È tempo di cambiamenti. È tempo di prendere la nostra vita tra le mani, una volta per tutte. Questo mi sta dicendo stasera Luca. Una luna piena si sta alzando dai pini, un occhio giallo che attraversa il cielo. “Ho deciso di chiedere a Giulia di sposarmi” mi dice. Giulia, la sua fidanzata storica, quella che gli avevamo affibbiato alle elementari con il sadismo dei bambini, quella che ha ritrovato donna nei giorni della prima gioventù, delle compagnie che bivaccavano nelle piazzette. “Come una folgorazione, l’altra settimana, quando mi hai detto che avevi rotto con Paola. Il giorno dopo Giulia è partita per il suo stage a New York e sono rimasto lì solo a pensare a lei, alla fortuna di averla”. Guarda verso la pianura, laggiù sopra i pini. Guarda oltre le colture di mais, oltre i campi di peschi, oltre Milano e Lione, oltre Barcellona e Madrid. Guarda al di là dell’oceano, dove adesso è Giulia. E gli leggo l’ansia dell’attesa: lo so com’è fatto: aspetterà che lei torni per farle quella proposta importante, loro due soli, probabilmente a casa di lei. Altro che godersi il mondo, tornare all’infanzia, alla spensieratezza! Siamo uomini, ora, e dobbiamo assumerci le responsabilità. Io lo so che Giulia gli dirà sì, è da tempo probabilmente che si aspetta qualcosa del genere da lui. Sono convinto, ma Luca è sulla corda, irrequieto come un ballerino di flamenco. Va a finire che sarò io a dovergli fare da balia in questi giorni, calmarlo, rassicurarlo.

 

3.

“Sì”.

Eccola lì la parolina magica. Ora si scambiano gli anelli in questa piccola chiesa di provincia mentre fuori l’estate biondeggia sui campi di grano e dipinge di verde le colline brianzole, le gonfia di viti e di castagni. Giulia e Luca, oggi sposi, come c’è scritto sui fogli appiccicati qua e là lungo il tragitto verso la chiesa. E li guardo con tenerezza: un anno dopo la domanda di lui, si sono sposati. Io, nell’abito scuro, sembro un po’ un notaio: del resto certifico il loro amore, sono il testimone dello sposo e qualche cosa dovrò pure garantire. Mi trovo a fianco di Luana, la testimone di Giulia: sono giorni che condividiamo l’esperienza di questo matrimonio, i preparativi, i dettagli. Potrebbe essere la donna giusta: l’affinità tra di noi è subito risaltata, da quando i piccioncini ci hanno presentato e ci hanno spiegato quello che avremmo dovuto fare. Faceva un caldo pazzesco quel giorno sul lago o forse era solo il mio cuore che pompava a mille. Heartbeat, come dicono gli inglesi, batticuore. Dio com’è bella oggi con quel vestitino color panna, con quel fiore nei capelli…

La messa è finita, ora tocca a noi: il parroco ci invita in sacrestia per le firme.

Al ristorante siamo allo stesso tavolo, con le poche amiche di lei e i pochi amici di lui. Io e Luana fianco a fianco, gomito a gomito adesso che la giacca è finita sulla spalliera della sedia e le maniche della camicia bianca sono rimboccate. Ridiamo come due bambini, abbiamo cominciato a prendere in giro gli sposi raccontando aneddoti su di loro e siamo finiti con il parlare di noi, delle nostre speranze, delle nostre aspettative, delle gioie e dei dolori del nostro passato. Siamo come due alpinisti che iniziano a scalare un picco: è il momento di legare le corde prima dell’ascensione, il tempo di riporre fiducia l’uno nell’altra. Detta in altro modo, è l’ora di gettare le fondamenta, di posare la prima pietra, per costruire la casa e quella casa è l’amore. Il primo passo viene da sé, ci sfioriamo le mani casualmente per prendere io la mia giacca e lei la sua borsetta da cerimonia: è lo sguardo a domandare prima delle parole. “Ci vediamo domani?”…

 

4.

Con Luana tutto è diverso. Lei non è come Paola: capisco che l’isteria dell’altra in lei non albergherà mai, che il suo carattere è tutto l’opposto, che non ha alcun bisogno di controllo. È stimolante stare con lei: mi sento come l’acrobata che salta sicuro sul trapezio, consapevole che troverò le sue mani. Perché l’amore, fondamentalmente, è composto di fiducia.

 

DISEGNO DI MARCO CAZZATO