sabato 30 aprile 2011

La stele

 

Non so da quanto tempo questa storia si protragga. Di generazione in generazione, da sempre, dalla notte dei tempi. È sempre stata lì. La stele, intendo. Con tutti i suoi colori e i suoi simboli, con i glifi che nessuno mai è riuscito a decifrare.

C’è chi ritiene che si tratti di un manufatto lasciato da un’entità aliena, abbandonato durante una lunga escursione nella nostra galassia, poggiato come emblema a mo’ di presa di possesso, o ancora come un monolite con indicazioni amichevoli destinate a chi sarebbe poi stato in grado di venire a capo di quei ghirigori. Nella nostra comunità costoro che si incaponiscono sull’ipotesi che potremmo definire “spaziale” sono considerati scientisti e guardati con occhio particolare. Non di scherno, ci mancherebbe, sempre con il massimo rispetto, ma con la freddezza che si rivolge ai tecnocrati, a coloro che fanno della tecnologia una divinità.

E qui veniamo al secondo punto: molti invece credono che la stele sia la più antica testimonianza divina. Vi leggono i dettami di condotta, vi trovano una ragione di vita, si lasciano guidare dalle linee e dalle curve impresse. La venerano e la omaggiano con riti, portano offerte votive, la invocano per la pioggia e per la sete, per il caldo e per la fame. Di più: vi è una setta eretica che considera la stele una mappa del mondo conosciuto e cerca tra gli avvallamenti, tra le forre, nei fossati, nei rivi, nei corsi d’acqua, nelle alture, l’esatta corrispondenza con la topografia incisa.

Quanto a me, io sono un esteta, un artista: mi piacciono le cose belle e trovo che quel rosso e quel bianco, se anche adesso – come dicono gli anziani che a loro volta lo hanno sentito dai loro antenati – sono molto più tenui e corrosi in più parte dalla ruggine, abbiano una loro grazia particolare, oserei dire addirittura una loro poesia. Sì, la stele mi piace. Talvolta mi isso su un filo d’erba – sono una formica, non l’avevo ancora detto? – e rimango lì per ore a rimirarla. Guardatela anche voi, non è bellissima quella immensa stele su cui è scritto BEVETE COCA-COLA?

 

Mario Schifano, “Coca-Cola”

sabato 23 aprile 2011

L’alba


Non potevano dormire quella notte, i congedanti. Aspettavano ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole avrebbe portato la libertà, una svolta nelle loro vite dopo un anno trascorso lontano da casa.
Cominciava “la notte”. Non potevano dormire, i congedanti. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia consentivano solo brevi sonni intermittenti. E parlavano, sottovoce.

Finalmente dalla grande finestra della camerata, che dava sul giardinetto interno, a Oriente, entrò la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» gridò anche Andrea entusiasta. Si lavò e si vestì, c’era da aspettare le dieci, l’incontro con il comandante.
Fece colazione, pensando che per l’ultima volta avrebbe avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta.
E poi fu l’adunata, l’ultima. I congedanti erano vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone.
«Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi andarono in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino.  «È finita!»

Il comandante li aspettava per le dieci nel salone ricreativo, o meglio i soldati aspettarono lui e il maggiore Pavone. Vennero con i congedi, ed uno per uno firmarono e furono salutati calorosamente. Il colonnello Tripodi, temutissimo, si rivelò cordiale - anche con Andrea, che conosceva poco, essendo rimasto alla “Leone Bosin” per soli quaranta giorni, comprendendo i dieci del campo estivo a Ponte di Legno.
Il maggiore Pavone tenne un discorsetto sul futuro, su quello che li aspettava fuori di lì, su quello che ci si aspettava da loro, e consigliò di iscriversi all’Associazione Nazionale Alpini.
Furono liberi di andare con il tanto desiderato foglio arrotolato in mano. Corsero in camerata a prendere le borse…

Andrea Lievi stava per varcare per l'ultima volta il cancello della caserma: tra lui e la libertà c'erano ora solo pochi metri. Sostò davanti a un autocarro militare parcheggiato nel cortile e pensò a tutti gli spostamenti che aveva fatto con quei mezzi.
Era stato trasportato sulle jeep in dotazione all'ufficio: alla Posta, a Bolzano, perfino a Trento; il maresciallo Illica prima e il maresciallo Peruzzello poi,  si arrabbiavano con il reparto che mandava la vettura al Presidio: talora avevano inviato una Fiat AR57, risalente, come diceva la sigla, al 1957, invece della normale AR76. Qualche volta avevano persino assegnato all'ufficio un furgoncino 900 - «Ci hanno preso per degli ambulanti» aveva commentato il maresciallo Peruzzello. Si infuriò quando vide entrare nel cortile un furgone Fiat 238: «La prossima volta ci mandano un camion!» gridò e poi si precipitò a lanciare improperi nel telefono. 

Andrea ricordò le fredde mattine sui camion, soltanto due fortunatamente, per recarsi al poligono di tiro di Salorno: tutti seduti dietro, nel cassone telonato e con il fucile tra i piedi. Ricordò il camion che lo aveva trasportato al campo estivo di Ponte di Legno: era capomacchina, seduto al fianco dell'autista nella cabina di guida che avevano dovuto riscaldare per il freddo fuori stagione che regnava al Passo delle Palade.  E ricordò con una punta d'orgoglio la volta che salì al Passo del Tonale con l'Alfa 33 blu del generale e per la strada più di un capomacchina lo salutò, forse ingannato dal sole.
Era giunto finalmente al passo carraio: salutò la guardia che gli aprì il cancello, si voltò indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventolava nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiavano per i viali della caserma, la corvée che ramazzava i marciapiedi, la vita che continuava immutabile in quel piccolo mondo. 

Uscì e si tolse il cappello con la penna nera, avanzò verso la vita e si rese conto solo allora di aver ritrovato la libertà, ne gustò subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduceva alla strada principale.
Si chiese che cosa gli restasse impresso nel cuore di tutto quell'anno trascorso, oltre al cappello da alpino che custodiva gelosamente. Guardò il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'aveva mai visto così neanche quando lo attraversava al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta; lo vedeva con gli occhi della libertà e sembrava ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumavano. Trovò la risposta al quesito che si era posto: “Mi resta l'esperienza di aver conosciuto amici veri - fratelli - nel forzato convivere di un anno”.



La Caserma “Leone Bosin” di Merano, ora abbattuta  © DR

sabato 16 aprile 2011

L’ultimo treno

 

Come ogni sera siedo nel buio aspettando che l’ultimo treno passi. La fiamma della candela alla citronella accesa per tenere lontane le zanzare ondeggia nel bicchiere di vetro assecondando le carezze del vento lievissimo che di tanto in tanto si leva. Così illumina il balcone su cui mi trovo, disegnando ombre sugli oggetti consueti, che appaiono diversi da come sono abituato a vederli durante il giorno: il tavolo bianco, le liste delle sedie di resina, i vasi con gli ibischi, la grande felce, le gazanie nei portavasi sospesi alla ringhiera. I lampioni della strada bagnano solo di striscio questa oasi che mi sono ritagliato: la loro luce metallica, artificiale, colpisce lateralmente il balcone: riesco a vedere le falene girare folli attorno ai globi luminosi. Dall’altra parte invece, dove dovrebbe arrivare il treno, c’è soltanto un isolato lampione, per il resto i giardini che si susseguono l’uno dopo l’altro sono nel buio. Se aguzzo gli occhi, riesco a vedere il barbagianni appollaiato su un filo del telefono: un punto nero nel nero, in attesa di piombare sulla preda. Negli orti il riccio frugherà il terreno cercando pomodori caduti, le chiocciole addenteranno la lattuga, il gatto sornione guaterà con occhi fosforescenti il topo di campagna.

Là, dove dovrebbe passare il treno, in una trincea leggermente incassata, solo qualche riflesso improvviso. Ma il treno tarda. Mi restano le stelle da ammirare in questa notte senza luna: cerco il Carro, mi ci vorrebbe una mappa del cielo per distinguerle. I pipistrelli svolazzano in circolo, guidati dai loro radar. Di tanto in tanto passano silenziosi i puntini luminosi di un aereo, li seguo fino a che scompaiono dall’altro lato dell’orizzonte.

Poi finalmente il segnale che attendevo: le campanelle che indicano che il treno ha lasciato la stazione precedente, sento le altre campane segnalare che si stanno abbassando le sbarre del passaggio a livello. Mi immagino la luce rossa del segnale, le auto che si fermano, i più coscienziosi che fermano il motore, i più smaliziati che conoscono la strada alternativa per saltare il passaggio ferroviario. C’è anche l’annuncio, mi giunge da lontano, ma chiaro, portato dalla notte: la voce metallica dice “Il regionale 7043 proveniente da Milano Porta Garibaldi e diretto a Bergamo delle ore 22.38 è in arrivo al binario 1. Allontanarsi dalla linea gialla”. Un minuto, forse meno. Il treno arriva, sosta giusto il tempo di far salire e scendere i passeggeri – immagino la stazione, la sala d’attesa, sono molti stranieri a scendere – poi, riparte, prende lentamente velocità, percorre i cinquecento metri che mancano al punto che posso osservare da qui.

Eccolo: passa con le carrozze illuminate, passa sferragliando. Scruto nei vagoni, ma non c’è, non c’è, la viaggiatrice che attendevo non c’è.

 

Geograph

IMMAGINE © GEOGRAPH

sabato 9 aprile 2011

Il tram numero 14

 

Il tempo si era messo al brutto. Grosse nuvole grigie cariche d’acqua rovesciavano pioggia sulla città, lavavano il verde nuovo delle foglie rendendole ancora più lucide. Sui marciapiedi ombrelli come funghi variopinti si muovevano sotto gli scrosci tra i palazzi bruttati di smog. Stanislao Sottocornola sedeva su uno dei sedili verdi del jumbotram numero 14 per il Cimitero Maggiore. Era un ottantacinquenne ancora arzillo e stava andando a fare visita alla moglie, sepolta al Monumentale ormai da dieci anni. Ogni martedì, che piovesse o nevicasse, che ci fosse il sole o la nebbia, immancabilmente lui compiva quel viaggio. Saliva alla fermata di Via Montevideo, proprio davanti a casa sua, e attraversava la città con lentezza antica, rapportando la fatica dei suoi anni al tempo da trascorrere. Non riusciva a capire quei ragazzi sempre di fretta, per i quali la vita sembrava un continuo mordi e fuggi: non sentivano il sapore di niente, ci avrebbe giurato.

Adesso il tram era fermo in Via Torino, poco dopo Via della Palla, nel traffico che portava a Piazza del Duomo. Stanislao stava pensando a quanto rimpiangeva i vecchi tram, quelli arancioni, con le panche di legno poste lateralmente e le barre d’acciaio con le maniglie cui aggrapparsi: niente a che vedere con la tecnologia di questo bruco verde dai sedili simili a quelli di un autobus. Il progresso… stava maledicendo. Poi all’improvviso rimase a bocca aperta, il fiato corto… Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, pulì le lenti e inforcò di nuovo gli occhiali. L’apparizione era ancora là, seduta in diagonale un paio di sedili davanti. I capelli scuri, gli zigomi arrossati che davano al viso perfetto e rotondo l’aria di una bambola di porcellana. Indossava uno spolverino blu, poteva essere anche un impermeabile. Ninetta…

Quanto aveva amato quella ragazza: un amore puro, allora c’erano vincoli che… non come i giovani d’oggi che praticano l’amore libero e non conoscono remore, non hanno regole, non hanno limiti né freni. Ninetta… Cos’era? C’era la guerra, sarà stato il 1942, il 1943. Una sartina, una ragazza di bottega: sedici anni lei, diciassette lui. Solo tenersi per mano e qualche bacetto. Lavoravano nella stessa via. La sera Stanislao arrivava con la tuta da meccanico e rimanevano a parlare nella bottega. Non da soli, naturalmente… Le convenzioni, le stupide convenzioni. C’era anche la signora Irma, la sarta. Chissà che fine avrà fatto, sarà morta da un pezzo, anche lei. E c’era Ida, la sorella di Ninetta, più esile e minuta di lei, di un anno o due più giovane.

I ricordi si affollavano, entravano e uscivano dalla memoria, quasi che una porta girevole li mischiasse e li facesse apparire e sparire. Stanislao guardava la ragazza e ricordava. Il tram effettuava le fermate e lui neanche se ne accorgeva, non vedeva i passeggeri salire e scendere. Passarono Piazza Cordusio e Lanza, passò l’Arena. In Via Bramante si riscosse, come da un sogno. Anche la ragazza scendeva al Monumentale: si stava avvicinando alla porta. Stanislao si alzò e si sistemò davanti alla porta centrale del tram. La ragazza che assomigliava a Ninetta era invece all’apertura davanti, vicino all’autista. Scesero nel vasto piazzale.

Ninetta… Quanto tempo era passato, tutta una vita, quasi settant’anni: si era sposato con Maria, che aveva conosciuto nel 1947, avevano avuto due figli, erano riusciti a festeggiare le nozze d’oro; aveva lavorato alla Falck, era andato in pensione, tutte le estati andava al mare in Liguria, qualche volta era stato anche sulle Dolomiti. Lui. Ninetta no, non ne ebbe il tempo, poverina. Rimase sotto le bombe nell’agosto del 1943, quando gli Alleati, caduto Mussolini, provarono ad accelerare la resa dell’Italia bombardando Milano. La notte che Ninetta morì furono distrutti Porta Venezia, Porta Garibaldi, Corso Sempione, Corso Magenta. Stanislao ricordava i danni al Castello, al Corriere della Sera, al Fatebenefratelli. Fu quella notte che il Teatro Filodrammatici fu raso al suolo. Gli veniva da piangere ancora adesso. Quell’8 agosto credette di impazzire: vagava tra le macerie e la polvere, la città non era più la stessa, non sarebbe mai più stata uguale. Anche perché il suo amore era andato distrutto, cancellato dagli ordigni sganciati da un Lancaster britannico: Ninetta non c’era più, come uno splendido fiore reciso dalla falce.

Aveva gli occhi lucidi Stanislao, quando varcò il cancello del cimitero. Aveva comprato dei fiori all’ingresso quasi meccanicamente, come faceva ogni martedì. Passando sulla strada solita, vide la ragazza ferma davanti a un loculo. Deviò, curioso come un gatto: il nome sulla tomba era Giovanna Stoppani… Ninetta! Ma quella ragazza non era un fantasma, non era uno spettro. Non osava fermarla, chiederle chi fosse, gli sembrava di essere importuno. Ma un’altra persona – una donna sui quarant’anni – ora parlava con lei: “Sabrina” la chiamava, le chiedeva “Che cosa ci fai qui?” e lei spiegava che stava compiendo una commissione per la sua bisnonna, immobilizzata su una sedia a rotelle. Indicò il vecchio loculo: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno, ha voluto che portassi i fiori a sua sorella…”

Fotografia © TVL

sabato 2 aprile 2011

Una foglia

 

È il tramonto ormai. Siedo al belvedere del santuario, a questo tavolo di pietra inciso dalle piogge e guardo la strada scorrere laggiù, le automobili e i camion che si susseguono sulla fettuccia d’asfalto tra le case. Quello infatti pare essere da quassù. Più lontano si adagiano i monti, come grigi sauri preistorici che bruchino nel pianoro verde di colline: la Grigna innalza il suo dente aguzzo, il Resegone ha ancora un po’ di neve, Valcava è uno spelacchiato altipiano dove spiccano i ripetitori delle televisioni. Là, da qualche parte c’è il lago con le sue acque azzurre, qui serpeggia l’Adda, invisibile tra i boschi: se ne può intuire il corso dallo spazio vuoto tra le piante. La mia vista è sul nord-ovest: il sole sta scendendo dall’altro lato, oltre la collina, non lo posso vedere, ma ne scorgo i riflessi sulle creste del Resegone, sui vetri di qualche casa che fanno la gibigiana, sulle facciate giù nella vallata.

C’è pace e tranquillità, il tempo sembra immobile, e invece le campane lo scandiscono ogni quarto d’ora. Dai miei pensieri mi distoglie una foglia staccatasi dai rami ancora nudi del platano: è caduta planando sul tavolo di pietra con un rumore secco, di carta. L’azzurro della sera è sembrato dileguare in quel momento, ma forse non è che un altro minimo abbassarsi del sole al tramonto. È bastato per ritornare a pensare allo scorrere dei giorni: ho risentito la voce di Paola dire “Come il vento, scorre come il vento il tempo” mentre dal pugno lasciava scendere un filo di sabbia. Tanti anni fa. Una vita fa.

Una ragazza risale leggera la lunga scalinata che dalla strada porta al Santuario: ogni gradino un’Ave Maria. Chissà per che cosa prega, chissà quali tormenti avrà. I suoi passi cadenzano il mio cuore, salgo con lei rimanendo qui seduto. E invece vorrei volare libero, lassù, nel cielo dove i gabbiani risalgono con eleganza verso il lago dopo aver banchettato a qualche discarica. Si librano, si lasciano portare dalle correnti.

La ragazza ha concluso il suo percorso, ora probabilmente è nella cappella del miracolo, accenderà una candela. Un anziano prete esce dalla chiesa, si avvia verso le stanze dei religiosi. Non c’è che il silenzio: prende vita dal crepuscolo e disegna la tranquillità in questo mio eremo dove salgo ogni tanto per sentirmi in armonia. Mi alzo, prendo delicatamente la foglia dal tavolo e la abbandono al vento, che la porti a disciogliersi nel fiume.

 

Fotografia © DR