sabato 24 dicembre 2011

Questa è la mia strada

 

Guardate. Questa è la mia strada, il mio piccolo quartiere di un villaggio di campagna non troppo distante dalla capitale dello stato. Quale? Fate voi. Si somigliano un po’ tutte in America queste zone residenziali. Se vi va, pensate pure che si trovi nel Midwest oppure in Virginia, dalle parti di Alexandria, o ancora nel Rhode Island, nel Kentucky, nell’Oregon. Non importa.

Questa sulla destra, con la verandina, è la casa dei Robinson: la figlia Lynn ora lavora per la NASA, ha messo la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ travagliata. L’ho vista crescere: da bambina correva con la biciclettina rosa, aveva delle frange colorate che pendevano dai manubri e lei una treccia all’indiana che le sbatteva sul collo. Ad Halloween andava di casa in casa con un buffo costume da streghetta e il sorriso perennemente stampato sulla faccia lentigginosa. Poi è andata al liceo ed è successo quello che è successo. Per anni non si è più vista fino a quando un giorno non è comparsa nei televisori di mezzo mondo: era nella stanza di controllo durante il lancio di una missione Apollo. I Robinson abitano ancora lì: poco fa li ho visti attraverso le finestre illuminate, stavano addobbando l’albero e preparando i doni per i nipotini… già perché Lynn è divenuta una brava madre.

Più avanti, la casa con le tegole scure e i bow-window, è quella delle sorelle Johnson. Non si sono mai sposate, da piccoli dicevamo che si mangiavano gli uomini, ma in realtà assommavano solitudine a solitudine. Nessuno ha mai saputo per certo di loro amanti, anche se molti vociferavano – facile in una cittadina così piccola – oppure fantasticavano. Ora le sorelle Johnson, Evelyn e Selma, hanno quasi novant’anni, ma allora erano bellezze mature e uscivano eleganti per le strade del quartiere. Avevano anche una Oldsmobile verde acqua sempre lucida, con la quale scarrozzavano sacchetti di terra e di concime per il giardino che curavano personalmente. Capitava spesso di vederle chine sui roseti o accoccolate a sarchiare le viole.

Là in fondo, sempre sul lato destro, c’è il preside Allen. Lo chiamano tutti così, anche se è andato in pensione da un paio di anni. Ha cresciuto generazioni di ragazzi nel liceo locale, anche me. Sempre gentile, anche se giustamente severo quando necessario. Non l’ho mai visto una volta senza cravatta. E sua moglie senza cappellino. Vestita più o meno come la signora Kennedy, Jacqueline intendo. Non hanno avuto figli, ironia della sorte per un preside e una maestra, ma forse bastavano loro i ragazzi della scuola, gli allievi che hanno cresciuto.

Attraversiamo la strada, adesso. Là sulla sinistra ci sono ancora due case: in quella più lontana c’è il postino, Bert Gillespie. Ha quarantasei anni e una ferita di guerra che porta come un trofeo. Se l’è fatta in Italia, dalle parti di Cassino. E tutta la via conosce a menadito ogni dettaglio di quella giornata, come se fossimo stati tutti quanti là, a fronteggiare i tedeschi. In realtà non è poi una gran ferita: Bert zoppica un pochino soltanto quando cambia il tempo. Lo fa dannare di più la moglie Rose, che lo comanda a bacchetta. In compenso, spesso gioca a baseball con Ricky, il figlio che tanto gli somiglia, con lo stesso ciuffo di capelli rossi. Stravede per quel ragazzino, gli ha costruito anche una casa sull’albero e una volta alla settimana lo porta a pescare.

Infine, la casa illuminata dei Kruger: lì regna l’allegria scanzonata e chiassosa di chi deve gestire cinque figli maschi. Luther, il padre, e Jenna, la madre, stanno freschi. Il più piccolo ha otto anni, il maggiore sedici. Quello che sta portando a spasso il cane ha dodici anni e si chiama Herbert, gli altri sono Lee, Peter, Jack e Bobby. Staranno aiutando a preparare la casa per la cena di stasera. Arriveranno di sicuro i genitori di Luther e quelli di Jenna, forse anche Doug, il fratello di lei, se è riuscito a ottenere la licenza. L’ultima volta che ho avuto notizie di lui era a Da Nang.

E infine, eccoci a me: oggi, 24 dicembre 1967, sono qui, nella mia strada, in un villaggio di campagna non distante dalla capitale di uno dei cinquanta stati americani ad osservare il Natale che scende a colorare di speranza non solo i frontoni delle case e i giardini addobbati con gli alberi illuminati, ma anche e soprattutto i cuori. La mia casa? Ah, non lo avete ancora capito? Io sono Lynn Robinson…

 

THOMAS KINKADE, “HOMETOWN CHRISTMAS”

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