sabato 19 novembre 2011

La nuova forma dell’amore

 

Le luci gialle dei lampioni ai vapori di sodio riverberano sul fogliame autunnale, ne incendiano il rosso e l’arancione, il giallo della livrea dei tigli. Il lago si scioglie in un azzurro glaciale dove muoiono le luci della costa e le anatre galleggiano malinconiche tra le foglie secche. È il nostro ultimo incontro. Così ha stabilito Kate, e del resto l’ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato. Indossa una gonna corta e  la giacca di pelle, mi fa rabbia adesso la sua bellezza, mi pugnala al cuore la sua eleganza.

Mi è venuta a prendere alla stazione di D., come al solito, e ha guidato con destrezza la piccola Aygo per le stradine della città fortificata. Pioveva già e la sera breve di ottobre si andava affacciando sugli spalti del castello disegnando il suo fantastico caleidoscopio di luci nell’acqua del fossato. Siamo rimasti a parlare nel salotto della sua casa affacciata sul Garda in un giardino di oleandri. Dalla finestra potevo osservare i turisti imbacuccati nelle cerate, appena sbarcati dal battello si andavano disperdendo per le vie del centro come un variopinto gregge. Lei sedeva sul divano, le gambe accavallate, e mi raccontava di quello che era capitato nel mese in cui sono stato lontano. Il vento agitava i rami delle buganvillee, strappava le ultime campane violacee ormai secche. “Torno in America” mi ha detto infine come se fosse la cosa più normale del mondo, “ho accettato l’offerta di Cambridge di cui ti avevo parlato, non posso più sostenere questa situazione. Pietro, voglio dire, tua moglie ha tentato di ammazzarsi a causa della nostra storia”. È vero, Margherita si è tagliata le vene nella vasca da bagno, ma è stato più che altro un atto dimostrativo. E io mi sono riavvicinato a lei. Ma Kate resta sempre in me, è la musica che risuona nella mente, il colore che la tinge, che genera le aurore e i tramonti, è la vita che scoppietta come un allegro fuoco nel camino, la chiave che infilata nella toppa del mistero consente di aprire la porta e vivere.

Abbiamo fatto l’amore, con foga, con rabbia, consci che era per l’ultima volta. Poi siamo rimasti a parlare più di un’ora, ma l’atmosfera era già di due che non si sarebbero visti più. Il dolore antico è uscito dall’anima, è finalmente trasbordato dai territori che ci ferivano, le acuminate lance si sono ritirate per lasciare posto alla consapevolezza dell’assenza. Il suo corpo rosa ormai rivestito entrava con grazia nel dopo, nel futuro fatto di giorni senza di lei.

Così, aspettando che giunga l’ora di tornare alla stazione di D., siamo venuti a passeggiare lungo il lago, sotto lo stesso ombrello. E quel vuoto che sento dentro, quel dolore acuto è la nuova forma del mio amore.

 

LEONID AFREMOV, “VIALE D’AUTUNNO”

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