sabato 5 novembre 2011

Il fiasco

 

È un giorno di giugno del 1946. La guerra è finita da poco e la tranquillità sembra prendere possesso delle nostre regioni, ora che è tempo di ricostruire, di ricominciare. Ma nelle campagne continua a essere la solita vita di sempre, la lotta contro la povertà, la battaglia quotidiana per strappare anche un solo granello alla terra.

Anche i bambini sono arruolati a combattere questo antico conflitto: Martino ha sette anni ed è con il nonno Luisìn nel campo di grano: con la roncolina taglia gli steli, ben attento a non perderne neppure uno – “La terra impiega un anno a fare questa cosa” gli ha detto una volta il nonno “vedi di non sprecare il suo lavoro”, e lui ha sempre prestato la massima diligenza nel riporla nel cesto.

“Martino, ho sete, vai a prendermi l’acqua”: nonno Luisìn gli porge il fiasco e il bambino lo prende per uno dei due manici e si incammina verso la cascina. C’è tanta strada da fare, saranno almeno due chilometri sulla strada polverosa dove gli insetti non danno tregua. Martino va, con il suo passo trotterellante e intanto fischietta e canterella. Arriva alla fontana e trova i bambini che giocano con le biglie: sono i suoi compagni della cascina, loro non lavorano nei campi – magari avranno già munto le vacche o aspettano di portare la paglia. Martino appoggia il fiasco dove non può rompersi e pensa che ha tempo anche lui per giocare un po’. Dalla tasca dei calzoncini consunti toglie una manciata di biglie ed entra in gioco: vince chi si avvicina di più al muro e si porta a casa tutte le sfere di coccio.

Dopo un po’ raccoglie le sue biglie, beve una lunga sorsata d’acqua e poi riempie il fiasco alla fontana. È davvero giunto il momento di tornare al campo di grano. Adesso corre meno, per timore di cadere e rompere il suo carico. Arriva e vede nonno Luisìn che lo aspetta: sta guardando il sole. Lo sa che sta calcolando il tempo trascorso con grande precisione basandosi sul movimento dell’astro nel cielo. Nonno Luisìn non dice niente. Prende il fiasco, lo stappa e rovescia tutto il suo contenuto per terra, tra i fuscelli. Poi lo porge di nuovo a Martino e gli dice: “Vai a prendermi l’acqua”. Il bambino ha capito: ora corre, incespica, si ferisce i piedi con le pietre. È di nuovo alla fontana, non guarda neppure i suoi amici: riempie la bottiglia impagliata e torna più veloce che può. Al campo allunga il fiasco a nonno Luisìn, temendo che reagisca come poco prima. Invece il nonno beve e si allontana soddisfatto.

Martino si inginocchia e riprende a tranciare le spighe. Gli brucia il taglio che si è fatto sulla pianta del piede contro una pietra aguzza. Ma dentro, dentro qualcosa gli brucia ancora di più: avere deluso nonno Luisìn.

 

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VINCENT VAN GOGH, “CHAMP DE BLÉ DERRIÈRE L’HOSPICE”

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