sabato 22 ottobre 2011

La nave

 

Fui ammesso a visitare il castello di G. un giorno di febbraio, anche troppo caldo per la stagione. L'antico maniero si stagliava su una collina dalla quale poteva dominare come una sentinella la vastità della pianura circostante. Forse, nei giorni più tersi, spazzati dal vento, si poteva scorgere molto lontano il mare, come un miraggio che appaia al viaggiatore nel deserto.
    Non era facile entrare in quel castello, circondato da leggende che lo dicevano infestato dagli spiriti e da voci che descrivevano come depravati gli attuali abitanti, discendenti dal nobile casato di Uguccione, che aveva fatto erigere l'edificio nel XII secolo. Forse erano solo gente riservata, che voleva mantenere quella parvenza di nobiltà rimasta attraverso un atteggiamento snob.
    Ma un giorno, il Professor Eleuterio Krum, ordinario di Storia Navale e mio carissimo amico, mi disse di essere stato convocato lassù per una perizia. Eleuterio non è nuovo a trovate del genere: non sa dire di no e si lascia trascinare in avventure di ogni genere. Il fatto è che non solo non sa guidare, ma neppure possiede alcun mezzo di locomozione: ovunque deve andare, usa i mezzi pubblici o i piedi. Il castello di G. è sfortunatamente lontano sia dalle stazioni ferroviarie sia da qualsivoglia fermata di autobus. E neppure nella nostra piccola città c'è un servizio di taxi. Il buon Eleuterio mi cooptò nell'azione: "Giovanni, devi assolutamente accompagnarmi in un posto".

    La riservatezza dei residenti era a dir poco sottostimata in città: il castello di G. non aveva un ponte levatoio, ma cancelli altissimi ed impenetrabili, al resto provvedevano le antiche mura a strapiombo: nella forra sottostante ti aspettavi di vedere scheletri scarnificati dai secoli, resti di armature arrugginite, catapulte sfasciate. Invece, un personaggio a metà tra la guardia armata e il maggiordomo, ci si fece incontro, esaminò i nostri volti e aprì l'immane cancellata. Davanti a noi si spalancò un vasto giardino all'italiana con piante di ligustro e palme, con fontanelle che zampillavano e panchine invitanti: un piccolo paradiso, altro che l'arido inferno che si raccontava nei bar.

    "Professor Krum!" - un uomo elegante ci si avvicinò, evidentemente il padrone di casa. Eleuterio mi presentò: "Scusi se mi sono fatto accompagnare, ma io, purtroppo, non guido: ho dovuto avvalermi come autista di un amico, l'Avvocato Giovanni Sormani". E così strinsi la mano al discendente di Uguccione, che scoprì chiamarsi nobilmente conte Goffredo, come un paio di dozzine di suoi avi.
    Pensavo che ci avrebbero condotti in uno studio per quella famosa perizia, invece Goffredo ci fece strada verso una porzione del giardino, dove spuntavano dei grandi gazebo bianchi. Il nobile, man mano che ci avvicinavamo, manifestava sempre più la sua trepidazione, quasi gli tremava la voce e affrettava il passo, rallentandolo vedendo che noi rimanevamo indietro.
    Sotto i gazebo era aperto uno scavo, un enorme scavo, lungo circa ottanta metri, e largo circa la metà. Goffredo indicò a Eleuterio un angolo e lui, lento com'è nei movimenti - lui stesso si definisce spesso "impagliato" - guardò: quello che avevo visto io non era che una serie di assi di legno marciti e corrosi, coperti di muffe e di terra.  Quello che aveva visto lui doveva essere davvero importante perché sbiancò, vacillò un attimo e svenne tra braccia del conte, che probabilmente si aspettava una scena simile.
    - "Professor Krum! Professor Krum!" e intanto gli dava dei colpetti di taglio sul viso. Eleuterio si riprese, ma assunse un'espressione sbigottita. "Ma quella è... Ma quella è..." continuava a ripetere senza essere in grado di completare la frase.

    Quella era un'imbarcazione, a ottocento metri di altezza sul livello del mare! In realtà era il fondo piatto di una nave, realizzata in legno di pino: così Eleuterio aveva stabilito dopo essere sceso nel cantiere e aver dato un'occhiata da vicino. Una grossa chiatta, una nave adibita esclusivamente al trasporto: non doveva combattere né essere veloce, doveva soltanto galleggiare comodamente.
    I lavori di scavo furono da allora sovrintesi dal Professor Krum, che si trasferì al castello in una sontuosa stanza per gli ospiti, e abbandonò per qualche mese l'insegnamento, affidando le sue lezioni alla dottoressa Mara Rossi, un'assistente carina che nessuno poteva sospettare fosse la sua amante. Non seppi più nulla fino a metà giugno, quando Eleuterio mi telefonò per augurarmi buon compleanno. "Ho scoperto una cosa sensazionale" mi disse "ma non posso dirlo a nessuno, nemmeno a te. Auguri e addio!"
    Il giorno dopo mi recapitarono un suo criptico biglietto. L'indirizzo sulla busta era strano: la G di Giovanni e la n di Sormani erano ricalcate, come a simulare un grassetto. Il foglio all'interno era a dir poco delirante: "Sei ne fai e quattro me ne dici,stupido". Subito pensai che la fama del castello di G. fosse davvero reale, che Eleuterio, che la respirava ormai da quattro mesi, ne fosse stato traviato, ridotto ormai alla follia e alla depravazione. Ma ci ragionai sopra e pensai che quel messaggio era inusuale per lui, che doveva esserci sotto qualcosa.

    Chiamai Mara, che lo conosceva bene, e che avrebbe anche potuto darmi delucidazioni in campo squisitamente tecnico su navi e affini. Perché lì doveva essere il segreto: in quell'imbarcazione sepolta nel giardino del castello, a 800 metri sul livello del mare. Ci incontrammo nello studio del professor Krum all'università e ragionammo su quell'inquietante biglietto. "G" e "n" risaltavano e poi sei, quattro e dici. "Stupido" lo lasciammo da parte, come se fosse un complimento alla mia persona. Scrivemmo lettere e numeri su un foglio e subito ci apparve la soluzione dell'enigma di Eleuterio: Gn, 6,14. La Genesi, capitolo 6, versetto 14. Mara compulsò subito la Bibbia trovata nella biblioteca e lesse ad alta voce: "Fatti un'arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume di dentro e di fuori". Le mancarono le parole... Quella sepolta nel giardino del castello di G. era l'Arca di Noè ed Eleuterio era tenuto prigioniero per non rivelare il segreto. Mara mi abbracciò e cominciò a piangere.

"Ah, bravi!" ve la intendete bene voi due. Un vocione ci fece sobbalzare, insieme alla porta che ancora sbatteva sui cardini. Era Eleuterio! "Ma che dici?" rispose con prontezza Mara "Eravamo preoccupati per te. Non eri prigioniero al castello per aver scoperto l'Arca di Noè?"
"Gente, voi delirate".
Gli mostrai il biglietto. Lui lo guardò stupito e cominciò a ridere. "Sei... quattro... ah... ah... ah. Quanti anni hai compiuto ieri?" "Quarantasei". E lì capii che il messaggio non era altro che un biglietto d'auguri, che la "G" e la "n" marcate non erano altro che un difetto della stilografica, che le parole sottolineate facevano parte di un calembour. Ero diventato rosso come un peperone. Eleuterio si stava ancora sbellicando: "L'Arca di Noè... ah ah ah... L'Arca..."
    Insomma, il manufatto rinvenuto al castello era sì una nave, ma non aveva mai navigato, tanto meno nel Diluvio Universale: nella biblioteca del conte Goffredo una delle sue figlie era riuscita a rinvenire un'antica pergamena che aveva fatto luce sul mistero.  Uno degli antenati, tale Ildebrando, aveva preso parte alla battaglia di Lepanto ed era rimasto tanto affascinato dall'ambiente marinaro, lui, uomo di montagna, da farsi costruire una nave in giardino: lo schema di costruzione ne specificava anche l'uso. Infatti, oltre a una robusta tavola di legno, vi erano molti scaffali per otri, fiasche, bottiglie e anfore: quella che avevo pensato essere l'Arca di Noè altro non era che un'eccentrica cantina a forma di nave. E questo spiegava perché fosse interrata.

    "Comunque Noè c'entrava" disse Mara sorridendo "non fu lui a inventare il vino?"

 

IMMAGINE © WATTABETCH

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