sabato 29 ottobre 2011

La Dea

 

Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…

Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.  Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.

“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.

D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.

Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.

Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.

 

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”

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