sabato 15 ottobre 2011

Il lungo crepuscolo


L’amore è tutto nel suo nascere, nella scintilla che origina l’incendio. Talvolta capita che cada su un terreno già predisposto, come se la paglia non attendesse altro: così arde alto come le stoppie secche che i contadini bruciano d’autunno per liberare il campo. Talora invece si origina come un Big Bang: due vite che fino a quel momento si ignoravano entrano in collisione e subito divampano le fiamme. La passione è il vento torrido che le alimenta, che le propaga celermente come nei roghi d’estate.

Quello è l’amore, allora. Ma poi le cose cambiano, la routine subentra alla novità, ci si conosce, ci si frequenta, si vive in simbiosi. E allora l’amore diventa nei casi migliori armonia, piacevole abitudine, oppure si trasforma in tolleranza, in sopportazione, in continua lite per rivendicare il possesso e lo spazio. O ancora quell’incendio innesca bombe e granate e l’amore implode su se stesso proprio come quegli enormi edifici che vengono demoliti con le cariche. Non c’è una regola, nessuno la può indicare: neppure i saggi, nemmeno i filosofi, tanto meno gli psicologi.

Ci sono anche amori che continuano a vivere anche se sono morti: la loro forza splende ancora proprio come la luce del giorno che non vuole finire e si attarda a colorare i crepuscoli. Il sole dell’amore è sorto nell’alba, è salito sui cancelli, sui giardini, si è levato alto nel cielo di mezzogiorno e poi si è via via affievolito fino a cadere sull’Occidente. Un gesto, una parola, e l’amore è finito, ma il suo riflesso ancora scintilla leggero, è un tremulo e vago ricordo che emana la sua flebile luce...

Tutto questo preambolo per raccontare il mio amore. Ebbe inizio come il vagito di un bimbo che nasce – ricordo che guardai il cielo sereno per vedere da quale nuvola fosse partito il fulmine che mi aveva colpito. O forse credevo di vedere Cupido allontanarsi con l’arco a tracolla e la faretra ormai vuota. In realtà era stata una ragazza a colpirmi: la incrociai per strada e ne rimasi tramortito, un pugile andato ko, centrato da un diretto al mento. Non succede per tutti così? Per molti, almeno, se escludiamo quelli che ho citato nell’esempio della paglia: amici, compagni di scuola, gente che sta insieme e che lentamente incappa in quella scintilla. Poi però il percorso è identico: vedi il suo sorriso ovunque, lo incolli negli specchi, chiudi gli occhi e ancora sei affascinato dal suo sguardo, dalla sua andatura, dalle cose che dice e dal modo in cui le dice. Ma l’amore che sale sulla sua parabola si inerpica inesorabilmente verso l’apice, il punto in cui, senza nemmeno renderti conto, è cominciata la curva di discesa. Ed è così che si arriva, o almeno che io sono arrivato allo strazio: precipitando nel vuoto lentamente. Ricordo delle fotografie in cui una modella è ritratta da sotto un vetro spesso: angolando la camera in modo diverso, sembra che stia cadendo e resti aggrappata alla cornetta di un telefono rischiando di finire sul letto di chiodi che c’è sull’orlo inferiore dell’immagine. Mi sono sentito così. Cadere è più lacerante dell’impatto, ancora più che morire.

Per questo ieri mattina, quando l’ho vista avanzare tra la gente – un’immagine arancione di schiena nella folla – non l’ho seguita, non l’ho rincorsa. Era il fiume che fluiva, l’acqua che finalmente scorreva sotto il ponte. L’ho lasciata andare, ho lasciato che il tempo sfuggisse dalle mie mani. Ed è scesa la notte – no, non su quel mattino, su quell’amore. Si è chiuso il conto con il dolore e una nuova alba si è accesa , una luminosa alba di pace in cui ricominciare a vivere.

 

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