sabato 3 settembre 2011

Le grotte sono chiuse

 

Fuori il lago si versa azzurro come un mare di Sardegna nel catino limitato dalla penisola di Sirmione. Appena oltre le vecchie mura uomini e donne sdraiati sulla spiaggetta sassosa, alcuni sono nell’acqua chiara del lago, lasciano che le onde gli passino addosso. È domenica e barche e motoscafi bianchi galleggiano al largo, sullo sfondo la sponda veronese con Peschiera e Lazise. Le vie del centro invece pullulano di turisti tedeschi e olandesi, austriaci e francesi, spagnoli e inglesi; ci sono anche i nuovi ricchi russi. E poi i pensionati delle più svariate congregazioni: dopolavoro, cooperative, pro loco, sindacati: sono scesi dal battello e attendono tra gelaterie, bar e negozi di souvenir che venga l’ora di risalire sul traghetto per Desenzano, Salò, Bardolino o Riva. Li si riconosce dal cappellino.

Ne approfitto per rendere omaggio a uno dei miei maestri, Catullo. Quasi certamente le rovine sulla punta della penisola, in posizione davvero invidiabile, non sono la sua villa, se anche risalgono al periodo romano. Percorro tutta la cittadina, dal mio hotel presso il Castello Scaligero alle Terme e da lì sulla strada tra gli oliveti che sale appena affiancando una veduta mozzafiato del lago, sullo sfondo il Monte Baldo e una quinta di altre basse montagne. Ogni tanto passa il trenino elettrico su gomma che trasporta una dozzina di persone. Ma, ahimè, ho fatto i conti senza l’oste: le Grotte di Catullo sono inspiegabilmente chiuse, i cancelli impediscono il varco e i quattro euro per il biglietto restano in tasca. Con me qualche coppia di turisti stranieri, una professoressa di latino e greco napoletana, una agguerrita signora della provincia veronese che interpella la custode. “Oggi restiamo chiusi per disposizione ministeriale” chiosa lei, una donna bionda sui trentacinque anni ma non riesce a dare una spiegazione plausibile. Il cartello indica chiaramente che la domenica le Grotte sono aperte dalle 9.30 alle 18. Però si lamenta che deve comunque rimanere lì con due colleghi invece di andare a sguazzare nel Garda dove esce lo scarico solforoso delle terme. La professoressa si altera un po’, tira in ballo il ministro, la signora veronese le dice che non vale la pena. Ma mi fa male quando, deluso, vengo via e sento il commento dei tedeschi: “Italien...” Per fortuna dal piazzale si gode una vista meravigliosa sull’altra metà del Garda, decine di natanti galleggiano sotto il sole del pomeriggio. Lame di luce scintillano, si riverberano sugli oleandri.

Torno in città gustandomi la dolcezza del giorno di fine agosto, l’aria buona del lago che fa fiorire le buganvillee e i limoni, che accarezza con mano leggera. Dove partono i battelli della Navigarda c’è la statua di Catullo: dopo tanti anni il suo busto è diventato verde. Eccoci qui, Gaio Valerio: odio e amo anch’io, non Lesbia come te, non la mia ragazza che ha preferito stendersi al sole nella spiaggetta davanti all’hotel. Odio e amo questo splendido paese che si chiama Italia.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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