sabato 24 settembre 2011

Blade Runner in bianco e nero

 

«Ué, Pascà!”»

L’uomo si volge sotto il cielo cupo di periferia che sembra gareggiare in grigiore con i locali sporchi di smog e fumo, coperti di graffiti sbiaditi. Qua e là vetri rotti, segni del passaggio di qualche sbandato: stracci, siringhe, cumuli di monnezza. Il suo sguardo tirato improvvisamente si apre anche se non completamente, permane un’ombra di paura in quegli occhi che osservano il nuovo arrivato. Aveva temuto fosse qualcuno mandato dalla malavita, un tirapiedi di don Gaetano, detto “Tano Sarvietta” per l’enorme fazzoletto nel taschino del completo. Gli deve un sacco di soldi per i debiti di gioco. E i soldi non li ha. Quelli che aveva sono finiti nelle macchinette del videopoker.

Invece a salutarlo è Salvatore. Gli tende la mano, se la stringono pollice contro pollice come fanno i giocatori delle squadre di calcio. È il suo amico d’infanzia, quello con cui ha condiviso ogni esperienza, dalle donne allo stadio, dal fumo ai piccoli scippi. «Come butta, Pascà? È un bel po’ di tempo che non ci si vede…» Pasquale gli racconta tutti i suoi guai: gli dice che ha perso il lavoro al cantiere, che per questo sua moglie lo ha lasciato, che il suo matrimonio è ormai morto e sepolto, che se va avanti così probabilmente perderà anche la casa. Gli racconta che ha pensato di mettere a posto le cose giocando e che invece così si è rovinato, si è strangolato da solo mettendosi nelle mani di Tano Sarvietta.

Salvatore ascolta, mentre già comincia a cadere una pioggerellina sporca e minuta che rende ancora più grigi gli stabili di quel vicolo isolato. Quel tempo gli fa pensare a Blade Runner, anche per via dei neon che si sono accesi: ma è un Blade Runner girato in bianco e nero. E questo povero cristo gli sta raccontando la sua vita. Sembra un Rutger Hauer barbuto e stazzonato nell’ultima scena: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”…

Non ce la fa più. Non riesce più a starlo a sentire Salvatore: un nodo allo stomaco lo stringe come una cravatta. Teme di non riuscire a fare quello che deve. Si sforza di sorridere, poi riesce a dire con una voce dal tono più alto del normale che gli fa pensare a un attore che reciti impostato «Mi ha fatto piacere vederti, Pascà… però… tu lo conosci Tano Sarvietta, sai come è fatto. Scusami, Pascà…”

E così dicendo, con un gesto fulmineo estrae la pistola dalla cintola e spara all’amico d’infanzia, un colpo solo, preciso, che Pasquale non si rende neanche conto di morire. Poi corre via e sente l’acqua fredda sferzargli la faccia, entrare nel collo del giubbetto. Non sa dove finisca la pioggia e dove comincino le lacrime.

 

FOTOGRAFIA © FOTOPEDIA

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