sabato 30 luglio 2011

Un venditore formidabile

 

“Buongiorno, sono l’ingegner Carboni della Società di Telecomunicazioni Info 2”.

La biondina sembra finta come la piantina di ficus a lato della scrivania. La luce grigia di periferia stenta a penetrare nel cubicolo. “Certo che il ficus dev’essere di plastica in questo posto: due giorni e cominciano a cascargli le foglie” penso.

La segretaria mette la mano sul microfono della cuffia e mi dice “Un momento”. Tutto sommato non è finta, anzi ha anche un bello sguardo e un seno rifatto in qualche clinica di lusso. Probabilmente l’amante di qualche capo. Pigia un bottone dell’interfono e sussurra con voce soave: “Dottor Luraghi, c’è il consulente della Società di Telecomunicazioni Info 2”. La risposta le arriva in cuffia, qualcosa come “Fallo accomodare di là un momento, ché poi lo ricevo”. Così infatti mi dice la biondina. Penso a cosa avrà mai di tanto importante da fare il dottor Luraghi per non ricevermi subito: un politico per le tangenti, un incontro con un pezzo grosso della criminalità, una telefonata intercontinentale, la moglie in linea che ha scoperto finalmente la sua tresca…

Mi accomodo nella sala d’attesa, su una poltroncina nera. Le altre sono occupate da ragazzi dall’aspetto speranzoso che però non nasconde un disinganno: sono abituati alle fregature, hanno fatto il callo al “Le faremo sapere” che significa in effetti “No”. Candidati a un posto di lavoro con il curriculum nella cartellina e una bisaccia piena di rifiuti. Ce ne sono anche di più anziani, uomini e donne sui quaranta-cinquanta, con l’aria sfiduciata di chi non ha più voglia di lottare ma con sforzo sovrumano si è alzato dal letto con l’intenzione di provare ancora una volta a dispetto di una nuova bruciante umiliazione. La disperazione gronda come sudore dalle loro fronti di padri e madri, di mariti e mogli caduti in mare dalla barca della società capitalistica. Caduti? Spinti dalle meccaniche sociali, scalciati a pedate oltre la ringhiera, diventati naufraghi nel mare magno del lavoro e della vita, aggrappati a un relitto di dignità. I ragazzi no, sono pulcini alle prime esperienze, usciti dal guscio e pronti a esplorare il mondo, ma proprio per questo manipolabili. Sottopagati, malpagati, non pagati. Nella saletta ci sono alcuni manifesti motivazionali: un meraviglioso lago di montagna in cui si specchiano vette innevate sopra la scritta “Obiettivi”; un orso che caccia un salmone sul bilico di una cascata e la parola “Sfida”; una strada che va verso il tramonto con la dicitura “Successo”. Come fai a motivare questi disperati? E cosa gli proponi? Un programma di vendite per rappresentanza di un oggetto di cui nessuno ha bisogno, che costa un occhio della testa e che è peggiore dei suoi concorrenti? E bravo dottor Luraghi dei depuratori “Care Air”. Persino la goccia azzurra dello stemma societario guarda quei ragazzi e quegli uomini, quelle donne attirate da un lavoro part-time con una sorta di compassione. Ma forse è solo il riflesso che viene dalla lampada alogena sul muro rosa scrostato.

“Ingegnere, il dottor Luraghi la può ricevere”. La biondina si è materializzata da una porta laterale, attende che la segua per farmi strada. Attraversiamo un corridoio: dalle porte a vetri vedo altri ragazzi alle prese con i pezzi del depuratore, seguono un corso che fa credere loro di avere un lavoro, ma che in realtà si rivelerà un’altra delusione da infilare alla collana di errori. Anche se questo non è un errore, è uno sfruttamento, è una truffa attuata da chi non ha remore a servirsi della loro disperazione per poi andarsene in giro con l’abito firmato, il Rolex d’oro e la Mercedes ultimo modello.

Eccolo finalmente l’ufficio: dietro la porta di noce mi sorride il dottor Luraghi tendendomi la mano. Il sorriso standard, chissà come fa colpo sulle donne. “Scusi, sa, ingegnere: ero in videoconferenza con il mio socio americano”, solo allora noto l’enorme televisore su una parete, un monolite nero che avrà almeno 100 pollici. Appesi ai muri alcuni dipinti, riconosco un Casorati e un Boetti. Lusso, ricchezza che trasuda dai divani in pelle, dal bracciale d’oro, dalle lampade. Ma fuori, oltre la vetrata c’è comunque la grigia periferia, ci sono i casermoni persi tra i campi spelacchiati. Come una metafora: puoi indossare abiti di classe e avere quadri da museo, puoi mostrare i denti sbiancati dal dentista sotto l’abbronzatura da lampada solare, ma tutti noi sappiamo bene da dove vieni, dall’appartamento di case popolari, dalle vendite porta a porta che facevi battendo l’hinterland con la tua Panda.

Gli propongo il piano della mia società per organizzargli al meglio il call center. Lo vedo interessato, se fosse un personaggio dei Simpson potrei vedergli scintillare il simbolo del dollaro negli occhi. Mi sento un po’ schifato di dargli altre opportunità di guadagno, ma del resto questo è il compito che mi hanno affidato e al mio lavoro ci tengo. L’offerta dev’essere migliore di quello che pensava, perché firma subito i documenti – può essere che abbia già parlato con il mio capo, che io non sia altro che un portaborse. “Sono un venditore formidabile”, mi dice, “potrei vendere il ghiaccio agli eschimesi o la sabbia nel deserto. Il mio impero è nato sulle mie capacità. Ingegnere, lo so che lei non si capacita, che non approva i miei metodi. Ma il mondo è fatto così: parti da uno scantinato e fondi la Microsoft o la Apple. Io vendevo spazzole, lo sa? Ora sono un imprenditore di successo. Ci pensi…”

Sorride, si alza. La visita è finita. Prendo le mie carte e lo saluto. Mi sento fuori posto nel mio abito non di sartoria, con la mia cartella di tela di Roncato e le scarpe Geox comperate ai saldi a 89,90 euro. Sono fuori, sono con la gente come me, sono tra quei ragazzi e quegli uomini, tra quelle donne che si tormentano le dita nervose sulle poltroncine nere. Vorrei gridare a tutti loro: “Fuggite! Abbandonate questa saletta male illuminata!” Ma non faccio niente, esco soltanto dalla porta. Scendo le scale di corsa, il grande ingresso si apre automaticamente e sono fuori. Respiro affannosamente: l’aria nebbiosa e odorosa di smog mi sembra cristallina aria di montagna.

 

DISEGNO © TOON POOL / CARTOON CREATOR

Nessun commento: