sabato 23 luglio 2011

Marta Schneider

 

Sta calando la sera, una piacevole sera calda e odorosa di mare. Il cielo è una madreperla azzurra che va cambiando colore rapidamente. In strada passano donne vestite con abiti leggeri, coppie allacciate nella passeggiata del pomeriggio, ragazzi che tornano dalla scuola, impiegati che rincasano.

Marta beve il suo tè verde e guarda dall’alto tutta quella gente, le fanno pensare a quei plastici perfetti con alberi e persone miniaturizzate – ne aveva visto una mostra a Milano una volta, in Galleria. Milano, una vita fa... Prima. Non credeva di essere così calma adesso, non pensava che dopo averlo fatto si sarebbe sentita così, stranamente bene. “Endorfine, adrenalina” pensa. “Come se fossi uscita da un tunnel soffocante” riesce finalmente a mettere a fuoco. E il passato impresso come un marchio sulla sua pelle forse un giorno potrà anche sbiadire.

Ci ha messo più cura del solito nel farsi la doccia, ha lasciato che il sapone la profumasse, ha gustato l’aroma di miele, il sentore di cocco. E poi si è vestita con la lingerie nuova, acquistata nella boutique più elegante del lungomare. “Perché è un’occasione speciale. Perché sono libera, finalmente”. E ha infilato la vestaglia leggera perché iniziava a sentire un po’ di freddo, svanita la tensione.

Il cd di Diana Krall è finito, ora regna il silenzio nella camera e fuori si stanno accendendo i lampioni. Ma quel silenzio non le dispiace, le permette di ascoltare i rumori della città: il traffico, il fruscio del vento, le sirene dei rimorchiatori del porto. Un modo per entrare in contatto con quel luogo, per assaporarne l’atmosfera. “Di una città si conosce quello che si vive, tutto il resto è solo turismo, viaggio organizzato”. Sul tavolo c’è il biglietto aereo per il ritorno a Milano, ma non lo userà. Ha scelto di non fuggire un’altra volta.

Suonano alla porta. Il momento che aspettava. “Signora Marta Schneider?” è un carabiniere con il pizzetto, un tenente, a parlare. Lo accompagna un appuntato giovane, troppo giovane. “Sì, sono io”. E comincia a raccontare, a indicare, dice che la situazione era divenuta insostenibile, mostra le cicatrici sulle braccia, i lividi. Arriva anche un uomo elegante, sui quarant’anni, comincia ad aver dei fili bianchi tra i capelli ma ha un portamento signorile. Si presenta: “Sono il pubblico ministero Ettore De Tassis”. Marta riprende il filo, ricomincia dall’inizio, mostra i segni anche al pm.

Ormai è scesa la notte. Di là fanno i rilievi, si sente il muoversi di uomini e donne, lo scatto metallico della valigette, il clic delle macchine fotografiche. “Se si vuole vestire, signora Schneider” dice il dottor De Tassis, “poi la faccio accompagnare in Questura”. Il vestito, l’abito rosso è sulla sedia. Marta lo prende, va verso il bagno. Riesce a cogliere un cenno che il tenente fa con il capo a una donna della Scientifica: come a dire, va’ con lei, tienila d’occhio. Ne apprezza la discrezione, la sobrietà, trova quel cenno elegante e affascinante. Si infila nel bagno, non chiude la porta del tutto, capisce che è meglio se la donna carabiniere può sincerarsi che tutto fili per il verso giusto.

Intanto il corpo di suo marito, il manesco e violento Hans Boxleitner, archiviato come reperto il coltello che lei gli ha piantato nel petto una decina di ore fa, prima di chiamare il 112, viene portato via dagli addetti in una cassa di zinco.

 

Jack Vettriano, “Baby, bye bye”

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