sabato 16 luglio 2011

La ninna nanna di Maryam


La voce della ragazza era dolce come la carezza di una piuma tra i colpi di martello e il ritmico correre della pialla, o il trascinare di assi. Cantava una nenia antica e dondolante spingendo una cesta di vimini in una povera casa dai muri a secco. Sul tavolo alcuni fiori azzurri a ingentilire una brocca scheggiata, fuori la polvere del giorno avvolgeva gli ultimi contrafforti dei monti. Presto sarebbe scesa la sera e migliaia di stelle si sarebbero accese nel cielo. La ragazza cantava e ninnava la culla; dentro un bambino di sei-sette mesi.

La ragazza, capelli neri e un viso angelico di adolescente, avrà avuto diciassette o diciotto anni, smise di cantare e si alzò per accendere una lucerna: vi aggiunse dell’olio e poi avvicinò allo stoppino un tizzone dal braciere dove suo marito forgiava i metalli. La luce subito dilagò per la camera, danzando qua e là come curiosa di conoscerne ogni segreto. Illuminava anche il viso del bimbo, che ora dormiva placidamente indossando quell’espressione un poco corrucciata che sovente hanno i bambini piccoli quando dormono. La ragazza tornò a sedersi, le piaceva restare a contemplare il sonno di suo figlio: rimuginava i tempi trascorsi, quel figlio non voluto ma amato come solo una madre può fare, lo sposalizio nel tempio, il travaglio del parto, gli eventi inspiegabili che seguirono, la necessità di fuggire braccati come criminali, prima ad Askalon e poi a Hebron, e poi chissà dove ancora, chissà quando… Il volto dolce si velò di un’ombra, gli occhi diventarono lucidi. Così la sorprese il marito, entrando attraverso la tenda che faceva da porta: non disse nulla, solo si passò una mano nella barba scura ed entrò nella luce. «Yoseph…» la ragazza gli disse, come ad invocare una parola. Lui la rassicurò più con il tono calmo della voce che con lo sguardo: «Dio è al nostro fianco, Maryàm: non devi avere timore». Detto questo si sedette al tavolo e cominciò a tagliare fette da una toma di formaggio di pecora e iniziò a mangiarle insieme a delle olive e ai primi fichi della stagione.

La ragazza guardava il bambino, si chiedeva che cosa avesse in serbo per lui la sorte. Si domandava quando l’avrebbe lasciata, quando se ne sarebbe andato per le strade del mondo, per qualche guerra, per qualche donna. Il bambino si svegliò, aveva fame. Lo prese in braccio, si sedette e gli porse il seno. Continuava a guardarlo, il suo piccolo Yehosua. Le ombre, passando attraverso le travi,  disegnavano una croce dietro di lui, che subito si dissolse quando Yoseph avvicinò la lucerna.

 

  Joseph-and-Mary

Una scena dal film Nativity di Catherine Hardwicke

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