sabato 11 giugno 2011

Un giorno normale

 

Il tramonto già infuoca le colline disegnando strie colorate di giallo e di rosa nel cielo occidentale, mischiando le tinte come un artista che dipinga un acquerello. Qua e là si accendono venature d’arancione e schizzi di grigio orlano le nuvole basse all’orizzonte. Quella che cala è la notte di un giorno normale, una sera come tante sull’alveare di case, sulla distesa di campi, sul grande ospedale che si innalza a nord-ovest come una balena spiaggiata, sulle torri, sui campanili. Già si accendono le collane di luci sulle propaggini delle Prealpi, individuano i paesi tra i boschi che vengono assorbiti dall’oscurità.

Ma il gioco è finito. L’amore è finito. E questa sera orfana di lei mi coglie di sorpresa in questo lungo viale sotto i globi dorati dei lampioni, con le mie mani vuote, perse a inseguire un’inutile illusione, vaga come un fantasma di cui si vocifera. Le infilo nella tasca del giubbetto di jeans e sollevo il bavero opponendolo al vento che soffia da est. Sembra che porti su la luna, quella luna piena e rossastra che sale lentamente dalle piante dei giardini. Con la sua luce bagna la dorsale nera dei pini, li sommerge con i suoi raggi metallici, ne fa mostri mitologici adagiati dove le città lasciano il passo.

E sconto la mia pena: è il rientro in questa normalità, in questo appartenere al mondo, in questo condividere la sera con gli altri, con tutti gli altri, privo dell’esclusività che aveva caratterizzato i giorni brevi e intensi di un amore. È il riconoscermi nudo, come l’imperatore della famosa favola: finora me ne ero andato per le strade credendo di indossare la speranza, di ammantarmi della preziosa veste dell’amore; ora sono un’anima nuda tra migliaia di anime nude. La sera continua a soffiare il suo vento tagliente sui balconi, sulle inferriate dei parchi: farà freddo stanotte, ancora più freddo perché l’ho perduta.

 

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