sabato 18 giugno 2011

Il giorno in cui elessero Nixon

 

Era il 21 maggio 2011. Il ghiaccio era ovunque tutto intorno a noi: l’Antartide con il suo vento incessante e i suoi territori inospitali, con le sue temperature impossibili – all’ultima misurazione il termometro segnava -79,4 gradi Celsius. Il nostro team era impegnato in uno studio di climatologia in collaborazione con scienziati britannici. Stavamo scherzando io e Lizzy sulla rivalità con noi americani. Le stavo dicendo qualcosa a proposito dell’orribile accento impostato che alcuni di loro continuano a mantenere, e Lizzy rideva con quel suo modo tutto particolare che mi strazia il cuore per la sua bellezza. La bellezza e il fatto che è fidanzatissima con il dottor Albert Pitt, il paleoclimatologo sempre alle prese con i carotaggi. “Quel dottor Phillips” stavo dicendo “poi sembra sempre in procinto di andare alle corse di Ascot…” e fu allora che lo notammo. Un vortice, come un tornado, però immobile, in continuo movimento su se stesso, ma fermo nell’aria. Un mulinello statico e avvolto da una nebbiolina luminosa, fermo nel vento che ci spingeva di lato ostacolando i nostri movimenti. No, non era una tempesta: su quello eravamo tutti concordi, anche il professor Phillips, che era arrivato con la sua consueta eleganza nonostante l’ingombrante abbigliamento termico.

Sembrava di trovarsi in un film di fantascienza, ma il vortice non aveva un’aria pericolosa, anche se ci tenevamo a debita distanza. Un grosso imbuto, ecco, quello sembrava, un immenso cono. Phillips vi lanciò dentro una pietra. Scomparve. Avevamo un pallone sonda per i nostri esperimenti: Lizzy propose di lanciarlo all’interno e di ritirarlo poi grazie alla corda. “Mettiamoci anche qualche oggetto tecnologico” suggerii. Il chimico scozzese McIntyre approntò un argano, vi legammo il pallone meteo con inserite sonde per la misurazione di pressione atmosferica, temperatura, velocità del vento e umidità relativa. Ci mettemmo anche un cronometro, in modo da poter registrare i tempi di lettura. Rilasciammo il pallone e in breve venne risucchiato dal vortice.

Dopo alcuni minuti ritirammo il pallone e iniziammo a esaminare i dati. Non era un tornado e non era una tromba d’aria: i dati non erano compatibili. Ma tutti sobbalzammo quando leggemmo il cronometro. Segnava la data del 7 novembre 1972, quasi quarant’anni prima. “Sembra impossibile che un uomo pronunci queste parole” disse con enfasi il professor Phillips, con la solita flemma però con un’ombra di stupore nella voce, “ma quello a cui ci troviamo di fronte è un tunnel temporale”. Lizzy, più pratica, disse “Una porta del tempo. Dobbiamo esserne certi, ripetiamo l’esperimento”. Lo ripetemmo più volte e sempre ottenemmo lo stesso risultato. Lizzy, che è l’esperta in questo campo, cominciò a spiegare la teoria del “Ponte di Einstein-Rosen”, secondo la quale esisterebbe un wormhole, cioè una galleria gravitazionale che collega come una scorciatoia un punto dell’universo ad un altro e che permetterebbe di viaggiare tra di essi a una velocità superiore a quella della luce.

Tornammo alle nostre stanze molto scossi ma anche molto affascinati da questa scoperta. Il responsabile del campo, il professor Stanwick, telefonò addirittura al Pentagono per segnalare la presenza del vortice. Chissà che è successo dopo, chissà i militari cos’avranno trovato… Noi tutti lo ignoriamo: nella notte il vortice si deve essere allargato perché al mattino, quando ci siamo svegliati, le apparecchiature nella base erano obsolete e il datario segnava l’8 novembre 1972. La radio ci disse quello che sapevamo già, avendolo studiato sui libri di storia: Richard Nixon era stato eletto presidente.

 

Fotografia © NASA

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