sabato 7 maggio 2011

Il grifalco

 

Nelle nostre contrade, qui in queste lande boscose ricche di avvallamenti e di corsi d’acqua in forma di rigagnolo, in certe stagioni sosta il grifalco, uccello di passo che giunge dalle remote regioni africane e fa risuonare il suo canto per giorni e per notti nelle valli: riecheggia e si diffonde per ogni dove il suo verso, non melodioso peraltro, ma neppure fastidioso, un tiutiutiotorix ripetuto fino allo sfinimento, fino alla noia, tanto che spesso non ci si fa più caso, ormai avvezzi al suo suono, un po’ come dicono sia per il traffico nelle grandi metropoli del nord. Alcuni invece ne sono ossessionati – i più sensibili, certo – e non riescono più a vivere per il periodo in cui il grifalco rimane nei nostri boschi: ne fanno una malattia, provano a isolarsi con cuscini, a tapparsi le orecchie ma, come sostengono costoro che ne sono afflitti, non c’è rimedio alcuno, quasi che il canto si trasformi in vibrazione e perfori comunque ogni ostacolo frapposto. Il sollievo è quando l’uccello sverna e torna ai deserti africani: allora la normalità sembra addirittura un paradiso – del resto è come per la libertà: solo quando viene a mancare si comprende il suo valore.

Comunque la cosa più strana è che nessuno ha mai visto il grifalco, né l’ha mai catturato. Si ignora addirittura come nidifichi, se come il cuculo rubi il nido agli altri uccelli o se per caso se ne costruisca uno con fango come le rondini o con paglia e fili d’erba come i merli, o se ancora si rintani sui rami degli alberi come il gufo. Si sente il suo canto e si prova a individuare da dove giunga il suono, ma il compito è arduo anche per i più esperti ornitologi: talora sembra giungere da un larice ma, quando ci si avvicina, si comprende di essersi sbagliati e sembra che il caratteristico tiutiutiotorix provenga invece da un boschetto di abeti. Ci si sposta presso gli abeti e il canto pare allora arrivare dall’alto, con un effetto cattedrale che confonde ancora di più.

Una volta sembrava che il mistero fosse finalmente risolto. Era l’estate del 1981 quando Ivano Delle Pive, che allora aveva ventidue anni e si dilettava di fotografia, si trovava presso un malgaro per un servizio sulla produzione dello Stracchino Pressato tipico di qui. Mentre il malgaro e i suoi aiutanti facevano una pausa per pranzare, Ivano decise di fotografare un po’ il bosco. Era sdraiato sulla soffice coperta di aghi e foglie per scattare da un’inquadratura suggestiva quando proprio sopra di sé vide un uccello di medie dimensioni, dal piumaggio grigio marezzato di azzurro. All’improvviso l’uccello cantò: tiutiutiotorix... tiutiutiotorix. Era il grifalco! Per poco, dalla sorpresa, Ivano non lasciò cadere la Nikon FE. Si riprese subito e scattò. Riuscì anche a montare l’obiettivo 55-300 e a scattare una foto ravvicinata anche con quello, prima che il grifalco si involasse verso la cima Forchetta del Drago.

Ivano non salutò neppure il malgaro e corse a rotta di collo per più di un’ora, Arrivò in paese sudato ed eccitato: urlava “Ho fotografato il grifalco! Ho fotografato il grifalco! Su a Malga del Bosso! Il grifalco! Il grifalco!”. Si precipitò nel garage di casa, dove aveva allestito una camera oscura. Mezzo paese era lì fuori, oltre la saracinesca: c’era gente appoggiata allo steccato, altri sedevano sull’erba. Con Ivano entrarono il farmacista e Ghigo, il suo amico d’infanzia, che si intendevano anche loro un po’ di fotografia. Tolsero la pellicola e la trattarono con il bagno rivelatore, poi stamparono le fotografie e le passarono nei liquidi di sviluppo e di fissaggio. Non riuscivano ad attendere che l’immagine si formasse. L’impazienza rischiava di fargliele rovinare. Ma, infine, ce la fecero.

Erano tutte foto della lavorazione del formaggio. Poi, finalmente ecco quelle tanto attese: ma la delusione si impresse sui volti dei tre, resa ancora più grottesca dalla luce rossa della camera oscura, l’uccello nelle foto non era che un colombo.

 

Fotografia © HD Wallpapers

2 commenti:

Adriano Maini ha detto...

In tanti si sono trovati e si troveranno in simili situazioni, ma come al solito occorre saperle raccontare bene come fai tu.

DR ha detto...

Grazie, davvero. Per anni avevo smesso di scrivere questo genere di racconti brevi. Poi ho ripreso in mano Buzzati e mi sono lanciato.