sabato 9 aprile 2011

Il tram numero 14

 

Il tempo si era messo al brutto. Grosse nuvole grigie cariche d’acqua rovesciavano pioggia sulla città, lavavano il verde nuovo delle foglie rendendole ancora più lucide. Sui marciapiedi ombrelli come funghi variopinti si muovevano sotto gli scrosci tra i palazzi bruttati di smog. Stanislao Sottocornola sedeva su uno dei sedili verdi del jumbotram numero 14 per il Cimitero Maggiore. Era un ottantacinquenne ancora arzillo e stava andando a fare visita alla moglie, sepolta al Monumentale ormai da dieci anni. Ogni martedì, che piovesse o nevicasse, che ci fosse il sole o la nebbia, immancabilmente lui compiva quel viaggio. Saliva alla fermata di Via Montevideo, proprio davanti a casa sua, e attraversava la città con lentezza antica, rapportando la fatica dei suoi anni al tempo da trascorrere. Non riusciva a capire quei ragazzi sempre di fretta, per i quali la vita sembrava un continuo mordi e fuggi: non sentivano il sapore di niente, ci avrebbe giurato.

Adesso il tram era fermo in Via Torino, poco dopo Via della Palla, nel traffico che portava a Piazza del Duomo. Stanislao stava pensando a quanto rimpiangeva i vecchi tram, quelli arancioni, con le panche di legno poste lateralmente e le barre d’acciaio con le maniglie cui aggrapparsi: niente a che vedere con la tecnologia di questo bruco verde dai sedili simili a quelli di un autobus. Il progresso… stava maledicendo. Poi all’improvviso rimase a bocca aperta, il fiato corto… Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, pulì le lenti e inforcò di nuovo gli occhiali. L’apparizione era ancora là, seduta in diagonale un paio di sedili davanti. I capelli scuri, gli zigomi arrossati che davano al viso perfetto e rotondo l’aria di una bambola di porcellana. Indossava uno spolverino blu, poteva essere anche un impermeabile. Ninetta…

Quanto aveva amato quella ragazza: un amore puro, allora c’erano vincoli che… non come i giovani d’oggi che praticano l’amore libero e non conoscono remore, non hanno regole, non hanno limiti né freni. Ninetta… Cos’era? C’era la guerra, sarà stato il 1942, il 1943. Una sartina, una ragazza di bottega: sedici anni lei, diciassette lui. Solo tenersi per mano e qualche bacetto. Lavoravano nella stessa via. La sera Stanislao arrivava con la tuta da meccanico e rimanevano a parlare nella bottega. Non da soli, naturalmente… Le convenzioni, le stupide convenzioni. C’era anche la signora Irma, la sarta. Chissà che fine avrà fatto, sarà morta da un pezzo, anche lei. E c’era Ida, la sorella di Ninetta, più esile e minuta di lei, di un anno o due più giovane.

I ricordi si affollavano, entravano e uscivano dalla memoria, quasi che una porta girevole li mischiasse e li facesse apparire e sparire. Stanislao guardava la ragazza e ricordava. Il tram effettuava le fermate e lui neanche se ne accorgeva, non vedeva i passeggeri salire e scendere. Passarono Piazza Cordusio e Lanza, passò l’Arena. In Via Bramante si riscosse, come da un sogno. Anche la ragazza scendeva al Monumentale: si stava avvicinando alla porta. Stanislao si alzò e si sistemò davanti alla porta centrale del tram. La ragazza che assomigliava a Ninetta era invece all’apertura davanti, vicino all’autista. Scesero nel vasto piazzale.

Ninetta… Quanto tempo era passato, tutta una vita, quasi settant’anni: si era sposato con Maria, che aveva conosciuto nel 1947, avevano avuto due figli, erano riusciti a festeggiare le nozze d’oro; aveva lavorato alla Falck, era andato in pensione, tutte le estati andava al mare in Liguria, qualche volta era stato anche sulle Dolomiti. Lui. Ninetta no, non ne ebbe il tempo, poverina. Rimase sotto le bombe nell’agosto del 1943, quando gli Alleati, caduto Mussolini, provarono ad accelerare la resa dell’Italia bombardando Milano. La notte che Ninetta morì furono distrutti Porta Venezia, Porta Garibaldi, Corso Sempione, Corso Magenta. Stanislao ricordava i danni al Castello, al Corriere della Sera, al Fatebenefratelli. Fu quella notte che il Teatro Filodrammatici fu raso al suolo. Gli veniva da piangere ancora adesso. Quell’8 agosto credette di impazzire: vagava tra le macerie e la polvere, la città non era più la stessa, non sarebbe mai più stata uguale. Anche perché il suo amore era andato distrutto, cancellato dagli ordigni sganciati da un Lancaster britannico: Ninetta non c’era più, come uno splendido fiore reciso dalla falce.

Aveva gli occhi lucidi Stanislao, quando varcò il cancello del cimitero. Aveva comprato dei fiori all’ingresso quasi meccanicamente, come faceva ogni martedì. Passando sulla strada solita, vide la ragazza ferma davanti a un loculo. Deviò, curioso come un gatto: il nome sulla tomba era Giovanna Stoppani… Ninetta! Ma quella ragazza non era un fantasma, non era uno spettro. Non osava fermarla, chiederle chi fosse, gli sembrava di essere importuno. Ma un’altra persona – una donna sui quarant’anni – ora parlava con lei: “Sabrina” la chiamava, le chiedeva “Che cosa ci fai qui?” e lei spiegava che stava compiendo una commissione per la sua bisnonna, immobilizzata su una sedia a rotelle. Indicò il vecchio loculo: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno, ha voluto che portassi i fiori a sua sorella…”

Fotografia © TVL

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