sabato 5 marzo 2011

La strada non presa

 

Sarebbe bello poter ritornare indietro nel tempo, ripercorrere a ritroso i propri passi ed eliminare gli errori, inseguire gli sbagli con una enorme gomma e cancellarne la stupidità. Chi non ne ha commessi? Chi non si è reso ridicolo? Chi non si è umiliato? Il fatto è che quando ci rendiamo conto di avere compiuto quegli errori ormai il tempo è trascorso e abbiamo intrapreso una via sulla quale non possiamo più tornare – come in quella famosa poesia di Robert Frost: “Divergevano due strade in un bosco / ingiallito, e spiacente di non poterle fare / Entrambe essendo uno solo, a lungo mi fermai / Una di esse finché potevo scrutando / Là dove in mezzo agli arbusti svoltava”. Ora abbiamo il doloroso bagaglio dell’esperienza, un inutile fardello che se da un lato ci permette di valutare diversamente le scelte di adesso, non ci consente tuttavia di modificare il passato: possiamo soltanto immaginare di quelle strade non prese che cosa avrebbe potuto essere, come la nostra vita sarebbe potuta cambiare se ad un bivio avessimo scelto diversamente.

E gli errori più stupidi sono quelli che commettiamo per amore: è come se l’innamoramento ci ottenebrasse le facoltà mentali, come se stravolgesse la ragione e ci lasciasse in una condizione di pazzia temporanea, affidando il governo delle nostre decisioni al cuore, ai sensi, alla passione. Anche i più saggi, persino i più prudenti, cadono nelle trappole che tende Cupido, si lasciano abbindolare da quell’amorino volante armato di frecce. Un giorno di settembre degli Anni ’80, per esempio, commisi un errore gravissimo andando a cercare quella che all’epoca ritenevo la mia ragazza, anzi qualcosa di più – ricordate: l’amore altera le facoltà mentali, forse allora quella ragazza l’avrei definita “ragione della mia vita” o “l’universo intero” o “il sole cui intorno gravitare” e non era che una ragazza, una dolce e avvenente ragazza, affettuosa e simpatica, ma pur sempre una ragazza, il cui amore non era così intenso come il mio.

In quel tempo lei lavorava nella ditta di famiglia, in Veneto, io studiavo a Milano, all’Università. Presi alloggio in un hotel della sua cittadina di provincia, una località sul mare: di giorno lei lavorava e io andavo in spiaggia – un errore, ripeto: languivo tutto il giorno e il mio cuore languiva con me, una rosa che appassiva nel bicchiere di Coca Cola che avevo davanti al tavolino di un bar. Avevo una sete che non riuscivo a estinguere: era la sete di lei, un’arsura che non avevo provato così forte neppure quando ero lontano e ci sentivamo solo per telefono. Più era vicina e più era irraggiungibile: ci incontravamo soltanto la sera, quando andavamo a cena e poi ci immalinconivamo nella sera triste – avete mai provato ad essere al mare di settembre?

Il vento cavernoso che soffiava dalla costa ribolliva in noi, ci allontanava come quel buio che scendeva sempre prima. Eravamo già divisi, pur essendo insieme, pur tenendoci per mano, pur baciandoci e abbracciandoci. Le parole cozzavano con schianto, pur essendo semplici banali parole: cadevano al suolo come i pianoforti nelle vecchie comiche, si sfasciavano, andavano in mille pezzi. Era l’amore che andava in frantumi, il nostro amore fragile come cristallo: potevamo scorgerne i resti taglienti sugli scogli sotto di noi. Se il naufrago aveva voluto affidare al mare la bottiglia per il suo salvataggio aveva sbagliato mira e le sue speranze oramai erano vane. Finì così quella storia, si spense nel vento che soffiava da Levante e che portava la sabbia nelle vie, che straziava i rami degli oleandri e faceva ondeggiare le tende sui balconi.

Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato di quell’amore se in quella settimana di settembre invece di andare nella sua città fossi rimasto a Milano, andando al cinema con gli amici, passeggiando tranquillo lungo i Navigli, ascoltando i dischi appena usciti alle Messaggerie Musicali, giocando a pallone al Parco Sempione. Tante volte mi sono chiesto cosa sarebbe stato se di fronte a quel bivio non avessi scelto la strada sbagliata.

 

Edward Hopper, “Gas”, 1940

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