sabato 19 marzo 2011

La passeggiata

“Seppi che avevo visto, avevo visto infine 
  quella fanciulla che le mie notti trattengono”

  WILLIAM BUTLER YEATS   

Ero giovane, ero stupido. No, ero soltanto ingenuo, ero un illuso. E sedevo da solo a un tavolo della paninoteca "Il gusto giusto" a mangiarmi un orribile sfilatino ripieno di prosciutto alle erbe e cetriolini danesi. Non si sposava neppure bene con la Coca-Cola. Sarebbe stato meglio che avessi preso una birra. Guardavo la sera scorrere nella piazza, oltre la misera siepe di pitosfori: la fontana scrosciava sotto le luci che ne tingevano l'acqua di giallo, i bagnanti scottati dal sole della giornata passeggiavano lungo i negozi, affollavano i tavolini delle gelaterie, famigliole si ammassavano davanti ai giochi dall'altro lato della strada.
 
Avevo dato appuntamento a una ragazza che mi piaceva e lei non era venuta. Invece di andare via mi ero seduto lo stesso, avevo consultato a lungo la carta e avevo scelto quel panino, "Tivoli" si chiamava, probabilmente per un'associazione con la Danimarca dei cetriolini. Aveva un sapore orrendo. Era una serata orrenda. E la gioventù mi era di peso, era un inestinguibile incendio che mi causava una sete dentro, una tristezza che forse era soltanto delusione perché la ragazza non era arrivata. Lasciai a metà il panino e me ne andai a inseguire la luna che fermentava tra le onde. La raggiunsi al pontile, dove un vento salato spingeva di lato e gonfiava le tende del chiosco. Ragazzi bevevano i loro cocktail colorati ai tavolini, qualcuno girovagava sulla passerella con una bottiglia di birra in mano, altri chiacchieravano al bancone con il barman.
 
L'acqua era nera, potevo vedermi specchiato, leggevo la mia maglietta a righe bianche e blu, il mio volto di ragazzo fesso che era rimasto ancora una volta da solo. La schiuma delle onde batteva sui piloni, saliva a lambire le assi consunte da milioni di passi. Ogni goccia si tingeva dell'argento della luna. Mi faceva male tanta bellezza, soprattutto  se la confrontavo con la desolazione che sentivo nel cuore. I flutti cancellavano il mio riflesso, poi si ricreava seguendo il ritmo della marea. Chiusi gli occhi un istante per assaporare il suono delle onde, la voce del mare. Quando li riaprii, vidi un'altra figura accanto alla mia rispecchiata nell'acqua scura. Mi voltai quasi di scatto: una ragazza che avevo visto qualche volta per la città. "Serataccia?" mi chiese. Ci misi un'eternità a rispondere - o almeno mi parve, certamente non fu che una manciata di secondi. In realtà avevo valutato se era il caso di dirle che ero stato ingannato, deluso, bidonato e avevo deciso che non era il caso di apparire ancora più imbranato di quello che ero. "Solitudine" risposi e capii di aver pescato il jolly quando lei mi disse che era lì con un gruppo di amici ma che si stava annoiando a morte. Quella volta osai, mi buttai senza pensare alle conseguenze: "Ti va di fare una passeggiata sulla spiaggia?" Probabilmente non aspettava altro, anzi certamente era così perché aveva già la borsa con sé. Sorrise - un sorriso che mi entrò dentro, mi spalancò le finestre dell'anima, vi si sparse con la violenza di un vento di primavera e la profumò tutta - poi con aria da congiurata sussurrò "Sì, però non facciamoci vedere: giriamo intorno al chiosco e scendiamo dall'altra parte".
 
Alessandra - il suo nome fu la prima cosa che scoprii in quella lunga notte di parole e di sabbia - non si stupì quando le dissi che mi piaceva camminare la sera lungo il mare, che lo facevo spesso e che qualche volta ci venivo anche d'inverno: "Il buio, il silenzio rotto solo dal canto delle onde, le luci rarefatte, tutto sembra avvolto in un alone irreale". Trovammo un falò che qualcuno aveva acceso con dei pezzi di legno e dei fogli di giornale. Si stava ormai spegnendo, vi buttai sopra altri rami e riattizzai il fuoco con una copia del Gazzettino che qualcuno aveva abbandonato su una sdraio. Le faville volavano nel cielo e lei cominciò a cantare con una voce che si poteva definire soltanto angelica:  "Summertime, and the livin’ is easy, fish are dumping’ and the cotton is high…”
 
Sembravano gli anni Cinquanta, quelli che avevamo imparato a conoscere dagli episodi di Happy Days, Alessandra poteva essere una di quelle ragazze con la gonna svolazzante  che si portano al drive-in. Il mare continuava a mormorare, sembrava voler fare il controcanto. Il vento seguitava a soffiare leggero, rendeva più vivide le luci della costa. La voce di Alessandra entrava calda nel mio cuore, era un balsamo che curava cicatrici, potevano essere passati anni da quando ero seduto al tavolino del "Gusto giusto" e invece non erano trascorse che due ore.
 
Il fuoco era ormai spento, smorzammo le ultime braci gettandovi sopra manate di sabbia. Alessandra si alzò in punta di piedi e mi baciò con dolcezza, un breve amichevole bacio. Aveva le scarpe in mano e le sentivo sfiorarmi le spalle mentre mi cingeva il collo. Mi prese per mano e ce ne andammo così, lentamente, verso Levante. Camminammo a lungo, ci fermammo alle altalene e ci dondolammo come bambini per poi morire dal ridere. Ci sdraiammo a guardare le stelle. Poi la spiaggia finì. E lei era arrivata: abitava appena al di là del ponte, oltre il canale. Si rimise le scarpe e mi salutò con un altro bacio. La vidi salire sul ponte e poi la luce di un portone la inghiottì.
 
Ero giovane, ero stupido. Il nostro amore durò quella sera soltanto, la sera in cui avevo aspettato invano una ragazza al "Gusto giusto" e un'altra aveva invece trovato me su un pontile. In quella lunga passeggiata avevamo concentrato tutta la felicità che potevamo darci.
 
 
Passeggiata
FOTOGRAFIA © SEEMA PATEL

2 commenti:

Vania ha detto...

...è molto bello...e poi Branduardi ha messo in musica alcuni scritti di Yeats...e le sue poesie mi piacciono.:)
ciaooo Vania

Adriano Maini ha detto...

Quando si é giovani, forse, é ancora più bello ...