sabato 26 febbraio 2011

Ingannati dal grigio

 

Lei dice che è per come siamo, per quel conflitto naturale che si instaura ogni giorno. Dice che è per la differenza tra di noi, per il modo diverso che abbiamo di vivere tale diversità se noi due ci inseguiamo e ci allontaniamo, il cacciatore e la preda, anche se i due ruoli non sono bene definiti e talora li interpreta l’uno, talora l’altra. Io come un antico atleta greco trionfatore ai ludi, apollineo con la mia lancia e lo scudo, lei ragazza che gira per musei e indossa lo sguardo di Afrodite. E andiamo all’amore come si va alla guerra, ci armiamo e partiamo bardati con la cotta di maglia, bene attenti a non lasciarci ferire, a non farci passare da parte a parte, stretti stretti alla gualdrappa del cavallo, provando a non lasciarci disarcionare, temendo di essere fatti prigionieri. Anche quando nudi combattiamo in un letto, avvinghiati portiamo la battaglia sul campo di piume e un bacio rude e ansante sfuggito alle nostre bocche risuona fragoroso come se una montagna si fosse staccata e rovesciata nei nostri cuori.

Ingannati dal grigio, vaghiamo come ombre nella nebbia o come passeggeri che viaggino su un treno dai vetri impolverati: non riusciamo a scorgere del paesaggio che vaghi inutili dettagli dai quali non sappiamo ricostruire l’intero. Sono emozioni che sfavillano un istante, sensazioni che scintillano quando un improvviso raggio di sole le colpisce, sentimenti sui quali si posa subito la patina polverosa del tempo.

Così siamo sempre in attesa di qualcosa che neppure sappiamo definire, speranzosi aspettiamo il deus ex machina, il carro che portato in scena risolva le cose, crediamo che la via mai tentata ci possa condurre altrove e non ci arrendiamo nel giro delle stagioni, nel valzer dei giorni, pensiamo di potere prima o poi penetrare il mistero, svelarlo incastrando i pezzi, venire a capo finalmente del segreto. Non ce ne accorgiamo neppure, continuiamo a lasciare trascorrere i giorni uguali ai giorni e forse è proprio in questo carpe diem la soluzione, probabilmente è nascosta dove meno la cercheremmo, non in profondità, ma alla superficie.

O forse la felicità è questo continuo tramestio, è nel corso tranquillo del tempo, nel maneggiarsi come oggetti potenzialmente pericolosi: non ce ne accorgiamo neppure e intanto gli angoli si smussano, le spine rientrano nel gambo, diventiamo indispensabili come animali in simbiosi. Chissà chi di noi due è il gamberetto cieco che scava la tana e chi il pesce Gobius che toccandolo lo avverte del pericolo…

 

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JACK VETTRIANO, “SHADES OF SCARLETT”

sabato 19 febbraio 2011

Alchimie

 

Alchimie che alterano le nostre deduzioni, interagire di ormoni e di processi chimici che alla fine chiamiamo amore. Anche i ricordi, certo: una molecola, che funge un po’ come il deus ex machina degli antichi tragediografi greci, li fissa nel nostro cervello come se li incidesse su una pellicola. Immagine di cui ho sempre abusato, questa dei ricordi come un film: evidentemente, nell’inconscio già c’era il germe di questa intuizione che non è mia ma di dotti scienziati. Questa molecola, che si chiama N-metil-D-aspartato, a contatto con il glutammato fissa eventi elettrici ma soltanto nel caso in cui la membrana della cellula sia depolarizzata e quindi passibile di attivazione. In pratica è come se si girasse una chiave o se si accendesse un interruttore consentendo di riconoscere come importanti gli eventi che vogliamo ricordare: soltanto questi infatti fissiamo nel cervello.

Il giorno in cui lessi questo articolo, subito dopo riflettei che tutto ciò in fondo non aveva alcuna importanza, che i ricordi che mi si affollavano nella memoria, dei quali lei era protagonista assoluta – “la signora della mente” amavo chiamarla – non mi interessava davvero come si erano formati. Il perché invece già lo sapevo: perché lei era importante per me. Certo la notte in cui le dissi “Se tu volessi, se tu soltanto mi amassi” e ricordo alla perfezione ogni dettaglio, dalle altalene che ancora si muovevano cigolando lungo la spiaggia al colore di burro della luna piena, dalla cantilenante nenia del mare che si frangeva sugli scogli al fresco contatto della sabbia umida sotto i piedi nudi, quella notte non stavo certo a pensare alle molecole e al glutammato.

Adesso forse posso interessarmi a questi articoli scientifici, a questi meccanismi astrusi che spiegano quello che in realtà a noi accade e che è accaduto per secoli e secoli, che è disceso nel corso dei millenni da amanti sumeri a innamorati egiziani, da madri romane a figli barbari e giù giù per gli evi fino ai nostri giorni, fino a me, fino a lei. Adesso lascio che la parola “ricordo” attiri la mia attenzione quando la trovo su una pubblicazione scientifica o in un libro di poesie o costellata qua e là in una raccolta di aforismi. E questo accade perché quella sera famosa lei non rispose “Sì” ma chiese tempo. E il tempo, si sa, ti frega sempre...

 

Alchimie

IMMAGINE © EAGLE GIFTS

sabato 12 febbraio 2011

Una fotografia

 

“Noi siamo nati per un’altra gioia”
ANDRÉ GIDE, La porta stretta

Però com’eri bella tu. Soltanto adesso me ne accorgo, adesso che tanto tempo è passato e il calendario è un fiume in piena. Nel ricordo diventi ancora più bella e io ancora più stupido e impacciato. Non so se darmi dell’idiota o se incolpare gli eventi, addossare le colpe alla mano lunga del Fato, alle catene del caso, all’incidenza della probabilità. “La prima che hai detto” mi sembra di sentirtelo dire e poi ridere con quel modo che avevi di inclinare il capo all’indietro e di scuotere l’onda dei capelli. “La prima che hai detto”, ma sapessi come sono cambiato e che cosa ho passato...

Di quelle sere con te mi resta il ricordo dolce e amaro, sento in bocca il sapore di qualcosa che forse era soltanto la nostra incoscienza, l’acerbo frutto della giovinezza. Mi inebrio della dolcezza che mi dava stringerti a me, guardarti con aria sognante o solo stanca, abbandonata tra le mie braccia mentre cadeva la notte. Adesso è come una febbre pensarti: un bruciore che arde sulla pelle e scotta nella mente, il fuoco tenuto costantemente acceso dalle Vestali negli antichi templi latini, la fiamma perenne dedicata ai caduti per la Patria nel Mausoleo di Largo Gemelli.

Non è rimpianto, non è neppure nostalgia. È un sentimento che fatico ad analizzare: forse una rassegnata resa all’ineluttabilità degli eventi, un comprendere che le cose non potevano andare diversamente, che ciò che potremmo chiamare destino o contingenza non è stato altro che il naturale corso delle cose. Era un amore puro, nel quale credevamo, e si è consumato in se stesso, si è esaurito così, spontaneamente, come una candela posta sotto una campana di vetro. Non come una pianta che si inaridisce e secca, ma proprio come un fuoco che si spegne per mancanza di ossigeno.

Separammo le nostre strade, cambiai città, amici, prospettive. Le nostre relazioni si limitavano a cartoline, a qualche telefonata di cortesia, ad appuntamenti da programmare che sapevamo bene non avremmo messo mai in calendario. Il tempo cominciò a scorrere più veloce, i giorni, i mesi, gli anni si accumularono come pietre. Oggi, cercando una mia vecchia foto da bambino in cui sono vestito da astronauta per Carnevale, da un fascio di istantanee è uscita la tua immagine, i colori leggermente sbiaditi: indossi quell’abito chiaro che tanto mi piaceva, stretto in vita da una cintura di cuoio e nei tuoi occhi brilla la scintilla dell’amore. Come Juan Ramón Jiménez anch’io posso dire: “In seguito la primavera più non eri tu, più non eri tu!”. Però com’eri bella, e com’era bella la nostra gioventù...


Liz_in_Chair

Fotografia di Brian C. Chillemi

sabato 5 febbraio 2011

Donna in bottiglia

 

Chi l’avrebbe mai detto? Le certezze adesso mi fanno paura... Saperti diversa dall’immaginazione, dalla dolce illusione nella quale ho vissuto come in una bolla, nella quale mi sono crogiolato comodo come un gatto disteso al sole, saperti irrimediabilmente perduta potrebbe distruggere i miei fragili sogni: si spezzerebbero in mille schegge al pari di uno specchio e sarebbe impossibile riaggiustarli. E sono io, proprio io, che voglio evitare l’incontro, io che ti ho tanto cercata, che tante volte per la strada mi sono fermato a indagare se fosse per caso te quella ragazza che mi aveva colpito per l’andatura, per l’acconciatura, per un gesto tuo disegnato nell’ombra. Sono io, proprio io, che non voglio riallacciare rapporti per non pagare il prezzo del disinganno.

Così resti sospesa nel limbo dei miei pensieri, una donna in bottiglia sullo scaffale: quello che ho di te sono parole a mala pena percettibili, come la voce del mare udita nel dormiveglia o un suono esterno mascherato da sogno poco prima del risveglio. Ti perdo e ti ritrovo ad ogni istante e ti ricreo com’eri e come non sei, ti contamino con altre donne, con altre idee, ti mischio con i desideri dell’inconscio, con le sue proiezioni. E finisce che metti in mostra il lato di te che mi è rimasto dentro, quello della memoria, quello dell’intuito: appari con una verosimile figura che ti illustra ma che è sicuramente falsa, per quanto io mi convinca del contrario. E questa iperbole di te continua a elaborarsi, a modificarsi da sé, si eleva a potenza su una base veritiera ma senza più controllare l’esattezza dei calcoli, e ad ogni errore da te si allontana, come chi, intrapresa una strada piena di bivi, a una biforcazione scelga la via sbagliata e prosegua diritto, convinto di essere sul giusto percorso: chiaro che, dopo il primo errore, tutti i suoi dati risultano sballati e le scelte di conseguenza fallaci.

Eppure credevo di agire con la ragione e non con il cuore. Pensavo di essere in grado razionalmente di venire a capo di tutto e non era che una narcisistica contemplazione della dea. Volerti ridurre a pura formula matematica mi sembrava un’ottima intuizione e non era che un’indecorosa viltà, dirò di più: un’anima di vile metallo rivestita di una menzognera doratura. Il mio cercare non era che ipocrisia. Insomma, il sogno che si è andato intarsiando con la realtà si è ridotto a pura farneticazione, è divenuto una tentacolare piovra che divora i rari sprazzi di lucidità e presenta come inossidabili convinzioni le illusioni meno sensate, fa credere vere le immagini sfuocate impedendo al contempo il contatto con la realtà. Giocoforza ci si ritrova a commentare un accaduto che non è mai accaduto, senza riconoscere l’indubitabile cesura tra la realtà e il sogno.

Per questo motivo, ora che si prospetta un punto fermo, una boa attorno alla quale girare, io lascio da parte le utopie perché la mia illusione non cada come cristallo, perché il mio amore non vada in mille pezzi impossibili da incollare. Tiro sulla testa il lenzuolo liso e sbiadito del ricordo e mi rintano perché la memoria, si sa, ha grandi spazi vuoti dove talora irrompe all’improvviso il sogno a galoppare senza briglie.

 

Disegno di Dino Buzzati