sabato 31 dicembre 2011

Werner

 

«È stato solo sesso»: Chiara continua a ripeterselo come un mantra adesso che il tremore finalmente si è calmato. Ci sono voluti due bicchieri di whisky per fermarlo, sentire il calore dell’alcol pervadere il suo organismo così come aveva fatto il sesso dell’uomo qualche ora prima. Si era sentita come galleggiare via, fluttuare nello spazio; con lui aveva provato un piacere che poteva soltanto definire ultraterreno. «È stato solo sesso» e ancora ci ripensa, adesso che sono le tre di notte, sdraiata sul divano di casa, fumando e inseguendo i pensieri sul soffitto. «Oddio…»

Si erano incontrati alla festa per il compleanno di Morena Scattolin: champagne a fiumi, balli, i divanetti in giardino dove conversare. Un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici. Tutta la sera si erano monopolizzati, avevano ballato, si erano raccontati, aveva sentito il  viso accarezzato dalla barba di tre giorni del ragazzo mentre danzavano, aveva odorato il suo profumo che aveva sentore di muschio. Conosceva solo il suo nome: Werner. Non aveva neanche pensato di chiedere a Morena chi fosse, del resto lei stava incollata al suo nuovo e molto più giovane boy-friend come una cozza allo scoglio.

A mezzanotte avevano salutato la compagnia: «Vieni, conosco un posto bellissimo subito dietro la villa» le aveva sussurrato Werner con dolcezza. Era vero: un luogo di incantevole bellezza, una distesa di erba verde e soffice in riva a un canale, contornata da filari di pioppi. Si erano amati su quell’erba, cullati dalla musica soave dell’acqua, dal vento che suonava le foglie come dei leggeri tamburelli. Ed era stato bellissimo. Tornarono alla villa e lì si salutarono con un lunghissimo bacio.

Chiara salì in auto e mise in moto. Infilando il cancello però si accorse di non avere più il foulard di Gucci. Rammentò di averlo legato alla bell’e meglio ad un ramo nella foga amorosa. Fermò l’auto e tornò a percorrere la stradina che portava al canale. Il foulard era là, un vessillo chiaro che sventolava tra i riflessi. Lo sciolse e se lo annodò al collo: cominciava a fare fresco nelle notti di agosto. Stava per andarsene quando, con la coda dell’occhio, scorse un cippo proprio sotto l’albero a cui aveva legato il foulard. Era una lapide: “WERNER SANTONI 1975-2005. Strappato all’affetto dei suoi cari dalla furia delle acque”. C’era anche la fotografia: un biondino slavato sui trent’anni che aveva qualcosa di Brad Pitt ma soprattutto due occhi di ghiaccio che sembravano laghi dolomitici.

 

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL”

sabato 24 dicembre 2011

Questa è la mia strada

 

Guardate. Questa è la mia strada, il mio piccolo quartiere di un villaggio di campagna non troppo distante dalla capitale dello stato. Quale? Fate voi. Si somigliano un po’ tutte in America queste zone residenziali. Se vi va, pensate pure che si trovi nel Midwest oppure in Virginia, dalle parti di Alexandria, o ancora nel Rhode Island, nel Kentucky, nell’Oregon. Non importa.

Questa sulla destra, con la verandina, è la casa dei Robinson: la figlia Lynn ora lavora per la NASA, ha messo la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ travagliata. L’ho vista crescere: da bambina correva con la biciclettina rosa, aveva delle frange colorate che pendevano dai manubri e lei una treccia all’indiana che le sbatteva sul collo. Ad Halloween andava di casa in casa con un buffo costume da streghetta e il sorriso perennemente stampato sulla faccia lentigginosa. Poi è andata al liceo ed è successo quello che è successo. Per anni non si è più vista fino a quando un giorno non è comparsa nei televisori di mezzo mondo: era nella stanza di controllo durante il lancio di una missione Apollo. I Robinson abitano ancora lì: poco fa li ho visti attraverso le finestre illuminate, stavano addobbando l’albero e preparando i doni per i nipotini… già perché Lynn è divenuta una brava madre.

Più avanti, la casa con le tegole scure e i bow-window, è quella delle sorelle Johnson. Non si sono mai sposate, da piccoli dicevamo che si mangiavano gli uomini, ma in realtà assommavano solitudine a solitudine. Nessuno ha mai saputo per certo di loro amanti, anche se molti vociferavano – facile in una cittadina così piccola – oppure fantasticavano. Ora le sorelle Johnson, Evelyn e Selma, hanno quasi novant’anni, ma allora erano bellezze mature e uscivano eleganti per le strade del quartiere. Avevano anche una Oldsmobile verde acqua sempre lucida, con la quale scarrozzavano sacchetti di terra e di concime per il giardino che curavano personalmente. Capitava spesso di vederle chine sui roseti o accoccolate a sarchiare le viole.

Là in fondo, sempre sul lato destro, c’è il preside Allen. Lo chiamano tutti così, anche se è andato in pensione da un paio di anni. Ha cresciuto generazioni di ragazzi nel liceo locale, anche me. Sempre gentile, anche se giustamente severo quando necessario. Non l’ho mai visto una volta senza cravatta. E sua moglie senza cappellino. Vestita più o meno come la signora Kennedy, Jacqueline intendo. Non hanno avuto figli, ironia della sorte per un preside e una maestra, ma forse bastavano loro i ragazzi della scuola, gli allievi che hanno cresciuto.

Attraversiamo la strada, adesso. Là sulla sinistra ci sono ancora due case: in quella più lontana c’è il postino, Bert Gillespie. Ha quarantasei anni e una ferita di guerra che porta come un trofeo. Se l’è fatta in Italia, dalle parti di Cassino. E tutta la via conosce a menadito ogni dettaglio di quella giornata, come se fossimo stati tutti quanti là, a fronteggiare i tedeschi. In realtà non è poi una gran ferita: Bert zoppica un pochino soltanto quando cambia il tempo. Lo fa dannare di più la moglie Rose, che lo comanda a bacchetta. In compenso, spesso gioca a baseball con Ricky, il figlio che tanto gli somiglia, con lo stesso ciuffo di capelli rossi. Stravede per quel ragazzino, gli ha costruito anche una casa sull’albero e una volta alla settimana lo porta a pescare.

Infine, la casa illuminata dei Kruger: lì regna l’allegria scanzonata e chiassosa di chi deve gestire cinque figli maschi. Luther, il padre, e Jenna, la madre, stanno freschi. Il più piccolo ha otto anni, il maggiore sedici. Quello che sta portando a spasso il cane ha dodici anni e si chiama Herbert, gli altri sono Lee, Peter, Jack e Bobby. Staranno aiutando a preparare la casa per la cena di stasera. Arriveranno di sicuro i genitori di Luther e quelli di Jenna, forse anche Doug, il fratello di lei, se è riuscito a ottenere la licenza. L’ultima volta che ho avuto notizie di lui era a Da Nang.

E infine, eccoci a me: oggi, 24 dicembre 1967, sono qui, nella mia strada, in un villaggio di campagna non distante dalla capitale di uno dei cinquanta stati americani ad osservare il Natale che scende a colorare di speranza non solo i frontoni delle case e i giardini addobbati con gli alberi illuminati, ma anche e soprattutto i cuori. La mia casa? Ah, non lo avete ancora capito? Io sono Lynn Robinson…

 

THOMAS KINKADE, “HOMETOWN CHRISTMAS”

sabato 17 dicembre 2011

Un vecchio Super 8

 

C’è un vecchio filmino da qualche parte in un armadio, insieme ad altre bobine infilate in una scatola da scarpe. Se ci penso, mi immagino le lingue delle pellicole che fuoriescono appena dall’involucro, la maggior parte nere, alcune mostrano delle figure più chiare, quadratini che sembrano tutti uguali ma che impercettibilmente diversi, proiettati in velocità danno il senso del movimento. In quel vecchio filmino c’è la ripresa di un Natale lontano nel tempo: sembra ieri quando ci pensi, sembra che sia stato solo l’anno scorso o due, tre, cinque anni fa. Invece è un Natale dei primissimi Anni ’70, quando si cominciava a portare i pantaloni a zampa e a indossare camicie fiorate. No, non mio padre: lui in quel filmato non c’è perché reggeva la telecamera Pathé, un aggeggio piuttosto pesante con l’oculare di gomma e il galletto stampigliato su entrambi i lati, però ricordo com’era vestito. Indossava un abito grigio con una cravatta rossa a disegni dorati, la massima concessione estetica allo spirito natalizio.

Io sono a quattro zampe sul tappeto – uno di quei tappeti pelosissimi che andavano di moda allora – sotto l’albero di Natale, e scarto i doni che nella notte mi ha portato Gesù Bambino: Babbo Natale non si era ancora materializzato, avrebbe atteso qualche anno ancora, fiondandosi sull’onda delle pubblicità della Coca Cola e sui programmi delle televisioni commerciali. Eccomi lì, a sei anni, compitare le parole su uno dei libri dell’enciclopedia che mi è stata regalata – sono i famigerati Quindici, li sfoglierò a lungo durante la mia infanzia, imparando a costruire, a sognare, a viaggiare con la mia fantasia di figlio unico. “Sa…” ma la parola è ostica, me la sono scelta proprio bella, “Sa-ara”. “Bravo, Sahara”, giunge la voce fuori campo di mio padre “è il deserto più grande del mondo”. Intanto compare la mano di mia madre, che con la scusa di mettermi a posto il ciuffo e il cravattino, invece mi accarezza dolcemente. Appare anche lei nell’inquadratura, con un vestito blu. Com’erano belli quegli anni, quando la festa ci si vestiva appunto “della festa”.

Poi c’è uno scatto avanti: sono sempre sul tappeto e sto manovrando una macchinina rossa con delle righe gialle, è una Chevrolet Daytona e funziona a batterie. Infilando una scheda perforata si muove lungo un tragitto predefinito, che è quello di un famoso circuito: Montecarlo, Indianapolis, Monza. La seguo zigzagare sul pavimento di palladiana, passare tra un vaso di fiori e la piantana di una lampada. È un Natale felice, intarsio i ricordi con vecchie fotografie di gente che ho amato e che non c’è più: mio nonno con il cappello, mia nonna con il paletot dal collo di pelliccia che mi piaceva tanto restare ad accarezzare. C’erano anche loro in quel Natale dei primi Anni ’70 a fare festa con noi.

Basta… Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Questa nostalgia non solo mi bagna le palpebre di lacrime, mi sommerge come un’onda, mi strazia. Avevo idea di andare a cercare quel vecchio Super 8 e proiettarlo a Natale ma ora non se ne farà più niente. Mi siederò semplicemente a tavola con i miei, con gli zii, con i cugini e i loro bimbi. E il piccolo D. gattonerà sul tappeto rasato che usa adesso.

 

FOTOGRAFIA © SUPER8DATA

sabato 10 dicembre 2011

Pane e zucchero

 

Ha visitato Montecarlo, ha percorso le strade che aveva visto piene di bolidi alla televisione nei gran premi di Formula 1 – non che fosse una appassionata – le piaceva solo quel circuito, il suo fascino nobile e mondano. Ha calpestato le vie che il principe Alberto e la triste principessa Charlene hanno attraversato tra due ali di folla il giorno del loro matrimonio – anche allora era davanti al piccolo schermo, in un hotel di Taormina, mentre fuori il sole del sud arroventava le spiagge e ingrassava i fichidindia.

È entrata anche al casinò, ha giocato una mezz'ora alla roulette ascoltando la voce del croupier scandire i numeri e il colore, il pari e il dispari. Ha preso il sole in bikini su uno dei più lussuosi yacht ormeggiati nel porto, ha pasteggiato a champagne e ostriche. Ha preso alloggio all’Hôtel de ***, usufruendo del suo servizio d’eccezione. Ha fatto acquisti nei negozi più alla moda: Louis Vuitton, Valentino, Bulgari, Chanel, Piaget…

Avrebbe dovuto sentirsi come in una favola – quella ormai era la sua vita di star, svincolata dal bisogno, immersa nel lusso, nelle comodità. Invece non ha sentito niente, non ha provato niente se non l’eccitazione effimera dell’acquisto, la fugace impressione di un momento, il fascino di una veduta subito rimosso. Ha trovato umide le lenzuola, salata l’acqua di marca, ruvido l’asciugamani, fastidioso il sole, secca l’aria.

Poi, stamattina, si è seduta a bere un caffè, ha preso Nice-Matin che giaceva sulla sedia e ha visto lui, il compagno d’infanzia con cui aveva trascorso anni indimenticabili, l’adolescente con il quale aveva esplorato i rudimenti del sesso, il ragazzo che aveva abbandonato partendo per le passerelle di mezzo mondo. È li nella fotografia in prima pagina, con la sua faccia da schiaffi e la barba di due giorni, in manette tra due uomini della Gendarmerie con la testa bassa e i pantaloni tutti spiegazzati. “Arrestato ladro di gioielli italiano” dice il titolo.

“Eravamo nella stessa città e neanche lo sapevo” è il suo primo pensiero. Ma poi qualcosa si muove, una vera emozione, un sentimento riaffiora in lei, calde lacrime scendono sulle guance, cominciano a colorarsi del nero del trucco. E, come per incanto, dopo anni trascorsi a tartine di caviale e aragoste, la memoria le riporta distinto il sapore della merenda che facevano da bambini, pane e zucchero.

 

JACK VETTRIANO, “MORNING NEWS”

sabato 3 dicembre 2011

L’ultimo giorno d’inverno

 

“Dovunque andiamo e traslochiamo, e cambiamo qualcosa sarà perduto... qualcosa resterà dietro di noi”.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Belli e dannati

Questa è una storia di gatti, ma potrebbe benissimo essere una storia di uomini. Pochi giorni prima di Natale, Clarissa, una gattina bianca e nera, capitò nel giardino della fattoria, spinta dal freddo e dalla fame. Subito il fattore le portò una ciotola di latte e degli avanzi di carne. Clarissa bevve e mangiò avidamente e rimase seduta davanti alla porta fino a sera; il fattore non si sorprese di trovarla ancora lì e le portò dell'altro latte. Cominciò così il sodalizio tra l'uomo e l'animale: in cambio del cibo, Clarissa si prestava a giocare con i figli del fattore, aspettava sullo zerbino oppure rimaneva per ore e ore sui davanzali della cucina e accorreva velocemente quando si apriva la porta e il fattore usciva con il cibo.

Il tempo passava. A volte Clarissa spariva per un paio d'ore: esplorava le forre, si arrampicava sugli alberi o si sdraiava al debole sole d'inverno manifestando un gran desiderio di libertà. Qualche volta il fattore la lasciava entrare e restava a giocare con lei; e Clarissa si strusciava sulle gambe dell'uomo e lo guardava con quegli occhi luminosi miagolando e facendo le fusa. Con il passare dei giorni, la gattina conobbe alcuni gatti delle fattorie vicine: in particolare stava volentieri con Fulva, che divenne presto la sua migliore amica; e poi c'era Margo, un gatto bianco e nero che le faceva la corte e capitava sempre più spesso alla fattoria.

In breve venne anche la fine dell'inverno, la neve non cadde più e l'aria si fece meno fredda. Clarissa rimaneva lontana sempre più tempo: rincorreva le farfalle, esplorava le zone della fattoria dove non era mai stata, i vecchi canali, le cantine, il deposito degli attrezzi, la legnaia, le serre. Un giorno, l'ultimo giorno d'inverno, arrivarono alla fattoria due gatti randagi, Spink e Tigre. Spink era affascinante: alto, snello, il pelo corto e bianco, le orecchie scure e i baffi lunghi e neri, un bell'esemplare di gatto. Tigre era tutto l'opposto: basso e grasso, metà bianco e metà tigrato, e non aveva né il fascino né il carisma di Spink. Nonostante questo, i due stavano bene insieme e vivevano felici la loro vita di hippies: se non trovavano niente da mangiare, lo rubavano. Clarissa rimase tutto il giorno con loro: era affascinata da Spink, ma anche il fido scudiero Tigre le piaceva. Decise di seguire i due randagi e se ne andò con loro dalla fattoria.

Margo la vide mentre camminava elegante tra i due. Ne fu sconvolto. Per un attimo pensò di associarsi anche lui al gruppo, ma non ci sarebbe mai riuscito: sapeva che non avrebbe mai potuto rinunciare al benessere della fattoria, all'affetto della vecchia padrona, e poi si era abituato a quel posto, vi era affezionato. Corse via veloce dalla parte opposta, verso il fiume, e rimase a guardare l'acqua verde che scorreva. Anche il suo amore finito sarebbe passato come quell'acqua e ne avrebbe conservato solo un'immagine.

28 febbraio 1984

 

KEVIN SNYDER, “SUN CATS”

sabato 26 novembre 2011

Lettera non spedita (IV)

 

Carissima Paola,

posso racimolare tutto il coraggio che ho perché ho deciso che questa lettera non te la spedirò mai: la terrò per me considerandola un punto fermo, un trampolino di lancio, il momento in cui salvi gli archivi del computer in un floppy-disk ben sapendo che se dovrai cancellare tutto quello che avrai fatto, in futuro dovrai ritornare a questo punto.

Scusa se sono così elaborato, è uno stilema, così come lo è il rivolgermi a te pur sapendo che mai leggerai questa mia lettera. E dunque cominciamo, eliminati i convenevoli.

Chi sei oggi tu per me? E, di riflesso, chi sono oggi io per te? Se ci incontrassimo per strada, per caso, o in qualche locale, se ci riconoscessimo, cosa potremmo dirci? Cosa avremmo da dirci?

Andiamo per ordine: tu sei stata la mia vita per qualche tempo e, probabilmente, neppure lo sapevi. Eri la fonte delle poesie, protagonista dei sogni, dei desideri, delle illusioni; come i sogni sei svanita un giorno, sei uscita dalla mia vita e fu un ritorno alla realtà, non così brutale, a dire il vero. Sei un ricordo piacevole e rimpianto, oggi. Sei un'aspirazione, la gioventù che fugge ed è doloroso il volgersi indietro ma pure inevitabile è il piacere che deriva dal ricordo.

Io per te chi sono oggi? Penserai ancora a me? E in quale modo? Sono domande a cui non so rispondere e mai avrò l'ardire di chiedertelo, se mai ti incontrerò. E se ti incontrassi, di cosa parleremmo? Del lavoro, certo, di come adesso viviamo. Ma del passato cosa potremmo dire, come potremmo giudicarlo? E chi di noi potrebbe portare il discorso su quei tempi? Ci sarebbe poi da dibattere la spinosa questione del perché tutto è finito, le colpe, gli eventi e il rivangare potrebbe essere nocivo al risorgere di un'amicizia.

Non dico che ti vorrei dimenticare, ma solo che vorrei lasciare le cose al caso: se ci incontreremo sarà per caso e non sarò io a cercarti, a fissare un appuntamento. Per ora viviamo come abbiamo fatto fino ad ora: se qualche cosa dovrà succedere tra noi, succederà. Fatalista? Può darsi... Forse sono solo deluso e ho deciso di ricominciare.

 

FOTOGRAFIA © STUDENT BRANDING

sabato 19 novembre 2011

La nuova forma dell’amore

 

Le luci gialle dei lampioni ai vapori di sodio riverberano sul fogliame autunnale, ne incendiano il rosso e l’arancione, il giallo della livrea dei tigli. Il lago si scioglie in un azzurro glaciale dove muoiono le luci della costa e le anatre galleggiano malinconiche tra le foglie secche. È il nostro ultimo incontro. Così ha stabilito Kate, e del resto l’ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato. Indossa una gonna corta e  la giacca di pelle, mi fa rabbia adesso la sua bellezza, mi pugnala al cuore la sua eleganza.

Mi è venuta a prendere alla stazione di D., come al solito, e ha guidato con destrezza la piccola Aygo per le stradine della città fortificata. Pioveva già e la sera breve di ottobre si andava affacciando sugli spalti del castello disegnando il suo fantastico caleidoscopio di luci nell’acqua del fossato. Siamo rimasti a parlare nel salotto della sua casa affacciata sul Garda in un giardino di oleandri. Dalla finestra potevo osservare i turisti imbacuccati nelle cerate, appena sbarcati dal battello si andavano disperdendo per le vie del centro come un variopinto gregge. Lei sedeva sul divano, le gambe accavallate, e mi raccontava di quello che era capitato nel mese in cui sono stato lontano. Il vento agitava i rami delle buganvillee, strappava le ultime campane violacee ormai secche. “Torno in America” mi ha detto infine come se fosse la cosa più normale del mondo, “ho accettato l’offerta di Cambridge di cui ti avevo parlato, non posso più sostenere questa situazione. Pietro, voglio dire, tua moglie ha tentato di ammazzarsi a causa della nostra storia”. È vero, Margherita si è tagliata le vene nella vasca da bagno, ma è stato più che altro un atto dimostrativo. E io mi sono riavvicinato a lei. Ma Kate resta sempre in me, è la musica che risuona nella mente, il colore che la tinge, che genera le aurore e i tramonti, è la vita che scoppietta come un allegro fuoco nel camino, la chiave che infilata nella toppa del mistero consente di aprire la porta e vivere.

Abbiamo fatto l’amore, con foga, con rabbia, consci che era per l’ultima volta. Poi siamo rimasti a parlare più di un’ora, ma l’atmosfera era già di due che non si sarebbero visti più. Il dolore antico è uscito dall’anima, è finalmente trasbordato dai territori che ci ferivano, le acuminate lance si sono ritirate per lasciare posto alla consapevolezza dell’assenza. Il suo corpo rosa ormai rivestito entrava con grazia nel dopo, nel futuro fatto di giorni senza di lei.

Così, aspettando che giunga l’ora di tornare alla stazione di D., siamo venuti a passeggiare lungo il lago, sotto lo stesso ombrello. E quel vuoto che sento dentro, quel dolore acuto è la nuova forma del mio amore.

 

LEONID AFREMOV, “VIALE D’AUTUNNO”

sabato 12 novembre 2011

Stregata dal tramonto

 

Si è fatto buio. Ormai la sera scende prima, avvolge la valle come un foulard posato su un abat-jour. Michela Soncini siede al computer nel suo comodo studio che ha arredato con grazia ricavandolo da una stanza della casa. Sta correggendo le bozze di un libro che l’editore le ha mandato qualche giorno fa, ma quel buio l’ha sorpresa: per tanto tempo non aveva dovuto accendere le luci a quest’ora. Lavora a casa, indipendente, ma si è sempre data un metodo, un preciso orario da seguire scrupolosamente. È della Vergine e non le riesce difficile adeguarsi all’ordine. Ha ancora un quarto d’ora, poi potrà abbandonarsi al resto del programma: il bagno con le candele profumate, la cena da preparare e da consumare con un bicchiere di Pinot nero vinificato in bianco, la pay-tv – stasera danno quel film romantico con Jennifer Aniston che avrebbe tanto voluto vedere al cinema.

Si alza per accendere le luci, ma si ferma incantata davanti allo spettacolo che le mostra la finestra. Il tramonto si è acceso sulla corona dei monti lontani, divampa come un incendio che dilaga per tutte quelle terre. I colori si mescolano, tingono le nuvole di sfumature incredibili: c’è l’oro, il pesca, il rosa, persino il magenta. Qua e là sfilacciature fumose si disperdono nell’aria simili a lunghe gale di medusa. L’emozione è fonte di un ricordo lontano, dell’amore di quando aveva diciassette anni: allora la sera si metteva davanti al tramonto e pensava a lui che abitava in un paese sul colle, proprio dove il sole cadeva. Potevano vedersi soltanto il sabato e la domenica, il resto della settimana si parlavano al telefono – i cellulari si dovevano ancora diffondere, Internet pure... era il 1986.

Quell’emozione la stordisce, dimentica ogni suo programma: rimane lì, dall’alto dei suoi quarant’anni, innamorata come una ragazzina. E il ricordo confuso del volto di un ragazzo assume contorni sempre più ben definiti: ne conosce ogni lentiggine, ogni imperfezione, potrebbe tracciarne un disegno, una mappa. Chissà che fine avrà fatto Ivan, si trova a pensare all’improvviso. È come se il suo cervello avesse innestato il pilota automatico, la conduce sempre più a ritroso nel tempo, attraverso i meandri degli anni: i giorni e gli eventi si riavvolgono come un nastro, l’Italia mondiale del 2006, l’11 settembre, il muro di Berlino… quella volta che si è lasciata convincere a volare con il deltaplano, il viaggio in India, la prima volta che si è seduta a correggere un libro, la relazione a tira e molla con Paolo che ha concluso definitivamente tre anni fa. Un enorme caleidoscopio di immagini. E adesso è la ragazza di allora, quella che, stregata dal tramonto, rimaneva sognante a guardare i colori mescolarsi pensando all’amore…

 

Tramonto

IMMAGINE © TUMBLR

sabato 5 novembre 2011

Il fiasco

 

È un giorno di giugno del 1946. La guerra è finita da poco e la tranquillità sembra prendere possesso delle nostre regioni, ora che è tempo di ricostruire, di ricominciare. Ma nelle campagne continua a essere la solita vita di sempre, la lotta contro la povertà, la battaglia quotidiana per strappare anche un solo granello alla terra.

Anche i bambini sono arruolati a combattere questo antico conflitto: Martino ha sette anni ed è con il nonno Luisìn nel campo di grano: con la roncolina taglia gli steli, ben attento a non perderne neppure uno – “La terra impiega un anno a fare questa cosa” gli ha detto una volta il nonno “vedi di non sprecare il suo lavoro”, e lui ha sempre prestato la massima diligenza nel riporla nel cesto.

“Martino, ho sete, vai a prendermi l’acqua”: nonno Luisìn gli porge il fiasco e il bambino lo prende per uno dei due manici e si incammina verso la cascina. C’è tanta strada da fare, saranno almeno due chilometri sulla strada polverosa dove gli insetti non danno tregua. Martino va, con il suo passo trotterellante e intanto fischietta e canterella. Arriva alla fontana e trova i bambini che giocano con le biglie: sono i suoi compagni della cascina, loro non lavorano nei campi – magari avranno già munto le vacche o aspettano di portare la paglia. Martino appoggia il fiasco dove non può rompersi e pensa che ha tempo anche lui per giocare un po’. Dalla tasca dei calzoncini consunti toglie una manciata di biglie ed entra in gioco: vince chi si avvicina di più al muro e si porta a casa tutte le sfere di coccio.

Dopo un po’ raccoglie le sue biglie, beve una lunga sorsata d’acqua e poi riempie il fiasco alla fontana. È davvero giunto il momento di tornare al campo di grano. Adesso corre meno, per timore di cadere e rompere il suo carico. Arriva e vede nonno Luisìn che lo aspetta: sta guardando il sole. Lo sa che sta calcolando il tempo trascorso con grande precisione basandosi sul movimento dell’astro nel cielo. Nonno Luisìn non dice niente. Prende il fiasco, lo stappa e rovescia tutto il suo contenuto per terra, tra i fuscelli. Poi lo porge di nuovo a Martino e gli dice: “Vai a prendermi l’acqua”. Il bambino ha capito: ora corre, incespica, si ferisce i piedi con le pietre. È di nuovo alla fontana, non guarda neppure i suoi amici: riempie la bottiglia impagliata e torna più veloce che può. Al campo allunga il fiasco a nonno Luisìn, temendo che reagisca come poco prima. Invece il nonno beve e si allontana soddisfatto.

Martino si inginocchia e riprende a tranciare le spighe. Gli brucia il taglio che si è fatto sulla pianta del piede contro una pietra aguzza. Ma dentro, dentro qualcosa gli brucia ancora di più: avere deluso nonno Luisìn.

 

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VINCENT VAN GOGH, “CHAMP DE BLÉ DERRIÈRE L’HOSPICE”

sabato 29 ottobre 2011

La Dea

 

Claire, la modella, sta riposando. Avvolta nel lenzuolo bianco fuma e guarda il soffitto. Il pittore è uscito dall’atelier per incontrare un gallerista. Probabilmente gli dirà di no anche questo, come l’altro che è venuto a vedere i quadri e invece non aveva occhi che per lei, per la sua nudità accesa dalla luce del tramonto. Con i suoi occhietti da satiro sembrava confrontare l’immagine sulla tela e la sua carne uniformemente abbronzata. Lewis non riesce più a sfondare, forse le mode sono cambiate e il suo impressionismo realista è stato soppiantato dal realismo magico, dalla provocazione delle installazioni: gente che si taglia con le lamette, manichini di resina schiantati o impiccati, stanze spoglie disegnate con la luce…

Lui invece insiste con quei nudi bizzarri: prima le ali posticce, poi le maschere veneziane, adesso è fissato con gli accessori, forse sarà un feticismo latente nella sua psiche. Ora, ad esempio, la ritrae con le scarpe di Manolo Blahnik e Claire si chiede quale sia il significato.  Pensa alle fotografie di Erwin Olaf con modelle e modelli nudi con un sacchetto di Gucci, Calvin Klein, Armani o Moschino a nascondere la testa mentre il corpo rimane esposto, in particolare il sesso: lì almeno c’è la provocazione, una spersonalizzazione di corpi perfetti, che poi è prendere per i fondelli la moda.

“Speriamo che questo gli dica di sì” sta quasi pregando Claire, pensa che altrimenti Lewis la pagherà ancora una volta in ritardo e lei ha ancora l’affitto da saldare. “Mi tengo le scarpe, stavolta” sorride, “costeranno almeno 400 dollari”… È su quel pensiero che riesce a scorgere un piccolo foro nel soffitto, un occhio vi balena un istante, poi scompare. Incuriosita, abbandona il lenzuolo e si infila l’accappatoio. Sale le scale, toglie il catenaccio da una porticina e si ritrova in un abbaino buio dove sono ammassate centinaia di cianfrusaglie: vecchie tele polverose, cavalletti, manichini… Ne urta uno e scopre con un grido di terrore che non è un manichino: vede l’essere ritrarsi, coprirsi la testa con le mani, come chi è abituato a ricevere tante botte. È un ragazzo di neanche vent’anni, magro, pallidissimo, emaciato. Si rende conto che proprio per quel pallore lo ha scambiato per un manichino. Adesso vede la scena come da fuori, si accorge di quanto surreale sia: una donna in accappatoio che parla con un ragazzo bianco come un cencio. Ma qualcosa dentro di lei si muove: un istinto materno che neanche sapeva di possedere. Avvicina una mano al viso del ragazzo, tenta una carezza, ma questi si ritrae, impaurito. “No, non avere timore” gli dice, e intanto fa “Sssh… sssh…” come si farebbe con un bambino che piange.

D’improvviso tutto è chiaro: ora capisce cosa sia il “segreto” di cui Lewis ogni tanto parlava con il gallerista, collega i puntini e comprende il significato di tanti sguardi, di tante frasi lasciate cadere. “Come ti chiami?” chiede al ragazzo. Lui risponde con un fremito e un filo di voce da bambino: “John”. Vede il suo braccio, nota i lividi che costellano l’omero, scorge graffi sul suo volto. “Ti ha fatto del male?” chiede al ragazzo. Una rabbia sorda le sta esplodendo dentro. “Quando torna lo ammazzo” sta pensando mentre John fa sì con la testa. Osserva con raccapriccio il materasso logoro e unto, le coperte cenciose, il resto di un pasto: briciole di pane, una scatoletta di carne in scatola vuota, una lattina di Pepsi rovesciata. Allora lo prende per mano e torna giù nell’atelier. Deve trascinare il ragazzo, quasi, anche se sembra seguirla docilmente: forse le ricorda la madre o qualche altra donna che ha avuto cura di lui. Però non ha forze, è molto debilitato, i suoi muscoli sono atrofizzati. “Ti conosco” farfuglia lui “tu sei la Dea”. Claire non capisce, per un attimo travisa, crede che si riferisca a qualche religione particolare, pensa che John sia stato plagiato. Ma quando il ragazzo indica il ritratto di Claire appoggiato alla parete dello studio, ha un lampo: vi è raffigurata come Afrodite mentre nasce dalla spuma del mare. Per lui adesso lei è la Dea, quella capace di salvarlo, di strapparlo dalle grinfie dell’orco.

Prende l’iPhone che ha lasciato sul tavolino, chiama il 911 e si fa passare l’Unità Vittime Speciali. Le dicono di barricarsi nello studio e aspettarli. Non ci aveva pensato: se Lewis fosse tornato intendeva affrontarlo con il coraggio di una madre ferita, lei che madre non è. Chiude la porta, mette una sedia per sicurezza incastrata tra il pavimento e la maniglia. Intanto va dietro il paravento e si riveste. John è disteso sul divano, la luce gli dà fastidio: lo capisce, chissà da quanto tempo era prigioniero in quell’abbaino. Abbassa l’intensità dei neon, poi prova a farlo parlare, gli chiede chi sia Lewis, se ha una famiglia, se è stato rapito… Ma il ragazzo si è chiuso in sé, continua a cantilenare con lo sguardo fisso nel vuoto.

Suonano. Dallo spioncino scorge un distintivo della polizia di New York. Sono due detective, è la donna a entrare per prima, è lei a precipitarsi dal ragazzo. L’altro interroga Claire: di chi è l’appartamento, cosa ci fa qui, come ha trovato il ragazzo. Due ore dopo, quando finalmente esce, un agente è rimasto di guardia. La detective la accompagna in centrale per la deposizione e il verbale. Un isolato dopo riconosce il ciuffo posticcio di Lewis: gli addetti del medico legale stanno portando via il suo corpo con il furgone. Arrivato a casa e vista la macchina della polizia, era fuggito via di corsa, senza notare il taxi che sfrecciava dalla parte opposta. “Poco male” dice alla detective, “l’arte non perde poi chissà quale grande pittore, ma la città ha un mostro di meno”.

 

JACK VETTRIANO, “AFTER THE THRILL HAS GONE”

sabato 22 ottobre 2011

La nave

 

Fui ammesso a visitare il castello di G. un giorno di febbraio, anche troppo caldo per la stagione. L'antico maniero si stagliava su una collina dalla quale poteva dominare come una sentinella la vastità della pianura circostante. Forse, nei giorni più tersi, spazzati dal vento, si poteva scorgere molto lontano il mare, come un miraggio che appaia al viaggiatore nel deserto.
    Non era facile entrare in quel castello, circondato da leggende che lo dicevano infestato dagli spiriti e da voci che descrivevano come depravati gli attuali abitanti, discendenti dal nobile casato di Uguccione, che aveva fatto erigere l'edificio nel XII secolo. Forse erano solo gente riservata, che voleva mantenere quella parvenza di nobiltà rimasta attraverso un atteggiamento snob.
    Ma un giorno, il Professor Eleuterio Krum, ordinario di Storia Navale e mio carissimo amico, mi disse di essere stato convocato lassù per una perizia. Eleuterio non è nuovo a trovate del genere: non sa dire di no e si lascia trascinare in avventure di ogni genere. Il fatto è che non solo non sa guidare, ma neppure possiede alcun mezzo di locomozione: ovunque deve andare, usa i mezzi pubblici o i piedi. Il castello di G. è sfortunatamente lontano sia dalle stazioni ferroviarie sia da qualsivoglia fermata di autobus. E neppure nella nostra piccola città c'è un servizio di taxi. Il buon Eleuterio mi cooptò nell'azione: "Giovanni, devi assolutamente accompagnarmi in un posto".

    La riservatezza dei residenti era a dir poco sottostimata in città: il castello di G. non aveva un ponte levatoio, ma cancelli altissimi ed impenetrabili, al resto provvedevano le antiche mura a strapiombo: nella forra sottostante ti aspettavi di vedere scheletri scarnificati dai secoli, resti di armature arrugginite, catapulte sfasciate. Invece, un personaggio a metà tra la guardia armata e il maggiordomo, ci si fece incontro, esaminò i nostri volti e aprì l'immane cancellata. Davanti a noi si spalancò un vasto giardino all'italiana con piante di ligustro e palme, con fontanelle che zampillavano e panchine invitanti: un piccolo paradiso, altro che l'arido inferno che si raccontava nei bar.

    "Professor Krum!" - un uomo elegante ci si avvicinò, evidentemente il padrone di casa. Eleuterio mi presentò: "Scusi se mi sono fatto accompagnare, ma io, purtroppo, non guido: ho dovuto avvalermi come autista di un amico, l'Avvocato Giovanni Sormani". E così strinsi la mano al discendente di Uguccione, che scoprì chiamarsi nobilmente conte Goffredo, come un paio di dozzine di suoi avi.
    Pensavo che ci avrebbero condotti in uno studio per quella famosa perizia, invece Goffredo ci fece strada verso una porzione del giardino, dove spuntavano dei grandi gazebo bianchi. Il nobile, man mano che ci avvicinavamo, manifestava sempre più la sua trepidazione, quasi gli tremava la voce e affrettava il passo, rallentandolo vedendo che noi rimanevamo indietro.
    Sotto i gazebo era aperto uno scavo, un enorme scavo, lungo circa ottanta metri, e largo circa la metà. Goffredo indicò a Eleuterio un angolo e lui, lento com'è nei movimenti - lui stesso si definisce spesso "impagliato" - guardò: quello che avevo visto io non era che una serie di assi di legno marciti e corrosi, coperti di muffe e di terra.  Quello che aveva visto lui doveva essere davvero importante perché sbiancò, vacillò un attimo e svenne tra braccia del conte, che probabilmente si aspettava una scena simile.
    - "Professor Krum! Professor Krum!" e intanto gli dava dei colpetti di taglio sul viso. Eleuterio si riprese, ma assunse un'espressione sbigottita. "Ma quella è... Ma quella è..." continuava a ripetere senza essere in grado di completare la frase.

    Quella era un'imbarcazione, a ottocento metri di altezza sul livello del mare! In realtà era il fondo piatto di una nave, realizzata in legno di pino: così Eleuterio aveva stabilito dopo essere sceso nel cantiere e aver dato un'occhiata da vicino. Una grossa chiatta, una nave adibita esclusivamente al trasporto: non doveva combattere né essere veloce, doveva soltanto galleggiare comodamente.
    I lavori di scavo furono da allora sovrintesi dal Professor Krum, che si trasferì al castello in una sontuosa stanza per gli ospiti, e abbandonò per qualche mese l'insegnamento, affidando le sue lezioni alla dottoressa Mara Rossi, un'assistente carina che nessuno poteva sospettare fosse la sua amante. Non seppi più nulla fino a metà giugno, quando Eleuterio mi telefonò per augurarmi buon compleanno. "Ho scoperto una cosa sensazionale" mi disse "ma non posso dirlo a nessuno, nemmeno a te. Auguri e addio!"
    Il giorno dopo mi recapitarono un suo criptico biglietto. L'indirizzo sulla busta era strano: la G di Giovanni e la n di Sormani erano ricalcate, come a simulare un grassetto. Il foglio all'interno era a dir poco delirante: "Sei ne fai e quattro me ne dici,stupido". Subito pensai che la fama del castello di G. fosse davvero reale, che Eleuterio, che la respirava ormai da quattro mesi, ne fosse stato traviato, ridotto ormai alla follia e alla depravazione. Ma ci ragionai sopra e pensai che quel messaggio era inusuale per lui, che doveva esserci sotto qualcosa.

    Chiamai Mara, che lo conosceva bene, e che avrebbe anche potuto darmi delucidazioni in campo squisitamente tecnico su navi e affini. Perché lì doveva essere il segreto: in quell'imbarcazione sepolta nel giardino del castello, a 800 metri sul livello del mare. Ci incontrammo nello studio del professor Krum all'università e ragionammo su quell'inquietante biglietto. "G" e "n" risaltavano e poi sei, quattro e dici. "Stupido" lo lasciammo da parte, come se fosse un complimento alla mia persona. Scrivemmo lettere e numeri su un foglio e subito ci apparve la soluzione dell'enigma di Eleuterio: Gn, 6,14. La Genesi, capitolo 6, versetto 14. Mara compulsò subito la Bibbia trovata nella biblioteca e lesse ad alta voce: "Fatti un'arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume di dentro e di fuori". Le mancarono le parole... Quella sepolta nel giardino del castello di G. era l'Arca di Noè ed Eleuterio era tenuto prigioniero per non rivelare il segreto. Mara mi abbracciò e cominciò a piangere.

"Ah, bravi!" ve la intendete bene voi due. Un vocione ci fece sobbalzare, insieme alla porta che ancora sbatteva sui cardini. Era Eleuterio! "Ma che dici?" rispose con prontezza Mara "Eravamo preoccupati per te. Non eri prigioniero al castello per aver scoperto l'Arca di Noè?"
"Gente, voi delirate".
Gli mostrai il biglietto. Lui lo guardò stupito e cominciò a ridere. "Sei... quattro... ah... ah... ah. Quanti anni hai compiuto ieri?" "Quarantasei". E lì capii che il messaggio non era altro che un biglietto d'auguri, che la "G" e la "n" marcate non erano altro che un difetto della stilografica, che le parole sottolineate facevano parte di un calembour. Ero diventato rosso come un peperone. Eleuterio si stava ancora sbellicando: "L'Arca di Noè... ah ah ah... L'Arca..."
    Insomma, il manufatto rinvenuto al castello era sì una nave, ma non aveva mai navigato, tanto meno nel Diluvio Universale: nella biblioteca del conte Goffredo una delle sue figlie era riuscita a rinvenire un'antica pergamena che aveva fatto luce sul mistero.  Uno degli antenati, tale Ildebrando, aveva preso parte alla battaglia di Lepanto ed era rimasto tanto affascinato dall'ambiente marinaro, lui, uomo di montagna, da farsi costruire una nave in giardino: lo schema di costruzione ne specificava anche l'uso. Infatti, oltre a una robusta tavola di legno, vi erano molti scaffali per otri, fiasche, bottiglie e anfore: quella che avevo pensato essere l'Arca di Noè altro non era che un'eccentrica cantina a forma di nave. E questo spiegava perché fosse interrata.

    "Comunque Noè c'entrava" disse Mara sorridendo "non fu lui a inventare il vino?"

 

IMMAGINE © WATTABETCH

sabato 15 ottobre 2011

Il lungo crepuscolo

 

L’amore è tutto nel suo nascere, nella scintilla che origina l’incendio. Talvolta capita che cada su un terreno già predisposto, come se la paglia non attendesse altro: così arde alto come le stoppie secche che i contadini bruciano d’autunno per liberare il campo. Talora invece si origina come un Big Bang: due vite che fino a quel momento si ignoravano entrano in collisione e subito divampano le fiamme. La passione è il vento torrido che le alimenta, che le propaga celermente come nei roghi d’estate.

Quello è l’amore, allora. Ma poi le cose cambiano, la routine subentra alla novità, ci si conosce, ci si frequenta, si vive in simbiosi. E allora l’amore diventa nei casi migliori armonia, piacevole abitudine, oppure si trasforma in tolleranza, in sopportazione, in continua lite per rivendicare il possesso e lo spazio. O ancora quell’incendio innesca bombe e granate e l’amore implode su se stesso proprio come quegli enormi edifici che vengono demoliti con le cariche. Non c’è una regola, nessuno la può indicare: neppure i saggi, nemmeno i filosofi, tanto meno gli psicologi.

Ci sono anche amori che continuano a vivere anche se sono morti: la loro forza splende ancora proprio come la luce del giorno che non vuole finire e si attarda a colorare i crepuscoli. Il sole dell’amore è sorto nell’alba, è salito sui cancelli, sui giardini, si è levato alto nel cielo di mezzogiorno e poi si è via via affievolito fino a cadere sull’Occidente. Un gesto, una parola, e l’amore è finito, ma il suo riflesso ancora scintilla leggero, è un tremulo e vago ricordo che emana la sua flebile luce...

Tutto questo preambolo per raccontare il mio amore. Ebbe inizio come il vagito di un bimbo che nasce – ricordo che guardai il cielo sereno per vedere da quale nuvola fosse partito il fulmine che mi aveva colpito. O forse credevo di vedere Cupido allontanarsi con l’arco a tracolla e la faretra ormai vuota. In realtà era stata una ragazza a colpirmi: la incrociai per strada e ne rimasi tramortito, un pugile andato ko, centrato da un diretto al mento. Non succede per tutti così? Per molti, almeno, se escludiamo quelli che ho citato nell’esempio della paglia: amici, compagni di scuola, gente che sta insieme e che lentamente incappa in quella scintilla. Poi però il percorso è identico: vedi il suo sorriso ovunque, lo incolli negli specchi, chiudi gli occhi e ancora sei affascinato dal suo sguardo, dalla sua andatura, dalle cose che dice e dal modo in cui le dice. Ma l’amore che sale sulla sua parabola si inerpica inesorabilmente verso l’apice, il punto in cui, senza nemmeno renderti conto, è cominciata la curva di discesa. Ed è così che si arriva, o almeno che io sono arrivato allo strazio: precipitando nel vuoto lentamente. Ricordo delle fotografie in cui una modella è ritratta da sotto un vetro spesso: angolando la camera in modo diverso, sembra che stia cadendo e resti aggrappata alla cornetta di un telefono rischiando di finire sul letto di chiodi che c’è sull’orlo inferiore dell’immagine. Mi sono sentito così. Cadere è più lacerante dell’impatto, ancora più che morire.

Per questo ieri mattina, quando l’ho vista avanzare tra la gente – un’immagine arancione di schiena nella folla – non l’ho seguita, non l’ho rincorsa. Era il fiume che fluiva, l’acqua che finalmente scorreva sotto il ponte. L’ho lasciata andare, ho lasciato che il tempo sfuggisse dalle mie mani. Ed è scesa la notte – no, non su quel mattino, su quell’amore. Si è chiuso il conto con il dolore e una nuova alba si è accesa , una luminosa alba di pace in cui ricominciare a vivere.

 

IMMAGINE © OVERFITTING DISCO

sabato 8 ottobre 2011

Il 30 settembre

 

Era il 30 settembre. Avevo appena compiuto ventun anni, lei stava per compiere i venti. Mi aveva telefonato qualche giorno prima: grande fu la sorpresa quando mi passarono la cornetta e mi dissero “È Marta…” Voleva sapere come stessi, riallacciare i rapporti dopo l’estate, la prima che non avessimo trascorso insieme da sette anni. Aveva lasciato nell’aria l’idea di un incontro, un appuntamento che vibrava come un punto di domanda, senza specificare una data, una modalità.

Avrei dovuto avvisarla, fissare in anticipo – l’esperienza è un biglietto della lotteria scaduto che vale milioni ma che non è possibile in alcun modo riscuotere. Avrei dovuto, ma la gioventù coniuga l’incoscienza e la stupidità: così partii in treno, raggiunsi Milano e le telefonai da una cabina di Porta Garibaldi. Non era seccata, forse un po’ stupita. Certamente pensava che lasciassi passare qualche giorno, che non mi precipitassi dal sabato al lunedì. Ero impaziente di vederla, questo fu il mio errore principale, non sapere resistere all’ansia del desiderio, al dolce logorio dell’attesa. Insomma, alla fine mi disse che mi sarebbe venuta a prendere alle dieci all’uscita della metropolitana a Gioia. E lì cominciai a fantasticare su quel gioco di parole, a presagire, a pronosticare su gioia e felicità.

Arrivò un po’ in ritardo, scendendo dalla Mini bianca che le avevo visto guidare al mare. Indossava uno spolverino chiaro che la faceva un po’ signora ma straordinariamente donna con i collant e le scarpe con il tacco. In quel momento era bella come non lo era stata mai – era una dea discesa dall’Olimpo a condividere l’ambrosia con me. Salii in macchina e mi condusse nella piazza dove si affacciava la sua casa, un edificio di inizio secolo intonacato di giallo. Parcheggiò davanti a un ristorante e attraverso un andito scuro raggiungemmo il suo appartamento, al primo piano. Mi fece accomodare in soggiorno: c’erano due poltrone e un divano di pelle color rame posati su un tappeto orientale, i mobili erano lavorati in stile antico: su uno scaffale c’era uno stereo con qualche musicassetta, alle pareti dei quadri. Il suo labrador dormiva sul pavimento.

Dalla finestra aperta entravano i rumori della città: traffico e macchinari. La veduta era da quadro di Sironi: opifici e ciminiere, il sole pallido aumentava la sensazione. Mi parlò di come aveva passato l’estate con i suoi nuovi misteriosi amici: la Grecia e le bevute di ouzo, le brioches comprate all’alba nei panifici di Riccione. Io le dissi di Lignano, di come la compagnia si fosse sciolta e riformata attorno ad un nucleo nuovo, con ragazze belghe e ragazzini italiani. Tutto sembrava strano, diverso da come me l’ero immaginato. Mi ero pentito di essere stato così precipitoso, di essermi mostrato vulnerabile, preso da quell’orgasmo di incontrarla. Sedevo lì e pensavo già di andarmene. Quando mi chiese di restare a pranzo, declinai l’invito adducendo un impegno improrogabile che non avevo. In una parola fuggii.

Con la Mini bianca mi accompagnò alla stazione. La guardavo attenta nella guida, le osservavo le gambe svelte schiacciare frizione, acceleratore e freno e scoprirsi sempre più nella foga. A un incrocio tagliò la strada a un’altra vettura e quasi inchiodò: la donna la volante la apostrofò “Scema!”. Mi sembrò che la magia che si era andata ricreando con quel po’ di erotismo delle sue gambe velate dai collant si fosse improvvisamente infranta su quell’epiteto, al pari di una lucente bolla di sapone che tocca un oggetto e svanisce, o di un palloncino colorato sfuggito dalla mano di un bambino che esplode su un ramo spinoso.

Ci salutammo davanti alla stazione, frettolosamente. Non c’era parcheggio e il mio treno sarebbe partito di lì a pochi minuti. Ci scambiammo i soliti baci sulle guance, poi lei salì in auto e partii. La guardai ancora muoversi nel traffico, vidi la Mini scomparire nel fiume di veicoli che scorreva in Via Vitruvio ed entrai in Centrale.

Non la vidi più.

 

DIPINTO DI JACK VETTRIANO

sabato 1 ottobre 2011

Il pranzo scolastico

 

Sto leggendo un libro che promette “lezioni di scrittura creativa”. Uno dei capitoli invita a cimentarsi in un racconto sul “pranzo scolastico”. Naturalmente, essendo il libro scritto da un’americana, fa riferimento alla tradizione statunitense di portarsi il pranzo da casa: un panino con burro d’arachidi oppure con mortadella, senape e insalata o ancora con marmellata di ciliegie. Come Charlie Brown, quando siede su una panchina guardando la ragazzina dai capelli rossi e smaniando per lei: un morso, un sospiro, un morso, un po’ di autocommiserazione, un morso, un altro sospiro, finché non arrivano Linus o Lucy a chiudere la striscia con una battuta.

“Va bene, accetto la sfida, cara signora Anne che insegni scrittura creativa”. Anche perché la scorsa domenica sono ritornato in quella scuola media, anzi di più, proprio in quella mensa – in realtà la chiamavamo refettorio – e ci ho anche pranzato con una decina di compagni di classe di allora, rinverdendo i ricordi poiché alcuni di loro tornavano lì per la prima volta dopo 33 anni! Tutto cambiato naturalmente: le spartane sedie di laminato plastico finto legno si sono trasformate in sedili di resina verde brillante, le pareti giallo pallido sono ora dipinte per un gran tratto di arancione, è spuntato “l’angolo del self per i ragazzi”, l’austerità antica degli Anni Settanta si è stemperata nella folle girandola dei Duemila. Resistono imperterriti però, come dei fossili di quel tempo, i bicchieri della Duralex, quelli economici e quasi infrangibili: invece che con l’acqua di rubinetto che veniva servita in bottiglioni da due litri, li abbiamo riempiti con Barbera, Chardonnay e acqua minerale da bottiglie in PET. Eh, questi capelli diradati o ingrigiti, queste pancette, queste rughe qualche diritto ce lo daranno…

E lì seduti, mentre pranzavamo e mangiavamo gli affettati, i salatini e i tomini dell’antipasto, le lasagne e il risotto con i funghi del bis di primi, la cima ripiena con contorno di patate arrosto e infine la torta, ci siamo abbandonati anche ai ricordi del pranzo scolastico. La prima cosa: tutti indistintamente odiavamo i bastoncini di pesce – ce li davano il venerdì – tanto da non essere più in grado non solo di mangiarli, ma neppure di sopportarne la vista, da avere l’istinto di sparare al capitano quando appare in televisione per pubblicizzarli. Seconda cosa: tutti apprezzavamo quella che allora chiamavamo “pizza”, ma che in realtà era un panzerotto, o meglio un sofficino – che tra parentesi per ironia della sorte è un prodotto della stessa ditta – che ci veniva servito il giovedì. Il lunedì invariabilmente c’era l’affettato: cinque fette di salame di tipo Milano oppure tre di prosciutto cotto o cinque di coppa o ancora quattro o cinque di tacchino; il martedì era il turno della bistecca di manzo; il mercoledì ci veniva servito il pollo; il sabato, grazie a Dio, tornavamo a casa alle 12. C’era anche qualcosa di contorno: verdure lesse o patate. E c’era naturalmente anche un primo: pasta al sugo, risotto allo zafferano, qualche volta un’altra cosa che tutti abbiamo scoperto di odiare visceralmente: la polenta con un ragù piuttosto oleoso. Per finire un frutto di stagione: una pera, una mela, un’arancia, un paio di mandarini oppure un cachi – io lo so perché odio il cachi, perché ero costretto a mangiarlo allora.

Non erano previsti menù particolari per celiaci, vegetariani o musulmani: della celiachia in quel periodo neanche se ne parlava, i vegetariani erano stravaganti hippies e i musulmani neppure esistevano in Italia; le stranezze maggiori erano un compagno di classe che aveva la madre ebrea e un altro con origini istriane, se proprio c’era qualcuno delicato di stomaco gli portavano la pasta in bianco. Piuttosto, ciò che regnava in quel refettorio – lo chiamo ancora così, anche perché lo gestivano i frati – era una grande disciplina: per ogni mancanza si veniva puniti rimanendo per qualche minuto a guardare il muro. Rovesciavi distrattamente l’acqua sulla tovaglia: al muro! Facevi cadere la forchetta sul pavimento: al muro! Non finivi la tua michetta: al muro! Disturbavi: al muro! Il servizio militare, a noi che lo abbiamo provato, è sembrato meno duro del collegio, e potete credermi se vi dico che è vero. Io ero e sono molto disciplinato, tanto che non ho scontato neppure un giorno di punizione tra gli alpini del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica. Invece lì, in quel refettorio, qualche volta il muro l’ho guardato…

Uscendo, abbiamo visto altri “totem”: le lunghe vasche con i rubinetti dove ci si lavava le mani prima di entrare – e ce n’era bisogno, visto che passavamo la ricreazione a giocare a pallone o a rincorrerci nei “quattro cantoni” – e il magazzino dove per cento o duecento lire si poteva acquistare una bottiglia di Royal Crown Cola o di gazzosa o di aranciata. Siamo stati anche a gironzolare per i corridoi e per le aule e ci sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il compagno mandato in cucina con il cesto per la merenda. Chissà, forse oggi ci sarebbe stata la focaccia dolce o il panino con il salame o con la Nutella, o magari il cubetto di cotognata… Se c’era la tavoletta di cioccolato, qualcuno sarebbe poi passato a raccogliere la stagnola per i ciechi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 24 settembre 2011

Blade Runner in bianco e nero

 

«Ué, Pascà!”»

L’uomo si volge sotto il cielo cupo di periferia che sembra gareggiare in grigiore con i locali sporchi di smog e fumo, coperti di graffiti sbiaditi. Qua e là vetri rotti, segni del passaggio di qualche sbandato: stracci, siringhe, cumuli di monnezza. Il suo sguardo tirato improvvisamente si apre anche se non completamente, permane un’ombra di paura in quegli occhi che osservano il nuovo arrivato. Aveva temuto fosse qualcuno mandato dalla malavita, un tirapiedi di don Gaetano, detto “Tano Sarvietta” per l’enorme fazzoletto nel taschino del completo. Gli deve un sacco di soldi per i debiti di gioco. E i soldi non li ha. Quelli che aveva sono finiti nelle macchinette del videopoker.

Invece a salutarlo è Salvatore. Gli tende la mano, se la stringono pollice contro pollice come fanno i giocatori delle squadre di calcio. È il suo amico d’infanzia, quello con cui ha condiviso ogni esperienza, dalle donne allo stadio, dal fumo ai piccoli scippi. «Come butta, Pascà? È un bel po’ di tempo che non ci si vede…» Pasquale gli racconta tutti i suoi guai: gli dice che ha perso il lavoro al cantiere, che per questo sua moglie lo ha lasciato, che il suo matrimonio è ormai morto e sepolto, che se va avanti così probabilmente perderà anche la casa. Gli racconta che ha pensato di mettere a posto le cose giocando e che invece così si è rovinato, si è strangolato da solo mettendosi nelle mani di Tano Sarvietta.

Salvatore ascolta, mentre già comincia a cadere una pioggerellina sporca e minuta che rende ancora più grigi gli stabili di quel vicolo isolato. Quel tempo gli fa pensare a Blade Runner, anche per via dei neon che si sono accesi: ma è un Blade Runner girato in bianco e nero. E questo povero cristo gli sta raccontando la sua vita. Sembra un Rutger Hauer barbuto e stazzonato nell’ultima scena: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”…

Non ce la fa più. Non riesce più a starlo a sentire Salvatore: un nodo allo stomaco lo stringe come una cravatta. Teme di non riuscire a fare quello che deve. Si sforza di sorridere, poi riesce a dire con una voce dal tono più alto del normale che gli fa pensare a un attore che reciti impostato «Mi ha fatto piacere vederti, Pascà… però… tu lo conosci Tano Sarvietta, sai come è fatto. Scusami, Pascà…”

E così dicendo, con un gesto fulmineo estrae la pistola dalla cintola e spara all’amico d’infanzia, un colpo solo, preciso, che Pasquale non si rende neanche conto di morire. Poi corre via e sente l’acqua fredda sferzargli la faccia, entrare nel collo del giubbetto. Non sa dove finisca la pioggia e dove comincino le lacrime.

 

FOTOGRAFIA © FOTOPEDIA

sabato 17 settembre 2011

Trieste e una donna

 

Trieste mi porta una ragazza in dote, una "mula" di belle forme, scure curve tagliate e levigate dal mare. Trieste e una donna nel mio ricordo di lacrime amare. Ma che settembre strano è questo mio, acceso di sole e di vento mentre nel cuore mi sento novembre, così solo, così piccolo senza di te. E lei cosa vuoi che possa fare se io nel cuore ho ancora te? C'è come un blocco psicologico: lei mi dà amore, io invece quel poco che ho lo riverso ancora su di te, anzi sul tuo ricordo che ogni giorno sbiadisce un po’ di più.

Trieste e questa ragazza dagli occhi chiari e puri, limpidi, annacquati. Il vento mi porterà via, almeno mi trascinasse via, lontano, dove non ci sono più i pensieri e le donne che tradiscono le promesse. Le donne come te, che poi chiamarle donne non è neanche giusto. La mia "mula" sì che si meriterebbe amore ma io che amore posso darle se il mio cuore l’ho venduto ai tuoi occhi assassini? Potessi almeno scordarti, ma io ti amo ancora.  Che strano sentimento: ti odio e contemporaneamente ti amo alla follia. E lei non l’ha capito o forse non le importa più di tanto oppure è come me: mi ama non riamata.

E il tempo non lo so se è una medicina, mi sembra piuttosto che riapra la ferita appena questa tenta di rimarginarsi, è lì con un coltello e mi tortura. Un mazzo di rose rosse gettate in un cestino: ecco come mi sento senza il tuo sorriso. Se tu volessi, dico, se tu volessi... ma ti ho già detto come ti considero e scopro con terrore che i miei pensieri precipitano in un pozzo senza fondo, è come un labirinto e quando sto per arrivare a te c'è un vetro spesso che non mi impedisce di vedere il tuo scherno ma mi ostruisce il passaggio. Così sarei lo straccio, l'uomo scelto solamente per un capriccio, uno di quei rasoi usa e getta che adoperi finché taglia e poi lo butti via. Ma dell'orgoglio tu che mi dici?

Invece lei è così dolce, soddisfa ogni mia voglia. Sai cosa ti dico? Lei mi ricorda me quando ero insieme a te e mi fa un po’ paura questo paragone, mi terrorizza pensare di trattare lei come ti sei comportata tu con me. Lascerò Trieste e la mia "mula": non voglio passare da santo ad aguzzino, non voglio essere come te.

(1989)

FOTOGRAFIA © ZINN

sabato 10 settembre 2011

Un pugno di sabbia

 

Nella luce color rame del tramonto solo il rumore del mare e le stridule grida dei gabbiani. Un'altra estate finisce nel ricordo dei giorni passati, di un amore perso e ritrovato in continuazione, di un'amica di un giorno solo che è appena ripartita, è tornata a Trieste e fra poco riprenderà il suo lavoro. Ha puntellato il vuoto lasciato da Paola, ha consentito alla mia anima ferita di non affondare, mi ha consolato.

Ogni addio lascia un sapore amaro. In un giorno diverso questo tramonto sarebbe stato dolce, infinitamente dolce, e io avrei bevuto gli occhi di Paola. Ma oggi vedo solo il grigio abbraccio della malinconia: è settembre ormai: non ci sono che pochi ombrelloni, i pattìni li hanno già portati via per il sonno dell'inverno. Non voglio che anche il mio cuore cada in letargo. Ormai non c'è più nessuno che si spalma di olio di cocco, nessuno che cerca conchiglie, nessuno più ascolta musica banale dalle radio private. Non ci sono più ragazze alte e magre vestite di Lastex scollato e sgambato, occhiali scuri e sexy-girl, turisti stranieri con cui parlare in inglese. Non ci sono più le pizze di mezzanotte dopo una passeggiata romantica in riva al mare. E non c’è più lei, andatasene senza neanche sbattere la porta. 

Una radiolina accesa sussurra i risultati della prima giornata di campionato: la mia squadra ha perso ma che importa se io ho perso Paola? Non riesco a decidermi e continuo a guardare il mare arrossato dal tramonto e i gabbiani che scendono sempre più bassi. Scende la sera piano piano e con lei era così dolce sentirla arrivare. Due pescatori raccolgono le canne e i cefali e si incamminano verso la strada. Li seguo e li sento parlare di donne. Raccolgo un pugno di sabbia: è tutto quel che resta del nostro amore: il ricordo.

(1984)

 

FOTOGRAFIA © BJ YOUNG

sabato 3 settembre 2011

Le grotte sono chiuse

 

Fuori il lago si versa azzurro come un mare di Sardegna nel catino limitato dalla penisola di Sirmione. Appena oltre le vecchie mura uomini e donne sdraiati sulla spiaggetta sassosa, alcuni sono nell’acqua chiara del lago, lasciano che le onde gli passino addosso. È domenica e barche e motoscafi bianchi galleggiano al largo, sullo sfondo la sponda veronese con Peschiera e Lazise. Le vie del centro invece pullulano di turisti tedeschi e olandesi, austriaci e francesi, spagnoli e inglesi; ci sono anche i nuovi ricchi russi. E poi i pensionati delle più svariate congregazioni: dopolavoro, cooperative, pro loco, sindacati: sono scesi dal battello e attendono tra gelaterie, bar e negozi di souvenir che venga l’ora di risalire sul traghetto per Desenzano, Salò, Bardolino o Riva. Li si riconosce dal cappellino.

Ne approfitto per rendere omaggio a uno dei miei maestri, Catullo. Quasi certamente le rovine sulla punta della penisola, in posizione davvero invidiabile, non sono la sua villa, se anche risalgono al periodo romano. Percorro tutta la cittadina, dal mio hotel presso il Castello Scaligero alle Terme e da lì sulla strada tra gli oliveti che sale appena affiancando una veduta mozzafiato del lago, sullo sfondo il Monte Baldo e una quinta di altre basse montagne. Ogni tanto passa il trenino elettrico su gomma che trasporta una dozzina di persone. Ma, ahimè, ho fatto i conti senza l’oste: le Grotte di Catullo sono inspiegabilmente chiuse, i cancelli impediscono il varco e i quattro euro per il biglietto restano in tasca. Con me qualche coppia di turisti stranieri, una professoressa di latino e greco napoletana, una agguerrita signora della provincia veronese che interpella la custode. “Oggi restiamo chiusi per disposizione ministeriale” chiosa lei, una donna bionda sui trentacinque anni ma non riesce a dare una spiegazione plausibile. Il cartello indica chiaramente che la domenica le Grotte sono aperte dalle 9.30 alle 18. Però si lamenta che deve comunque rimanere lì con due colleghi invece di andare a sguazzare nel Garda dove esce lo scarico solforoso delle terme. La professoressa si altera un po’, tira in ballo il ministro, la signora veronese le dice che non vale la pena. Ma mi fa male quando, deluso, vengo via e sento il commento dei tedeschi: “Italien...” Per fortuna dal piazzale si gode una vista meravigliosa sull’altra metà del Garda, decine di natanti galleggiano sotto il sole del pomeriggio. Lame di luce scintillano, si riverberano sugli oleandri.

Torno in città gustandomi la dolcezza del giorno di fine agosto, l’aria buona del lago che fa fiorire le buganvillee e i limoni, che accarezza con mano leggera. Dove partono i battelli della Navigarda c’è la statua di Catullo: dopo tanti anni il suo busto è diventato verde. Eccoci qui, Gaio Valerio: odio e amo anch’io, non Lesbia come te, non la mia ragazza che ha preferito stendersi al sole nella spiaggetta davanti all’hotel. Odio e amo questo splendido paese che si chiama Italia.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 27 agosto 2011

In veranda

 

Siedo in veranda guardando Giovenzana e bevendo tè freddo, come un gentiluomo del Sud, di quelli che popolavano le scene di Via col vento o i romanzi di Maurice Denuzière. Certo, loro non guardavano Giovenzana, ma dalle verande di quelle belle ville bianche di legno con le alte colonne e le enormi scalee interne, lo sguardo spaziava sui campi di cotone, sugli ampi giardini dove svettavano pioppi, olmi, querce e noci di pecan. In redingote, sorbivano la loro bevanda ghiacciata dondolandosi sulle sedie.

Io invece guardo Giovenzana, lassù, adagiata con il suo campanile sul Monte San Genesio, una ferita bianca nel verde scuro del colle adesso che l’estate è ancora al suo colmo sebbene stia declinando verso la dolcezza di settembre. Indosso jeans e maglietta, ma il bicchiere di tè freddo è lo stesso, i cubetti di ghiaccio vi danzano regalando al bicchiere minute goccioline che contrastano con la calura di questo giorno d’agosto. Quella del colle è la visione consueta, quella che mi si presenta da questa veranda guardando a nord, ben prima che il Resegone o la Grigna si staglino nel cielo. Sono le prime propaggini delle Prealpi, quelle che ospitano i laghetti morenici di Annone, Alserio, Pusiano e Segrino. Appena di qua dal San Genesio la conca in cui riconosco l’imponente edificio dell’ospedale e la torre caratteristica della cittadina. Devo guardare un po’ più a ovest per scorgere il santuario di Montevecchia. Di solito mi soffermo ad ammirare il tramonto cadere lento su questa valletta, sciogliersi in tinte che vanno dall’arancione al rosa, innescando talora con le nuvole incredibili reazioni d’oro e d’argento, di porpora e di viola.

Sono le tre di pomeriggio e il sole picchia forte. Per fortuna, sono all’ombra con il mio libro di racconti. Ho letto troppo, ho la vista annebbiata. Tolgo gli occhiali, chiudo gli occhi. Ed è lì con gli occhi chiusi che mi viene l’idea, mentre nella strada passa un camion che forse con il suo rumore di gomme ha inconsciamente risvegliato un antico ricordo: adesso riapro gli occhi e non sono più qui, su questa veranda a guardare Giovenzana allungarsi nella foschia del San Genesio, ma mi trovo su un’altra veranda, quella dell’Hotel C*** di Lignano Pineta e davanti ho il grande palazzo bianco con i portici e decine di appartamenti affittati per le vacanze. Per la strada passano turisti austriaci e tedeschi, olandesi e italiani con i materassini e le infradito, turiste con le borse da spiaggia e il pareo, oppure con il reggiseno del bikini e i pantaloncini. E dal bar arriva rumore di bicchieri, di cucchiaini che tintinnano nelle tazzine di caffè. Nell’aria il salmastro del mare e l’aroma di resina che proviene dai pini. Così, come per incanto, come avviene in certi film americani senza pretese o in misteriosi racconti di Buzzati o di Kafka. Adesso riapro gli occhi e mi trovo davvero là… Ma intanto continuo a figurarmi quella scena, per paura che svanisca se dovessi riaprire gli occhi: il tavolino sotto i pini, lo stesso libro davanti, lo stesso tè, i palazzoni bianchi di Pineta, i turisti per la strada.

Poi gli occhi li devo riaprire per forza, mica posso restare tutto il pomeriggio così, a sognare di trovarmi altrove: non c’è Lignano Pineta, non è la veranda dell’Hotel C*** ma il mio solito balcone di tutti i giorni con le vecchie mattonelle porose grigie e rosse, con la ringhiera verde e le gazanie nelle fioriere appese, gli ibischi e le piante grasse nei vasi. E Giovenzana abbarbicata al colle. Come mi piace la sera quando nell’ultima luce il San Genesio si tinge di viola…

 

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FOTOGRAFIA © REAL ESTATE EUROPE GROUP

sabato 20 agosto 2011

Il dottor Ross

 

Mi hanno detto che adesso hai un fidanzato. Notizia sparata lì come se neppure mi dovesse interessare, come se tu non fossi stata da sempre la mira segreta del mio amore. Del resto, per essere sensibili nei miei riguardi, avrebbero dovuto essere a conoscenza di questo mio recondito sentimento. Io, come il poeta Nicanor Parra, ho risposto che quella notizia non poteva affatto riguardarmi. Non fiorivano le mimose come in quella poesia, ma un grigio novembre si perdeva nelle sue malinconiche spire fatte di pioggia e di nebbia.

Mi hanno detto anche che ci vai a letto – quello in realtà lo sospettavo, anche senza che me lo dicessero, evidentemente – ma, in realtà questa notizia era funzionale a un’altra: tua madre ci è rimasta male quando vi ha trovati abbracciati e nudi nel suo letto. Io mi sono immaginato la scena: tu nuda, lui nudo – aveva la faccia da fesso del dottor Ross di “Medici in prima linea” e una mascella che avrei contribuito volentieri a slogare a forza di pugni. In questo modo tua madre è venuta a scoprire che lo nascondevi in soffitta perché lei non sospettasse niente. Adesso è ridotta uno straccio, continua a borbottare e rischia che le venga un colpo. È andata a sfogarsi da un’amica pettegola e così il telefono senza fili ha portato la notizia fino a me.

Io intanto continuavo a dissimulare, facevo l’indifferente, il finto tonto. Ma eravamo a tavola e il boccone mi era andato di traverso. Cercavo di non tossire e guardavo con avidità il bicchiere dove scintillava un Chianti che pensavo sarebbe stato più piacevole. E continuavano a parlarmi di quel tipo – il dottor Ross, o insomma quello che mi immaginavo con il suo volto: “Dovresti conoscerlo” mi stava dicendo Ermete, che poi era il padrone di casa e mi aveva invitato a cena. “Era animatore in un club della Riviera” aggiunse Ileana, sua moglie ed eccellente cuoca, nonostante il rospo che mi si era piazzato in gola. Ma io non lo conoscevo, io non mi ricordavo di averlo mai incontrato, di averci mai avuto a che fare, se non per interposta persona e quella persona, accidenti! eri tu nel tuo letto, nuda, avvinghiata a lui...

Il televisore era acceso, a volume bassissimo: all’improvviso in uno spot ti vidi fuggire, inseguita da tua madre. Il tuo ganzo con la faccia del dottor Ross stava salendo su una scala a pioli, tentavate di arrampicarvi su un gigantesco ulivo centenario. Come in “Amarcord” quando lo zio matto interpretato da Ciccio Ingrassia sale su un albero e grida “Voglio una donna!” E a quel punto finalmente capii che tutto quanto non era che un sogno, uno spaventoso incubo in cui tu mi tradivi con il dottor Ross, e che il mio amore rimaneva salvo, almeno per il momento. Ero finalmente sveglio, sveglio come mai ero stato nella mia vita e presi la decisione di abbandonare gli indugi e di dichiararti quanto prima tutto il mio amore.

 

FOTOGRAFIA © NBC

sabato 13 agosto 2011

Lettera non spedita (III)

 

Carissima Eleonora,

ti ho vista ieri pomeriggio davanti all’Arena. Eri appena scesa dal 2 e controllavi l’orologio, probabilmente avevi un appuntamento: andavi di fretta. Vestita di nero eri ancora più bella, le braccia nude abbronzate, i capelli raccolti come quando andavamo al mare la domenica. Ti guardavo camminare sui tacchi alti, attenta che non si incastrassero nei binari del tram: avevi un modo così signorile, così nobile, di muoverti. Mi hai ricordato cosa mi ha fatto innamorare di te quel giorno di fine maggio: la tua grazia. E la tua bocca dolce, dove un tempo morivano tutti i miei guai.

Sto bevendo un bicchiere di Pinot grigio adesso e il suo sapore mi fa ripensare a quella volta che siamo stati ad Alassio, ri­vedo le luci gialle della sera, i pitosfori, le palme. Rivedo le nostre sere e i nostri luoghi: l’hotel, la gelateria vestita di luci azzurre, il muretto, la spiaggia stretta a ridosso della strada... Forse fu in quei giorni che l’amore tra noi ebbe la sua massima intensità. L’amore a due, intendo. Perché la massima intensità quell’amore ce l’ha adesso, in me solo. È divampato come un fuoco alimentato dal vento appena ti ho rivista. Era una brace che da sempre covava in me ed è bastato un nulla a ridarle vigore.

Tu eri lì, dall’altro lato della strada, a una decina di metri da me, elegante ed altera. Il traffico di automobili e furgoni fluiva per Via Legnano: ho avuto la tentazione di scansare auto per auto, gettarmi verso di te. Ho avuto l’idea di gridare il tuo nome: ti saresti voltata, mi avresti individuato tra la gente in attesa al semaforo. Mi avresti sorriso, probabilmente. O avresti fatto finta di niente, magari solo un fugace cenno di saluto. Ma nulla di tutto ciò: sono rimasto muto, fermo ad aspettare il verde. E magari bastava che ti chiedessi di te, bastava che ti invitassi a bere un caffè per ricordare i bei tempi… Non so se mi sia mancato il coraggio o se mi sia venuta meno la voglia, stregata dai ricordi o dall'impossibilità di risvegliare il passato. 

Tornato a casa ho trovato i miei ricordi boccheggianti come pesci rossi sfuggiti a una boccia di vetro: li ho rimessi nell’acqua e ho scoperto di non amare te, ma il tuo rimpianto.

 

JACK VETTRIANO, “A DAY WITH FATE”

sabato 6 agosto 2011

Ballata in quattro quarti

 

1.

Basta con le domande, basta con le liti furibonde. Se lei aveva orrore di quello che siamo diventati, se lei si doveva limitare sacrificandosi per seguire i miei desideri, se lei finiva sempre con il chiedere «Tu cosa vuoi?» come un mantra che mi lasciava un’ombra di colpa su ogni discussione, ora è finalmente libera. Libera di fare quello che più le pare e piace. E libero sono io, libero come forse mai sono stato. Libero di costruirmi un futuro senza vincoli, di andarmene al mare a inseguire la mia passione di fotografare. Senza più quei riti che facevano della nostra storia una specie di messa cantata. Senza più quei compiti e quegli impegni obbligati che per compiacerla mi incatenavano sempre più.

Libero di tornare agli amici che erano troppo poco per lei – o forse era gelosia del mio tempo passato con loro, tanto che sempre meno li potevo frequentare e mai insieme a lei. La vedevo storcere il naso quando per caso ne incontravo uno per strada o – Dio ne guardi – uno veniva a cercarmi a casa… Luca, per esempio, con il quale avevo condiviso le elementari e le medie e tutte le feste comandate di quei tempi, comunioni e cresime, l’amico di cui sono stato consolatore nei momenti bui. Luca, con il quale ho deciso di condividere questa vacanza d’estate da “single”.

Abbiamo scelto Lignano, in nome dei bei vecchi tempi, delle spensierate vacanze senza limiti della nostra adolescenza e della prima gioventù. E ora eccoci qui in un tramonto da favola che incendia la laguna di luce riflessa a fotografare i casoni con i tetti di paglia. La mattina, appena dopo l’alba, lasciamo la casa che abbiamo affittato nella pineta e andiamo a correre al Parco Hemingway e poi sulla spiaggia. Poi di giorno fotografiamo, l’altro ieri siamo stati ad Aquileia, ieri a Venezia. Abbiamo in programma anche un workshop a Portogruaro, anche se il mare si lascia fotografare molto bene… La sera andiamo a letto presto, verso mezzanotte: facciamo i bravi, rientriamo da una passeggiata in centro tra turisti austriaci e tedeschi e restiamo sul balcone a parlare e a bere una birra gelata.

 

2.

È tempo di cambiamenti. È tempo di prendere la nostra vita tra le mani, una volta per tutte. Questo mi sta dicendo stasera Luca. Una luna piena si sta alzando dai pini, un occhio giallo che attraversa il cielo. “Ho deciso di chiedere a Giulia di sposarmi” mi dice. Giulia, la sua fidanzata storica, quella che gli avevamo affibbiato alle elementari con il sadismo dei bambini, quella che ha ritrovato donna nei giorni della prima gioventù, delle compagnie che bivaccavano nelle piazzette. “Come una folgorazione, l’altra settimana, quando mi hai detto che avevi rotto con Paola. Il giorno dopo Giulia è partita per il suo stage a New York e sono rimasto lì solo a pensare a lei, alla fortuna di averla”. Guarda verso la pianura, laggiù sopra i pini. Guarda oltre le colture di mais, oltre i campi di peschi, oltre Milano e Lione, oltre Barcellona e Madrid. Guarda al di là dell’oceano, dove adesso è Giulia. E gli leggo l’ansia dell’attesa: lo so com’è fatto: aspetterà che lei torni per farle quella proposta importante, loro due soli, probabilmente a casa di lei. Altro che godersi il mondo, tornare all’infanzia, alla spensieratezza! Siamo uomini, ora, e dobbiamo assumerci le responsabilità. Io lo so che Giulia gli dirà sì, è da tempo probabilmente che si aspetta qualcosa del genere da lui. Sono convinto, ma Luca è sulla corda, irrequieto come un ballerino di flamenco. Va a finire che sarò io a dovergli fare da balia in questi giorni, calmarlo, rassicurarlo.

 

3.

“Sì”.

Eccola lì la parolina magica. Ora si scambiano gli anelli in questa piccola chiesa di provincia mentre fuori l’estate biondeggia sui campi di grano e dipinge di verde le colline brianzole, le gonfia di viti e di castagni. Giulia e Luca, oggi sposi, come c’è scritto sui fogli appiccicati qua e là lungo il tragitto verso la chiesa. E li guardo con tenerezza: un anno dopo la domanda di lui, si sono sposati. Io, nell’abito scuro, sembro un po’ un notaio: del resto certifico il loro amore, sono il testimone dello sposo e qualche cosa dovrò pure garantire. Mi trovo a fianco di Luana, la testimone di Giulia: sono giorni che condividiamo l’esperienza di questo matrimonio, i preparativi, i dettagli. Potrebbe essere la donna giusta: l’affinità tra di noi è subito risaltata, da quando i piccioncini ci hanno presentato e ci hanno spiegato quello che avremmo dovuto fare. Faceva un caldo pazzesco quel giorno sul lago o forse era solo il mio cuore che pompava a mille. Heartbeat, come dicono gli inglesi, batticuore. Dio com’è bella oggi con quel vestitino color panna, con quel fiore nei capelli…

La messa è finita, ora tocca a noi: il parroco ci invita in sacrestia per le firme.

Al ristorante siamo allo stesso tavolo, con le poche amiche di lei e i pochi amici di lui. Io e Luana fianco a fianco, gomito a gomito adesso che la giacca è finita sulla spalliera della sedia e le maniche della camicia bianca sono rimboccate. Ridiamo come due bambini, abbiamo cominciato a prendere in giro gli sposi raccontando aneddoti su di loro e siamo finiti con il parlare di noi, delle nostre speranze, delle nostre aspettative, delle gioie e dei dolori del nostro passato. Siamo come due alpinisti che iniziano a scalare un picco: è il momento di legare le corde prima dell’ascensione, il tempo di riporre fiducia l’uno nell’altra. Detta in altro modo, è l’ora di gettare le fondamenta, di posare la prima pietra, per costruire la casa e quella casa è l’amore. Il primo passo viene da sé, ci sfioriamo le mani casualmente per prendere io la mia giacca e lei la sua borsetta da cerimonia: è lo sguardo a domandare prima delle parole. “Ci vediamo domani?”…

 

4.

Con Luana tutto è diverso. Lei non è come Paola: capisco che l’isteria dell’altra in lei non albergherà mai, che il suo carattere è tutto l’opposto, che non ha alcun bisogno di controllo. È stimolante stare con lei: mi sento come l’acrobata che salta sicuro sul trapezio, consapevole che troverò le sue mani. Perché l’amore, fondamentalmente, è composto di fiducia.

 

DISEGNO DI MARCO CAZZATO

sabato 30 luglio 2011

Un venditore formidabile

 

“Buongiorno, sono l’ingegner Carboni della Società di Telecomunicazioni Info 2”.

La biondina sembra finta come la piantina di ficus a lato della scrivania. La luce grigia di periferia stenta a penetrare nel cubicolo. “Certo che il ficus dev’essere di plastica in questo posto: due giorni e cominciano a cascargli le foglie” penso.

La segretaria mette la mano sul microfono della cuffia e mi dice “Un momento”. Tutto sommato non è finta, anzi ha anche un bello sguardo e un seno rifatto in qualche clinica di lusso. Probabilmente l’amante di qualche capo. Pigia un bottone dell’interfono e sussurra con voce soave: “Dottor Luraghi, c’è il consulente della Società di Telecomunicazioni Info 2”. La risposta le arriva in cuffia, qualcosa come “Fallo accomodare di là un momento, ché poi lo ricevo”. Così infatti mi dice la biondina. Penso a cosa avrà mai di tanto importante da fare il dottor Luraghi per non ricevermi subito: un politico per le tangenti, un incontro con un pezzo grosso della criminalità, una telefonata intercontinentale, la moglie in linea che ha scoperto finalmente la sua tresca…

Mi accomodo nella sala d’attesa, su una poltroncina nera. Le altre sono occupate da ragazzi dall’aspetto speranzoso che però non nasconde un disinganno: sono abituati alle fregature, hanno fatto il callo al “Le faremo sapere” che significa in effetti “No”. Candidati a un posto di lavoro con il curriculum nella cartellina e una bisaccia piena di rifiuti. Ce ne sono anche di più anziani, uomini e donne sui quaranta-cinquanta, con l’aria sfiduciata di chi non ha più voglia di lottare ma con sforzo sovrumano si è alzato dal letto con l’intenzione di provare ancora una volta a dispetto di una nuova bruciante umiliazione. La disperazione gronda come sudore dalle loro fronti di padri e madri, di mariti e mogli caduti in mare dalla barca della società capitalistica. Caduti? Spinti dalle meccaniche sociali, scalciati a pedate oltre la ringhiera, diventati naufraghi nel mare magno del lavoro e della vita, aggrappati a un relitto di dignità. I ragazzi no, sono pulcini alle prime esperienze, usciti dal guscio e pronti a esplorare il mondo, ma proprio per questo manipolabili. Sottopagati, malpagati, non pagati. Nella saletta ci sono alcuni manifesti motivazionali: un meraviglioso lago di montagna in cui si specchiano vette innevate sopra la scritta “Obiettivi”; un orso che caccia un salmone sul bilico di una cascata e la parola “Sfida”; una strada che va verso il tramonto con la dicitura “Successo”. Come fai a motivare questi disperati? E cosa gli proponi? Un programma di vendite per rappresentanza di un oggetto di cui nessuno ha bisogno, che costa un occhio della testa e che è peggiore dei suoi concorrenti? E bravo dottor Luraghi dei depuratori “Care Air”. Persino la goccia azzurra dello stemma societario guarda quei ragazzi e quegli uomini, quelle donne attirate da un lavoro part-time con una sorta di compassione. Ma forse è solo il riflesso che viene dalla lampada alogena sul muro rosa scrostato.

“Ingegnere, il dottor Luraghi la può ricevere”. La biondina si è materializzata da una porta laterale, attende che la segua per farmi strada. Attraversiamo un corridoio: dalle porte a vetri vedo altri ragazzi alle prese con i pezzi del depuratore, seguono un corso che fa credere loro di avere un lavoro, ma che in realtà si rivelerà un’altra delusione da infilare alla collana di errori. Anche se questo non è un errore, è uno sfruttamento, è una truffa attuata da chi non ha remore a servirsi della loro disperazione per poi andarsene in giro con l’abito firmato, il Rolex d’oro e la Mercedes ultimo modello.

Eccolo finalmente l’ufficio: dietro la porta di noce mi sorride il dottor Luraghi tendendomi la mano. Il sorriso standard, chissà come fa colpo sulle donne. “Scusi, sa, ingegnere: ero in videoconferenza con il mio socio americano”, solo allora noto l’enorme televisore su una parete, un monolite nero che avrà almeno 100 pollici. Appesi ai muri alcuni dipinti, riconosco un Casorati e un Boetti. Lusso, ricchezza che trasuda dai divani in pelle, dal bracciale d’oro, dalle lampade. Ma fuori, oltre la vetrata c’è comunque la grigia periferia, ci sono i casermoni persi tra i campi spelacchiati. Come una metafora: puoi indossare abiti di classe e avere quadri da museo, puoi mostrare i denti sbiancati dal dentista sotto l’abbronzatura da lampada solare, ma tutti noi sappiamo bene da dove vieni, dall’appartamento di case popolari, dalle vendite porta a porta che facevi battendo l’hinterland con la tua Panda.

Gli propongo il piano della mia società per organizzargli al meglio il call center. Lo vedo interessato, se fosse un personaggio dei Simpson potrei vedergli scintillare il simbolo del dollaro negli occhi. Mi sento un po’ schifato di dargli altre opportunità di guadagno, ma del resto questo è il compito che mi hanno affidato e al mio lavoro ci tengo. L’offerta dev’essere migliore di quello che pensava, perché firma subito i documenti – può essere che abbia già parlato con il mio capo, che io non sia altro che un portaborse. “Sono un venditore formidabile”, mi dice, “potrei vendere il ghiaccio agli eschimesi o la sabbia nel deserto. Il mio impero è nato sulle mie capacità. Ingegnere, lo so che lei non si capacita, che non approva i miei metodi. Ma il mondo è fatto così: parti da uno scantinato e fondi la Microsoft o la Apple. Io vendevo spazzole, lo sa? Ora sono un imprenditore di successo. Ci pensi…”

Sorride, si alza. La visita è finita. Prendo le mie carte e lo saluto. Mi sento fuori posto nel mio abito non di sartoria, con la mia cartella di tela di Roncato e le scarpe Geox comperate ai saldi a 89,90 euro. Sono fuori, sono con la gente come me, sono tra quei ragazzi e quegli uomini, tra quelle donne che si tormentano le dita nervose sulle poltroncine nere. Vorrei gridare a tutti loro: “Fuggite! Abbandonate questa saletta male illuminata!” Ma non faccio niente, esco soltanto dalla porta. Scendo le scale di corsa, il grande ingresso si apre automaticamente e sono fuori. Respiro affannosamente: l’aria nebbiosa e odorosa di smog mi sembra cristallina aria di montagna.

 

DISEGNO © TOON POOL / CARTOON CREATOR

sabato 23 luglio 2011

Marta Schneider

 

Sta calando la sera, una piacevole sera calda e odorosa di mare. Il cielo è una madreperla azzurra che va cambiando colore rapidamente. In strada passano donne vestite con abiti leggeri, coppie allacciate nella passeggiata del pomeriggio, ragazzi che tornano dalla scuola, impiegati che rincasano.

Marta beve il suo tè verde e guarda dall’alto tutta quella gente, le fanno pensare a quei plastici perfetti con alberi e persone miniaturizzate – ne aveva visto una mostra a Milano una volta, in Galleria. Milano, una vita fa... Prima. Non credeva di essere così calma adesso, non pensava che dopo averlo fatto si sarebbe sentita così, stranamente bene. “Endorfine, adrenalina” pensa. “Come se fossi uscita da un tunnel soffocante” riesce finalmente a mettere a fuoco. E il passato impresso come un marchio sulla sua pelle forse un giorno potrà anche sbiadire.

Ci ha messo più cura del solito nel farsi la doccia, ha lasciato che il sapone la profumasse, ha gustato l’aroma di miele, il sentore di cocco. E poi si è vestita con la lingerie nuova, acquistata nella boutique più elegante del lungomare. “Perché è un’occasione speciale. Perché sono libera, finalmente”. E ha infilato la vestaglia leggera perché iniziava a sentire un po’ di freddo, svanita la tensione.

Il cd di Diana Krall è finito, ora regna il silenzio nella camera e fuori si stanno accendendo i lampioni. Ma quel silenzio non le dispiace, le permette di ascoltare i rumori della città: il traffico, il fruscio del vento, le sirene dei rimorchiatori del porto. Un modo per entrare in contatto con quel luogo, per assaporarne l’atmosfera. “Di una città si conosce quello che si vive, tutto il resto è solo turismo, viaggio organizzato”. Sul tavolo c’è il biglietto aereo per il ritorno a Milano, ma non lo userà. Ha scelto di non fuggire un’altra volta.

Suonano alla porta. Il momento che aspettava. “Signora Marta Schneider?” è un carabiniere con il pizzetto, un tenente, a parlare. Lo accompagna un appuntato giovane, troppo giovane. “Sì, sono io”. E comincia a raccontare, a indicare, dice che la situazione era divenuta insostenibile, mostra le cicatrici sulle braccia, i lividi. Arriva anche un uomo elegante, sui quarant’anni, comincia ad aver dei fili bianchi tra i capelli ma ha un portamento signorile. Si presenta: “Sono il pubblico ministero Ettore De Tassis”. Marta riprende il filo, ricomincia dall’inizio, mostra i segni anche al pm.

Ormai è scesa la notte. Di là fanno i rilievi, si sente il muoversi di uomini e donne, lo scatto metallico della valigette, il clic delle macchine fotografiche. “Se si vuole vestire, signora Schneider” dice il dottor De Tassis, “poi la faccio accompagnare in Questura”. Il vestito, l’abito rosso è sulla sedia. Marta lo prende, va verso il bagno. Riesce a cogliere un cenno che il tenente fa con il capo a una donna della Scientifica: come a dire, va’ con lei, tienila d’occhio. Ne apprezza la discrezione, la sobrietà, trova quel cenno elegante e affascinante. Si infila nel bagno, non chiude la porta del tutto, capisce che è meglio se la donna carabiniere può sincerarsi che tutto fili per il verso giusto.

Intanto il corpo di suo marito, il manesco e violento Hans Boxleitner, archiviato come reperto il coltello che lei gli ha piantato nel petto una decina di ore fa, prima di chiamare il 112, viene portato via dagli addetti in una cassa di zinco.

 

Jack Vettriano, “Baby, bye bye”

sabato 16 luglio 2011

La ninna nanna di Maryam

 

La voce della ragazza era dolce come la carezza di una piuma tra i colpi di martello e il ritmico correre della pialla, o il trascinare di assi. Cantava una nenia antica e dondolante spingendo una cesta di vimini in una povera casa dai muri a secco. Sul tavolo alcuni fiori azzurri a ingentilire una brocca scheggiata, fuori la polvere del giorno avvolgeva gli ultimi contrafforti dei monti. Presto sarebbe scesa la sera e migliaia di stelle si sarebbero accese nel cielo. La ragazza cantava e ninnava la culla; dentro un bambino di sei-sette mesi.

La ragazza, capelli neri e un viso angelico di adolescente, avrà avuto diciassette o diciotto anni, smise di cantare e si alzò per accendere una lucerna: vi aggiunse dell’olio e poi avvicinò allo stoppino un tizzone dal braciere dove suo marito forgiava i metalli. La luce subito dilagò per la camera, danzando qua e là come curiosa di conoscerne ogni segreto. Illuminava anche il viso del bimbo, che ora dormiva placidamente indossando quell’espressione un poco corrucciata che sovente hanno i bambini piccoli quando dormono. La ragazza tornò a sedersi, le piaceva restare a contemplare il sonno di suo figlio: rimuginava i tempi trascorsi, quel figlio non voluto ma amato come solo una madre può fare, lo sposalizio nel tempio, il travaglio del parto, gli eventi inspiegabili che seguirono, la necessità di fuggire braccati come criminali, prima ad Askalon e poi a Hebron, e poi chissà dove ancora, chissà quando… Il volto dolce si velò di un’ombra, gli occhi diventarono lucidi. Così la sorprese il marito, entrando attraverso la tenda che faceva da porta: non disse nulla, solo si passò una mano nella barba scura ed entrò nella luce. «Yoseph…» la ragazza gli disse, come ad invocare una parola. Lui la rassicurò più con il tono calmo della voce che con lo sguardo: «Dio è al nostro fianco, Maryàm: non devi avere timore». Detto questo si sedette al tavolo e cominciò a tagliare fette da una toma di formaggio di pecora e iniziò a mangiarle insieme a delle olive e ai primi fichi della stagione.

La ragazza guardava il bambino, si chiedeva che cosa avesse in serbo per lui la sorte. Si domandava quando l’avrebbe lasciata, quando se ne sarebbe andato per le strade del mondo, per qualche guerra, per qualche donna. Il bambino si svegliò, aveva fame. Lo prese in braccio, si sedette e gli porse il seno. Continuava a guardarlo, il suo piccolo Yehosua. Le ombre, passando attraverso le travi,  disegnavano una croce dietro di lui, che subito si dissolse quando Yoseph avvicinò la lucerna.

 

Una scena dal film Nativity di Catherine Hardwicke